Guernica e la banalità del male
Ricordo bene i primi tempi da praticante avvocato, quando mi sentivo un ingranaggio minuscolo dentro un meccanismo enorme che non capivo ancora del tutto.
Passavo le giornate a fotocopiare fascicoli, a ordinare documenti, a correggere bozze di atti che non avrei mai firmato, eppure che recavano già l’impronta di una decisione capace di incidere sulla vita delle persone.
In quelle stanze di tribunale, tra faldoni impolverati e codici sgualciti, ho imparato la fascinazione e al tempo stesso il pericolo della routine: ti illude che la giustizia sia un insieme di scadenze, di moduli, di timbri, che basti rispettare la procedura per aver fatto la propria parte.
È lì che per la prima volta ho intuito il rischio sottile che Arendt descrisse con la sua celebre formula della banalità del male, osservando Eichmann non come un mostro, ma come un diligente burocrate, uno che faceva il suo lavoro senza mai interrogarsi sul senso di ciò che stava davvero producendo. Non Satana, non un genio criminale, ma un funzionario che compilava carte come io, da praticante, ricopiavo formule di rito, convinta che dietro l’apparente neutralità dei codici si nascondesse sempre e comunque il bene.
Ma il male non abita in un altrove spettacolare, non si manifesta soltanto nei campi di battaglia o nelle dittature, è spesso un ufficio, un corridoio, un’email protocollata con distrazione. È nel linguaggio neutro che adopriamo per non dire che dietro una clausola vessatoria, dietro un mutuo impossibile, dietro un’esecuzione immobiliare, ci sono volti e non solo nomi. È ovvio che io non condanno nessuno alla deportazione, ma la distanza non è di qualità, è solo di grado: il meccanismo è identico, abdicare alla responsabilità dietro lo schermo delle regole, dire “così è la prassi” invece di “così scelgo io”.
È banale il male non perché sia insignificante, ma perché si veste di insignificanza: il male non indossa maschere grottesche, non grida, non si presenta come antagonista di un film hollywoodiano, preferisce mimetizzarsi nella pigrizia, nella diligenza grigia, nell’automatismo.
È qui che la riflessione si fa personale: quante volte ho sospirato di sollievo trovando una clausola standard che mi esonerava dal pensare, quante volte ho archiviato un dossier come se chiuderlo significasse aver risolto il problema invece che averlo congelato, quante volte ho lasciato che la formula giuridica fosse il mio alibi. Il male che Arendt chiamava banale è esattamente questo: un ingranaggio che continua a girare anche senza più ricordare a cosa serva, una ruota che gira a vuoto con la stessa compostezza di una macchina ben oliata.
E in fondo che cos’è il diritto civile se non la grande macchina che regola, ordina, ripulisce le relazioni umane dal loro caos, dando ad esse la patina di equilibrio che consola e tranquillizza? Ma quell’ordine, se non è sorretto da un’etica personale, rischia di diventare copertura, come un contratto stipulato con tutte le formalità ma con un contenuto che odora di sopruso.
Ciò che mi inquieta è l’ironia sottile di questo meccanismo: chi esercita il male in forma banale spesso non se ne accorge, anzi è convinto di essere un buon cittadino, una lavoratrice diligente, una rispettabile interprete delle norme, e in questo specchio scomodo temo di riconoscere i tratti della mia quotidianità. Non occorre essere tiranni per produrre ingiustizia, basta chiudere gli occhi, basta smettere di fare domande.
La verità è che il male non è banale perché semplice, ma perché così vicino, così domestico, così poco appariscente da risultare quasi invisibile.
È l’acqua in cui nuotiamo, è la giustificazione che pronunciamo quando ci assolvono i manuali e ci assolviamo da sole.
Il male, quando non ha bisogno di urlare, si limita a sbadigliare.
È un collega che dice “non è affar mio”, un funzionario che tira dritto, un avvocato che si rifugia dietro l’articolo di legge come dietro uno scudo che non ammette crepe.
E allora mi chiedo: esiste una via d’uscita? Forse non una formula, ma un sospetto salutare: diffidare sempre della comodità delle procedure, non smettere di chiedermi se dietro ogni clausola, ogni relazione, ogni atto che commento ci sia una persona e non solo un fascicolo. Il diritto non è un dio laico, è un linguaggio, e il linguaggio, lo sappiamo, può servire tanto a dire la verità quanto a occultarla. Non ho la pretesa di redimere il mondo, ma almeno quella di non esserne complice per stanchezza.
E se la banalità del male consiste nel trasformare gli esseri umani in ingranaggi, forse il primo gesto etico è ricordarsi di non essere una rotella, ma una coscienza.
In questo senso, l’arte offre un contrappunto che vale più di mille codici. Prendiamo Picasso e il suo Guernica: non c’è nulla di burocratico in quel grido dipinto, nulla di lineare, nulla di standardizzato. È un’esplosione di forme frantumate che obbligano l’occhio a perdersi, che impediscono al pensiero di adagiarsi. L’artista, a differenza del funzionario, non archivia la realtà ma la disarticola, ne mostra le schegge, costringe a guardare l’orrore senza l’alibi della procedura. Là dove l’ingranaggio vuole fluidità e continuità, Picasso spezza, lacera, interrompe.
Il suo è un atto di resistenza contro la banalità: non lascia che il male resti silenzioso, non lo riduce a pratica chiusa, lo fa deflagrare sulla tela perché sia impossibile non sentirne il rumore.
Guernica è l’antitesi della cartellina d’archivio: non ordina, non classifica, non neutralizza, ma restituisce all’orrore la sua forma insopportabile. E forse la lezione, per chi come me lavora nel regno ordinato delle clausole, è proprio questa: ogni tanto rompere il quadro, rifiutare la simmetria, non lasciare che il linguaggio giuridico anestetizzi la coscienza.
Picasso insegna che l’atto più rivoluzionario è rifiutarsi di rendere il male banale. Se il burocratismo lo appiattisce, l’arte lo deforma fino a renderlo visibile.
Ed è in questa deformazione, in questa capacità di mostrare la verità come scheggia e non come modulo, che forse risiede l’unico antidoto contro l’insidia più pericolosa di tutte: l’abitudine senza etica.