Non ci sono cose ma relazioni
di Emiliano Bazzanella
Non ci sono cose ma relazioni. Si tratta di un motto in apparenza innocuo, ma in verità esso lacera alle fondamenta il nostro modo di percepire e comprendere la realtà: a partire dalla teologia che si è imbattuta nel problema ontologico trinitario, per arrivare a Egidio da Viterbo, Duns Scoto, Leibniz, Spinoza, etc. la relazione ha costituito da sempre una questione molto delicata, da affrontare con cautela in quanto in grado di corrodere le fondamenta delle grandi ontologie. Scoto ad esempio non poteva affermarne l’inesistenza, ma era costretto per ragioni prima teologiche che filosofiche a garantirne un’esistenza debole: la relazione è, ma rimane comunque secondaria rispetto a un ente.
Curiosamente l’istanza della relazione, la sua centralità ancora sfocata, sta ora emergendo in vari campi disciplinari estranei alle metafisiche e ontologie classiche, diventando talvolta tematica nelle cosiddette STEM (science, tecnology, engineering, mathematics) e in alcuni settori delle scienze umane. In sociologia e psicologia è ormai una sorta di luogo comune che il benessere di una comunità e dei suoi individui dipende dalle relazioni e dalla loro qualità, a partire dai rapporti, dati sempre troppo per scontati, tra genitori e figli, tra coniugi, consanguinei, etc. In questo caso tuttavia la relazione viene intesa sempre come rapporto tra “cose”, tra “entità” e, quindi, come qualcosa di non originario. Dobbiamo questa propensione cognitiva indubbiamente alla fisiologia dell’essere umano e probabilmente di altri animali, i cui apparati cognitivi per scopi adattivi tendono a costruire attorno a sé agglomerati omogenei di percezioni e sensazioni: se l’uomo è nella sua natura faber, diviene evolutivamente più efficace un sistema cognitivo che organizzi il mondo attraverso unità discrete che successivamente possono essere oggetto di manipolazione, anziché su nuvole relazionali indifferenziate e indistinte. Forse non potremmo dire altrettanto però del pipistrello il cui universo è costituito da campi d’onda sonori e per il quale, in luogo delle stabilità oggettive, sono più significative le variazioni di moto e le oscillazioni provocate dagli insetti in volo nell’oscurità. Edmund Husserl è stato probabilmente uno dei primi a intuire come l’oggetto, la cosa, l’essenza non siano un dato fenomenologicamente primario, ma siano il risultato di una serie di processi in cui sono coinvolte sequenze di relazioni all’interno di una materiale percettivo non ancora formato. Il filosofo italiano Enzo Paci ha isolato queste intuizioni husserliane proponendo negli anni 50 un nuovo stile di pensiero chiamato “relazionismo” sulla scorta anche del filosofo americano Alfred Whitehead, redattore assieme a Bertrand Russell dei Principia Mathematica, uno dei fondamenti della logica-matematica. Ma è soprattutto Maurice Merleau-Ponty, oggi molto apprezzato nell’ambito anglosassone delle scienze cognitive, ha marcare il fatto che la percezione è costituita da un insieme organizzato di relazioni tra il corpo e l’ambiente, per cui ad esempio è inutile parlare di un “interno” ed “esterno” in maniera definitiva, essendo questi intercambiabili a seconda delle situazioni.
Più recentemente, sempre nell’ambito delle scienze cognitive, è emersa quindi la centralità dell’essere-nel-mondo degli organismi viventi, per cui l’ambiente in cui viviamo non rappresenterebbe un là asettico e oggettivo, ma un tessuto di relazioni e di interazioni tra le quali il soggetto umano è appena uno dei numerosi fattori in gioco. In un testo significativo degli anni 20, il biologo Jacob von Uexküll analizza il comportamento di un parassita come la zecca: appena dischiuse le uova, questo insetto si muove risalendo dei rami e si posiziona sulla loro cima anche per qualche anno. Quando si avvicina un mammifero, esso riesce a percepire a distanza l’acido butirrico che emana l’animale e di conseguenza rilascia la presa, lasciandosi cadere sul suo corpo. Attivando un apparato sensoriale tattile, la zecca si muove poi sulla superficie irta di peli sino a raggiungere un’area sufficientemente liscia ove un ulteriore apparato sensoriale rileva il calore del sangue: a questo punto il parassita s’aggancia con le chele alla pelle per ingerire il sangue e successivamente si lascia cadere a terra. Qui dischiude le uova che porta in grembo e subito muore. Questa esistenza semplice si basa in sintesi su tre regimi sensoriali – sensibilità all’acido butirrico, senso tattile e termico – che possono rimanere inattivi anche per anni (fino a 18 in laboratorio): l’Umwelt (ambiente) di questo organismo non è costellato da oggetti e da solidi, ma da specifiche relazioni che dispiegano un mondo poco significativo e povero per noi, ma essenziale e assoluto per il parassita. Ogni organismo biologico costituisce una molteplicità di relazioni che si rapportano a loro volta alle complesse relazioni che strutturano l’ambiente: in questo modo, ciascun organismo ha i propri tempi, gestisce gli spazi circostanti, si muove e interagisce in relazione ai propri scopi. In questa prospettiva, lo psicologo statunitense James Gibson osserva che gli oggetti che ritroviamo nell’ambiente non sono propriamente tali, ma costituiscono delle affordances, cioè delle opportunità – positive o negative – di azione, cioè non sono entità inerti e neutre, ma una trama di relazioni e di significati che coinvolgono il soggetto in un unico sistema ecologico.
L’attuale biologia evoluzionistica, da un altro punto di vista, sta mettendo l’accento sulla centralità dei fattori cooperativi all’interno alle popolazioni biologiche: a partire dalle cellule eucariote, che sono costituite da comunità di ulteriori microrganismi che vivono in simbiosi attiva come il mitocondrio, il ribosoma, etc., fino alle comunità degli organismi cosiddetti eusociali come le api, le formiche e le termiti e fino alle società delle scimmie antropomorfe, l’essere-con diviene un punto di riferimento essenziale che definisce sia i rapporti con l’esterno, sia quelli con il mondo interno del gruppo. Ad esempio si ipotizza che lo sviluppo della corteccia cerebrale, differenziato a seconda della specie, sia stato evolutivamente determinato dalla necessità o meno di gestire popolazioni molto ampie di consimili. Maggiore sono i contatti, maggiore l’esigenza di disporre di un apparato neuronale più ampio e connesso: nel caso degli scimpanzé in genere gli individui che convivono in gruppi sono all’incirca cinquanta; nel caso dell’uomo il limite è segnato dal cosiddetto numero di Dunbar (150 individui), ma dobbiamo pensare anche a numeri più elevati grazie alle nuove tecnologie della comunicazione. In altri termini l’intelligenza si sarebbe evoluta a causa delle relazioni e delle interazioni con le molteplicità dei consimili: la creazione di etichette, classi e categorie costituisce in questo senso una forma precauzionale di difesa o, come uso dire, di immunizzazione.
È in effetti nell’ambito dello sviluppo degli studi sull’immunità che sono emerse due circostanze rilevanti: a) il sistema immunitario, anche se riferito ad alcuni organi come il timo, la milza, il midollo, i linfonodi periferici, funziona come un network, cioè come una molteplicità di relazioni quali il feedback, la selezione clonale, la memoria immunitaria, l’attivazione degli anticorpi, etc.; b) a causa di questa struttura relazionale, il sistema immunitario assomiglia al sistema nervoso rappresentabile come una maglia molto fitta di connessioni e con movimenti di andirivieni che coinvolgono tutto il corpo. In questa prospettiva, anche termini classici della filosofia come “io” oppure “soggetto” cambiano statuto, diventando della strutture dinamiche e provvisorie: ciò che in immunologia viene definito self (sé) e che è fondamentale nelle patologie autoimmunitarie, non costituisce un’entità preesistente, un’essenza o una sostanza, ma è l’effetto di un complesso di relazioni che definiscono di volta in volta che cosa è un “io” e che cosa è un’antigene non-self. Si tratta di uno spazio di stabilità temporanea e mutevole in un contesto di molteplicità relazionali inflative. Se pensiamo alla nostra dimensione psicologica, tuttavia, questa condizione non pare così strana: quello che chiamiamo “io” e che viene qualificato socialmente da un nome proprio, un documento di identificazione, etc., costituisce una sorta di filo rosso abbastanza discontinuo che cerca di tenere assieme un cumulo di ricordi, esperienze, percezioni, predizioni, desideri, immaginari, e così via. Si tratta in altre parole di una forma di controllo e di gestione di molteplicità di relazioni, è una sorta di immunizzazione e di semplificazione.
Nell’ambito della neurobiologia e dell’AI, questo paradosso si manifesta ancora con maggiore evidenza. Come è possibile che a partire da reti neurali e da puri network relazionali, un sistema nervoso sia in grado di categorizzare la realtà, attribuire etichette alle cose distinguendo l’una dall’altra, riconoscere certi pattern ricorrenti e oggettivarli, come ad esempio il colore rosso (i cosiddetti qualia)? E come può un sistema artefatto ed elettronico, che funziona attraverso relazioni con l’ambiente con movimenti di retro-propagazione, selezione, stratificazione, etc., formulare simil-pensieri che possono ingannare l’interlocutore umano e che significano cose, categorie, etc.? In quale maniera a partire dal “nulla d’ente” che è la relazione, si può arrivare a qualcosa di effettivamente oggettivo? Non vorrei tediare ulteriormente accennando alla meccanica quantistica, al quantum computing, ai qubit, etc. poiché la cosa che emerge e che pare rilevante è la seguente: proprio attraverso la radicalizzazione dei processi di oggettivazione che caratterizzano la scienza, si perviene al risultato paradossale di non trovarsi tra le mani delle sostanze ben definite, degli atomi, delle cellule neuronali, e così via, ma soltanto relazioni, processi e “relazioni di relazioni”.
Quando parliamo di relazione, i pensieri corrono però all’etica, al comportamento dell’uomo, agli affetti e alle emozioni, tutti elementi che per strane motivazioni sono state espunti dal ragionamento scientifico. Lo stesso Husserl oscilla a questo proposito poiché da un lato vuole mantenere la centralità dell’oggetto intenzionale e finalizza tutti i processi cognitivi verso la costituzione di una “cosa” e di un significato; dall’altro invece scopre che è proprio la dimensione affettiva, cioè il puro concatenamento delle relazioni, a far sì che un oggetto si possa manifestare in quanto tale. La tradizione che vorrebbe porre la dimensione emotiva in secondo piano rispetto a quella cognitiva viene confutata oggi proprio dalla scienza: i neuroscienziati Gerald Edelman e Antonio Damasio, ad esempio, pongono al centro dell’attività neuronale quelle relazioni affettive che indicano dei valori essenziali per la sopravvivenza dell’individuo, veicolando in tal modo l’attività della coscienza. Non conosciamo soltanto attraverso un supposta pura razionalità, ma quest’ultima costituisce forse l’ultimo passaggio di un processo relazionale più essenziale che riguarda la dimensione emotiva. In questo senso l’altruismo, l’amore, la paura, la carità, la fraternità, la cooperazione sono i costituenti più profondi del lógos e ci indicano che non siamo partes extra partes, ma intrecciati l’uno con l’altro. Osservando la realtà attraverso questa nuova ottica, sfumano le differenze e le identità fittizie che l’uomo ha costruito a sua misura: categorie che fingono di essere “oggettive” e che hanno portato nella storia lutti, umiliazioni e ingiustizie, si dimostrano all’improvviso delle imposture e si qualificano come delle immunizzazioni psico-sociali la cui finalità è quella di rassicurare e di consolidare delle identità altrimenti vacillanti. Ci chiediamo allora: opposizioni categoriali come quelle bianco/nero, nomade/sedentario, immigrato/residente, uomo/animale, etc. identificano effettivamente delle sostanze e dei soggetti, oppure rappresentano delle formazioni psicotiche collettive che a forza di auto-confermarsi e auto-legittimarsi, divengono realtà e, persino, valori? Non siamo forse tutti in relazione l’uno con l’altro – piante, animali, uomini, etc. - e non siamo noi stessi un divenire incessante di relazioni? Non ci sono cose ma relazioni: forse la posta in gioco per il futuro dell’umanità sarà quello di riuscire a pensare questo paradosso.