Perché resto nella Chiesa Cattolica
di Dario Culot
Due preti - elaborazione originale IA per questo scritto
Visto quello che penso e soprattutto quello scrivo (mi si dice che sostanzialmente non mi va bene niente nella Chiesa cattolica), mi è stato chiesto come faccio a restare in questa Chiesa dal momento che non credo alla dottrina e ai dogmi che il magistero ha insegnato, e non ritengo di dover obbedire docilmente al magistero.
Posso risponder in vari modi. Il primo: se per credente s’intende aderire al magistero della Chiesa e obbedire ciecamente alle leggi e regole che esso ha predisposto, è evidente che non sono credente. Aggiungo anzi che – a mio avviso - un serio problema della Chiesa oggi è, fra le altre cose, ancora questo modo di voler esercitare il potere come l’antico pater familias romano. Questa forma di sottomissione e dipendenza viene da Paolo, che le instaurò nelle sue “ecclesie” (o assemblee) ben prima che venissero scritti i vangeli. Sicuramente, dove più chiaramente si vede questa relazione di sottomissione (nell’obbedienza ai dirigenti) è nella prima lettera ai Corinzi, dove Paolo dà espressamente l’ordine: “Sottomettetevi a Stefanas!” (1Cor 16, 15), il padrone e dirigente della casa dove si riuniva l’assemblea; è il riconoscimento della sottomissione che, alla fin fine, era sottomissione allo stesso Paolo. Inoltre questo insegnamento di Paolo si rafforza nelle lettere della seconda generazione (Col 3, 18; 4, 1 ed Ef 5, 2; 6, 9). In queste lettere, ciò che viene imposto ai cristiani sono i cosiddetti “codici familiari”[1]. Vale a dire, si applicano ai leader della Chiesa il potere ed il dominio del “marito-padre-padrone” romano, il quale regnava sulle famiglie e nelle case dove si riuniva ciascuna assemblea o “chiesa”. Così la donna è rimasta presto emarginata nella Chiesa e sottomessa agli unici che avevano il potere di dirigerla: gli uomini, i padri, i patres familias. Nel diritto romano non esisteva la mater familias. E, ovviamente, anche il gruppo dei fedeli laici è presto rimasto senza alcun potere decisionale, ancorché il termine “ecclesia” significhi “assemblea”, e in un’assembla la decisione è presa collettivamente.
È però evidente, per chi legge i vangeli, che quello di Paolo non è stato lo stile e la forma di procedere di Gesù. Basta leggere il vangelo di Marco, in cui il rituale ed il sacro non solo non sono presenti, per capire che essi non hanno avuto neanche importanza per Gesù. Di più: si scopre che la vita di Gesù è stata uno scontro costante con “il rituale” e con “il sacro”, con gli osservanti della legge e delle regole, delle cerimonie e degli atti religiosi. Da lì il conflitto incessante con i farisei e gli scribi e, soprattutto, il rifiuto del Tempio, controbilanciato dal rifiuto mortale che Gesù ha ricevuto dagli uomini di religione, i sommi sacerdoti, che non hanno avuto tentennamenti nel condannarlo a morte[2].
È anche vero che a partire dagli anni 70 si è cominciato a conoscere attraverso i vangeli la relazione che Gesù aveva avuto con i suoi discepoli (Mt 10, 1), i suoi “amici” (Gv 15, 14-16), i suoi “fratelli” (Gv 20, 17), nonché il ruolo che avevano avutole donne (Lc 8, 2s.; Mc 15, 40-41) come prime testimoni (Mt 8, 1-10; Lc 24, 22-23; Gv 20, 1s.11.18) del Crocifisso e del Risorto. Però è chiaro che questi racconti e ricordi sono giunti a delle “ecclesiae” già formate secondo il modello paolino, ed è stato questo il modello che alla fine si è imposto nel cristianesimo come l’unico e intoccabile, come se fosse stato stabilito da Dio.
Altro problema che oggi dovremmo affrontare senza remore è l’osservanza dei riti religiosi, visto che Gesù non ha mai partecipato ad alcuna cerimonia sacra, sempre stando ai vangeli. Anche allora la religione consisteva principalmente nell’osservanza di rituali da farsi in comunità, mentre contava poco il pensiero individuale sulla divinità. Ora, il rito è sempre un oggetto mentale, una cosa. E visto che Dio trascendente non può essere ridotto a un concetto, a una cosa, mi sembra che non possa neanche essere compreso mediante un processo cerimoniale attraverso il quale lo riduciamo a una cosa[3]. In altre parole, col rito non ci relazioniamo affatto con Dio, ma convertendo Dio in un oggetto mentale ci sentiamo solo in pace con la nostra coscienza[4]. Fra l’altro, le due cose (il potere ed i riti) alleandosi fra di loro, hanno fatto dimenticare l’etica, soprattutto l’etica evangelica[5]. È sotto gli occhi di tutti, infatti, che nella nostra Chiesa non mancano uomini disposti a esercitare il potere,[6] ed è parimenti assodato che siamo bravissimi nell’osservare i rituali. Tutto questo, naturalmente, come fosse stato richiesto e imposto da regole divine e intoccabili. Dovrebbe invece essere chiaro a tutti che fra rito ed etica c’è un abisso, tanto che possono coincidere nella stessa persona un’osservanza rituale perfetta e una vita moralmente vergognosa e disonesta. Questo, purtroppo, è stato notato abbastanza spesso nella Chiesa, ed è probabilmente una delle cause principali dei molti allontanamenti dalla Chiesa e del disinteresse in genere verso i suoi insegnamenti, che – fra l’altro - con i tanti obblighi ritenuti troppo pesanti attira sempre di meno. Faccio notare che Gesù non ha mai detto alla gente che portava loro un nuovo Credo di verità e dogmi, né ha mai imposto norme divine, provenienti da Dio, alle quali ci si doveva sottomettere.
Stando così le cose, se per credente s’intende invece aderire all’offerta che Gesù fa nei Vangeli, ai valori insiti nel suo messaggio, all’invito a collaborare per realizzare un mondo migliore su questa terra (il regno di Dio, già qui ed ora), senza essere inquadrati e dover dire sempre “amen” a ogni pronunciamento ufficiale della Chiesa, allora posso definirmi credente.
Faccio notare anche che per lo stesso Gesù si entra nel regno con un atto di fede in Dio e con un atto d'amore, cioè con la conversione del cuore (il che implica un coinvolgimento personale), mentre è irrilevante per l'ingresso l'appartenenza a un determinato gruppo etnico o religioso;[7] quindi non conta l'essersi sacrificati per diventare l'incarnazione vivente di una dottrina dogmatica e monolitica, e non basta presentarsi come la persona più obbediente in terra ai legittimi pastori della Chiesa. Il cristiano segue Cristo quando vive ciò che Gesù gli ha proposto di fare con la sua vita. Non necessariamente segue Gesù quando segue acriticamente ogni indicazione del magistero.
Ecco perché mi ostino a contrastare ogni contraddizione (e ce ne sono tante!) che trovo nell'insegnamento del magistero, ma solo finché qualcuno ha la pretesa di farmi ingoiare in un unico blocco tutte queste incongruenze: se per lui le contraddizioni vanno bene, pensa a Gesù in quel suo modo particolare, mi sta bene per lui. Non mi sta bene che m’imponga di pensare come pensa lui. Mi ribello cioè a una verità che un altro vuole impormi e che forse non è affatto vera. E, alla fin dei conti, far notare che una cosa non funziona, oppure che le cose non stanno come lui pensa, non è proprio dire la verità? Non mi sta bene che certi argomenti, per l’istituzione romana, non debbano neanche essere discussi quando sorgono dubbi sulla loro attuale bontà o logicità. Non mi sta bene che ancora oggi, come nel film Il marchese del Grillo, un vescovo possa ancora venirci a dire: «io sono io, e voi non siete un c…o», come fosse depositario di un potere smisurato al quale nessuno deve opporsi. Se un altro decide anche per me, come può poi dirmi che sono libero? Se per secoli questo abuso di un potere enorme e assoluto era stato accettato, oggi non lo è più. Oggi siamo ormai consapevoli che solo la sequela di Gesù costituisce la vera essenza della Chiesa. Perciò rubo le parole di un prete per dire come mi vedo: “penso di essere credente, non so se molto o poco; credo comunque nel messaggio del Vangelo,”[8] dove non si dice mai che Gesù ha chiesto una qualche condizione preliminare di purezza, di perfezione, di obbedienza o di previa accettazione di dottrine per entrare in rapporto con Lui. Gesù è credibile perché parlava e poi viveva come parlava. Non si può dire sempre lo stesso della gerarchia ecclesiastica.
E trovo pieno sostegno in questo che dico nel Vangelo di Marco: dall’inizio alla fine viene ripetuto che gli apostoli non capivano Gesù; c’è una costante e totale dissonanza fra Gesù e i discepoli che neanche alla fine si accorgono del complotto esterno e interno: non c’è infatti solo il pericolo esterno della classe religiosa dirigente (Mc 14, 1) ma anche quello all’interno del loro stesso gruppo (Mc 14, 10), e ancora durante l’agonia di Gesù nel Getsemani essi dormono placidamente, come nulla fosse; non sono neanche sfiorati dall’idea che sta per accadere il disastro. Quando, dopo l’arresto di Gesù, Pietro dice di non conoscerlo (Mc 14, 71) lo sta ovviamente tradendo (alla grande, come solo gli amici riescono a fare), ma al contempo sta anche dicendo la verità perché non ha ancora capito niente di Gesù, e non ha capito nemmeno molto di sé stesso visto che poche ore prima aveva decisamente affermato che mai avrebbe rinnegato il suo Maestro (Mc 14, 31). Quindi, se quegli che gli erano più intimi si sono comportati così, e sono anche indicati come i fondatori del cristianesimo, posso ben pensare di essere cristiano con tutti i miei dubbi e i miei tradimenti. Infine il vangelo di Marco finisce con l’invito ad andare in Galilea (Mc 16, 7), dove tutto era cominciato, perché lì Gesù ha preceduto tutti, e lì si potrà riprendere il filo interrotto. La Galilea è il luogo della storia quotidiana, e quindi è proprio nella nostra vita quotidiana che dobbiamo vivere e fare esperienza del Risorto[9]. Naturalmente il significato dell’invito è solo teologico, non storico: nessuno deve perciò credere di dover fare un pellegrinaggio in Galilea: l’importante è non credere di essere ormai arrivati.
L’originale vangelo di Marco finisce con le donne che scappano impaurite. Spetta a ogni lettore la responsabilità di cogliere il messaggio, tornando da capo (metaforicamente) in Galilea. È un ammonimento contro coloro che credono di aver capito tutto e un invito a ricominciare con umiltà sempre dall’inizio. Come dice sinteticamente un bel proverbio giapponese: “Cadere sette volte, rialzarsi otto”. Comunque, tutti i vangeli ci dicono che la morte non è la fine di tutte le cose, e questo instilla una fiammella di speranza non dappoco[10]. Devo perciò ringraziare la Chiesa che ha fatto giungere fino a noi, e quindi anche a me, questa speranza (per cui la morte non è l’ultima parola) attraverso i vangeli[11]. Non avremmo conosciuto questi testi se non ci fosse stata la Chiesa. Quindi non è vero che non mi va bene niente nella Chiesa.
Infine, alla domanda diretta se credo che Dio esista, posso rispondere seriamente solo con un ‘non so, ma credo di sì’; comunque di sicuro non posso credere al Dio insegnatomi da piccolo col catechismo, perché troppe sono le contraddizioni che non hanno trovato risposta. Una delle cose, ad esempio, che non sopporto nella storia cristiana (ce ne sono tante!), è la facilità con cui i cristiani duri e puri condannano all'inferno tutti gli altri. Loro sanno che all’inferno andranno gli altri, mica loro. Chi sa quanta gente non ha invece neanche bisogno di morire per andare all’inferno: l’ha già trovato qui in terra, e noi che potremmo fare qualcosa per farli uscire non facciamo niente, disquisiamo sui dogmi per sentirci dire che dopo morti finiremo all’inferno per non aver creduto ai dogmi. Ma di fronte ai morti di Gaza o dell’Ucraina, del Sudan o del Congo, che importanza possono avere i dogmi?
Infine posso anche rispondere con le parole del prof. Paolo Ricca,[12] grande teologo valdese che ho molto apprezzato. Affrontando questa delicata questione egli ha detto: “che cosa succede se, obbedendo alla propria coscienza, si disobbedisce liberamente e consapevolmente all’autorità cui dovremmo obbedire (che è quella della nostra Chiesa)? Succede che si esce dalla comunione che intorno a quella autorità si costituisce. In concreto, se l’autorità è quella di una Chiesa (di qualunque Chiesa, di qualunque segno confessionale, perché il principio d’autorità – che qui è in gioco – è operante in qualunque organismo umano), si esce dalla comunione di quella Chiesa. Per andare dove? Non c’è una meta: l’esigenza non è di andare da qualche parte, ma di uscire da un quadro nel quale ci si sente fuori posto o, semplicemente, non ci si ritrova più. È questa un’uscita dalla Chiesa di Cristo? In nessun modo, al contrario: quella uscita è possibile, come atto di fede, proprio perché si sa (ogni cristiano lo sa) che la Chiesa di Cristo è ben più grande di qualunque Chiesa storica, grande o piccola che sia[13]. Uscire da una Chiesa non implica necessariamente entrare in un’altra. Si può anche diventare “cristiano senza chiesa”, che poi non è affatto “senza chiesa”, ma solo senza Chiesa visibile. Si può essere perfino cristiani da soli, almeno per un periodo di tempo, per quanto arduo possa essere. È accaduto tante volte. Accadde al profeta Elia che a un certo punto confessa: «Sono rimasto solo» (1Re 18, 22; 19,14), come del resto sono rimasti soli Gesù (Gv 16, 32), o anche l’apostolo Paolo (2Tm 4, 16), e innumerevoli cristiani della diaspora in tutti i secoli fino ad oggi”. Alla stessa conclusione è arrivato anche un teologo cattolico moderno, Bruno Mori, recentemente scomparso, il quale ha detto che essere cristiani non significa essere particolarmente religiosi ma essere solo particolarmente umani, posto che sacro e profano non sono più due dimensioni da tenere distinte. Il vero cristianesimo allora non deve essere inteso come un progetto religioso di santificazione, ma piuttosto come un progetto secolare di umanizzazione, per cui è possibile essere cristiani senza aderire ad alcuna religione,[14] perché l’umanità è propria di ogni essere umano, senza distinzione di sesso, razza, religione. L’umanità è ciò che accomuna tutti gli esseri umani.
Un Gino Strada che ha fatto quello che ha fatto, e che si dichiarava ateo, penso sia stato molto più cristiano di tanti cristiani convinti di esserlo solo perché seguono i riti e credono nei dogmi. Del resto, il mahatma Gandhi aveva detto: “Credo che mi sarei fatto cristiano, se non avessi visto come si comportano i cristiani”[15].
In effetti dovremmo domandarci: ma coloro che si sono sempre dichiarati cristiani, sotto la guida del magistero, sono stati capaci di portare nel mondo pace, giustizia, amore? Se la risposta – come temo - è negativa, con che coraggio potevano definirsi veri cristiani e giudicare che gli altri non lo erano?
Il grande problema che tutti dobbiamo affrontare come esseri umani è che in noi “l’umano” è fuso con “l’in-umano,” che parlare di umanità è parlare della disumanizzazione che ci trasciniamo dietro nella vita, causando rovine e provocando sofferenze incalcolabili e indicibili (basta pensare oggi all’Ucraina e a Gaza). Perciò, il grande compito di Gesù e la grande missione dei cristiani sono (e devono essere) umanizzare questo mondo, umanizzare la convivenza degli uni con gli altri, la convivenza fra popoli, culture, religioni, classi sociali, istituzioni.
Ebbene, si può avere umanità solo dove c’è uguaglianza di diritti, rispetto per le diversità, tolleranza verso quelli che non ci piacciono, bontà con tutti e in ogni circostanza, sensibilità davanti al dolore altrui, tenerezza
nelle relazioni mutue, compreso con il nemico. Essere così, vivere così, comportarsi sempre così è qualcosa di talmente grande, talmente costoso, talmente forte, che l’essere umano-disumanizzato non lo può fare con la sua sola capacità. Per questo, se capita che nella vita incontriamo qualcuno che vive così e prosegue sempre così, non troviamo altra soluzione che dire: qui c’è veramente Dio[16].
Penso che ai giorni nostri un certo tipo di cristianesimo stia per finire, e anche nella fede qualcosa deve morire per poter poi risorgere in una forma nuova, trasformata. Come ha detto sempre il prof. Ricca, le persone non diventano atee quando voltano le spalle alla Chiesa. Semplicemente prendono le distanze da una determinata forma di fede insegnata da quella Chiesa-istituzione. Ma di per sé, la fede in Gesù resta ben presente ed è viva.
Da ultimo posso dire che personalmente posso restare in questa nostra Chiesa perché, per mia fortuna, ho trovato sia preti che laici molto vicini alle mie idee, o che per lo meno mi accettano così, senza ritrarsi e senza scomunicarmi. A volte trovo questa Chiesa disastrosa, ma poi penso che, se mi do da fare,[17] qualcosa potrebbe cambiare, e forse si potrebbe anche far nascere qualcosa di nuovo (magari insieme ad altri), perché l’essenziale sta nelle buone relazioni: crescere insieme ci fa stare meglio. Esattamente come è inutile solo lamentarsi se in una famiglia, in un condominio, in una piccola comunità, tutta va male, ma poi non si muove un dito per migliorare la situazione. Anche Gesù Cristo, per fare il miracolo, ha dovuto aspettare che i suoi gli portassero i quattro pani e i due pesci. Soprattutto ricordo a me stesso che anch’io sono Chiesa, come lo è ognuno di noi, perché la Chiesa non è formata solo dall’infallibile magistero (che c’insegna cosa dobbiamo credere e cosa dobbiamo fare), anche se abbiamo ancora questa idea ben fissa in testa. Quindi, se anch’io sono Chiesa, non è corretto dire: ‘me ne vado perché il magistero non mi vuole’. Resto, cercando di cambiare almeno qualcosa di ciò che non condivido.
D’altra parte, pur avendo conosciuto validi pastori e pastore di altre Chiese (valdese, battista, anglicana), non è che lì tutto fili liscio come l’olio e si possa trovare in quelle Chiese la piena coerenza che non si trova sempre nella Chiesa cattolica.
Per fare un esempio abbastanza drammatico, un pastore metodista, che ha anche ottenuto il master in teologia[18] alla St. Paul’s School of Theology of Kansas City, negli USA, ed è stato perfino eletto deputato alla camera dei Rappresentanti (cioè dei deputati) a Washington in rappresentanza dello Stato del Missouri, tale Emanuel Cleaver, ha scelto di chiudere la sua preghiera, recitata in apertura dei lavori per il 117esimo Congresso, non solo con il classico «Amen», ma anche con la parola e «Awomen»[19]. Come mai? Ma perché la parola Amen richiamava nella sua mente il maschio (men in inglese significa uomini), e allora lui si è sentito in dovere di dare un tocco di uguaglianza citando anche le donne (women in inglese significa appunto donne). Una scelta che dovrebbe far sbellicare dalle risa, perché in realtà la parola «Amen», completamente asessuata, significa “è certo”, dal verbo aman, essere stabili, sicuri[20]; appoggiarsi a qualcosa di solido;[21] quindi, in un certo senso, anche credere: ‘Sì! Credo’. Questo pastore protestante,[22] nel seguire una foga femminista tipica della cultura woke, ha tragicamente frainteso l’origine e il significato della parola, ed è come se quel pastore leggendo la parola italiana truce pensasse all’inglese truce che significa tregua; oppure leggendo la parola spagnola balde ritenesse un’assonanza con l’inglese bald, anche se la prima significa secchio, e la seconda calvo. O come se un italiano, leggendo in inglese la parola sever pensasse a severo, quando vuol dire recidere. Allora, come diceva Mark Twain, certe volte sarebbe meglio “tener la bocca chiusa e sembrare stupidi, piuttosto che aprirla e togliere ogni dubbio”[23].
Ecco, se lasciando la Chiesa cattolica dovessi raffrontarmi con simili pastori del gregge, avrei da ridire come ho da ridire con tanti ‘pastori’ cattolici. Quindi non potrei restare neanche in quelle altre Chiese.
NOTE
[1] Verdoot A., Gesù e Paolo, in “Il nuovo Gesù storico” a cura di Stegemann W. E al., ed. Paideia, Brescia, 2006, 301.
[2] Castillo J.M., Teología Popular (III), ed. Descelée De Brouwer, Bilbao (E), 2013, 109.
[3] Castillo J.M., Declive de la Religión y futuro del Evangelio, Desclée De Brower, Bilbao, 2023, 181.
[4] Questo è stato correttamente definito il «processo di conversione diabolica» (Ricoeur P., Della interpretazione: saggio su Freud, Il Saggiatore, Milano 1967) in virtù del quale Dio in sé stesso si riduce a un concetto filosofico, metafisico.
[5] Castillo J.M., Teología Popular (III), cit., 111.
[6] Istruttiva è la lettura del libro di Nuzzi G., Via Crucis, Chiarelettere, Milano, 2014. Ma pensiamo solo a come si sono comportati i cardinali Cipriani e Becciu alle soglie di questo ultimo conclave.
[7] Dupuis J., Perché non sono eretico, ed. EMI, Bologna, 2014,100s. Cfr. anche Mt 21, 43, ove si afferma che l'appartenenza al popolo di Dio non dipende più dalla nazionalità, ma dall'impegno a far fruttificare il regno di Dio.
[8] E queste sono le parole di don Vatta M., La strada maestra, FVG, Trieste, 2007, 115, che per tutta la vita si è dedicato agli esclusi e agli emarginati.
[9] Scquizzato P., Ripensare la risurrezione, Zoom 31.3.202, in www.unachiesaapiùvoci.it.
[10] Pensiamo invece alla tragicità del pensiero greco: (Iliade 24, 525) tale è la sorte che gli dèi hanno ordito per i poveri mortali: vivere nell'affanno, mentre restano loro liberi da ogni preoccupazione. Oppure, Iliade 5, 441s.: il vento spande le foglie sulla terra, la foresta le germina e ne produce nuove, e la primavera viene. Così la generazione degli uomini nasce e si estingue. Il circolo della vita si ripete senza fine, ma anche senza un fine. I greci avevano perciò un grande senso culturale del limite: si nasce, si cresce, si genera, si muore. Non c’è da aspettarsi una continuazione felice della vita dopo aver abbandonato questa vita terrena.
[11] Va anche segnalato un altro pilastro importante nella storia della Chiesa: da sempre la Chiesa si è occupata dei poveri e degli emarginati, tanto che ha lasciato al mondo l’eredità degli ospedali. Del resto, già gl’imperatori romani – dopo Costantino - hanno mantenuto i privilegi per il clero non solo perché facevano pregare per l’imperatore, ma soprattutto perché si curavano dei poveri, cosa che l’autorità civile non faceva.
[12] Ricca P., Autorità della Chiesa, autorità della coscienza, “Riforma”, 19.6.2020.
[13] È vero che la costituzione dogmatica Dei Filius, del 24.4.1870, del Concilio Vaticano I, affermava che la Chiesa è santa, cattolica, apostolica e romana (Denzinger Enchiridion Symbolorum, 45° ed., n. 3001). Cioè, l’unica Chiesa vera è quella cattolico romana. Però la costituzione dogmatica sulla Chiesa – Lumen gentium del 21.11.1964, dopo aver affermato che l’unica Chiesa di Cristo è una, santa cattolica e apostolica, dopo aver cioè eliminato l’aggettivo “romana”, afferma al §8 che numerosi elementi di santificazione e di verità si trovano anche fuori della Chiesa cattolica. Quindi si riconosce che la Chiesa cattolica non è più l’intera Chiesa di Cristo, ma solo una parte della Chiesa di Cristo. Da qui la necessità del dialogo e dell’ecumenismo.
[14] Mori B., Per un cristianesimo senza religione, Gabrielli editore, San Pietro in Cariano (VR), 2022, 226s.
[15] L’Europa di oggi (siamo negli anni 1940 quando Gandhi scriveva) rappresenta non lo spirito di Dio o il Cristianesimo, ma lo spirito di Satana, e i successi di Satana sono tanto più grandi quanto più esso appare sulle labbra col nome di Dio. L’Europa è oggi sono formalmente cristiana; in realtà venera mammona (Mahatma, a golden treasury of wisdom, ed. India Printing Works, Mumbai, senza anno, 7).
[16] Castillo J.M., Teologia popolare, III – La fine di Gesù, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani, 2025, 78.
[17] Anche scrivere può essere un darsi da fare, per comunicare le proprie idee. Sono consapevole che conta di più l’agire con coerenza, e so anche che agire è molto più difficile che esporre le proprie idee.
[18] Come detto più volte, io non ho alcun titolo di studio in teologia.
[19]Potete sentire la frase incriminata in
https://www.youtube.com/watch?v=pOokfMEGL9Q&feature=share&fbclid=IwAR1VlzvIX67xgInss3eT445RBfdRAQHlev07fMPNTpqHupgu61O_Pc1AyHE. La notizia è finita fin su Il “Corriere della sera” del 5.1.2021, in
[20] Come il costruttore che ha eretto la sua casa sulla roccia e non sulla sabbia (Mt 7, 24ss.) (Ravasi G., ‘émet/’aman, “Famiglia Cristiana”, n.3/2021, 86).
[21] Quando è il denaro a possederci, nei vangeli prende il nome di mammona, non di diavolo. Chi è mammona? Nella lingua ebraica si scrivevano soltanto le consonanti e non le vocali: se quindi togliamo le vocali “a” e “o”, queste consonanti che rimangono “m-n”, sono della stessa radice da cui proviene poi una parola che diciamo quotidianamente e che conosciamo: amen (Ravasi G., La ricchezza disonesta, “Famiglia Cristiana”, n.13/2013, 135). Amen e mammona hanno la stessa radice. Che cosa significa l’espressione amen? Significa è certo, è sicuro. Da questa radice, è certo, è sicuro, deriva il termine mammona, dall’aramaico mamon: ciò che dà sicurezza, ciò che dà certezza alle persone. Se mammona significa ciò che dà sicurezza, cos’è che dà sicurezza? Il denaro. Quindi mammona è quel che dà sicurezza nella propria esistenza. Quand’è che siamo sicuri? Quando abbiamo a disposizione tanto denaro. Il denaro, ieri come oggi, dà la sicurezza nell’esistenza, ma non è che mammona sia un altro nome di un diavolo cattivo capace di entrare di soppiatto nell’uomo avido o avaro; siamo noi che idolatriamo il denaro. La scelta è fra Dio e il denaro, fra l’essere e l’avere (Mateos J. e Camacho F., L’alternativa Gesù e la sua proposta per l’uomo, Cittadella, Assisi,1989, 61), e l’amore per il denaro è la radice di tanti mali (1Tm 6, 10). Un po’ diverso da quello che pensa il pastore Cleaver, il quale parlerà bene in inglese, sarà anche stato brillantemente diplomato in teologia, ma ignora completamente l’etimologia della parola.
[22] Che sicuramente non è l’ultimo arrivato visto che è stato nominato a Washington, alla camera bassa del Congresso, ma che lascia piuttosto a desiderare quanto a cultura generale, e lascia conseguentemente anche dubbi sulla sua preparazione teologica.
[23] In https://www.pensieriparole.it/aforismi/comportamento/frase-1465.
Pubblicato il volume di Dario Culot che ripropone in una nuova veste editoriale, ed in un unico libro, molti dei suoi contributi apparsi sul nostro settimanale: https://www.ilpozzodigiacobbe.it/equilibri-precari/gesu-questo-sconosciuto/