Dalle teologhe possiamo solo imparare
di Stefano Sodaro
Visto che va molto di moda attaccare teologhe di chiara fama, la cui formazione accademica ed il cui contributo alla vita della Chiesa – al suo presente ed al suo futuro – è fuori discussione per chiunque abbia un minimo, ma proprio appena qualche grammo di polvere, di consapevolezza su ciò che attende l’assetto futuro del cattolicesimo, noi qui, oggi, ci dichiariamo totalmente dalla loro parte.
La posta in gioco, infatti, ora, adesso, è quella di vedere un cattolicesimo mondiale, non certo solo italiano, destinato ad estinguersi come una fiamma cui progressivamente vien tolto ossigeno, se non saranno proprio le donne non solo a parlare ma anche ad insegnare ai detentori clericali del potere ecclesiastico. E dunque, da parte nostra – a differenza di chi firma le offensive anti-teologhe via web, molto virulente nel contenuto, senza metterci la faccia, bensì firmandosi con risibili “pcc”, “Mgl”, “d.sy” o roba del genere – faremo nomi e cognomi di coloro verso cui la Chiesa, che siamo noi tutte e tutti, sente un enorme debito di riconoscenza. E ci firmeremo.
Iniziamo pure.
Siamo in debito verso Marinella Perroni, uno dei nomi più stimati ed accreditati della ricerca teologica sul Nuovo Testamento e sulla costituzione delle prime comunità proto-cristiane.
Siamo in debito verso Martha Zechmeister, che, in El Salvador, ha raccolto il testimone martiriale di Ignacio Ellacuría (chi non sa chi sia, cerchi pure notizie su di lui).
Siamo in debito verso Serena Noceti, la più grande ecclesiologa vivente.
Siamo in debito verso Cristina Simonelli, patrologa di primissimo piano e di eccelso valore, forte di una scelta di condivisione con le genti Rom e maestra unica nella ricerca delle fonti antiche.
Siamo in debito verso Adriana Valerio, insigne storica della Chiesa, esperta unica della storia delle donne dentro la comunità ecclesiale, anche delle loro micro-storie e dei segni che hanno, magari sotterrati a forza, lasciato e che ora riemergono. Dopodomani, martedì 17 giugno, presenterà, per iniziativa nostra e dell’Associazione culturale Casa Alta, il suo ultimo volume: Le radici del mondo. Eva, la Bibbia, le donne, per Mondadori. Collegamento Zoom, alle 21, qui: https://us02web.zoom.us/j/82733793637
Siamo debitori verso la competenza unica di Mariangela Maraviglia, storica del cristianesimo contemporaneo, massimo esperta della vicenda di don Primo Mazzolari, di David Maria Turoldo, di Adriana Zarri.
Siamo debitori verso Donata Horak e la sua statura di canonista, intervenuta anche in occasione del recente Sinodo.
Ma è questo nostro stesso settimanale a dare spazio alla giovane teologa Paola Franchina, licenziata in teologia fondamentale presso la Pontificia Università Gregoriana, e all’altrettanto giovane Maria Giovanna Titone, laureata in giurisprudenza e licenziata in diritto canonico.
Non è minimamente accettabile che simili competenze o non siano affatto valorizzate o, nel caso in cui siano riuscite a “bucare il muro di gomma” del clericalismo, si ritrovino sbeffeggiate e insultate. No. Non accettiamo di tacere al riguardo.
Ciò che Marta Zechmeister, Marinella Perroni, Serena Noceti, Adriana Valerio, Mariangela Maraviglia, Cristina Simonelli, Donata Horak, Paola Franchina, Maria Giovanna Titone dicono e scrivono – grazie a Dio anche dalle righe, finalmente, dell’Osservatore Romano – è patrimonio unico di tutta la comunità credente, non solo nella Chiesa Cattolica.
C’è un aggettivo che fa innervosire gli anonimi detrattori del web, sino all’esplosione incontrollata d’ira: l’aggettivo “femminista”. È ritenuto una specie di parolaccia, di deviazione triviale dell’antropologia. Mentre esiste ormai non “la” teologia femminista, ma “le” teologie femministe, che ricomprendono anche “le” cristologie femministe. E che incrociano le istanze poste anche, ad esempio, dalla teologia queer, che chi milita a favore di diritti civili delle persone dai più diversi orientamenti sessuali fa strano che non conosca (o forse, e non sarebbe strano, finge di ignorare…).
La teologia è fatta adesso dalle donne. Quella fatta dai maschi la conosciamo da duemila anni. Anche basta.
Che ne è della testimonianza apostolica di Maria di Magdala? Che fine ha fatto Susanna, moglie di Cusa? E la diacona di Cencre Febe, di cui parla niente di meno che Paolo di Tarso, dov’è stata seppellita? E la diacona Olimpia, amica di Giovanni Crisostomo? E Chiara, compagna di Francesco? E Jacopa da Settesoli, i cui resti riposano esattamente di fronte alla tomba di Francesco nella Basilica Inferiore di Assisi?
Le donne nella Chiesa non possono essere più silenziate. Non è una rivendicazione, non è un auspicio, meno che mai una speranza, che, visto il Giubileo, va pure tanto di moda. No. È una constatazione. Sì, sì, alcuni, potenti, potranno, in qualche diocesi, sostenere che la loro licenza teologica non conta nulla. Ma il silenzio costretto delle donne è semplicemente impossibile per ciò che concerne la verità del loro insegnamento e della loro testimonianza. Ben altro discorso, ovviamente, per quanto riguarda i rapporti di potere interni alle gerarchie. Le donne, infatti, ci si potrebbe chiedere, sono senza potere nella Chiesa? La risposta va riportata senza ambiguità e paure: sì. Sono senza potere. Ma questa interdizione, che non ha nulla di teologico - bensì è coerente con un ispessimento sociologico dei contesti culturali maschio-centrici bimillenari -, esploderà. Con più fragore degli insulti e sberleffi, di cui le nostre si preoccupano meno che di un soffio di aria afosa.
Ringraziamo le teologhe e riconosciamo che ci hanno insegnato a rifondare le ragioni del credere.
E saremo pronti a difenderle, costi quel che costi. Senza paura di parlare.
Buona domenica.