Sulle spalle di ci ha preceduto
di Dario Culot
Elaborazione fantastica IA per questo contributo di Dario Culot: nessuna persona è un soggetto reale
A volte pensiamo superficialmente che il cristianesimo sia una novità unica e assoluta nel mondo delle religioni, senza alcun riferimento alle altre religioni che già esistevano. Invece non è così, perché, come in tutte le cose, chi arriva dopo non inventa mai tutto ex novo, ma monta sempre sulle spalle di chi lo ha preceduto. In altre parole, le nuove ispirazioni vengono spesso da idee già pensate precedentemente da altri, anche se con sfaccettature diverse.
Pacificamente l’Antico Testamento ha assorbito miti, leggende e storie di altre tradizioni religiose del medio-oriente, per cui è difficile sostenere che nei testi sacri di altre religioni non si possa trovare neanche un pizzico di verità da tener in considerazione quando si leggono i nostri testi sacri[1]. Sicuramente la Bibbia è nata nella società ebraica, ma nella sua storia la cultura ebraica ha subìto fin dall’inizio un interscambio con le culture siro-fenice, mesopotamiche ed egiziane; e successivamente ha anche subito l’influenza della cultura greca. Anche la religione ebraica, perciò, non è puro frutto dell’ebraismo, ma ha subìto attraverso un’osmosi fiotti da parte di varie religioni precedenti. La stessa cosa si è poi ripetuta anche nel cristianesimo.
Una ricca e approfondita documentazione in proposito (anche con foto) si può leggere nel libro di Stavrakopoulou Francesca, Anatomia di Dio, Bollati Boringhieri, Torino, 2022, professoressa di Bibbia ebraica e religioni antiche all’Università di Exeter (Gran Bretagna).
Giusto per capire di cosa stiamo parlando, vediamo qui qualche esempio:
1. Nella Bibbia solo gli uomini generano, mentre la sterilità dipende esclusivamente dalle donne[2]. Ma già in tutti i miti più antichi il seme divino era così potente da poter produrre vita anche senza un corpo femminile. La capacità di procreare per partenogenesi era poi una caratteristica riservata alle più potenti divinità maschili. Secondo la tradizione, anche Atena era nata verginalmente dal pensiero di Zeus[3]. Allo stesso modo la Sapienza ebraica è emersa dal corpo di Dio, e nel cristianesimo il concetto ebraico di Sapienza sarà sostituito dal Logos,[4] concetto di chiara derivazione greca.
Ma già in Israele l’idea che ci si era fatti della Sapienza[5] era facilmente abbinabile a quello dell’antichissima dea egizia Maat, la figlia amata e la compagna del dio creatore Ra. Entrambe erano una presenza costante al fianco del padre al punto di averlo assistito anche durante la costruzione e l’organizzazione del cosmo (Prov 8, 22-30; Sir 21, 1-15). La Sapienza, presentandosi come mediatrice affidabile fra il cielo e la terra, era considerata la figlia di Dio, era l’aria inspirata ed espirata da Dio. Nel Siracide o Ecclesiastico, scritto attorno al II secolo a.C. quando ormai la supremazia di Yhwh non lasciava più spazio ad altre divinità, per cui la Sapienza non poteva più essere un soggetto divino autonomo, essa era diventata la personificazione dell’alito di Dio, reso manifesto nella Torah, così che leggendo la Torah la Sapienza risultava dar voce alle parole di Yhwh (Sir 24, 1.23).
È stato nel primo secolo d.C., poi, che Filone d’Alessandria, ha identificato la Sapienza col Logos divino. E, guarda caso, anche Cristo, nel prologo di Giovanni scritto alla fine del I secolo, è stato presentato come Parola divina. Come sappiamo, il termine Logos è un termine polisemico, cioè ha più significati: pensiero/ragione, ma anche parola. Il termine indica il contenuto razionale di un pensiero, ma in Giovanni è inteso prevalentemente come Parola rivelata da Dio, tanto da essere tradotto con Verbum in latino[6].
Inoltre, va osservato che ben sei secoli prima che i cristiani proclamassero Gesù come il Verbo di Dio fattosi carne, la Parola divina si era incarnata nel corpo di Ezechiele (Ez 2, 8; 3, 4: “apri la bocca e mangia ciò che io ti dico… va, recati alla casa d’Israele e riferisci loro le mie parole”). La parola divina e quindi trascendente di Dio diventa parola umana immanente, incarnandosi nella bocca del profeta.
Si può pertanto dire che i seguaci di Gesù, i quali hanno contribuito a stilare il Vangelo di Giovanni, sono stati chiaramente ispirati dai miti, leggende e costruzioni mentali del passato per arrivare a elaborare lo status di Gesù come essere divinizzato e mediatore divino.
Poi, neanche la nascita verginale di Gesù è una novità assoluta, tanto più che già secoli prima di Gesù, si insegnava che Maya (la madre di Buddha) l’avesse concepito senza l’intervento del marito: in sogno avrebbe visto un elefante bianco che l’avrebbe messa incinta[7].
Perciò l’idea della nascita verginale di Gesù non era in quell’epoca accolta con il sano scetticismo con cui l’accogliamo oggi noi. Tuttavia, va ricordato che in quell’epoca, quando si diffidava che una nascita fosse legittima, la donna sospettata di adulterio era costretta a bere una pozione nel tempio, e solo se, dopo aver bevuto, non stava male, era giudicata innocente (Nm 5, 11-31). Nel vangelo apocrifo[8] di Giacomo (XVI, 2) si sostiene che anche Maria aveva dovuto sopportare questo test per provare la sua gravidanza miracolosa, superando indenne la prova. Vuol dire che già in quell’epoca qualcuno storceva il naso nel sentir parlare di nascita verginale, e chi aveva scritto quel protovangelo voleva tranquillizzare i lettori più scettici. Ma non tutti sono rimasti definitivamente tranquillizzati, visto che per molti Gesù ha continuato ad essere un “un bastardo di un’adultera” (Mishnà Yebamot 4,13), “figlio di un artigiano o di una prostituta”:[9] insomma, la storia di Maria rimasta incinta prima delle nozze era in qualche modo trapelata da quel piccolissimo e pettegolo villaggio che era Nazareth, e questa provenienza infamante è stata rinfacciata dai capi religiosi a Gesù più di trent’anni dopo, quando non sapendo come rintuzzare le sue dichiarazioni che essi reputavano farneticanti, lo insultano: «Non siamo nati da prostituzione… noi» (Gv 8, 41)[10]. Era risaputo, poi, che i figli adulterini non giungevano a maturità e che il seme di un’unione illegittima scompariva presto (Sap 3, 16-17). La crocifissione è stata la conferma della loro convinzione.
Però è anche un dato di fatto che già i re mesopotamici aveva intuito ben bene come il potere politico della concezione e del parto divini (ad esempio, anche Assurbanipal negava origini mortali a favore di proprie origini cosmiche) poteva favorire l’esercizio del potere terreno da parte loro.
2. Yhwh originariamente era solo uno fra i molti dèi del mondo politeistico. In diverse società medio-orientali questo pantheon aveva al suo vertice l’anziano creatore del cosmo chiamato El, mitico padre degli dèi accompagnato dalla dea madre Athirat con cui fece 70 figli, come risulta dai documenti rinvenuti a Ugharit del XV-XIII a.C. Uno di questi era Baal, patrono di Ugharit e possente dio della tempesta. La dea Athirat svolgeva il ruolo di abile mediatrice fra El e i suoi devoti, nonché nelle discussioni degli altri dèi; inoltre era l’incontrastata signora del mare capace di schiacciare il terribile serpente marino, immagine del caos primordiale. Forse non a caso se nel cristianesimo Maria, la nuova Eva madre di tutti i viventi, sarà colei che schiaccerà sotto i suoi piedi il serpente[11].
Ma ricordiamoci anche del parallelo biblico: Yhwh ha creato il mostro marino Leviatàn per giocare con lui (Sal 104, 26), dimostrando così di avere il pieno controllo delle forze del caos. Insomma, il mostro delle acque primordiali, forza del caos, è un mito conosciuto in tante civiltà, dove già s’intuiva che il mondo era troppo complicato per essere frutto del caos.
La religione ebraica, dunque, non nasce monoteista, anche perché necessariamente aveva subito le influenze dei popoli vicini. Per convincersi di questo basta leggere la Bibbia, dove il nome di Yhwh emerge appena verso il X secolo a.C. Del resto, nella cultura antica, difficilmente si poteva immaginare un dio unico, perché in allora un dio isolato e solitario, al pari di un uomo isolato e solitario, sarebbe stato privo dei benefici ottenibili solo dalla collaborazione del gruppo[12]. Ecco perché l’espulsione dal gruppo significava morte certa: lasciato solo, il singolo essere umano era destinato a morire. E questa esperienza influiva anche sulla cultura religiosa di allora.
Per questo nella Bibbia ebraica (Dt 32,8-9) c’era inizialmente posto anche per il dio orientale El: quando El-Elyon (l’Altissimo) ha diviso la terra in tante nazioni, dando a ciascuno il suo elohim, Yhwh è uno dei tanti elohim. Nella Bibbia la contrapposizione fra l’elohim-Yhwh e altri elohim è costante all’inizio. Vediamo qualche esempio:
- Dt 32, 17, Mosè non solo si arrabbia col suo popolo che si rivolge ad altri elohim, ma parla anche di elohim arrivati da poco, che Abramo e Giacobbe neanche avevano mai conosciuto. Altre volte Mosè aveva già ammonito i suoi a non servire altri elohim, propri dei popoli che circondavano Israele (es. Dt 6, 14-15).
- Giosuè ammette tranquillamente che Abramo e suo fratello Nacor servivano altri elohim[13] (quelli che operavano in Mesopotamia, e quindi è sbagliato sostenere che Abramo aveva riconosciuto Yhwh come suo unico vero Dio), e invita ora il suo popolo a scegliere subito, quel giorno stesso, se servire Yhwh o altri elohim, magari quelli degli amorrei con cui vivono a stretto contatto (Gs 24, 1ss.; 14-15).
- Gdc 11, 24: Iefte, generale degli Israeliti, parlando con i nemici fa più o meno questo discorso: “Yhwh il nostro elohim ci ha dato questa terra che teniamo; tu, re degli Ammoniti, tieni quella che ti ha dato il tuo elohim Kamosh”. Quindi anche qui abbiamo per lo meno due elohim di pari peso e grado.
- Dt 32, 8, sta scritto: “Quando Elyon (NB: non Yhwh) divise le nazioni, ... secondo il numero dei figli degli elohim”[14] all’elohim del Sinai Yhwh (tradotto nelle nostre Bibbie sempre con “il Signore”[15]) era toccato Israele, e per questo Yhwh era il Dio di Israele (Dt 32, 9: “Poiché porzione di Yhwh è il suo popolo, Giacobbe sua parte di eredità”).
Ma ben presto questo elohim-Yhwh diventa un’aggressiva divinità minore. In molte parti della Bibbia Yhwh appare collerico e distruttivo. Forse apparteneva alle divinità distruttrici degli Shadday (cfr. Gen 17, 1-2, 5,11; Es 6,2-3), anch’esse subordinate ad El[16]. A un certo punto gli Shadday si sarebbero coalizzati contro il supremo El, originario capo di ysra-el[17]. Dunque Yhwh gradualmente usurpa il trono del capo dei capi e alla fine, in Israele, lo soppianta come leader del pantheon, anche se non sappiamo come e quando. A quel punto diventa l’unico Dio protettore d’Israele[18]. El-Shadday, invece, era probabilmente il nome attribuito ad uno dei tanti dèi protettori; oggi si pensa più precisamente a un dio del deserto o della montagna.
Nel libro dell’Esodo (Es 6,3) si legge: Dio parlò a Mosè e gli disse: «Io sono il Signore! sono apparso ad Abramo[19], a Isacco, a Giacobbe, come El Shadday (tradotto da noi sempre con ‘Dio onnipotente’), ma con il mio nome di Yhwh (tradotto sempre con ‘Signore’) non mi sono manifestato a loro». Il problema è che, non avendo proprio la più pallida idea di come tradurre “Shadday”, in greco è stato usato il termine pantokràtor che significa signore di tutto,[20] universale, mentre più tardi in latino (e quindi in italiano) è stato usato il termine onnipotente: “Credo in Dio Padre onnipotente…”. Dunque, da dio (El) della montagna (Shadday), si passa nelle traduzioni a Dio con poteri considerevoli e infine a Dio onnipotente: triplo salto mortale carpiato! Ora, se insistiamo nel sostenere che nella Bibbia è stato veramente scritto solo quello che Dio voleva, dovremmo chiederci subito quale dei tre termini è veramente la Parola che Dio voleva fosse scritta, visto che i tre (shadday - pantokràtor – onnipotens)[21] non sono neanche sinonimi? L’unica corretta è la prima parola, scritta in ebraico (El-Shadday”)? O forse è quella scritta in greco nella Bibbia dei Settanta oppure quella scritta in latino da san Girolamo che ha tradotto pantokràtor con Deus omnipotens?[22] Quest’ultimo termine è rimasto nella Vulgata per 1500 anni e ovviamente anche in italiano, per cui dopo tanto tempo per noi è assodato che Dio è onnipotente. Invece, anche se dopo un millennio e mezzo è difficile cambiare idea, è ora di rendersi conto che l’onnipotenza è un attributo che non viene mai dato a Dio nella Bibbia[23]. Inoltre, è facile rendersi conto che l’immagine di un Dio che può far tutto ciò che vuole (così è stato inteso comunemente il termine onnipotente[24]) ha creato enormi problemi di fede. Infatti, è stato logicamente obiettato che se Dio è onnipotente non può essere buono, mentre se è buono non è onnipotente. Un Dio onnipotente, che può fare tutto il bene che vuole, dovrebbe eliminare o quanto meno impedire il male. Perché permette invece il male? Il Catechismo poi afferma categoricamente che non è lecito compiere il male neanche al fine di farne derivare un bene, sì che finisce per attribuire a Dio proprio quello che è vietato all’uomo.
Tornando alle origini, la dea madre mesopotamica Athirat era diventata nel mondo ebraico Asherah, mediatrice e moglie di Yhwh[25]. Solo dopo la caduta di Samaria nel 722 da parte degli assiri, e Gerusalemme nel 587 da parte dei babilonesi, Asherah ha perso via via il suo antico prestigio, e in seguito la Bibbia ha nutrito per lei un disprezzo totale riservato ai credenti politeisti pagani, perché col ritorno da Babilonia si è definitivamente impiantato il monoteismo, e tutta la religione ebraica è stata ricostruita degradando il pantheon precedente a meri messaggeri celesti. In particolare, Asherah, a questo punto, è stata indicata come causa prima della punizione babilonese, avendo il popolo tradito Yhwh osando adorare altri dèi. C’è dunque un ulteriore riconoscimento del precedente politeismo in Israele, e con valutazione ex post (esilio babilonese) si dice che Yhwh ha punito quel tradimento del suo popolo. Asherah è stata definitivamente rimossa e sostituita proprio col popolo, ma Yhwh (già marito di Asherah) è rimasto il marito divino, e Israele, come una buona moglie, deve sempre obbedire al marito. Col cristianesimo, anche Cristo diventa lo sposo divino, e per Paolo (Ef 5, 23) il marito resta capo della moglie, e ogni buona moglie deve sempre obbedire al marito. Questa indubbia supremazia del maschio è rimasta nella Chiesa – si può dire - fino ad oggi[26]. Infatti, fino al Concilio Vaticano II, vigeva ancora l’avvertimento papale che i fedeli non devono cadere negli abbagli suggestivi dei “maestri di errori, i quali offuscavano il candore della fede e della castità coniugale, scalzando la fedele ed onesta soggezione della moglie al marito, e ancor più audacemente affermando con leggerezza essere indegna la servitù della moglie al marito, pretendendo invece che i diritti tra i coniugi dovessero essere tutti uguali”[27]. Con la mentalità di oggi si può dire che né Paolo, né la Chiesa, sono stati dei bravi consulenti matrimoniali. Oggi pensiamo che ogni essere umano debba essere libero, autonomo e indipendente. Ma in un lontano passato questo era pericoloso e quindi inaccettabile.
Se oggi non accettiamo più l’impostazione del passato nel rapporto uomo-donna, forse riusciamo invece a capire perché nella mentalità del passato medio-orientale non solo gli esseri umani, ma nemmeno gli dèi non potevano vivere da soli. Ricordo ancora una volta la Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo (CEDU ratificata in Italia con l. 4.8.1955, n.848), da noi osannata perché esalta i diritti individuali della singola persona, è ritenuta invece nel mondo orientale un documento prettamente occidentale: in altre culture, in cui l’essere umano vive inserito in una rete di relazioni e rapporti comunitari, riconoscere i diritti dell’uomo in quanto singolo individuo significa privarli di un’esistenza nella collettività o, addirittura, contrapporli a essa. In altre parole: il conferire diritti indipendenti al singolo individuo non rientra nella tradizione di quelle culture, che vedono nell’individualismo non la possibilità di diventare pienamente sé stessi ma, in conseguenza delle esperienze di vita in condizioni desertiche assai difficili, solo la certezza di perire[28]. E anche questa è una convinzione che ha radici molto antiche.
3. Lo storico Erodoto[29] narra che la circoncisione era già praticata dagli egizi per motivi di pulizia. La più antica raffigurazione di una circoncisione maschile risulta in un rilievo funerario a Saqqara (necropoli di Menfi, datata 2345-2181 a.C.), nella tomba reale chiamata Ankmahor.
Molti secoli più tardi la Bibbia narra di come Abramo abbia concluso l’alleanza con Dio attraverso la circoncisione. Anche Gesù era circonciso come tutti gli ebrei maschi (Lc 2, 21). Eusebio di Cesarea, il primo storico della Chiesa, cita Filone di Biblo (o Filone Erennio) il quale riporta il mito fenicio in cui il dio supremo El si era circonciso prima di sacrificare l’unico figlio da lui generato, Iedoud (= l’amato). Anche qui è piuttosto evidente la somiglianza col racconto di Abramo circonciso che viene invitato a sacrificare il suo figlio amato Isacco. Dunque, un’ennesima dimostrazione dell’influenza della mitologia del vicino medio-oriente sulla teologia ebraica[30].
Nella cultura ebraica il pene circonciso ricorda la potatura della vigna, che grazie ad essa incrementa la produzione. Il pene non circonciso è invece inadeguato e deficitario. Il fallocentrismo esclude tutti coloro che non hanno un pene circonciso, e di conseguenza questo è un ulteriore motivo per considerare le donne inferiori ai maschi.
Sul punto va detto che il cristianesimo è stato veramente innovativo, perché introducendo il battesimo al posto della circoncisione come segno dell’alleanza, ha parificato la posizione di uomini e donne. Anche se questa innovazione non è poi bastata nella Chiesa per affermare una vera uguaglianza fra maschio e femmina.
(continua)
NOTE
[1] Dupuis J., Perché non sono eretico, ed. EMI, Bologna, 2014, 155.
[2] All’epoca, essere sterili non era considerato una malattia come oggi, ma una maledizione divina (una vergogna, come confermano Lc 1, 25 e 1Sam 1, 6, e come conferma Es 23, 20: «maledetta la sterile che non ha generato discendenza»). Cfr. Es 23, 24: Dio in persona afferma che se gli israeliti lo serviranno, non ci sarà in Israele una donna che sia sterile. E, a proposito, anche oggi, per molti cattolici, un segno dell’opera del maligno è la sterilità: Amorth G., L’azione del demonio, in AA.VV., L’azione del maligno, ed. Fede&Cultura, Verona, 2011, 9.
La malattia poi era considerata un castigo di Dio (Es 11,4-5; Nm 12,9-13; 1Sam 16,14; Sal 38,3-9; Is 1,-6,41,5; Os 5, 12.13; Gb 16,8). L’intima connessione tra peccato e malattia fisica è il presupposto tacito ma fondamentale dei riti e dei cerimoniali di purificazione (von Rad G., Teologia dell’Antico Testamento, I, Paideia, BS 1972, 315).
[3] Graves R., I miti greci, ed. Longanesi, Milano, 1983, 38.
[4] In greco prenderà il nome di Logos. Anche Gesù viene collegato con la Sapienza preesistente in diversi inni, anche se non viene espressamente identificato con essa (cfr. Prologo Gv) (Schillebeeckx E., Gesù, la storia di un vivente, Queriniana, Brescia, 1976, 431, 438ss., 451s.)
[5] Nel periodo ellenistico la saggezza viene personificata, e diventa un mitico essere celeste preesistente (Prv 8, 22-31), per così dire la figlia favorita di Dio, inaccessibile agli uomini, tranne a coloro cui Dio la riveli (Gb 28). Lo stesso si dirà per il Logos, e Dio attraverso l’intermediario, che prima aveva creato il mondo, si prende cura (salvifica) del suo popolo. Quindi Gesù può essere considerato come il Logos incarnato: tutto ciò è evidente frutto dell’ellenismo filosofico (Lenaers R., Il sogno di Nabucodonosor, ed. Massari, Bolsena (VT), 2009, 138). Nel cristianesimo, però, il Logos è stato normalmente identificato con Cristo (Gv 1, 14), il che permette di affermare la divinità di Gesù (Ravasi F., Il “Logos” che era in principio, “Famiglia Cristiana”, n. 36/2014, 106; Gnilka J., Teologia del Nuovo Testamento, ed. Queriniana, Brescia, 1992, 145; Lohfink G., Gesù di Nazaret, ed. Queriniana, Brescia, 2014, 414).
[6] In ebraico, il termine dābār indica anche azione, cioè parola evento, flusso fonetico che realizza ciò che dice, la parola è fatto, perché, per Dio, dire e fare è la stessa cosa, per cui la Parola fa accadere. ‘Abracadabra’ è una parola che viene da più parole arabe connesse che si tradurrebbero: “creo mentre parlo”. Ci si potrebbe anche chiedere con scetticismo: “Ma cosa vuol dire che la parola fa accadere?” La parola, per noi, è normalmente descrittiva: vedo in lontananza un mio amico e dico: “Guarda il mio amico”. Ma pensiamo alla parola detta dal giudice all’imputato: “Lei è stato assolto, e quindi torna libero”. In questo caso si attualizza qualcosa che prima non esisteva. Ecco che la parola fa accadere, come il pronunciamento del giudice crea la libertà che prima non c’era (Kampen D., Introduzione alla spiritualità luterana, ed. Claudiana, Torino, 2013, 52). Oppure pensiamo al prete che dice agli sposi: “Vi dichiaro marito e moglie”: a quel punto esiste uno status riconosciuto dal diritto che prima non esisteva.
[7] Kautsky K., L’origine del cristianesimo, Samonà e Savelli, Roma 1970, 174.
[8] L’opposto “apocrifo” è canonico. Il canone è stato fissato non per contenuti dottrinali, ma sull’apostolicità degli scritti (reale o presunta che fosse). Ne consegue che la continuità del cammino di fede non è dato dall’esattezza dei contenuti, ma dall’autorità di chi ha scritto e dall’accoglienza che questi scritti hanno avuto nelle comunità. Ecco perché si sono mantenute una pluralità di versioni, anche a volte incompatibili fra di loro.
[9]Come si legge in Tertulliano, De specatucilis, XXX, 6, in www.documentacatholicaomnia.eu: fabri aut quaestuariae filius. Vedasi anche Celso, Contro i cristiani, I, 28, ed. RCS, Milano, 1994,80 s., con i testi ivi richiamati.
[10] Maggi A., Nostra signora degli eretici, ed. Cittadella, Assisi, 2003, 142.
[11] “Angelus” di papa Benedetto XVI, 8.12.2009, in www.vatican.va.
[12] Vedi quanto osservato alla fine del § 2 sulla convenzione dei diritti dell’uomo.
[13] Leggendo questo passo non si può più credere che Abramo sia emigrato per obbedire a Yhwh unico Dio d’Israele, che così passa per il Dio di Abramo (Gal 3, 16-21; Rm 4, 2-20). Per farci credere al monoteismo degli ebrei già ai tempi di Abramo, la traduzione italiana sembra parlare sempre dello stesso Dio (ad esempio, se leggiamo Gen 20, 13 troviamo che Dio fece vagare Abramo). Ma anche qui, nell’originale, si legge che “gli elohim fecero me vagare”: sostantivo e verbo sono al plurale. E giustamente spiega il Corano – Sura III, 65ss., - che Abramo, padre di una moltitudine di nazioni (Gen 17, 4), era un uomo sottomesso a Dio, cioè un uomo di fede (non di una religione istituzionale) ed eroe dell’accoglienza dello straniero; e a un certo punto parte verso l’ignoto; ma non era né ebreo, né cristiano, né musulmano, perché tutti i libri sacri su cui si fondano queste religioni sono venuti ben dopo di lui.
[14] Biglino M., La Bibbia non parla di Dio, ed. Oscar Mondadori, 2016, 38ss. Ho trovato conferma che così sta letteralmente scritto nel testo 4Qumran Deut-j, ma con altra interpretazione - rispetto a Biglino - che si basa sul contesto, vedi http://danielesalamone.altervista.org/figli-di-dio-o-figli-degli-alieni-rotoli-di-qumran-smentiscono-mauro-biglino/. Infatti, si sostiene che i successivi versetti Dt 19-21 chiarirebbero che i figli di elohim sono in realtà i figli d’Israele, sì che corretta sarebbe la versione delle altre Bibbie. Tesi sostenibile ma non decisiva: se, infatti all’elohim del Sinai (Yhwh) spetta la discendenza di Giacobbe, vuol dire che ci sono altri elohim ai quali spettano gli altri popoli, come si ricava dal senso della traduzione, la quale dice che ogni popolo aveva il suo dio-protettore. Quindi diciamo pure che i figli di elohim (dei versetti 19ss.) sono necessariamente i figli d’Israele perché figli dell’elohim-Yhwh; ma quelli del versetto 8 sono figli di altri elohim (plurale) e non singolare, e quindi non tutti sono figli d’Israele. Comunque, in varie traduzioni bibliche, c’è l’annotazione che il testo del cap.32 del Deuteronomio è oscuro e di difficile comprensione.
[15] Da notare che:
- quando nella nostra Bibbia troviamo scritto Dio la parola originale è Elohim;
- quando nella nostra Bibbia troviamo scritto il Signore la parola originale è Yhwh;
- quando nella nostra Bibbia troviamo scritto Dio Onnipotente la parola originale è El (Dio) Shadday (Penna R., Gesù di Nazaret nelle culture del suo tempo, ed. EDB, Bologna, 2012, 87).
[16] Nel breve Salmo 82 Dio presiede l’assemblea degli dèi, “giudica in mezzo agli dèi” e li rimprovera perché si sono dimostrati incapaci di governare rettamente il mondo e ricorda che cadranno come tutti i potenti, e anch’essi moriranno. Ora nella Bibbia del Gruppo editoriale l’Espresso, 2005, vol. II, 1305, si legge che Dio si alza nell’assemblea divina e giudica “in mezzo agli dèi”. Com’è possibile che con l’unico Dio ci siano altri dèi? Ovviamente non può essere che Dio convochi sé stesso e poi si arrabbi con sé stesso perché le cose vanno male. Più logico che El (Dio supremo) abbia convocato altri dèi.
Siccome il testo è indigeribile se si vuol inculcare l’idea che gli ebrei erano monoteisti, si è cercato di normalizzarlo: si legge, ad esempio, nella Bibbia Interconfessionale, adottata dai Salesiani, ed. LDC e al., 2007, 815: Dio prende la parola nell'assemblea e si rivolge ai “capi delle nazioni”. Non ci sono altri dèi, ma solo l’unico Dio e altri uomini. Molti in effetti si richiamano a Isaia (Isn3, 13s: Yhwh si erge per accusare il suo popolo e inizia con i capi e gli anziani). I capi sarebbero qui messi sullo stesso piano degli dèi. Perciò anche i giudici d’Israele, delegati da Dio a emettere sentenze perché “il giudizio appartiene a Dio” (Dt 1, 17) sarebbero qui definiti (Sal 82, 6) elohim, uomini-dèi (Ravasi G., Voi siete dei, “Famiglia Cristiana”, n.41/2013, 121), figli di Dio, cioè esseri divini. Ma visto che Adamo è stato pesantemente punito per aver voluto assurgere al livello di Dio, come si giustifica l’idea di uomini-déi? Inoltre, questa spiegazione viene smentita - almeno per i cristiani - dallo stesso Gesù, che nel vangelo di Giovanni (Gv 10, 34), richiamando proprio il Salmo 82 dice: “voi siete dèi” (in greco theoi, e non kritai, come sarebbe stato se avesse detto giudici). Inoltre, il titolo ebraico del Libro dei Giudici è Shofetim e non Elohim.
Ovviamente tutte queste difficoltà improvvisamente scompaiono se El-Elyon – l’Altissimo, il capo del pantheon che ha diviso le nazioni fra i vari suoi elohim - presiede l’assemblea degli altri elohim (dèi) e si arrabbia con essi. Mi sembra che abbia pienamente ragione ancora una volta il tanto contestato (dai cristiani osservanti) Biglino M., La Bibbia non parla di Dio, ed. Oscar Mondadori, 2016, 62ss., il quale dice che il testo è molto problematico per la teologia, che deve fare un grande esercizio di esegesi, di interpretazione funambolica e di spiegazione. Infatti, il salmo 82 parla di un’assemblea degli elohim, dice che c’è un presidente dell’assemblea che è molto arrabbiato con i suoi sottoposti elohim perché non governano come dovrebbero. Alla fine dell’assemblea questo presidente dice a questi partecipanti all’assemblea: sì, è vero, voi siete degli elohim (dèi) figli di Elyon (il Dio supremo e altissimo), ma ricordatevi che dovrete morire come tutti gli Adam (uomini).
Dunque, si tratta più facilmente di un salmo dell’epoca politeista, anche se i cristiani più ortodossi vogliono farci credere che da sempre gli ebrei erano monoteisti.
[17] Barucg L. Levine, Numbers, Doubledat, New York, 2000, 135-175.
[18] Hebrew Bible and Ancient Israel, 4(I), 2015, pp. 56-77, Omer Sergi State Formation, Religion and Collective Identity, pp.77-105 Seth L. Sanders When the Personal Became Political.
[19] Che poi Abramo sia considerato il fondatore della fede ebraica emerge dalla stessa Bibbia. Pensiamo a Noè: quando Dio lo avverte che intende sterminare gli uomini perché sono malvagi (Gn 6, 11), Noè non sembra preoccuparsi molto degli altri: sa che lui e i suoi si salveranno costruendo l’arca, e così fa.
Pensiamo, invece, a come si comporta diversamente Abramo: quando Dio avverte Abramo che sterminerà la gente di Sodoma e Gomorra, il patriarca si oppone; se ci saranno 50 giusti, o almeno 40, o almeno 10 come potrà il Giusto far perire insieme il colpevole e l'innocente (Gn 18, 23-33)? Ci vuol un gran fegato e una grande fede per contrastare Dio.
La morale che si ricava dal testo è che è difficile salvarci se pensiamo solo a noi stessi. Noè, infatti, che non si era interessato agli altri finirà maluccio: finirà col diventare il primo ubriacone della storia umana; Abramo, pur vecchissimo, avrà il tanto agognato discendente.
[20] Schillebeecks E., Per amore del Vangelo, ed. Cittadella, Assisi, 1993, 159. Theological Dictionary of the New Testament, a cura di Kittel G. e Friedrich G., ed. Edrdmans Publishing Company, Grand Rapids (USA), 1993, Vol. III, 914: pantokrator è chi governa tutte le cose. Secondo Ravasi G., Sono con voi tutti i giorni, “Famiglia Cristiana”, n.47/2011, 137, pantokrator significa sovrano di tutto l’essere. Secondo Gounelle A., Parlare di Dio, ed. Claudiana, Torino, 2006, 132, il termine indica colui che detiene il potere al livello più alto; non per questo è onnipotente.
[21] Il cantiere della traduzione è sempre aperto, e non bastano semplici equivalenze linguistiche per capire il testo in un’altra cultura.
Perciò ogni letteralismo è da evitare, perché non tiene conto che le parole sono tradotte da un’altra lingua, e che il contesto culturale originale è diverso dal nostro (Ravasi G., Le parole dure di Gesù, “Famiglia Cristiana”, n.41/2014, 106)
[22] In seguito, anche Cristo è diventato Pantokrator (vedasi, ad esempio, l’immagine nella chiesa di San Vitale a Ravenna), ma si tratta di una raffigurazione ormai della Chiesa di potere, non della Chiesa primitiva. Non c’è questa immagine nelle catacombe, per quanto mi risulta, dove Cristo è solo il buon pastore.
[23] Gounelle A., Parlare di Dio, ed. Claudiana, Torino, 2006, 132.
[24] Art. 26 Catechismo Pio X. Nello stesso senso lo intende Calvino, come scrive Gounelle A., Parlare di Dio, ed. Claudiana, Torino, 2006, 133.
[25] Ricordo che Gen 6, 11 consente la poligamia. E anche Dio si presenta come bigamo (Ez 23, 1-4). Quindi, anche l’islam non è innovativo sul punto («Sposate allora di fra le donne che vi piacciono, due o tre o quattro» (La Sura delle donne, IV, 3), mentre lo è il cristianesimo.
[26] Cfr. l’enciclica Casti connubii del 1930 di papa Pio XI, in www.vatican.va./Sommi pontefici/ digitando encicliche sotto il nome dei papi). E mezzo secolo prima, nel 1880, papa Leone XIII, nell’enciclica Arcanum divinae sapientiae affermava a chiare lettere, seguendo Paolo, che il marito è il principe della famiglia e il capo della moglie, la quale, pertanto, deve essere soggetta ed obbediente al marito.
[27] Così espressamente nell’enciclica Casti connubii citata.
[28] Kapuscinski R. Nel turbine della storia, ed. Feltrinelli, Milano, 2009,102 s.
[29] Erodoto, Historiae, II, 37.2.
[30] La ritualità della circoncisione diffusa nell’area mediterranea è stata intesa - in tempi più moderni - come il sostituto simbolico dell’evirazione che un tempo il padre primigenio nella pienezza del suo potere assoluto aveva inflitto ai figli. A questo era seguita la l’uccisione del padre primigenio da parte dei figli. Ma da questo nasce un senso di colpa che, stando a Freud, s’identifica col peccato originale, cioè un oscuro peccato contro Dio, che può essere espiato solo con la morte per la sua gravità. Ecco il Figlio di Dio che prende su di sé la colpa e si fa uccidere. Doveva trattarsi di un figlio perché era stato ucciso il padre (De Monticelli R., Umanità violata, Laterza, Roma-Bari, 2024, 72, che richiama su questo punto Freud).
Pubblicato il volume di Dario Culot che ripropone in una nuova veste editoriale, ed in un unico libro, molti dei suoi contributi apparsi sul nostro settimanale: https://www.ilpozzodigiacobbe.it/equilibri-precari/gesu-questo-sconosciuto/