DIRITTO ECCLESIALE E LIBERTÀ
Rubrica a cura di Maria Giovanna Titone
Integralismi a stelle e strisce: quando la politica veste i panni di Dio
La cerimonia in onore di Charlie Kirk a Phoenix ha rivelato qualcosa che va ben oltre l’omaggio a una figura controversa della destra americana: ha mostrato quanto pericolosa possa diventare la strumentalizzazione del sacro in chiave politica.
Quando la fede viene esibita come un vessillo da brandire contro il “nemico”, qualunque esso sia, siamo di fronte a un’operazione che ricorda da vicino i meccanismi del fondamentalismo, anche quando si svolge sotto bandiere democratiche e in contesti occidentali.
La destra statunitense che celebra Kirk con toni messianici – parlando di missioni divine, risvegli spirituali e crociate morali – non si limita a esprimere una visione religiosa del mondo. Cerca di sacralizzare la propria agenda politica, trasformando il dissenso in blasfemia e le battaglie di parte in guerre sante.
È una dinamica che abbiamo imparato a riconoscere altrove: dalle folle che si autoflagellano nelle cerimonie sciite ai proclami dell’Isis, passando anche per l’uso della religione nelle politiche sioniste più radicali, quando la legittimazione divina viene invocata per giustificare espansioni territoriali e conflitti.
A rendere il quadro ancora più surreale sono arrivate le dichiarazioni di Matteo Salvini, che non ha esitato a tessere le lodi di Kirk e ad avallare, con leggerezza, il paragone tra Gesù Cristo e Donald Trump.
Un gesto che non è solo provocatorio ma rivela quanto la politica contemporanea sia disposta a piegare i simboli religiosi pur di ottenere consenso. Il rischio è duplice: banalizzare il messaggio spirituale e, al tempo stesso, alimentare una narrazione divisiva in cui la religione diventa strumento di scontro.
Questa dinamica, però, non è un’invenzione del nostro tempo. Dalla nascita degli stati moderni in poi, il potere politico ha spesso cercato legittimazione assoluta attraverso la religione: dalle monarchie europee che governavano “per grazia di Dio” alle repubbliche che giuravano fedeltà a un’idea sacralizzata di nazione.
Il sacro è stato usato come collante per costruire identità collettive, ma anche come arma per reprimere il dissenso e consolidare gerarchie di potere. L’alleanza tra trono e altare ha garantito stabilità a breve termine, ma ha seminato divisioni e conflitti che hanno attraversato secoli.
Veder ripetersi oggi, sotto forme nuove, queste stesse dinamiche – in America come in Medio Oriente, in Europa come in Israele – dovrebbe farci riflettere. Ogni volta che un leader politico pronuncia la formula “Dio è con noi”, quello che segue raramente è un mondo più giusto o più pacifico.
In un mondo che affronta crisi complesse – dal clima alle disuguaglianze – non abbiamo bisogno di religioni trasformate in bandiere di partito, né di leader che invocano Dio per consolidare il proprio consenso.
È arrivato il momento di liberare la religione dalle derive politiche e di difendere il suo spazio autentico: quello della coscienza, del dialogo e della ricerca di senso. Solo separando con decisione il sacro dal potere potremo evitare che il nome di Dio diventi un pretesto per guerre culturali, repressioni o espansioni territoriali. Perché ogni volta che la politica dice “Dio è con noi”, la storia ci ricorda che il prezzo da pagare ricade sempre sui più deboli.