Sentire cum Ecclesia
Giovedì 9 ottobre, alle ore 21, la professoressa Assunta Steccanella, docente di Teologia pastorale, inaugurerà il ciclo di incontri “Sentire cum Ecclesia”, ideato e diretto da Claudio A. Bosco.
Nel suo intervento, la professoressa Steccanella sottolinea come la teologia pastorale sia una disciplina che parte sempre da uno sguardo concreto sulla realtà, per metterla in dialogo con la dottrina. È un movimento reciproco: la dottrina illumina la realtà, ma al tempo stesso la realtà aiuta a comprendere più profondamente il Vangelo. In questo senso, la teologia pastorale è una teologia incarnata, dove pensiero e azione si intrecciano. «Il pensiero senza l’azione non porta a nulla», afferma Steccanella, «ma anche l’azione senza il pensiero rischia di produrre solo confusione».
Interrogandosi sul significato della sinodalità nella Chiesa e nelle esperienze comunitarie, la professoressa ricorda la definizione del documento SvmC 6: «La sinodalità è il modo specifico di vivere e agire della Chiesa, Popolo di Dio, che manifesta e realizza concretamente il suo essere comunione, nel radunarsi in assemblea e nel partecipare attivamente di tutti i suoi membri alla missione evangelizzatrice».
Papa Francesco ha dato un impulso decisivo alla sinodalità, promuovendola come dimensione costitutiva della vita ecclesiale. Le strutture sinodali — nate a partire dal Concilio Vaticano II — non sono semplici strumenti organizzativi, ma espressioni dell’essere stesso della Chiesa. Nella Chiesa, le decisioni non si prendono come nella società civile, secondo una logica puramente democratica: non basta la maggioranza dei voti. La sinodalità implica un duplice ascolto: di Dio e delle persone, nella ricerca comune di ciò che lo Spirito suggerisce. Per questo, afferma Steccanella, «la sinodalità non è un accessorio: Chiesa e Sinodo sono sinonimi». Il termine Chiesa deriva da ek-kaleo, “chiamati fuori”: essa nasce a Pentecoste, quando i discepoli sono inviati nel mondo. Sinodo (syn-odos) significa “camminare insieme” e descrive il modo in cui questi chiamati sono invitati a operare.
Il recente percorso sinodale in Italia si è concretizzato nella seconda Assemblea sinodale delle Chiese italiane, conclusasi il 31 marzo 2025. In quell’occasione sono state approvate le Propositiones, documento che sintetizza il cammino delle diocesi italiane e che è stato poi presentato all’Assemblea generale della CEI nel mese di maggio. Durante tale assemblea, tuttavia, la quasi totalità dei partecipanti ha rifiutato il documento, che verrà riproposto a ottobre. «Questo fatto», osserva la professoressa, «dimostra che la sinodalità è stata reale: ci si è davvero confrontati, si è discusso, si è cercato insieme il discernimento».
Steccanella propone di rileggere il brano di Atti 15,1-30, che racconta uno dei primi momenti sinodali della Chiesa: il cosiddetto Concilio di Gerusalemme. Quando la comunità cristiana si confronta con la cultura dei pagani, Paolo e Barnaba portano la questione agli apostoli e agli anziani di Gerusalemme. Si discute, si ascolta, si litiga persino, ma alla fine si giunge a una decisione condivisa e ispirata dallo Spirito. «Pensiamo a quanto fosse difficile superare norme radicate nella tradizione ebraica», commenta Steccanella. «Eppure, si è scelto di aprirsi, di accogliere, di andare oltre».
La docente ricorda che anche oggi la sinodalità serve ad affrontare scelte decisive per la vita ecclesiale, come quelle espresse nell’esortazione Amoris laetitia, che apre alla possibilità per i coniugi in seconde nozze di essere riammessi all’Eucaristia dopo un cammino di discernimento. «Alcune questioni sembrano insuperabili — spiega — ma nel cammino sinodale è possibile prendere decisioni trasformative, che rinnovano la vita della Chiesa». Tra i temi ancora aperti cita il diaconato femminile, questione che invita a riflettere su chi siamo come Chiesa: Popolo di Dio formato da laici, religiosi e ministri ordinati insieme.
In questo senso, la sinodalità non è solo un metodo, ma il modo concreto con cui la Chiesa esprime la propria identità. È il segno di una comunità che cammina insieme, nella diversità dei carismi e nella ricerca di una comunione sempre più profonda. Come ricorda la professoressa Steccanella, già il Concilio Vaticano II, con la Lumen Gentium, aveva proposto un cambio di prospettiva radicale: prima il mistero della Chiesa, poi il Popolo di Dio, quindi la gerarchia e infine i laici. La gerarchia viene così collocata dentro il Popolo di Dio, non al di sopra di esso.
È una visione che ancora oggi interpella la vita ecclesiale e chiede di essere incarnata. «Da sessant’anni — conclude Steccanella — stiamo ancora imparando cosa significa davvero questa rivoluzione: camminare insieme, nella diversità dei ruoli ma nell’unità della missione, perché la Chiesa sia davvero un segno vivente del Vangelo nella storia».