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Intercedere per Gaza da Marzabotto
di Stefano Sodaro
22 settembre 1944 – Marzabotto
Oggi il cielo ha il colore della cenere.
I bambini corrono ancora tra i muretti, come se nulla potesse toccarli. Beati loro, ignari del peso che ci portiamo nel cuore. Ogni mattina mi sveglio sperando di udire solo il canto dei merli, non i rumori che ci ricordano che siamo in guerra.
Ma io continuo a cucire. Cucio come se ogni punto fosse una preghiera. Per mamma, tanto anziana, per i vicini, per Giovanni che non scrive più. Cucio anche per quelli che verranno dopo e si chiederanno chi eravamo, noi donne di pietra, noi madri senza figli, noi figlie senza padri.
Oggi ho trovato il vecchio grembiule di quando facevo la vendemmia con papà, anche lui ormai piegato dagli anni. L’ho annusato quel grembiule: sa ancora di terra e mosto. Come noi, che siamo fatte di sogni sepolti e di radici profonde.
Se non tornerò, spero che qualcuno legga queste parole. Che sappia che una donna di Marzabotto ha amato, ha sperato, ha resistito.
Gesuina
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Marzabotto. Gaza. Barbiana. Maîn. Camaldoli.
Luoghi diversi, ma uniti da una stessa domanda: come si parla di Dio dopo il male?
Si può provare a tessere, con mani tremanti, un filo tra la strage di Monte Sole, il silenzio pedagogico di Don Milani al riguardo, la parola profetica - ma anche difficile da accettare, e forse pure discutibile - di Don Dossetti, e la mistica contemplativa di Raimon Panikkar e Henri Le Saux.
Don Milani: il silenzio come rispetto dei tempi
Don Lorenzo Milani non si pronunciò mai direttamente sulla strage di Marzabotto. Il suo lavoro a Barbiana parlava alle coscienze acerbe, non agli storici. A soli 44 anni, morì nel 1967, quando appena 23 anni erano passati dal massacro nazifascista. Troppo poco per una elaborazione culturale condivisa. Ma ogni suo gesto educativo — dalla denuncia dell’obbedienza militare alla scrittura collettiva della Lettera a una professoressa — è una condanna profonda dell’ingiustizia sistemica.
Don Giuseppe Dossetti scelse invece di fare di Marzabotto un luogo teologico. Nell’introduzione a Le querce di Monte Sole, definisce l’eccidio un “delitto castale”, una ritualità di esclusione e annientamento. In quello stesso testo, critica esplicitamente Panikkar e Le Saux, accusandoli di voler “superare” Auschwitz e Monte Sole con una “spiritualità sincretistica”. Per Dossetti, il male storico non può essere eluso, né assorbito nella pace cosmica: va attraversato con carne e memoria. Ma la sua presa di distanza così netta dai tentativi di inculturazione più avanzati suscita qualche interrogativo.
Raimon Panikkar e il benedettino Henri Le Saux non parlarono mai direttamente di Marzabotto o Auschwitz, e dunque si fa alquanto criptica la posizione così fieramente loro avversa di Dossetti. La mistica dei due testimoni di un cristianesimo inculturato in India si muove sul piano interiore, orientale, non memoriale. Le Saux (Abhishiktananda) cercava il Sé nell’advaita vedanta; Panikkar parlava del “silenzio di Dio” come profondità feconda. Dossetti giudica questa assenza problematica: per lui, il pensiero cristiano non può prescindere dall’incarnazione del male nella storia.
Dossetti fu molto vicino ai Camaldolesi. Frequentò l’Eremo, meditò a lungo sull’entrata nell’Ordine monastico — senza però mai compiere quel passo.
Una possibile causa, peraltro mai esplicitata ma intuibile, potrebbe stare proprio nella grande apertura camaldolese verso un cristianesimo “inculturato” nel mondo indù, esattamente rappresentato da figure come Panikkar e Le Saux. Dossetti, pur affascinato dalla profondità spirituale di entrambi, manteneva una riserva teologica nei confronti di ogni sincretismo che rischiasse di perdere la croce della storia.
Dossetti visse in Terra Santa, studiò l’arabo, frequentò ambienti islamici con attenzione e rispetto. Eppure, mantenne sempre proprio quella medesima “riserva teologica” già espressa verso le culture religiose dell’Estremo Oriente: per lui l’islam era un “mistero tremendo”, da ascoltare ma anche da interrogare. Nelle sue preghiere del venerdì, scritte per l’adorazione eucaristica di Maîn, chiedeva la conversione delle nazioni a Cristo, pur nella consapevolezza del valore profondo della spiritualità islamica.
E oggi, da Monte Sole, è possibile intercedere per Gaza, non con astratte dichiarazioni, ma con una spiritualità che coniughi memoria storica e profondità mistica.
Dossetti ci invita a non dimenticare.
Milani ci insegna a educare.
Panikkar ci dona il silenzio che unifica.
Le Saux ci mostra l’abisso come luogo dell’incontro con Dio.
Si tratta di tenere insieme ciò che la teologia spesso separa: croce e silenzio, storia e contemplazione, giustizia e mistero. Intercedere, oggi, significa non scegliere tra Barbiana e Shantiniketan, tra Monte Sole e l’Himalaya, tra Gerusalemme e Camaldoli — ma abitare tutti questi luoghi con mente aperta e cuore radicato.
Cerpiano (Marzabotto), 25 luglio 2025 - due foto del direttore