Il diritto penale non è come pensiamo
C’è un quadro, in un angolo apparentemente secondario del Louvre, che raramente si vede nelle brochure turistiche: L’assassinio di Marat di Jacques-Louis David. Non è solo un’icona della Rivoluzione francese, ma anche uno sconcertante manifesto della giustizia vendicata dalla lama, della politica intinta nel sangue e dell’emozione elevata a diritto. Marat è lì, nella sua vasca, penna in mano e pugnalata nello sterno: sembra che stia ancora scrivendo. Ma chi ha deciso chi è la vittima e chi è il colpevole? E soprattutto: chi ha spiegato allo spettatore cosa c’è dietro quel sangue?
Ecco il punto: l’omicidio, nella tela, è già storia. Ma nel presente è cronaca. E come ogni buona cronaca nera che si rispetti, viene impacchettata e spedita al grande pubblico con il fiocco della spettacolarizzazione: drammi domestici con soundtrack strappacuore, killer raccontati come divi decadenti o mostri mitologici, magistrati trasformati in oracoli. Tutto ciò con lo stesso tono usato per recensire la nuova stagione di una serie crime.
In mezzo a questo circo visivo, la legge penale – quella cosa seria, profonda, a tratti terrificante – si trasforma in una comparsa muta. Il diritto penale, infatti, è quella branca del sapere che, come un rigido boia in completo scuro, interviene solo quando tutti gli altri strumenti hanno fallito. La sua funzione nella società è tanto essenziale quanto impopolare: disegna i limiti del lecito e stabilisce le conseguenze del loro superamento. Non educa, non consola, non redime. Sanziona.
Ma a forza di sentir parlare di “ergastoli esemplari” e “mostri da sbattere in prima pagina”, l’opinione pubblica dimentica che il diritto penale è nato – ironia della sorte – proprio per contenere la vendetta e incanalare la rabbia. È il tentativo disperato della civiltà di mettere ordine nel caos, di trasformare la selva della ritorsione privata in un sistema di regole, proporzioni, garanzie. Il carcere non è (o non dovrebbe essere) una punizione, ma una risposta ragionata a un patto infranto.
Il problema, però, è che nessuno ce lo spiega. La narrazione dominante – quella della tv, dei podcast “true crime” e degli editoriali col cappio morale – non si cura di offrire strumenti per comprendere. Lo spettatore viene ipnotizzato dal pathos del caso, ma resta analfabeta sul piano giuridico. La sua unica certezza è un giudizio di pancia: “Colpevole!”, urlato prima ancora di sapere quale reato sia stato contestato.
Il narratore, poi, non aiuta. Non è un giurista, spesso non conosce neanche i fondamenti di ciò che racconta. Ma sa confezionare un titolo efficace. E così il diritto penale si riduce a una pantomima: il pubblico urla vendetta, il narratore accende il riflettore e la giustizia, quella vera, si accomoda in platea, non invitata alla festa.
Eppure, ne sono certa, il diritto penale è vicino a ognuno di noi. Non solo perché la cronaca ce lo sbatte in faccia, ma perché i suoi meccanismi possono riguardarci molto più direttamente di quanto pensiamo. Non serve accoltellare un rivoluzionario nella vasca da bagno: basta molto meno.
Propongo degli esempi un po’ tirati, ma certa che capirete il punto: avete mai parcheggiato sulle strisce pedonali “solo per un attimo”, costringendo una persona in carrozzina a scendere in strada? Potrebbe configurarsi un’ipotesi di violenza privata. Avete mai insultato su un social un personaggio pubblico con epiteti fantasiosi ma non proprio eleganti? Diffamazione. Avete mai trovato un telefono abbandonato su un sedile dell’autobus e avete esitato (solo un attimo!) prima di restituirlo? Appropriazione di cose smarrite.
Certo, non farete mai compagnia a Hannibal Lecter, ma potreste scoprire, in un giorno qualsiasi, che il diritto penale conosce il vostro nome, il vostro codice fiscale e la vostra password del Wi-Fi. Anche se siete brave persone. Anzi, proprio perché vi considerate brave persone.
E l’arte – che anche qui si dimostra più lucida della cronaca – ci avvisa. Non con le urla, ma con immagini disturbanti. Pensiamo a Saturno che divora i suoi figli di Goya. Lì, l’orrore non è nell’atto (pur già atroce), ma nel fatto che Saturno lo compie per mantenere il potere, per evitare di essere spodestato. Non c’è giustizia, c’è solo paura. E la paura, come la cronaca urlata, genera mostri. La vera lezione non è nel cannibalismo mitologico, ma nella domanda implicita: chi vigila sul potere quando il potere si sente legittimato a tutto, anche a divorarci in nome dell’ordine?
Oppure pensiamo a Il giudizio di Cambise, il ciclo fiammingo che raffigura lo scorticamento del giudice Sisamne, reo di aver venduto la giustizia al miglior offerente. È una scena cruda, quasi estrema nel dolore, ma anche una pedagogia per immagini: chi applica male la legge deve rispondere in prima persona, letteralmente con la pelle. Ma oggi? Riconosciamo ancora la differenza tra una decisione impopolare e una giustizia corrotta?
E poi c’è lui, Caravaggio, artista con una vita maledetta da pittore criminale. In Giuditta e Oloferne, la lama è affilata, il sangue zampilla, ma lo sguardo di Giuditta è incerto, quasi colpevole. È la scena di un’eroina che punisce, sì, ma non senza dubbi. Non si compiace del gesto. Non è cronaca nera: è giustizia tragica. O forse solo necessità? E noi, oggi, sappiamo ancora valutare un atto di difesa nella ponderazione del giudizio?
Forse la lezione è proprio questa: la giustizia vera non è spettacolo, ma dubbio; non è urlo, ma domanda. E il diritto penale, quando funziona, è uno specchio opaco in cui ciascuno di noi può – e deve – riconoscersi. È lo strumento che ci separa dalla barbarie, ma anche quello che ci svela quanto vicina sia ancora la barbarie, sotto i nostri abiti civili.
Perché il diritto penale è l’unico ramo del diritto in cui tu, lettore, potresti trovarti protagonista, senza volerlo. Non serve essere cattivi: basta essere umani.
Del resto, come nel teatro tragico, il confine tra colpevole e vittima è spesso solo questione di punto di vista. Ma se questo confine non ci viene mai spiegato, e se nessuno ci insegna a riconoscerlo come possiamo essere certi, un giorno, di non averlo già oltrepassato?