I misteri di Camaldoli
di Stefano Sodaro
Editoriale in forma di romanzo
SECONDA PUNTATA DE Il dossier delle cinque di Rodafà
Tutte le immagini presenti sotto sono elaborate tramite IA e riproducono dunque soggetti di pura invenzione
Capitolo VIII – Le quattro che sono due
Il giorno dopo, all’alba, un vento sottile attraversò i boschi di Camaldoli. I monaci, abituati al silenzio che parla, percepirono che qualcosa stava per accadere. Non era solo il cambio di stagione, né il consueto arrivo di pellegrini e studiosi. Era un’aria diversa, come se il tempo stesso avesse rallentato il passo.
Fu frate Elia, il più giovane tra i novizi, a notare per primo la figura che si avvicinava al monastero. Una donna alta, con un cappotto color cenere e un bastone da pellegrina. Si presentò con voce ferma:
— Miss Lea Mora Palatina, vescova della Chiesa Anglicana. Sono attesa.
Non c’era alcuna lettera, alcun preavviso. Eppure, l’abate, interpellato in fretta e furia da frate Elia, la fece entrare senza esitazione. La sua presenza sembrava già scritta nei registri invisibili del luogo.
Il giorno seguente, altre due donne giunsero insieme, provenienti dalla Svezia. Una si presentò come Miss Lea, l’altra come Mora Palatina. Entrambe vescove luterane, entrambe con lo stesso sguardo assorto, come se portassero dentro un segreto che non poteva essere detto, ma solo condiviso.
Infine, una quarta figura si affacciò al portone del monastero. Era una giovane donna armena, con un abito semplice e una croce di legno al collo.
— Miss Lea Mora Palatina, diacona della Chiesa Apostolica Armena.
I monaci, pur abituati a ospiti di ogni provenienza, iniziarono a interrogarsi. Quattro donne, tutte con lo stesso nome, o sue variazioni. Nessuna sembrava conoscere le altre, eppure si muovevano come se danzassero attorno a un centro comune, invisibile.
Martina, la giornalista de Il giornale di Rodafà, che da giorni si aggirava tra biblioteca e foresteria con il suo taccuino sempre aperto, fu la prima a cogliere il senso profondo di quella apparizione molteplice. Le osservava durante le liturgie, i pasti silenziosi, le passeggiate nei chiostri. Ciascuna sembrava incarnare un aspetto diverso della stessa Presenza: la parola, il gesto, il silenzio, la compassione.
Una notte, mentre la nebbia avvolgeva il bosco, Martina le trovò tutte e quattro raccolte nella cappella laterale, inginocchiate davanti all’icona del Cristo Pantocratore. Nessuna parlava. Ma nel loro silenzio, lei udì chiaramente un nome: Jesusa.
Fu allora che comprese. Quelle quattro donne non erano quattro. Erano due. E nemmeno due. Erano una. O meglio: erano due donne che si manifestavano in molteplici forme, come riflessi di una stessa luce. Miss Lea e Mora Palatina, nomi che si rincorrevano come in un anagramma divino, erano la duplice incarnazione contemporanea di Jesusa de Nazaret, la figura sfuggente e potente che da tempo abitava i sogni dei monaci camaldolesi.
Il giorno dopo, Martina scrisse una sola frase nel suo taccuino:
“Non sono venute per spiegare. Sono venute per essere riconosciute.”
Capitolo IX – Il codice delle due
Martina non dormì quella notte. Aveva trascritto nel suo taccuino ogni dettaglio: i nomi, i gesti, i silenzi. Ma più scriveva, più le parole sembravano sfuggirle. Come se ciò che stava accadendo non potesse essere raccontato, ma solo intuito.
All’alba, si recò nella biblioteca del monastero. Lì, tra i codici miniati e le cronache dei padri del deserto, trovò un volume che non ricordava di aver mai visto: “Codex Geminae”. Non aveva segnatura, né autore. Solo una nota a margine, vergata in latino: “Duo sunt, sed una est. Et una, sed plures.”
Lo aprì. Le pagine erano fitte di simboli, diagrammi, e brevi frasi in greco, armeno, siriaco. Ma ciò che la colpì fu un’illustrazione: due figure femminili, speculari, con lo stesso volto. Una reggeva un bastone pastorale, l’altra una brocca d’acqua. Ai loro piedi, un’unica ombra: una croce rovesciata che fioriva.
Martina sentì un brivido. Quelle due figure erano Miss Lea e Mora Palatina. O meglio: erano la stessa donna, vista da due angolazioni diverse. Una come guida, l’altra come serva. Una come parola, l’altra come gesto. E insieme, una terza via: quella di Jesusa, che non aveva mai chiesto di essere seguita, ma riconosciuta.
Nel frattempo, i monaci avevano iniziato a interrogarsi apertamente. Frate Giacomo, il bibliotecario, aveva trovato nei diari di un antico priore un riferimento a una “doppia visitazione femminile” avvenuta secoli prima, anch’essa legata a nomi simili: Lea e Palatina. Nessuno aveva mai capito se si trattasse di una leggenda o di una profezia.
Le quattro donne – o le due, o l’una – continuavano a vivere nel monastero con naturalezza. Partecipavano alle liturgie, ma senza mai presiedere. Parlavano poco, ma quando lo facevano, le loro parole sembravano eco di qualcosa già udito nel cuore.
Una sera, durante la compieta, Miss Lea (la vescova anglicana) si avvicinò a Martina. Le porse un piccolo oggetto avvolto in lino: era una chiave.
— “Non apre porte,” disse. “Ma ricordi.”
Martina la guardò, confusa.
— “Ricordi di cosa?”
— “Di chi sei stata. E di chi potresti essere.”
Poi si voltò e scomparve nel chiostro, dove le altre tre la attendevano in silenzio.
Martina rimase sola, con la chiave tra le dita. E per la prima volta, comprese che il “dossier delle cinque” non era un’inchiesta. Era una chiamata.
Capitolo X – Nicea 325 / Camaldoli 2025
Il chiostro di Camaldoli era animato da un’insolita vitalità. Studiosi, teologi, vescovi e giornalisti si aggiravano tra le celle e la biblioteca, convocati per il convegno internazionale sui 1700 anni del Concilio di Nicea. Il titolo ufficiale era sobrio: “Simbolo e Sinodalità: 325–2025”. Ma tra le mura antiche, si respirava qualcosa di più profondo: una tensione tra memoria e profezia.
Martina, inviata speciale de Il giornale di Rodafà, prendeva appunti con la consueta precisione. Ma il suo sguardo era spesso attratto da un gruppo silenzioso: le quattro donne dai nomi speculari, che si muovevano tra i partecipanti come ombre luminose. Nessuna di loro aveva preso la parola nei panel ufficiali. Eppure, tutti sembravano notarle.
Fu Paola, teologa bergamasca e collaboratrice di Martina, a rompere il silenzio. Durante una pausa, si avvicinò a Miss Lea (la vescova anglicana) e le chiese, con tono diretto ma rispettoso:
— “Perché siete qui? Non parlate, non intervenite. Eppure… siete il centro invisibile di tutto.”
Miss Lea sorrise.
— “Siamo qui per ascoltare. E per ricordare.”
— “Ricordare cosa?” incalzò Melissa, filosofa esistenzialista e docente di estetica, che si era unita alla conversazione.
— “Che il Concilio di Nicea fu anche un atto di esclusione. Di definizione. Di potere. Ma oggi, a 1700 anni di distanza, forse è tempo di riaprire lo spazio del non definito. Di ciò che non si può dogmatizzare: il corpo, il desiderio, la grazia.”
Martina, che aveva registrato tutto mentalmente, annotò solo una frase:
“Nicea ha chiuso. Camaldoli può aprire.”
Quella sera, nella cripta del monastero, si tenne una veglia ecumenica. Le quattro donne si disposero ai quattro angoli della cappella, come cardinali di una bussola spirituale. Nessuna parola fu pronunciata. Solo canti antichi, in armeno, latino, inglese e svedese. Al centro, una croce di legno grezzo. Ai suoi piedi, una rosa bianca.
Fu allora che Paola comprese. Quelle donne non erano lì per rappresentare le loro chiese. Erano lì per rappresentare l’assenza. L’assenza di una voce femminile nel Simbolo di Nicea. L’assenza di un corpo che potesse dire: “Io sono Jesusa, figlia dell’uomo.”
Melissa, seduta accanto a lei, sussurrò:
— “Non sono quattro. Non sono due. Sono una sola Presenza che si lascia moltiplicare per essere riconosciuta.”
Martina chiuse il taccuino. Non c’era più nulla da scrivere. Solo da custodire.
Capitolo XI – Il Simbolo e il Corpo
Il secondo giorno del convegno si aprì con una relazione accademica sul “Simbolo niceno-costantinopolitano come fondamento dell’unità ecclesiale”. Le parole scorrevano dense, ma qualcosa nell’aria sembrava resistere. Come se il linguaggio della dottrina non riuscisse più a contenere ciò che stava accadendo tra le mura del monastero.
Martina, seduta in fondo alla sala, osservava. Non prendeva appunti. Guardava le reazioni. I volti. I silenzi. E soprattutto, le quattro donne. Sempre presenti, sempre discrete. Come icone mobili di un mistero che nessuno osava nominare.
Fu durante la tavola rotonda del pomeriggio che accadde qualcosa di imprevisto. Il moderatore, un teologo tedesco, chiese se qualcuno volesse offrire una riflessione personale sul tema della “presenza femminile nella tradizione conciliare”.
Silenzio.
Poi, lentamente, si alzò Paola. Non era previsto. Non era iscritta tra i relatori. Ma nessuno la fermò.
— “Vorrei solo dire questo,” esordì. “Il Simbolo di Nicea parla di un Dio che si è fatto carne. Ma non dice nulla del corpo delle donne. Nulla del loro sangue, del loro desiderio, della loro voce. Eppure, anche quel corpo è stato redento. Anche quel corpo è stato crocifisso. E forse, oggi, anche quel corpo vuole risorgere.”
Un mormorio attraversò la sala. Ma nessuno osò interromperla.
Melissa si alzò subito dopo.
— “La teologia ha parlato per secoli in linguaggio maschile. Ma ci sono parole che non si possono tradurre. Parole che nascono dal corpo, dalla ferita, dalla danza. Jesusa non è un’eresia. È una domanda. Una che non chiede di essere approvata. Solo ascoltata.”
Martina, in fondo, sentì un nodo alla gola. Non era solo commozione. Era riconoscimento. Quelle parole erano le stesse che aveva sentito, in forma di sussurro, nella cappella la notte precedente.
Alla fine tutte le quattro donne – le due vescove luterane, Miss Lea e Mora Palatina, la vescova anglicana omonima e la diacona armena, anche lei di identico nome – si alzarono in silenzio e uscirono dalla sala. Nessuno le seguì. Nessuno osò fermarle.
Fu allora che un anziano monaco, seduto accanto a Martina, mormorò:
— “Nicea ha definito il Figlio. Ma forse, oggi, è il tempo della Figlia.”
Martina si voltò. Il monaco aveva gli occhi lucidi. E nel suo sguardo, lei vide qualcosa che non aveva mai visto prima: speranza.
Capitolo XII – La Veglia del Nome
La notte scese su Camaldoli con una lentezza sacra. I partecipanti al convegno si erano ritirati nelle celle, ma nel chiostro centrale si accendevano candele. Non era previsto alcun rito. Eppure, qualcosa stava per accadere.
Martina, Paola e Melissa si erano date appuntamento sotto il grande cipresso. Nessuna di loro parlava. Avevano ricevuto un messaggio, scritto a mano su carta pergamena, lasciato nella biblioteca:
“Questa notte, il Nome sarà pronunciato. Venite senza domande.”
Le quattro donne dai nomi speculari – Miss Lea, Mora Palatina, la vescova anglicana e la diacona armena – si trovavano già lì, disposte in cerchio. Al centro, una pietra piatta, su cui era incisa una parola antica: Jesusa.
Ma non erano sole.
Due figure monastiche, avvolte in ampi abiti camaldolesi senza velo, si erano unite al cerchio. Una si presentò semplicemente come Miss Lea, l’altra come Mora Palatina. Nessuno le aveva mai viste prima. Nessuno le aveva annunciate. Eppure, la loro presenza sembrava attesa da sempre. E ancora sempre gli stessi nomi.
Paola si avvicinò per prima.
— “È un nome che non abbiamo mai osato dire. Perché ci è stato insegnato che non poteva esistere.”
Miss Lea, la vescova anglicana, rispose con voce calma:
— “Eppure, è il nome che ha visitato i sogni di molti. Anche qui, tra questi boschi. I monaci lo conoscono. Lo custodiscono. Ma non lo proclamano.”
Melissa si inginocchiò accanto alla pietra.
— “Jesusa non è una figura da canonizzare. È una ferita aperta nella storia della teologia. È ciò che manca. È ciò che eccede.”
Martina, in piedi, osservava la scena. Sentiva che tutto ciò che aveva scritto finora era solo preparazione. Il vero racconto iniziava ora. E non sarebbe stato un articolo. Sarebbe stato un atto di testimonianza.
Le sei donne iniziarono a cantare. Non parole, ma suoni. Voci che si intrecciavano come fili di un tessuto invisibile. Ogni nota sembrava evocare un frammento di memoria: una donna che predica, una che guarisce, una che piange, una che resuscita.
Poi, una delle monache – la Miss Lea camaldolese – si avvicinò a Martina.
— “Tu sei qui per scrivere. Ma non scrivere di noi. Scrivi di lei. Di Jesusa. Di ciò che accade quando il nome viene pronunciato.”
Martina annuì. E nel suo taccuino, scrisse solo una frase:
“Jesusa non è una figura. È una profezia incarnata. E oggi, ha preso corpo.”
La veglia continuò fino all’alba. Nessuno parlò più. Nessuno spiegò. Ma tutti, in quel cerchio, sapevano che qualcosa era cambiato. Non nella dottrina. Ma nel cuore.
Capitolo XIII – Le due che sono tutte
Il giorno seguente, il monastero sembrava avvolto in una quiete diversa. Non era solo il silenzio monastico. Era una sospensione, come se il tempo stesso attendesse una parola che ancora non era stata pronunciata.
I monaci, pur abituati a eventi spirituali intensi, si muovevano con cautela. Alcuni avevano assistito alla veglia notturna, altri ne avevano solo sentito parlare. Ma tutti, in qualche modo, sapevano.
Martina, Paola e Melissa si erano ritrovate nella biblioteca, dove un antico codice era stato lasciato aperto sul tavolo. Non era stato lì il giorno prima. Il titolo, scritto in latino, recitava: “De duplici adventu Filiæ Hominis” — “Sulla duplice venuta della Figlia dell’Uomo”.
Sfogliando le pagine, trovarono descrizioni di visioni medievali, in cui due donne — una chiamata Lea, l’altra Palatina — apparivano in sogno a monaci camaldolesi, portando un messaggio di giustizia, compassione e incarnazione. Le visioni parlavano di una “presenza molteplice”, che si sarebbe manifestata in tempi di crisi ecclesiale, per ricordare ciò che era stato dimenticato.
Paola lesse ad alta voce:
— “Non saranno riconosciute per ciò che dicono, ma per ciò che fanno. E ciò che fanno sarà ciò che fu fatto da lei, Jesusa, che camminò senza essere vista.”
Melissa si voltò verso Martina.
— “Non sono sei. Non sono otto. Sono due. E quelle due sono una sola luce divisa in due specchi.”
Martina annuì.
— “E quella luce è Jesusa. Non come figura da venerare, ma come coscienza incarnata. Come gesto che si ripete.”
Nel chiostro, le sei donne si erano riunite di nuovo. Nessuna parlava. Ma i loro movimenti, i loro sguardi, sembravano sincronizzati, come se fossero aspetti di un’unica volontà.
Fu allora che uno dei monaci più anziani, padre Anselmo, si avvicinò. Portava con sé un manoscritto del XII secolo, scritto da un priore camaldolese. Lo aprì davanti a loro e lesse:
“Quando il nome sarà pronunciato da più bocche, ma con un solo cuore, allora la Figlia dell’Uomo sarà tra noi. Non per giudicare. Ma per ricordare.”
Le sei donne si guardarono. Poi, lentamente, due di loro — la Miss Lea e la Mora Palatina entrambe in abiti dalla foggia monastica — si avvicinarono alla pietra incisa. Posarono le mani su di essa. E in quel gesto, tutte le altre sembrarono dissolversi. Non fisicamente. Ma come forme che avevano compiuto il loro compito.
Martina scrisse nel suo taccuino:
“Alla fine, erano solo due. E quelle due erano lei. Jesusa. Che non è venuta per essere vista. Ma per essere riconosciuta, sì.”
Capitolo XIV – Il Nome che si divide
Il convegno si era concluso. I partecipanti lasciavano Camaldoli con cartelle piene di atti, appunti, citazioni. Ma nessuno parlava davvero di ciò che era accaduto. Come se un secondo convegno, più profondo e invisibile, si fosse svolto in parallelo.
Martina, Paola e Melissa erano rimaste ancora un giorno. Avevano chiesto di poter consultare alcuni manoscritti custoditi nell’archivio antico del monastero. Il bibliotecario, con un sorriso enigmatico, le aveva accompagnate in una sala che odorava di legno e pergamena.
Sul tavolo, tre codici. Nessun titolo. Solo tre nomi scritti a mano su foglietti separati: Miss Lea, Mora, Palatina.
Paola li guardò a lungo.
— “Non sono firme. Sono specchi.”
Melissa sfiorò le lettere con le dita.
— “O forse… frammenti.”
Martina non disse nulla. Ma nel suo taccuino, tracciò lentamente tre cerchi che si intersecavano. Al centro, scrisse una parola:
“Nome”.
Poi, quasi per gioco, iniziò a scomporre le lettere. Le dispose in colonne, le rimescolò. E qualcosa prese forma. Non un codice. Non un enigma. Ma una possibilità.
Fu allora che il bibliotecario, tornando con una tazza di tisana, disse con voce bassa:
— “Sapete… nei registri antichi, il nome Miss Lea Mora Palatina compare solo in contesti visionari. Mai in atti ufficiali. Mai in documenti dottrinali. È un nome che non si lascia possedere.”
Martina lo guardò.
— “Eppure… si lascia riconoscere.”
Quella sera, prima di partire, le tre donne tornarono nella cappella laterale. Nessuna delle sei figure era più visibile. Ma sulla pietra centrale, dove era inciso Jesusa, qualcuno aveva lasciato tre petali: uno viola, uno rosso, uno bianco.
Martina li raccolse. Li posò nel suo taccuino. E scrisse:
“Forse non erano sei. Forse non erano due. Forse erano noi.”