Lucrezia Lilith di Nazaret e il 7 ottobre
di Stefano Sodaro
Filippo Lippi e Lucrezia Buti - opera di Emilio Scherer,1870, olio su tela, Pinacoteca Stuard di Parma - immagine tratta da commons.vikimedia.org
Chiamarsi Lucrezia – nome affascinante e bellissimo – comporta consapevolezza di potenti, intense, evocazioni, storiche sì, ma non soltanto.
Il pensiero va ai tratti più rabbrividenti, anche se in fondo sconosciuti e misteriosi, della figlia di Papa Alessandro VI, quella Lucrezia Borgia nota per narrazioni da vivido noir assai discutibili ed incerte, fino a passare per avvelenatrice esperta, ed ignota, invece, ad esempio, per la sua corrispondenza, a tratti davvero impressionante, ed essa documentabile e documentata scritti alla mano, con Pietro Bembo, in epoca in cui il grande umanista non era ancora cardinale di Santa Romana Chiesa, ma che a lei – donna sposata – si rivolgeva con simili versi: A voi bascio ora quella mano col cuore, che fra poco verrò a basciare con quella bocca che ha in sé il vostro bel nome sempre.
Esistono molte altre Lucrezia, tutte oltremodo interessanti, tra cui – e lei vorremmo prendere a riferimento figurativo qui – tale Lucrezia Buti, monaca agostiniana pratese, nata a Firenze nel 1435 e vissuta in clausura nel Monastero di Santa Margherita, sempre a Prato, ove era cappellano, nell’anno 1455, il pittore Filippo Lippi, anch’egli religioso agostiniano.
I due si innamorarono follemente. Frate Filippo fece uscire dal monastero Suor Lucrezia ed andarono a vivere insieme, senza disagio di apparire pubblicamente quali detestati adulteri e traditori dei voti solenni, in una casa della stessa Prato. Il fatto singolare è che ben altre quattro monache seguirono Lucrezia nell’uscita, ma lo scandalo risultò tale che dovettero rientrare in clausura. Pio II – quell’Enea Silvio Piccolomini che fu anche, benché solo sulla carta, vescovo di Trieste e severo ammonitore delle lascivie dell’allora cardinale Rodrigo Borgia, il futuro Papa Alessandro VI appunto -, Pio II, si diceva, dispensò i due religiosi amanti dai vincoli sacri, ma la coppia non si sposò mai.
Domani, lunedì 7 ottobre, sarà un anno dalla strage spaventosa di inermi civili israeliani, uomini e donne, per responsabilità di Hamas. Che cosa c’entri con la quattrocentesca Lucrezia Buti (la cui vicenda interessò peraltro anche Gabriele D’Annunzio, che intitolò un suo romanzo Il secondo amante di Lucrezia Buti), chiediamo gentilmente di attendere un attimo per capire.
Merita riportare una parte dello stupendo racconto, intitolato Lilít, di Primo Levi (che al momento della prima pubblicazione nel 1979 portava il titolo di Dentro il Lager Lilít). Scrive dunque Primo levi:
Nel tubo di fronte al nostro, frattanto, si era rifugiata una donna: giovane, infagottata in panni neri, forse un’ucraina della Todt. Aveva un viso rosso e largo; si grattava con indolenza provocatoria sotto la giubba, poi si sciolse i capelli, si pettinò con calma e incominciò a rifarsi le trecce. A quel tempo capitava di rado di vedere una donna da vicino, ed era un’esperienza dolce e feroce, da cui si usciva affranti.
Il Tischler si accorse che la stavo guardando, e mi chiese se ero sposato. No, non lo ero; lui mi fissò con severità burlesca, essere celibi alla nostra età è peccato. Tuttavia si voltò e rimase per un pezzo a contemplare la ragazza anche lui. Aveva finito di farsi le trecce, si era accovacciata nel tubo e canterellava dondolando il capo.
– È Lilít, - mi disse il Tischler ad un tratto.
– La conosci? Si chiama così?
– Non la conosco, ma la riconosco. È lei, Lilít, la prima moglie di Adamo. Non la sai, la storia di Lilít?
Non la sapevo, e lui rise con indulgenza: si sa bene, gli ebrei d’Occidente sono tutti epicurei, «apicorsím», miscredenti. Poi continuò:
– Se tu avessi letto bene la Bibbia, ricorderesti che la faccenda della creazione della donna è raccontata due volte, in due modi diversi: ma già, a voialtri vi insegnano un po’ di ebraico a tredici anni, e poi finito… Si andava delineando una situazione tipica ed un gioco che mi piaceva, la disputa fra il pio e l’incredulo, che è ignorante per definizione, ed a cui l’avversario, dimostrandogli il suo errore, «fa digrignare i denti». Accettai la mia parte, e risposi con la doverosa insolenza:
– Sì, è raccontata due volte, ma la seconda non è che il commento della prima.
– Falso. Così intende chi non va sotto la superficie. Vedi, se leggi bene e ragion su quello che leggi, ti accorgi che nel primo racconto sta solo scritto «Dio lì creò maschio e femmina»: vuol dire che li ha creati uguali, con la stessa polvere. Invece, nella pagina dopo, si racconta che Dio forma Adamo, poi pensa che non è bene che l’uomo sia solo, gli toglie una costola e con la costola fabbrica una donna; anzi una «Männin», una uomessa, una femmina d’uomo. Vedi che qui l’uguaglianza non c’è più: ecco, c’è chi crede che non solo le due storie, ma anche le due donne siano diverse, e che la prima non fosse Eva, la costola d’uomo, ma fosse invece Lilít. Ora, la storia di Eva è scritta, e la sanno tutti, la storia di Lilít invece si racconta soltanto, e così la sanno in pochi; anzi le storie, perché sono tante.
Il massacro del 7 ottobre di un anno fa in Israele costituì un orripilante trionfo di maschilismo genocidario. Ne rimasero vittime non solo ebrei, ma anche musulmani. Il simbolo di Lilith fu negato con la violenza, fu un tentativo atroce di silenziare ancora una volta la sua memoria orale. Eva rimette le cose a posto, Lilith per niente, le ribalta tutte. Lilith – eccoci – somiglia molto a Lucrezia Buti, che sfida convenzioni e stereotipi culturali, quelli veicolati a forza dalla scrittura al fine di far dimenticare una alternativa, diversa, trasmissione a voce di pericolosi, opposti, convincimenti. Eppure il centenario della Radio pubblica che si festeggia proprio oggi attesta quanto fosse necessaria, come ossigeno, dopo la tragedia della Guerra, il recupero del dire e dirsi senza mediazione di un foglio.
Ma Lilith agita e scompiglia anche la quiete – un po’ troppo paciosa – del Sinodo dei Vescovi in corso di svolgimento ora a Roma, dove sembra si consolidi, ogni minuto che passa, una sorta di fobia istituzionale verso l’autorità delle donne, negando loro l’accesso al sacramento dell’Ordine, ignorando il loro specifico apporto teologico, rinnovando ancora gli inni ad un metafisico “genio femminile” che non si capisce cosa sia e, specularmente, impedendo anche ad una donna di vedere il proprio marito ordinato prete, tema proprio sparito del tutto dall’agenda del Sinodo.
Di donne e ministeri nella Chiesa Sinodale parleremo domani su Zoom, alle ore 21, in un incontro con la insigne patrologa Cristina Simonelli: il link per collegarsi è https://us02web.zoom.us/j/83835991881.
Epperò la figura simbolica di Lucrezia/Lilith ha altre valenze possibili ed una almeno di vigorosa provocazione teologica. È cioè possibile una seria e profonda interpretazione cristologica di Lilith come incarnazione del Figlio di Dio anche secondo l’identità sessuale delle donne, una Figlia di Dio che scompagini e sconvolga la cultura monarchica dottrinale di un Cristo necessariamente maschio per tutti i secoli dei secoli.
E oggi, adesso, che ne è di una Lucrezia che possa lasciar trasparire, rivelare, celebrare la propria soggettività “lilithica” senza quei timori che il rigurgito quotidiano del patriarcalismo alimenta e di cui si compiace?
Lucrezia Lilith di Nazaret può nascondersi dappertutto, occultata ancora una volta da poteri violenti, negatori di ogni alterità. Di Nazaret può essere un cognome come - che ne so - di Giorgio, di Bisceglie. Ma Lucrezia Lilith di Nazaret può anche manifestarsi, in tutto il suo splendore di bravura, competenza, saggezza, grazia, capacità critica e relazionale, ad esempio - chissà -, nell’Ufficio Sostenibilità di una banca. Basta saperla incontrare.
Lucrezia Buti rivive. Lilith non è mai morta.
Dal 7 ottobre in poi un orrore senza fine. Reagire è doveroso in nome della comune umanità, a prescindere da qualunque religione d’appartenenza.
Lucrezia sorride, nonostante tutto.
Buona domenica.