All’improvviso… Cellole!
di Angelo Maddalena
Foto di Angelo Maddalena
Al Monastero di Cellole ci sono arrivato all’improvviso, anche se “aspettavo” da anni, da quando, circa dieci anni fa, è stato fondato, anzi rifondato, perché è una pieve romanica risalente ad almeno mille anni fa, ma io mille anni fa non c’ero, e dieci anni fa …dormivo!
Però mi ero preparato a visitare il quarto monastero di Bose della Penisola, dopo aver visitato e soggiornato negli altri tre: Bose, in Piemonte, dove tutto è iniziato circa cinquant’anni fa, con Enzo Bianchi e altri pochi pionieri, poi ero andato a Ostuni (altra fraternità di Bose da più di vent’anni in Puglia), San Masseo di Assisi (da circa venti anni rifondato) e quindi mi mancava la “piccolina”, la figlia più giovane.
Le pietre o le mollichine che mi ci hanno condotto o mi hanno dato la spinta decisiva sono due: Paolo Dall’Oglio e don Domenico Poeta.
Il primo non è più tra di noi dal luglio del 2013, quando è stato rapito a Raqqa, in Siria, il secondo è un parroco della diocesi di Siena: è lui che mi ha proposto di contattare i monaci di Cellole per eventualmente presentare il mio libro Welcome in Siria, scritto “attraversando la Siria sulle orme di Paolo Dall’Oglio”.
Nella mail in cui i monaci di Cellole mi dicono che mi aspettano e sono contenti di sapere del libro su padre Paolo, mi annunciano anche un concerto previsto per la domenica 26 ottobre all’interno della pieve, dovrei arrivare il giorno prima ma poi mi sono dovuto trattenere a Livorno un giorno in più quindi arrivo la domenica, temendo imprevisti o difficoltà di arrivare in tempo per il pranzo, considerate le corse degli autobus (da Poggibonsi a San Gimignano) meno frequenti del giorno festivo; mi sveglio alle 7,00 con il prode Ephraim, l’amico che mi ospita a Livorno e che mi accompagna in stazione (anche perché lui deve uscire a quell’ora), purtroppo basta un ritardo di 7 minuti del treno da Livorno a Empoli per perdere il treno da Empoli a Siena delle 9,05 che mi avrebbe portato a Poggibonsi molto prima delle 12,00. Quindi aspetto a Empoli due ore (colazione lunga con piacevole sosta al bar non lontano dalla stazione e breve passeggiatina in centro) e poi, grazie al flusso turistico verso San Gimignano, trovo un bus alle 12,25 da Poggibonsi.
Arrivo comunque dopo pranzo ma in largo anticipo per il concerto del Quintetto Polifonico Italiano “Clemente Terni”, e comunque mi rallegro del fatto che ci siano dei monasteri che accolgono attività culturali e musicali, non sono tanti, nel mio pellegrinare ne ho visti due o tre, due dei quali in Toscana, uno a Varese, fino a quando era vivo il rimpianto fra Giorgio Bonati. Cellole però è riconosciuto, al punto che una giovane violinista alla stazione di Livorno sapeva che spesso a Cellole organizzano concerti. Ovviamente qualcosa di molto raccolto, niente a che vedere con grandi masse di altre pievi nostrane…
A tal punto raccolto che il quintetto non usa microfoni, canta a cappella, laudi del laudario di Cortona. Ricordano un po’ lo stile della ladata siciliana, in particolare quella dei ladatori di Pietraperzia, il mio paese, la sera del Venerdì Santo.
Trovo due ospiti di lungo corso, un fratello e una sorella più o meno della mia stessa età, frequentano Cellole da diversi anni, e vengono dalla “lontana” Varese, quindi dei veri aficionados,
La sera della domenica, dopo cena, facciamo una passeggiata nel bosco con loro due, mi raccontano le loro impressioni dei cambiamenti osservati negli ultimi dieci anni, da quando erano venuti la prima volta. Mi impressiona positivamente l’affetto che non sfocia nella devozione nei confronti dei monaci e della storia della Comunità monastica di Bose. E non è scontato in questi tempi di facili fanatismi o tendenze a idolatrare o per lo meno idealizzare troppo certe figure di spicco religiose o laiche, questa tendenza a creare “santini” non solo in ambito religioso.
Inevitabilmente finiamo a parlare di Enzo Bianchi e delle vicissitudini degli ultimi anni. Concordiamo sul fatto che, al di là delle possibili responsabilità oggettive da parte del fondatore di Bose, ci sono diversi elementi da considerare. Uno è sicuramente il fattore “fondatore”, appunto, e per questo già una suora della libreria Paoline di Perugia, due o tre anni fa, mi aveva fatto notare che «succede a molti fondatori di congregazioni o ordini religiosi, era successo anche a Francesco di Assisi». A tal proposito ho letto da poco un libro prezioso che illustra questo aspetto della vita di Francesco: La sapienza di un povero, di Eloi Leclerc.
Nel nostro scambio durante la passeggiata, ci ritroviamo anche nella consapevolezza che nei confronti della Comunità monastica di Bose, ecumenica e aperta al dialogo interreligioso, mista (a Bose, la Comunità madre, la più grande, abitano sia monaci che monache), che dà dignità e spazio alle donne, non è escluso che la vicenda “spigolosa” iniziata qualche anno fa con la difficoltà di Enzo Bianchi di lasciare spazio al nuovo priore (questa per sommi capi la versione ufficiale che molti di noi sanno dalle cronache), abbia fornito “strumenti” per denigrare la stessa Comunità, nei suoi membri – uomini e donne - da parte di soggetti clericali e laici legati alla tradizione e a schemi rigidi e, come dice qualcuno, «poco conciliabili con la quotidianità».
Anche a Cellole trovo una libreria, un po’ più piccola rispetto a quella di Bose e di San Masseo di Assisi, non ricordo se ce n’era una a Ostuni, ma è passato troppo tempo da allora, forse c’era o forse l’hanno aperta nel frattempo?
Tra i libri che trovo ne scelgo due, uno di Alex Corlazzoli, Diario da un monastero. Parole di un ateo in cammino, proprio quello che (mi) ci voleva: finalmente un diario di un laico (“giornalista, maestro, scrittore, viaggiatore”) che è entrato e ha vissuto per due mesi in un monastero (Cellole, appunto), pochi anni fa (il libro è uscito meno di un anno fa) e racconta la sua esperienza non per idealizzare la vita nel monastero ma per descrivere la quotidianità e la semplicità, anche trattando temi che spesso si tende a rimuovere o a non considerare quando si pensa a un monastero e ai monaci che ci vivono. In libreria trovo anche un libro di Andrea Grillo, Amore all’eccesso. Libertà e sesso nella “società della dignità”, lo compro per un “debito” nei confronti di Stefano, direttore de Il giornale di Rodafà, un debito morale perché qualche giorno fa in una comunicazione interna della redazione in cui il direttore esprimeva apprezzamento per una conferenza di Grillo, avevo osato chiedere se fosse “Beppe”, avevo fatto ridere i colleghi e il direttore e quindi per rifarmi non potevo esimermi dall’acquistare questo volumetto che dietro riporta queste parole: “Ogni uomo e ogni donna vive questo processo amante di libertà, come forma di quella “immagine di Dio” che trova scritta sul proprio volto e nel proprio corpo, amato e perciò amante, sessuato e perciò desiderante, liberato e perciò grato, libero e liberante”. Mi rievoca quel capolavoro di Arturo Paoli dal titolo Liberare la relazione umana, camminando si apre cammino (il sottotitolo nelle prime edizioni era il titolo). Interessante, della realtà monastica di Cellole e di Bose in generale, è il riferimento alla Chiesa “indivisa”, cioè precedente all’anno 1000. Questo riferimento è presente anche in un pieghevole che si trova nelle stanze degli ospiti, che illustra l’«orario della giornata per gli ospiti», in cui è scritto, tra le altre cose: «Qui troverai cristiani di confessione, di tendenza e di sensibilità diverse, uomini non credenti a volte preoccupati della situazione sociale e politica».
Tale dimensione si respira sia nelle preghiere dei monaci, nella parte finale, quella in cui si prega per le situazioni di oppressioni e guerre nel mondo, ma anche nei discorsi sempre pacati durante il pranzo e la cena che i monaci condividono con gli ospiti.
Nel libro prima citato, Alex Corlazzoli nota che la messa si celebra solo la domenica, nel pieghevole c’è una specifica al riguardo: «Forse ti stupirai che l’Eucaristia infrasettimanale sia celebrata solo il giovedì e nelle memorie dei santi: non è per disistima nei confronti del Sacramento né per voler essere diversi dagli altri; semmai è per una ‘sovraestimazione’ dell’Eucaristia. Anche in questo ambito, del resto, in quanto comunità ecumenica cerchiamo di ispirare la nostra prassi alla tradizione monastica della chiesa indivisa».
In un altro pieghevole con immagini e storia della Pieve di Cellole, è scritto: «La nostra comunità pratica l’accoglienza di tutti, ma soprattutto di chi vuole condividere la nostra preghiera e la nostra vita, o di chi cerca un luogo per confrontarsi con dei fratelli sul mondo e sulla chiesa».
I monaci sono quattro, di cui tre più vicini a me come età, uno solo ha la barba bianca e la sua età è più vicina a quello di mio padre, mi ha accompagnato alla stazione la mattina della mia partenza. Mi ha detto che è stato missionario scalabriniano in Germania e in Svizzera, mi rallegro e gli dico che per poco non l’ho incontrato e intervistato per la mia tesi di laurea sugli emigrati italiani in Belgio. Per la prima preghiera del mattino, prevista alle 6,00, c’è un tale rispetto nei confronti degli ospiti, per cui proprio il monaco dalla barba bianca ci ha tenuto a dirmi che non è obbligatoria ed è facoltativa; per il resto della giornata, oltre il silenzio come regola, che concilia il raccoglimento per dedicarsi allo studio, alla lettura, alle passeggiate intorno alla pieve, non c’è impegno se non quello di ritrovarsi per il pranzo, la preghiera dei vespri e la cena.
Questo è uno stile che rientra nella linea storica di Bose, forse negli ultimi anni c’è stato un passaggio ulteriore nel dire che la preghiera del mattino è facoltativa, non posso assicurarlo perché ero stato molti anni fa in un monastero di Bose. Di sicuro da parte dell’attuale priore di Bose, Sabino Chialà, come risulta in un’intervista pubblicato poco tempo fa su Rocca, c’è una consapevolezza della difficoltà di molti monaci ad interpretare in modo più leggero o informale alcune regole della tradizione monastica.
Rosa, una dei due ospiti di Varese, notava che ci sono sempre meno uomini e donne disposti a prendere i voti canonici, e oggettivamente ci sono sempre meno frati suore e sempre più conventi e monasteri abbandonati. D’altronde, oltre a don Mario De Maio e altri religiosi e laici lungimiranti, che spingono per rivedere le regole storiche del monachesimo, anche Maria Ida, piccola sorella del Vangelo nata negli anni Cinquanta dello scorso secolo (cfr. qui il mio reportage sui piccoli fratelli e piccole sorelle pubblicato qualche mese fa su Il giornale di Rodafà), avverte che occorre aprirsi a nuove fome di relazioni che fanno parte del nostro tempo, e qui a Cellole e nelle comunità di Bose, tra la libreria e la quotidianità, nei discorsi dei monaci, la giovinezza si respira, se non a pieni polmoni, per lo meno… a campane spianate (si veda il capitolo del libro di Corlazzoli dal titolo “campane”). Mi permetto di riportare in chiusura di questo racconto, pochi versi partoriti durante la preghiera del mattino del mio secondo e ultimo giorno a Cellole:
Sostare nell’ombra dell’abisso
E contemplarla.
E sentire il suo calore.
E l’abisso è anche l’eccelso.
A TRIESTE ALLA LIBRERIA MINERVA