Don Mario Albano, eremita sociale
di Angelo Maddalena
Foto di Angelo Maddalena. Da sopra: don Mario e Angelo, don Mario e Daniele, vista diurna di San Jachiddu, vista nottura di San Jachiddu
“Bisogna seguire l’istinto”, afferma Mario Albano.
Pochi giorni fa al telefono l’ho chiamato “don Mario”, e lui, autoironico: “Sì, chiamami sua eccellenza”, come a dirmi che se lo chiamo solo “Mario” va bene lo stesso; è così che lo chiamano i suoi collaboratori e amici che vengono a fargli compagnia in questa altura dove lui abita da circa venti anni, in una casetta che ha una stanza da letto, cucina, bagno e una stanza per gli ospiti dove abbiamo dormito due notti io e Giuseppe.
Lui stesso ha ristrutturato la casa insieme ad altri amici. Dalla casa al forte ci sono pochi metri, nel fossato che circonda il Fortino ci sono due caprette che si arrampicano incredibilmente sulle mura quasi solo leggermente inclinate, e un cane bianco, chiamato Martedì, che “è del Parco”, come ci tengono a dire alcuni collaboratori e collaboratrici di don Mario, che di fatto è il custode anche del cane. L’istinto di don Mario Albano, ordinato sacerdote nel 1967 ad Assisi, quando era francescano, lo ha portato ad accettare la proposta di Carlo Carretto di andare nel deserto dell’Algeria, qualche anno dopo la sua ordinazione. “Mentre mi lavava le mani, durante una celebrazione eucaristica, Carlo mi chiese se volessi andare con lui in Algeria, nel deserto, a vivere con i piccoli fratelli di Charles De Foucauld”. Da venti anni abita qui, al Forte San Jachiddu, uno dei forti seicenteschi di Messina, costruiti per controllare dall’alto le scorrerie dei pirati e delle navi nemiche e da dove oggi si gode una visuale che abbraccia tutto lo Stretto e le navi che lo attraversano.
Vive da eremita sociale Mario, e alla domanda: “Arrivano molte persone a visitare questo luogo?” lui risponde: “Sì, anche troppe, ma per mantenere un minimo di raccoglimento ho dovuto scoraggiare le persone che vengono per fare pic nic, festeggiare compleanni e anche matrimoni”. Sembra una battuta delle sue ma ci tiene a rimarcare che non lo è: “Fino a pochi anni fa venivano a festeggiare gli sposalizi, ma ho dovuto sconsigliare di continuare a farlo”.
Mario da circa quindici anni è concessionario con un contratto di comodato d’uso da parte del demanio, che ne è proprietario, dei terreni intorno al Forte. “Io li curo, fino a pochi anni fa decespugliavo e tenevo pulito”, ci dice mentre ha in mano una cesoia e poco prima stava rastrellando per pulire un pezzo di terreno di fronte la casa. Oggi però paga qualcuno per fare questo lavoro, ma lui non si ferma mai.
Lo vediamo spesso con ciuffi o mucchi di foglie in mano che ha tagliato o sradicato e li porta nel bosco, con il suo passo lievemente claudicante e una stampella per aiutarsi a reggere il peso dei suoi ottanta e più anni vissuti viaggiando “come una palla di biliardo”, parole sue! Vive da eremita sociale in un parco ecologico che prende il nome di San Jachiddu, come il Forte. “Santo Saba, San Jachiddu e San Licandro erano eremiti che abitavano questi luoghi. Io voglio far rivivere lo spirito di quegli antichi eremiti, il nome di questo Forte, per esempio, è quello di uno di loro”. “Sulla mia tomba io non voglio che sia messa una croce, ma uno zaino: da un posto prendere quello che mi può dare e poi ripartire per andare da un’altra parte, questo vuol dire lo zaino, come il Pellegrino russo”.
Mario Albano non è stato solo un viaggiatore fisico, benché il suo “istinto” lo abbia portato nel deserto algerino ma anche in Eritrea, in Sudan, in America Latina, a Milazzo, a Spello…partendo dalla nativa Acerenza, in Basilicata. Il suo è uno spiazzamento continuo e un continuo smentire luoghi comuni e schemi precostituiti. Racconta l’origine della scelta dei Piccoli Fratelli di Charles de Foucauld di lavorare: “E’ successo per un incidente di percorso, in un certo senso: dopo la guerra di Algeria, tutti i francesi sono stati rimandati in Francia, compresi i Piccoli Fratelli, molti dei quali erano francesi come Charles de Foucauld, il fondatore, ucciso nel 1916 nel deserto, il quale non ha avuto il tempo di lasciare discepoli, ma aveva preparato anche le stanze per i discepoli nell’Eremo di Tamanrasset”, racconta don Mario. Nel 1920, un giornalista del quotidiano “La Croix” trova, a Ergolea, in Algeria, dove è seppellito il padre Charles, alcuni suoi taccuini, e pubblica su “La Croix” alcuni stralci. René Voillaume legge quegli stralci e decide di dare forma e voce a una fraternità di Piccoli Fratelli di Gesù e successivamente alcuni di loro si fecero chiamare Piccoli fratelli del Vangelo, nacquero anche le comunità femminili chiamate Piccole Sorelle. Fino alla guerra di Algeria vivevano di donazioni e provvidenza, quando i francesi poterono tornare in Algeria tornarono anche i Piccoli Fratelli e le Piccole Sorelle, ma per sostenersi cominciarono a lavorare come operai o contadini, artigiani e altrettante forme di lavoro salariato, così diventarono antesignani dei preti operai”.
René Voillaume si rifaceva in parte allo stile dei frati trappisti, dice ancora Mario. Nella lettera che Renè Voillaume scrisse per far tornare i Piccoli Fratelli in Algeria, propose il lavoro per stare vicino alla gente. È lo stile che io ho ritrovato quando, un po’ di anni fa, sono andato a Spello, prima dalle Piccole Sorelle Maddalena, Ester e Claudia e poi dai Piccoli Fratelli che ancora oggi ci sono: Gabriele, Franco e altri pochi rimasti sulle colline sopra Spello.
L’epopea dell’Eremo di San Girolamo si è chiusa da un bel po’ di anni, dopo la morte di Carlo Carretto, ma soprattutto dopo il terremoto del 1997, che ha lesionato la struttura di San Girolamo a Spello e aveva costretto i Piccoli Fratelli rimasti ad abitare nell’eremo sulla collina, chiamato con il nome di uno degli eremi dell’Algeria: Beni Abbès. Ma, come ci tiene a dire Mario a proposito del lavoro dei Piccoli Fratelli, “nella regola di Charles de Foucauld non si parla di lavoro”. Infatti, dai Piccoli Fratelli si lavora, da ospiti, per le attività quotidiane, o comunque part time, solo di mattina, tendenzialmente.
Don Mario è stato parroco di Spello. “In quel periodo ho deciso di infrangere una regola del Vescovo di Foligno”, e accenna un sorriso eloquente. “Il vescovo aveva stabilito che non si dovevano benedire le case dei comunisti, ma a Spello il 90% degli abitanti erano comunisti”. Andando a benedire le case dei “comunisti”, don Mario ha una sorta di conversione di tipo popolare e non ideologica: “Ho scoperto un mondo sconosciuto. Quando andavo nelle loro case per benedirle, le famiglie mi ospitavano a cena e ho preso anche un po’ di chili. Da allora ho scelto di non predicare più, cioè, leggevo il Vangelo ma non facevo l’omelia, non commentavo il Vangelo, in compenso però invitavo le persone a discutere insieme, alla fine della messa, dei problemi quotidiani. Molti si sono avvicinati e partecipavano alla messa più di prima. Poi ho iniziato a lavorare come metalmeccanico per una ditta di Spello che produceva bobine elettriche per i treni”.
Erano gli anni in cui molti preti sceglievano di diventare, appunto, preti operai, creando una forte scossa negli animi che volevano rimanere fedeli alla tradizione senza creare collegamento con la realtà sociale. “Figurati che alcuni parrocchiani sostenevano che la Madonna piangeva perché io andavo a lavorare! Poi ho smesso di fare il metalmeccanico e ho iniziato a fare il contadino a Rocca Sant’Angelo, vicino Perugia, fu in quel periodo che Carlo Carretto mi chiese di andare nel deserto dell’Algeria, la mia risposta fu tempestiva, al punto che dopo dieci giorni dalla sua proposta eravamo già imbarcati sulla nave da Napoli per Tunisi e da lì verso il deserto algerino, e considera che in dieci giorni ho fatto il passaporto e tutte le pratiche burocratiche del caso”.
Ma Mario Albano viaggia e spiazza e spazza via i miei schemi. Giuseppe che mi accompagna mi chiede come fa a sopravvivere Mario qui a Forte San Jachiddu. Allora Mario ci racconta che ha una pensione, “perché ho lavorato come metalmeccanico e come contadino”, ma non si ferma lì. Ha anche una pensione di invalidità e un appartamento a Messina, di cui paga l’affitto mantenendo alcune sue cose in quell’appartamento, “molti libri di Charles De Foucauld per esempio”, ma ci dice anche che in quella casa ci abita una ragazza, noi pensiamo che paga un affitto a lui, ma lui ci spiazza dicendo che lasciando nella casa un po' delle sue cose non chiede di pagare affitto alla ragazza. Giuseppe dice che potrebbe avere un introito dall’affitto, ma Mario ci spiazza ancora una volta. Noi pensiamo che sia un pauperista o un benefattore, e un po’ lo è, ma soprattutto non immaginiamo che lui da francescano e Piccolo Fratello abbia mai avuto uno stipendio.
E invece ancora una volta capiamo che dobbiamo “viaggiare” oltre gli schemi e i dogmi: Mario ha lavorato per un periodo in Eritrea come cooperante per l’ONG CRIC: “Mi dava un buono stipendio, poi la Comunità Europea mi propose il doppio dello stipendio ma io rifiutati, mi sembrava indecente guadagnare così tanto per curare dei progetti del sistema sanitario in Eritrea, dove vedevo, e vivevo con, persone che avevano molti meno soldi e moli meno agi di me”. Don Mario, a tal proposito, ci racconta di quando è stato in Palestina e dello sconcerto che provava vedendo le case di israeliani con i giardini e i fiori sul davanzale, accanto alle case di palestinesi con le finestre rotte o con i teli di plastica trasparente per sostituire il tetto che non c’era.
Per chi volesse andare a San Jachiddu, lo trova con un mucchio di foglie in mano, circondato da amici e collaboratori del Parco Ecologico San Jachiddu: Daniele, Davide, Manuela, Dalila e tanti altri e altre che io e Giuseppe abbiamo incontrato sabato e domenica 17 e 18 maggio, c’è anche un bar libreria all’interno del Forte, e don Mario che ha tante cose da raccontare, un’ironia e una gioia di vivere e un’accoglienza mediterranee, e proposte e prospettive che potrebbero dare da lavorare a tanti giovani disposti a mettersi in viaggio con stile e ritmo francescano delle origini e sulle orme dei piccoli fratelli e di Carlo Carretto. Ma attenzione, don Mario ci spiazza in questo senso. Potremmo pensare che possa essere stato un adulatore o un ammiratore di un “gigante” come Carretto. “Eravamo molto amici ma abbiano anche litigato. Per esempio, quando lui decise di votare per i Cristiani per il socialismo, questo fatto creò molti problemi a Foligno, a Perugia, perché molti avevano seguito lui, a quel punto lui sentì il bisogno di chiedere scusa alla cittadinanza di Foligno, io gli scrissi una lettera alla quale lui rispose molto stizzito, perché lui aveva chiesto perdono all’Azione Cattolica e non aveva considerato la gente semplice che magari aveva capito se non apprezzato la sua scelta elettorale, questo io gli facevo notare nella mia lettera”. Per capire il contesto, don Mario cita un “eminente gesuita” che in seguito disse: “Soltanto la mancanza di intelligenza poteva portare un cristiano a votare per il Partito Comunista”. Don Mario tocca nervi scoperti della Chiesa e dei movimenti monacali storici: “Il problema grosso è stato che i gesuiti, i francescani, gli agostiniani, da un certo punto del loro percorso, hanno iniziato a imitare i preti diocesani, loro invece dovevano vivere come fratelli in mezzo ad altri fratelli”.
Da francescano, don Mario poi ci ricorda che Francesco di Assisi non voleva né costituire un ordine strutturato né tanto meno avere un’abitazione fissa o un Convento: “All’inizio”, ci tiene a precisare don Mario, “i primi fraticelli abitavano in casupole sparse vicine ai lebbrosari e quando Francesco tornava dai suoi viaggi e trovava case costruite da altri fraticelli gliele distruggeva”.
Può sembrare un atteggiamento eccessivamente rigido con il senno di poi, ma esprime una tensione verso l’erranza, verso il viaggio che rompe gli schemi e l’attitudine ad avere certezze materiali e psicologiche che a lungo andare diventano pesi e ostacoli alla nudità e alla leggerezza.
D’altronde, nel libro Gli amici e le amiche di Dio, Bernardo, Domenico e Francesco, Antonietta Potente ricorda che Francesco passò l’ultimo periodo della sua vita deluso e amareggiato da alcuni suoi confratelli che avevano stravolto la regola dell’erranza da lui proposta, e che spesso si ritirava in luoghi solitari sì a pregare ma molti dei suoi confratelli sentivano spesso le sue grida lancinanti dal profondo del bosco, forse è il grido che ognuno di noi raccoglie e sente quanto incontra figure come don Mario, che qualcuno, malignamente, definisce un occupante della casa in cui abita, perché legalmente ci abita solo con un contratto di comodato d’uso, resistendo alle pressioni di chi, fino a pochi anni fa, tentò di farlo andare via, ma lui gli disse che sarebbero dovuti passare sopra il suo corpo prima di sfrattarlo per realizzare chissà quale progetto lontano dalla gente, mentre invece oggi di gente semplice e di intellettuali ne arrivano tanti a San Jachiddu, e il viaggio di don Mario continua.