Meraviglia - disegno di Rodafà Sosteno
I beni ecclesiastici e le nostre vite
L’esperienza vissuta negli oratori durante l’infanzia e l’adolescenza rappresenta per molti un ricordo indelebile, che lascia un segno profondo nella formazione personale e spirituale. Quei luoghi non erano solo spazi ricreativi, ma veri e propri centri di aggregazione, socialità, e crescita, dove la dimensione religiosa si intrecciava con quella culturale e umana. Per me, l’oratorio ha rappresentato una sorta di scuola di vita, un luogo in cui, insieme ai coetanei, si imparava a stare insieme, a superare le differenze e a valorizzare ciò che ci accomunava restituendo un senso di appartenenza spontaneo a una comunità.
I luoghi di culto, specialmente in Italia, hanno da sempre avuto un ruolo cruciale nella formazione dei giovani. Spazi che, per molti di noi, erano una seconda casa, dove ci si ritrovava non solo per il catechismo o la messa, ma anche per momenti di svago e sport. La particolarità dell’oratorio poi risiedeva nella sua capacità di essere un luogo aperto a tutti, senza distinzioni di classe sociale, cultura o provenienza. Ognuno poteva sentirsi accolto, integrato, e soprattutto parte di qualcosa di più grande.
Per i bambini e gli adolescenti, l’oratorio era anche un luogo di apprendimento, forse e non solo a più alte verità di fede, ma di valori che accompagnano la vita: il rispetto reciproco, la solidarietà, la pazienza e la tolleranza. In questo senso, il legame con i beni culturali ecclesiastici era implicito e profondo, perché la bellezza delle chiese, delle statue e degli altari diventava un mezzo per educare al bello, alla storia e alla cultura cristiana. Ogni volta che entravamo in chiesa per una funzione o una visita, eravamo consapevoli di essere in un luogo di grande valore, non solo spirituale, ma anche artistico e culturale. Senza rendersene conto, quei momenti stavano forgiando una sensibilità verso il patrimonio che sarebbe rimasta con noi anche da adulti nella ricerca quasi implicita di luoghi di culto quali punti di riferimento in occasione ad esempio di un viaggio.
L’idea di associare l’esperienza degli oratori al patrimonio culturale ecclesiastico può essere vista come un connubio da valorizzare. Senza che nulla venisse realmente chiesto, gli sforzi congiunti miravano a costruire e preservare qualcosa di importante, e allora la collettività si è sempre impegnata nel tempo a prendersi cura del proprio patrimonio. Quest’ultimo, costituito da chiese, monasteri, dipinti, sculture e oggetti sacri, è infatti frutto della fede di generazioni che, con sacrificio e dedizione, lo hanno custodito, arricchito e tramandato.
L’idea che questo patrimonio appartenga alla collettività, senza barriere culturali o pregiudizi, è essenziale. Le chiese, i conventi, le opere d’arte religiosa, non sono solo “beni della Chiesa”, ma beni di tutti. Essi raccontano la storia di intere comunità e rappresentano un tesoro che deve essere preservato per le generazioni future.
Ricordo ancora quando, da adolescente, nel mio paese di origine ci si attivava per l’organizzazione della festa patronale. Nonostante la nostra giovane età, ci sentivamo parte di una missione più grande, consapevoli che stavamo contribuendo a preservare qualcosa di prezioso non solo per noi, ma per tutta la comunità. Ecco, questo senso di responsabilità condivisa è qualcosa che contaminava l’aria di certi luoghi e che, crescendo, è rimasta con noi.
Oggi, il patrimonio culturale ecclesiastico è tutelato da precise normative, che ne garantiscono la conservazione e la valorizzazione. In Italia, la tutela del patrimonio culturale è regolata principalmente dal Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio (D.lgs. 42/2004), che stabilisce criteri e modalità di protezione per tutti i beni di interesse storico, artistico e religioso. In particolare, il Codice prevede che i beni ecclesiastici siano soggetti a particolari forme di tutela, in considerazione del loro valore sia dal punto di vista della fede che da quello culturale.
Un esempio concreto è l’obbligo, per gli enti ecclesiastici, di garantire la conservazione e la fruizione pubblica dei beni di loro proprietà, in accordo con le autorità civili. Questo significa che, ad esempio, le chiese e gli altri luoghi di culto devono rimanere accessibili, affinché tutti possano godere del loro valore artistico e spirituale. Inoltre, in caso di interventi di restauro, è fondamentale che questi vengano effettuati seguendo criteri scientifici e rispettosi dell’integrità storica e artistica del bene.
Anche il Concordato tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica prevede la collaborazione tra le due istituzioni per la tutela del patrimonio ecclesiastico. Questo si traduce in un dialogo costante tra le autorità civili e quelle religiose, che lavorano insieme per garantire che il patrimonio culturale della Chiesa venga preservato e valorizzato.
Riflettendo sulla mia esperienza negli oratori e sul rapporto con il patrimonio ecclesiastico, non posso che riconoscere l’importanza di questi luoghi e di questi beni nella formazione delle persone e delle comunità. Gli oratori, con la loro capacità di accogliere, educare e far crescere, rappresentano un legame naturale con il patrimonio culturale della Chiesa, che deve essere protetto e valorizzato.
In un’epoca in cui il rischio di perdere il contatto con le proprie radici è concreto, è fondamentale che tutti, credenti e non, si sentano coinvolti in questo legame innato con il patrimonio, anche ecclesiastico. Solo attraverso uno sforzo comune possiamo garantire che questi beni continuino a parlare alle future generazioni, raccontando storie di fede, arte e bellezza che trascendono il tempo e le barriere culturali.