Credere senza la Chiesa?
In questo periodo assistiamo a strani paradossi: sebbene l’appartenenza al corpo ecclesiale sia sempre meno viva e sentita, emerge un fenomeno nuovo, quello di una spiritualità intellettuale. Essa si nutre del lavoro di figure come Vito Mancuso, teologo indipendente, spesso critico o distante dalla teologia ufficiale, o di autori come Aldo Cazzullo, che racconta Il dio dei nostri padri. Il grande romanzo della Bibbia.
Questo fenomeno riflette un crescente interesse per la spiritualità cristiana: molte persone desiderano avvicinarsi al testo sacro senza la mediazione, ritenuta deformante, della gerarchia ecclesiastica. Anche chi nutre sospetto verso la Chiesa o non si sente rappresentato da essa non rinuncia a interessarsi della tradizione biblica, scegliendo mediatori laici percepiti come vicini e affidabili.
Si può leggere questo fenomeno alla luce del grande processo di individualizzazione della società. Da un lato, la ricerca intellettuale esprime un’insoddisfazione verso le istanze del mondo cattolico, percepite come lontane dalla vita reale; dall’altro, essa testimonia l’emergere di un individualismo che privilegia la relazione diretta con la propria esperienza, a scapito della mediazione comunitaria.
Per comprendere meglio questo cambiamento culturale, possiamo riflettere sul pensiero di Rousseau, in particolare sul romanzo pedagogico Emilio, in cui si propone di formare un uomo nuovo, la cellula di un possibile rinnovamento della società. L’educazione immaginata da Rousseau si fonda sulla libertà individuale: Emilio deve diventare un uomo libero, capace di non piegarsi ai pregiudizi. Nel 1762 Rousseau pubblica anche Il contratto sociale, che insieme a Emilio indica percorsi possibili per rispondere alla crisi della società. Tuttavia, i due testi si pongono in tensione tra loro: occorre scegliere se formare un cittadino o educare un uomo. Le due cose non possono coincidere.
Il cittadino è parte di un tutto, subordinato all’interesse comune; uno spartano incarna questo ideale, con rigore e natura militaresca. L’uomo, invece, è un fine in sé, unico e singolare; il suo rapporto con la società è subordinato al bene individuale. La distinzione tra cittadino e individuo spezza il modello greco, in cui l’educazione del singolo era integrata nella comunità politica. Una donna spartana, di fronte alla morte di tutti i figli in guerra, si rallegra perché la patria ha vinto: per l’individuo moderno, ciò genererebbe un dilemma tragico.
Charles Taylor, ne Le radici dell’io, osserva come l’io diventi il destino della modernità. Il soggetto moderno è il fulcro e il prodotto della storia: l’esperienza individuale acquisisce valore unico e insostituibile. La vita quotidiana diventa nobile e significativa; la perdita dei figli in guerra, quindi, rappresenta un problema centrale, perché la libertà soggettiva è l’orizzonte ultimo della vita.
La critica all’individualismo, accusato di indebolire le forme comunitarie, si accompagna a una nostalgia per un ordine collettivo frammentato. Tuttavia, l’individualismo ha anche effetti emancipatori: libera dal peso della tradizione, dell’autorità e delle strutture comunitarie, rivelando il valore della vita quotidiana. Il pensiero di Rousseau, con la sua difesa dell’individualità, diventa guida verso una libertà autentica: quella di non vivere secondo le leggi o le aspettative altrui.
Questo cambiamento culturale investe anche la religione: la sensibilità personale tende ad allontanarsi dall’adesione comunitaria e dall’obbligo di seguire un’istituzione. Il rischio che con l’acqua sporca venga buttato via il bambino è presente, ma continuare a ignorare questo fenomeno e costruire fantocci nostalgici del passato sembra essere uno sforzo inutile. Invece di negare quanto sta accadendo, usiamo le nostre energie per studiare i tempi, ascoltarli e fare un discernimento di essi.