Dio personale o impersonale
di Dario Culot
Se il post-teismo ha molte facce, e manca ancora di una definizione condivisa e soddisfacente, si può comunque dire che i post-teisti sono convinti della presenza reale di un Mistero che si confonde con la realtà fisica del nostro Universo, dal quale non si può separare né si può distinguere. Ma tacciono – riconoscendo la propria ignoranza - sulla causa dell’esistenza di questo Universo che si limitano ad ammirare, senza essere in grado di spiegarlo; tacciono pure sulla definizione di Dio, che resta un Mistero e giammai un libro aperto, come ha invece cercato di convincerci il magistero ecclesiastico. E questa insipienza ce la conferma il vangelo: “Dio, nessuno l’ha mai visto; il Figlio unico del Padre è quello che ce lo ha fatto conoscere” (Gv 1,18). Cioè, Dio non sta alla nostra portata e l’essere umano non può conoscerlo. Solo in Gesù vediamo Dio; solo attraverso Gesù lo conosciamo un poco.
Non so dove ci porterà questo nuovo cammino, questa continua ricerca. Secondo Mattew Fox[1] esistono quattro opzioni per parlare della nostra relazione col divino: il panteismo: cioè tutte le cose sono Dio, ma in tal modo si perde la trascendenza e l’alterità del divino; l’ateismo, che rifiuta le immagini di Dio che gli abbiamo offerto; il teismo, che ormai stiamo scartando per i vari motivi in precedenza citati[2]. Infine il panenteismo, dove Dio è in tutte le cose e tutte le cose sono in Dio. Spiegava – se ben ricordo,- Bruno Mori: Dio è reale come è reale il nostro Universo, esiste nella stessa Realtà in cui esiste il nostro Universo al pari di noi che esistiamo in questo Universo. Dio forma quindi parte della stessa Realtà nella quale esiste l’Universo, e non può esistere fuori della Realtà dell’Universo (cioè fuori da ciò che esiste) perché altrimenti Dio non esisterebbe, giacché in tal caso non avrebbe realtà. Del resto c’insegnano che anche nella persona umana spirito e materia sono indissolubilmente connessi. Forse ci stiamo spostando verso questa direzione, di cui già si parla nelle Scritture: ad es. negli Atti degli apostoli Paolo dice che noi viviamo, ci muoviamo ed esistiamo in Dio (At 17, 28); l’evangelista Giovanni mette in bocca a Gesù queste parole: “Io sono nel Padre, e voi siete in me e io in voi” (Gv 14, 20).
Il post-teismo pensa anche che non siamo più in sintonia con l’idea di un Assoluto metafisico universale, appartenente a un mondo parallelo e separato dal nostro, ma giudice severissimo e implacabile del nostro, e si pensa piuttosto a un’energia che fa funzionare l’universo. Questa energia è la manifestazione di una presenza misteriosa, che noi possiamo immaginare come spirito, come l’unica fonte da cui promana ogni attività cosmica; esattamente come la sorgente dà poi corso al fiume, o come l’energia che poi troviamo trasformata ed è diventata materia. Infatti anche la materia non è che uno degli stati dell’energia:[3] col che vien anche meno il secolare dualismo materia-spirito. Il Mistero di questa potenzialità, che a volte ci appare perfino intelligente, è sempre stato presente negli abissi dell’Universo come un programma per il suo funzionamento.
Ma una volta riaffermato che non si riesce più ad accettare l’idea di un Dio persona che vive in un mondo parallelo al nostro, in una seconda realtà che noi non comprendiamo (trascendente), comunque in una sfera al di fuori della nostra realtà materiale e fisica (immanente), possiamo anche convincerci che, se per Realtà già s’intende tutto ciò che esiste, è perfino difficile immaginare un Ente (seppur supremo) che ha esistenza contemporanea in due realtà distinte (una soprannaturale e un’altra naturale), separate e gerarchizzate (il mondo in alto nel cielo è superiore al mondo della terra). Perché non dovremmo piuttosto pensare che Dio e il nostro universo fanno parte della stessa e unica Realtà, come in noi esseri umani corpo e spirito formano un tutt’uno? Ogni essere umano è una persona unica; non è formato da una persona materiale e da una persona spirituale. Come il software che fa funzionare il computer (hardware) non appartiene a una realtà diversa, così l’energia misteriosa che fa funzionare l’universo non deve necessariamente far parte di una realtà diversa.
Ma come si può entrare in relazione con l’energia (Dio)? È stato obiettato che ci può essere relazione solo fra due persone, sì che se si perde la personalità di Dio si perde anche ogni possibilità di relazione.
Non credo sia necessariamente così. Banale mi sembra innanzitutto la spiegazione secondo cui in Dio ci devono per forza essere persone perché chi non ha esistenza personale non potrebbe donare nulla[4]. Forse che uno splendido tramonto o una musica celestiale non possono donare brividi di emozione o sensazioni di pace e serenità?
Oggi, sono in tanti a ritenere che Dio non sia una Persona (seppur Spirito supremo). Persona, infatti, è per noi un individuo che ha coscienza di sé ed esiste nel tempo e nello spazio, per cui necessariamente è limitato. Noi uomini siamo persone, esistendo nel tempo e nello spazio. Al più tempo e spazio esistono dentro Dio, che è l’Essere stesso[5]. Oggi la presenza di Dio in Terra viene vista piuttosto nell’immagine degli esseri umani che raggiungono la pienezza (lo zoppo salterà, il cieco vedrà, ecc.: Is 35, 5-6). Noi esseri umani siamo in grado di vedere il divino solo attraverso l’umano. Non esiste cioè per l’uomo un rapporto con Dio che NON passi attraverso il rapporto con gli altri uomini. Quindi un rapporto terreno, carnale con gli altri e indiretto con Dio; non un rapporto celestiale diretto con la Persona divina che dimora nel mondo parallelo al nostro. Dio non appare in terra finché non ha luogo il gesto di un uomo che lo rende presente. Come? Stando a quello che ha detto Gesù, prendendosi cura degli altri. Ecco l’incontro con Dio che il buon samaritano fa quando inciampa nel ferito[6]. E gli altri sono quelli che l’intreccio del caso ci mette sulla nostra strada. Quando avviene l’incontro, e come se Dio in persona ce li avesse messi là. E come se Dio ci dicesse: “ti aspettavo!” E il ferito soccorso dal buon samaritano quando completamente rintronato apre gli occhi cosa vede? Vede la faccia di un uomo; ma vedendo la carità del samaritano, vede in quel volto umano anche il volto di Dio, perché Dio invisibile diventa visibile e presente solo attraverso i nostri gesti umani[7].
Cosa rispondere allora all’obiezione secondo cui, se Dio non è persona, come può esserci relazione con chi non è persona? In effetti, qui sulla terra, la relazione con Dio è solo mediata, perché è diretta solo quella con gli altri uomini. Comunque relazione significa solo intima corrispondenza fra due elementi: anche l’idrogeno e l’ossigeno possono entrare in relazione, e viene fuori l’acqua; anche due fatti possono essere messi in relazione, senza essere persone. I poeti ascoltano e poi riferiscono quello che hanno ascoltato. Quando Mauro Corona ha cominciato a raccontare alla psicologa che lui parlava con gli spiriti dei boschi, la dottoressa, dopo aver sgranato gli occhi, aveva tentato in tutti i modi di eliminare i suoi folletti. “Chi non è capace di sognare cerca di impedirlo anche agli altri” conclude l’autore[8]. E Leopardi non parlava con la luna? Quando il poeta Pablo Neruda scriveva: “Voglio fare con te ciò che la primavera fa con i ciliegi”[9] non intrecciava un rapporto diretto con la sua amata e indiretto con la primavera? Molte persone amanti del mare dicono: “io trasmetto la mia ansia al mare, e le onde mi restituiscono tranquillità.” Non è anche questa una relazione profonda fra il singolo individuo e il mare, fra l’essere umano e la natura, che sicuramente non persona? Dostoevskij ha scritto: “Il cielo era così stellato, così luminoso che, guardandolo, non si poteva fare a meno di chiedersi com’è possibile che sotto un cielo così possano vivere uomini senza pace”[10]. Non è anche questa una relazione fra l’uomo e la natura? È un processo completamente umano quello che ci permette di creare immagini con le quali poter stabilire relazioni e dunque legami di affetti ideali. Si può mantenere una relazione perfino con un defunto, vivendolo presente, anche se la persona morta non esiste più sulla Terra. Lo stesso processo di idealizzazione ci fa giungere all’idea di un Dio[11]. Ma se fosse mera illusione?
Nessuno può dimostrare, come 2 e 2 fanno 4, che Dio esiste ed è amore. Eppure, se vivere ricevendo e dando amore ci fa sentire meglio, forse non è mera illusione. Pensiamo alla nostra prima esperienza vissuta: l’amore della mamma può essere la prima visione che abbiamo dell’immagine di Dio, e ci convince che l’amore è la base della vita su questo pianeta. Quando un bambino nasce, non sa neanche cosa vuol dire mangiare, eppure cerca da subito qualcosa che nemmeno sa che esiste (il latte della mamma), e quando l’ha trovato si acquieta. Anche noi adulti, quando abbiamo sete, cerchiamo urgentemente l’acqua, e anche se non la troviamo sappiamo che esiste.[12] Questo ci fa pensare che quando c’è un bisogno istintivo ci deve essere parimenti una sorgente reale, e non meramente illusoria.
Insomma, non è che in mancanza di un rapporto personale necessariamente viene a mancare anche la realtà. Camminare, possibilmente in silenzio, in montagna, o da soli nel deserto, risponde a una ricerca di interiorità e di ritorno all’essenziale perché diventa un modo per stabilire una distanza tra sé e il rumore, per immergersi appunto nel silenzio della natura. E non è questa già una relazione anche se non fra due persone?
Forse è più rassicurante credere di parlare sempre direttamente con un’altra persona per immaginarla reale, ma non è proprio per aver pensato a Dio come persona che l’abbiamo deformato, vedendolo ora come un re assiso sul trono, ora come generale (o almeno cappellano) degli eserciti? Per di più la religione ci ha insegnato che con i nostri peccati lo offendiamo, ed è chiaro che una persona può essere sempre offesa, al pari nostro: ma se fosse ‘tutt’altro’, potremmo ancora offenderlo? E non è sempre una deformazione pregare Dio dicendo: ‘Ascoltaci Signore!”, come se quel ‘Lui’ dovesse fare un favore a ‘noi’, come se fosse Lui a dover fare la nostra volontà? Non dovremmo dire “Signore! fa che ti ascoltiamo,” perché siamo noi che dobbiamo darci da fare, collaborare, custodire e curare gli altri?
Torno a ripetere quanto richiamato anche la settimana scorsa (ho fatto riferimento all’omelia per l’Immacolata Concezione di don Carlo Molari, che mi ha molto colpito). Il bene può prevalere sul male nella storia degli uomini, ma la condizione perché questo avvenga è la fedeltà degli uomini, cioè le scelte storiche delle uomini. Se la Madonna non avesse detto “sì”, Gesù non sarebbe nato. Non ci sono altre vie di uscita, cioè Dio non può – nella storia – fare ciò che gli uomini non fanno, sostituendosi agli uomini. Invece noi abbiamo ancora in testa un’immagine di Dio come se Lui potesse fare le cose nella creazione e nella storia umana. Ma l'azione di Dio è divina, è creatrice, mentre la storia degli uomini è intessuta di azioni create e le azioni create non possono essere di Dio, le azioni create sono delle creature. L'azione creatrice, infatti, è più interiore delle azioni che le creature possono fare, perché alimenta, sostiene, rende possibile l'azione e la realtà delle creature. Ma non può mai sostituirsi alle creature, perché altrimenti non sarebbe storia creata, non sarebbe storia umana, o non sarebbe struttura della creazione, eventi della creazione: sarebbero eventi divini, ma gli eventi divini non costituiscono la storia umana, costituiscono l'avventura divina che noi non conosciamo, costituiscono la realtà divina; ma la realtà storica e la realtà della creazione può essere strutturata solo e costituita solo da azioni umane.
Ma – si obietta ulteriormente - se Dio non è persona solo noi umani saremmo consapevoli di esserlo,[13] e quindi saremmo più di Dio che se non è persona non sarebbe neanche consapevole di esistere. E chi lo dice?
Non ricordo dove ho letto questo racconto orientale: dicono che un fiume, prima di gettarsi in mare provi un tremito di paura. Si volta indietro e vede in un colpo d’occhio tutta la sua camminata: i picchi, le montagne, il lungo cammino sinuoso attraverso le foreste, i villaggi, e vede davanti a sé un oceano tanto grande che entrandovi non rappresenta altro che scomparire per sempre… Ma non c’è alternativa: il fiume non può tornare indietro. Deve rischiare ed entrare nell’oceano. E solo quando entra nell’oceano che la paura scompare, perché si rende conto che non si tratta di scomparire nell’oceano, ma proprio di diventare oceano. Da un lato è scomparire, ma dall’altro è rinascere. Così è la vita, anche quella dell’uomo; non si può tornare indietro, ma solamente andare avanti, e, fidandosi, avere il coraggio di diventare oceano. In questo racconto è chiaro che già al fiume si attribuisce consapevolezza di sé, e a maggior ragione deve averla anche l’oceano.
Per noi cristiani che pensiamo a Dio come Persona, Egli è nostro Padre, nostro Dio; ma indipendentemente da noi, in sé e per sé, che cosa è Egli veramente?[14] Non lo sappiamo. Dio è tale solo per la creatura, ma non per sé stesso; l'idea di adorazione è inerente al concetto di Dio, ma sarebbe un'assurdità dire che Dio adora sé stesso. Anzi, possiamo dire che senza di noi e senza la nostra relazione con Lui non sarebbe Dio. Dio non è Dio di sé stesso; lo è solo mediante la creatura, infatti Dio non dice mai «Io sono il mio Dio!», ma «Io sono il vostro Dio». Dio è il nostro Dio[15].
Gesù, che è stato capace di illuminare la mente e contemporaneamente allargare il cuore dei suoi discepoli, è stato visto da essi come una persona umana, e ha manifestato col suo modo di vivere come si comporta Dio[16]. Ma seppur ci fa pensare a un Dio umano (perché lo chiama Abba, papà) e non più a un Essere onnipotente che ci terrorizza, perché dobbiamo credere che questo Dio è sicuramente una Persona? Non succede qualche volta, a più di qualcuno, di scoprire di essere abitato da un quid che è più grande di lui? Forse Dio non potrebbe essere già in noi? E certamente nel nostro profondo non può esserci un’altra persona.
Non potrebbe essere un fenomeno vitale non meglio definito, al pari della primavera che fa sbocciare ogni anno la vita? Non potremmo pensare a Lui solo come vita che dà amorevolmente vita? Riconoscere – come faceva Gandhi,[17] che c’è una forza vivente, immutabile, che tiene tutto assieme (pantokrator), che crea, dissolve e ricrea? Questa forza o spirito pantokrator è Dio. Una forza Gandhi vede esclusivamente benevola, perché in mezzo al male persiste sempre il bene.
Sto ovviamente facendomi domande senza saper dare risposte, per cui resto col dubbio.
Siccome nessuno ha mai visto Dio (Gv 1, 18) per pensarlo dobbiamo necessariamente ricorrere a immagini, anche se saranno sempre incomplete. In proposito ho sentito quest’altro bell’esempio che mi è piaciuto: l’onda è una manifestazione dell’acqua del mare nel tempo e nello spazio. L’onda, però, non si separa mai dal mare, e in realtà non nasce e non muore perché quando s’infrange torna ad essere quello che era prima: la stessa natura l’ha prima d’infrangersi e dopo che si è infranta. L’onda non può negare di essere acqua di mare. Ora, se paragoniamo l’uomo all’onda e il mare a Dio, potremmo dire che la nostra natura non cambia: il peccato non consiste nella separazione dell’uomo da Dio perché neanche volendo ci si può separare da Lui, proprio come l’onda non può separarsi dal mare. E se non ci può essere separazione neanche la salvezza può venire da fuori. Il peccato è allora semplicemente una mancanza di consapevolezza[18] da parte di noi uomini; come se l’onda – che in quel momento si trova orgogliosamente al di sopra del resto del mare,- credesse di non essere più acqua marina e si considerasse un assoluto in sé, slegata dall’acqua: “Io sono onda e sono più alta del mare, per cui non sono mare”. Il peccato dell’uomo, allora, è l’ego che si considera slegato dalla sua vera identità e si considera un assoluto in sé, quando invece noi uomini restiamo sempre della stessa sostanza divina (ricordiamoci che Gesù ha detto: «non è forse scritto nella vostra legge: io ho detto voi siete dèi» - Gv 10, 34). E perfino quando cerchiamo di definirci in altro modo, non ci stacchiamo dalla nostra natura originale: semplicemente non abbiamo consapevolezza della nostra vera natura. Spesso il nostro ego pensa di identificarci in base ai soldi che possediamo, al potere che abbiamo acquisito: al pari dell’onda siamo orgogliosamente convinti di essere più in alto del resto dell’acqua e quindi i migliori. Forse siamo solo vita divina in forma umana, cioè materia circoscritta nello spazio e nel tempo. Siamo sostanzialmente spirito, energia, e non possiamo separarci dalla matrice spirituale, come l’onda non può separarsi dal mare. Finito il tempo e lo spazio, la nostra vera identità sarà quella di prima perché non possiamo separarci. Voler disperatamente essere qualcosa di diverso, al di fuori della nostra realtà, questo è peccato. Ma, in ogni caso, se solo facciamo arretrare il nostro ego, Dio, che era già in noi, torna a emergere con prepotenza: quindi, il divino, addormentato in noi esseri umani va semplicemente ridestato (Gal 2, 20: «non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me»). In questo modo è chiaro che, nella misura in cui ci riconosciamo creature, in cui ci relativizziamo perdendo di assolutezza, ridimensioniamo tutti i nostri problemi relativi alla sofferenza, alla paura e alla morte, perché ci rendiamo conto che non sarà per noi un problema stare a galla nell’oceano di acqua: quando sbatteremo sugli scogli (con la nostra morte) non ci succederà nulla[19] perché saremo riassorbiti dal mare. Allo stesso modo l’onda che sta al di sopra del mare e vede che sta per infrangersi contro gli scogli non può aver paura: sa che sta per tornare acqua di mare, sa che non muore. Allora anche noi dovremmo pensare alla morte nello stesso modo: è come quando, dopo una lunga assenza, uno desidera vedere casa sua.
Allora potremmo forse dire che occorre preparasi a morire come se la morte (biologica) fosse uno svuotamento totale: solo la consegna di tutta la nostra energia umana ci permetterà a quel punto di congiungersi all’energia cosmica.
Ovviamente anche questa è solo un’immagine limitata che risolve alcuni problemi ma ne crea altri: ad es., se veniamo riassorbiti nel tutto, perderemo la nostra individualità? Cioè io non sarò più io? Perderò i contatti che ho creato vivendo su questa terra?
Sinceramente mi è difficile prendere una posizione netta. Quello che mi sembra evidente è l’insufficienza del nostro Credo ufficiale, che ci pone davanti a una teologia che dovrebbe parlarci di un giardino da coltivare e lavorare nel costante stupore dei giardinieri (noi esseri umani), e non certo uno statico museo in cui si è aridi custodi. I termini “credere” e “Dio” continueranno sicuramente ad avere un senso, ma si tratta di un senso diverso da quello tradizionale, perché la nuova visione, non imponendo alcuna camicia di forza al mistero, non cerca di spiegarlo.
Forse il superamento dell’immagine di Dio come una persona dal potere immenso e soprannaturale, dai tratti ancora personali e antropomorfi[20] (oggi inaccettabili perché non si addicono a Dio), può indirizzarci verso una teologia apofatica,[21] verso una spiritualità svincolata da ogni pretesa di verità e da ogni appartenenza che non sia quella della nostra comune umanità.
È indubbio che la religione cerca di cementare l’ordine sociale, mentre la spiritualità cerca di sfuggirgli, e sfida le credenze religiose. La persona veramente religiosa accetta risposte preconfezionate fornite dai poteri in carica; chi è in cerca della spiritualità non è soddisfatto così facilmente,[22] e segue i suoi dubbi ovunque lo conducano.
L’unica cosa di cui sono certo – in questo campo - è che non esiste una verità che possa essere imposta a tutti, perché tutti brancoliamo quasi nel buio, potendo avere solo una visione parziale della realtà.
NOTE
[1] Fox M., Dopo la religione, in Una spiritualità oltre il mito, Gabrielli editori, San Pietro in Cariano (VR), 2019, 209.
[2] A dire il vero, l’idea di una realtà a due piani, uno naturale (sulla terra) e l’altro soprannaturale (in cielo), viene da Platone, non da Gesù. Eppure noi per secoli abbiamo pensato di credere a cose che Gesù non aveva mai detto e che invece erano di Platone (Vigil J.M., Aprire la matrioska, in Quale Dio, quale cristianesimo, a cura di Arregi J. e al., Gabirelli editori, San Pietro in Cariano (VR), 2022, 79).
[3] La Chiesa – come sappiamo - ha contrapposto la vita terrena a un’altra vita dopo quella terrena. Ha puntato tutto sull’anima, non sul corpo. Ma quando due entità sono di natura ontologica radicalmente diversa, come fanno a rapportarsi? Quando si dice che l’anima (immortale e intangibile) è prigioniera del corpo (materiale e sensibile), come lo si spiega? Se diciamo che quando il corpo è chiuso in una prigione, lo spirito può uscire dalla cella a suo piacimento, perché poi diciamo che lo spirito è prigioniero del corpo e non può lasciarlo? In effetti, questo dualismo che considera la materia una realtà fisica, statica, inerte, passiva, per cui si deve dare per scontato che, se c’è un’attività, questa deve eccedere la materia, è incrinata dalla conoscenza che oggi abbiamo della materia, perché la materia è un condensato di energia. Man mano che la natura riesce a rendere più complesse le strutture materiali, la vita assume nuove modalità di espressione: pensiero, riflessione, sensibilità. Non è più necessario parlare di anima e corpo, ma di strutture complesse che consentono il fiorire di forme nuove di vita (Boncinelli E., La vita della mente, ed. Laterza, Roma-Bari, 2011).
Ricordiamoci che Giordano Bruno è finito sul rogo nel ‘600 anche per aver affermato che l’uomo non è il centro dell’universo e che la materia è energia, e questa energia ha fatto tutte le cose.
[4] Daniélou J., Trinità e mistero dell'esistenza, ed. Queriniana, Brescia, 1969, 38.
[5] Spong J.S., Incredibile, Mimesis, Milano-Udine, 2020,74.
[6] E se il ferito avesse fatto finta, ed era solo un tranello per poter rapinare più facilmente il samaritano? Certo, può succedere anche quest’esperienza negativa nella vita. E per questo ci sono tante persone che non si fidano e cambiano percorso quando vedono un estraneo. Ma è anche certo che se uno vive così, vive male e con costante paura, e facilmente insegnerà ai propri figli la sfiducia totale in questo mondo. Il caso di quel giovane che a Lecce era stato accolto in casa da una coppia e poi l’ha ammazzata perché invidiava la loro felicità può essere emblematico (vedi i quotidiani del 30.9.2020).
Conosco al contrario personalmente anche persone che hanno accolto in casa propria dei drogati, delle persone sbandate, e non è successo nulla, non sono neanche stati derubati; la loro fiducia nel prossimo non è stata lesa. Hanno rischiato? Penso di sì, ma anche se avevano paura hanno donato la propria vita. Del resto, col coronavirus, anche medici e infermieri avevano paura, eppure non si sono tirati indietro.
[7] Culot D., Gesù, questo sconosciuto, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani, 2024, 174.
[8] Corona M., Nel legno e nella pietra, Mondatori, 2003, 20.
[9] Neruda P., Il Bacio, dalla raccolta ‘Venti poesie d’amore e una canzone disperata’ (1924), reperibile su vari siti internet.
[10] Dostoevskij F., Le notti bianche, Newton & Compton Roma, 2002, 23.
[11] Andreoli V., Lettera a un vecchio (da parte di un vecchio), RCS, Milano, 2023, 71-73.
[12] Ogni essere vivente ha bisogno di acqua. Il sapore dell’acqua è così gradevole che niente è meglio dell’acqua quando siamo assetati. Nessuna industria è in grado di ricreare il puro sapore dell’acqua. Così possiamo ricordarci di Dio quando beviamo l’acqua. Nessuno può fare a meno di bere acqua ogni giorno della sua vita, è così la consapevolezza di Dio l’abbiamo lì davanti – come si fa a dimenticarla? (Bhaktivedanta Swami Prabhupada, On the way to Krsna, ed. Bhaktivedanta Book Trust, Bombay, 1981, 40).
[13] Ma un ammalato di Alzheimer, che ha una coscienza ormai alterata, è allora ancora persona? La medicina spiega che, nonostante alcune funzioni legate alla comprensione e all’ideazione siano deficitarie, ciò non vuol dire che emozioni e sentimenti non siano attivi (Andreoli V., Lettera di un vecchio (da parte di un vecchio), RCS, Milano, 2023, 134). Ma anche gli animali provano sentimenti ed emozioni, pur senza essere persone.
[14] Panikkar R., Trinità ed esperienza religiosa dell'uomo, ed. Cittadella, Assisi, 1989, 76ss.
[15] Idem, 56 e 77.
[16] 1Gv 4,12: Nessuno ha mai visto Dio, ma se ci amiamo tra noi, sperimentiamo la presenza di Dio, che diventa una realtà vivente,
[17] Gandhi, Antiche come le montagne, Mondadori, Milano 1987, 84.
[18] Anche se noi esseri umani ci vantiamo di essere gli unici sulla Terra consapevoli di esistere.
[19] Scquizzato P., È lo Spirito che vivifica e ci accompagna, relazione tenuta a Nocera Umbra, per conto dell’associazione “Liberare l’Uomo”, 1.7.2022.
[20] Perché «ama, si offende, reagisce, interviene, si pente, perdona, redime, salva, progetta, desidera, plaude, castiga i cattivi e premia i buoni, vede tutto, conosce tutto, anche i segreti più reconditi del cuore dell’essere umano» e che «alla fine, se ci si pensa bene, è solo poco più che un essere umano, anzi è l’insieme di proiezioni – e frustrazioni – squisitamente umane» come ha scritto Paolo Scquizzato nella prefazione al libro di Fanti C. e Vigil J.M., Oltre Dio. In ascolto del Mistero senza nome, Gabrielli editore, 2021.
[21] Esistono spiritualità, in culture diverse, nelle quali il mistero di Dio non si esaurisce nel suo essere scoperto come Persona, e quindi un ‘Tu’ per l’uomo, un ‘Tu Persona’ che chiama a sé un’altra persona, che incontra, per così dire, di fronte e che è in grado di rispondere con amore al suo amore, ma anche rifiutarsi di farlo. Le Upanisad induiste, ad esempio, non sono centrate su una spiritualità della chiamata/risposta-rifiuto, l’incontro non si situa a livello di dialogo ‘tu ed io’, bensì sull’esperienza sopra razionale di una Realtà che in qualche modo ci aspira verso l'intimo di sé stesso. Il Dio delle Upanisad non parla, non è Parola, a differenza del Dio cristiano. Ispira, è Spirito (Panikkar R., Trinità ed esperienza religiosa dell'uomo, Cittadella, Assisi, 1989, 58s.). Così, mentre il dialogo, la preghiera, l’amore e l’osservanza della volontà divina, sono le categorie religiose fondamentali nella spiritualità cristiana del personalismo, gli atteggiamenti fondamentali della spiritualità orientale sono piuttosto il silenzio, l’abbandono, il rifiuto di ogni antropomorfismo; da qui anche il rifiuto dell’idea che il peccato possa offendere Dio (Panikkar R., Trinità ed esperienza religiosa dell’uomo, Cittadella, Assisi, 1989, 69).
L’antropologo e maestro giapponese di aikido Tsudà Itsuo, che insegnò per anni in Francia, perfezionò anche il ‘katsugen Undo’ (letteralmente “movimento rigeneratore”) cioè un movimento che permette il ritorno alla sorgente, cioè a quella spontaneità che è l’essenza della vita. Una ‘ginnastica del sistema involontario’ che si differenzia da ogni tipo di esercizio attraverso movimenti volontari e controllati dalla mente. È del tutto spontaneo e naturale, per cui non può essere ‘eseguito’, ma si manifesta da sé non appena la nostra mente accetta di ‘lasciare la presa’ e si abbandona alla sorgente. Ovviamente cosa difficilissima per noi occidentali, che puntiamo tutto sulla razionalità mentale, sulla materia e sul controllo della materia.
Anche nella tradizione cristiana, però, c'è chi ritiene che il cammino spirituale più sicuro conduce, al più, inesorabilmente al silenzio dell’adorazione. Il silenzio riesce spesso a dire ciò che un insieme di parole non riescono a dire, e le nostre parole sono sicuramente inadeguate per tradurre la realtà di Dio. Più corretto allora sarebbe limitarsi a dire che Dio, per noi, può essere al più una presenza (non una persona) divina, che non è passibile di definizione alcuna, essendo incommensurabile col pensiero calcolante; forse è più facilmente intuibile e percepibile solo nel silenzio del pensiero contemplante. Va anche detto che, di fronte a due teologie tradizionali che parlano di Dio:
- teologia apofatica, che di fronte a un Dio trascendente e assolutamente inconoscibile ritiene che l’unica cosa sia il silenzio; o meglio, chiamiamo apofatismo il rifiuto di esaudire la conoscenza nella sua formulazione (Yannaras C., Contro la religione, ed. Qiqajon Comunità di Bose, Magnano (BI), 2012, 65);
- teologia ragionata, che pensa di riuscir a sviscerare con la ragione immanente ciò che è trascendente,
c'è anche una terza via: quella delle immagini. Ad esempio, convinta di non riuscire a spiegare Dio con la razionalità, l’Apocalisse ritiene di poter sì parlare di Dio, ma con piena consapevolezza della nostra limitatezza. Il linguaggio, quindi, è per approssimazione, per immagini, perché anche se Dio si rivela non ce lo possiamo mettere in tasca. E si tratta comunque di immagini normalmente assurde a livello razionale. Per questo l’Apocalisse, per noi, è così difficile da leggere e capire.
Dunque, anche qui le strade sono molteplici.
[22] Harari Y.N., Homo Deus, Bompiani, Milano, 2017, 286: Nel buddhismo zen si dice: “Se incontri il Buddha sulla strada, uccidilo”, cioè se nel tuo cammino t’imbatti nelle idee sclerotizzate e nelle leggi immutabili del buddhismo istituzionalizzato, devi liberati di queste. Per ogni religione la spiritualità è una minaccia pericolosa. La rivolta protestante non fu innescata da atei, ma da un devoto monaco, che rifiutava gli affari (indulgenze) proposti dalla istituzione-Chiesa.
Pubblicato il volume di Dario Culot che ripropone in una nuova veste editoriale, ed in un unico libro, molti dei suoi contributi apparsi sul nostro settimanale: https://www.ilpozzodigiacobbe.it/equilibri-precari/gesu-questo-sconosciuto/