Jafar Panahi ha vinto il Festival di Cannes
di Farian Sabahi
Jafar Panahi - foto tratta da internet (si resta a disposizione per il riconoscimento di eventuali diritti)
Il regista iraniano Jafar Panahi si è aggiudicato la Palma d’Oro al 78esimo festival del cinema di Cannes, dove aveva già vinto con Il Palloncino bianco nel 1995. Dopo il carcere, lo sciopero della fame e la liberazione, questa volta il cineasta dissidente ha presentato la pellicola Un simple accident. A Cannes, l’artista ha fatto buon uso della possibilità di rivolgersi al pubblico per chiedere agli iraniani di unirsi in nome della libertà: «Mettiamo da parte i nostri problemi, le nostre differenze. Quello che conta, adesso, sono il nostro paese e la libertà». Panahi fa quindi riferimento alle differenze presenti all’interno del movimento di protesta Donna Vita Libertà, scatenato dalla morte violenta della ventiduenne curda Mahsa Amini e dall’obbligo del velo.
Panahi ha memoria del movimento verde d’opposizione del 2009, quando il presidente radicale Mahmoud Ahmadinejad aveva vinto – grazie ai brogli – un secondo mandato. I leader della cosiddetta Onda verde – Mir Hossein Mussavi, la moglie Zahra Rahnavard e l’hojatolleslam Mehdi Karrubi – erano finiti agli arresti domiciliari. Ed era stato proprio in coda a quelle proteste che, nel 2010, Panahi era stato arrestato una prima volta, gli era stato confiscato il passaporto e gli era stata revocata la licenza per girare ulteriori pellicole per vent’anni. Nonostante il divieto formale, Panahi aveva girato il documentario dal titolo provocatorio Questo non è un film (2011), contrabbandato in una chiavetta usb infilata in una torta recapitata alla giuria del festival di Cannes. Un’altra sua pellicola, Taxi Teheran (2015), era stata girata con una piccola macchina da presa posizionata su un’automobile guidata dallo stesso regista.
Jafar Panahi nasce l’11 giugno del 1960 a Mianeh, nell’Azerbaigian orientale. Sono sette fratelli, il padre è imbianchino. Nel 1972 si trasferiscono a Teheran e con un suo racconto, a soli 12 anni, vince il primo premio a una competizione di scrittura. Nella capitale si avvicina alla cinematografia e partecipa ad alcune attività presso l’Istituto Kanun per lo sviluppo intellettuale di ragazzi e giovani adulti, dove assiste a diverse proiezioni. Tra queste, Ladri di biciclette di Vittorio De Sica, di cui Panahi conserva il manifesto sulla parete del salotto di casa. Sono passati 25 anni da quel giorno in cui gli chiesi un’intervista e mi invitò nella sua abitazione a Teheran, in presenza della moglie Tahereh Saeedi. Sulla parete il poster, al centro della sala zampillava una fontana ricoperta di piastrelle azzurre, laddove l’acqua simboleggia la natura, la fertilità, la bellezza e la prosperità.
Dopo quell’intervista nel suo appartamento nella capitale iraniana, ci eravamo ritrovati nuovamente al festival del cinema di Venezia. Panahi si è sempre dimostrato un uomo mite, gentile, mai arrogante. La sua arte è finita più volte nel mirino del censore, ma non ha mai lasciato il suo paese, nemmeno nella trama del film Gli orsi non esistono (2022) di cui è protagonista. Anche per questo motivo, è il simbolo della resilienza degli iraniani. È stato in carcere due volte, ed è stata proprio questa esperienza a ispirare la sceneggiatura di Un simple accident con cui ha appena vinto a Cannes. Racconta le vicende di cinque iraniani che si confrontano con un uomo che ritengono essere stato il loro torturatore durante la prigionia nel famigerato carcere di Evin, a Teheran. Il dilemma morale di questo film drammatico, anch’esso provocatorio, è come comportarsi quando si ha la possibilità di vendicarsi dei propri oppressori.
Dopo la vittoria a Cannes, oggi, domenica 25 maggio, Panahi tornerà in Iran: «Non posso pensare di vivere in esilio». Tenuto conto che nel film le attrici non indossano il velo, non si esclude che possa essere nuovamente arrestato, anche perché il suo co-sceneggiatore, Mehdi Mahmoudjan è attualmente in carcere. L’impressione è però che al momento la Repubblica islamica abbia altre gatte da pelare. Sul fronte interno il regime deve affrontare la crisi economica (inflazione e disoccupazione a due cifre), i frequenti blackout nonostante le riserve accertate di petrolio e gas (rispettivamente al terzo e secondo posto al mondo), le sanzioni economiche e finanziarie, il dissenso interno che cova sotto la cenere. Sul fronte internazionale, è un momento di grande tensione. Il cosiddetto Asse della resistenza è stato decimato da Israele, che ha ucciso il leader di Hezbollah Nasrallah e i capi di Hamas, e costretto all’esilio il presidente siriano Bashar al-Assad per installare a Damasco una leadership sunnita integralista invisa a Teheran. E intanto, tra Roma e Muscat la diplomazia dell’Oman sta cercando di mediare un difficile accordo nucleare che dovrebbe scongiurare un attacco militare statunitense e israeliano volto al cambio di regime a Teheran.
In questo difficile contesto mediorientale, il premio conferito dalla giuria di Cannes presieduta da Juliette Binoche al regista iraniano dissidente Jafar Panahi serve a ricordarci che il Medio Oriente è anche il luogo dove fioriscono le arti, e non è soltanto l’area geografica in cui si combattono guerre.