“Dopo l’automobile”… ma ancora senza (ped)ali!?
di Angelo Maddalena
Partiamo da un dato positivo: all’inizio degli anni 2000, a Milano, almeno due miei amici, anzi una coppia di amici più un amico single, viaggiavano già “senza automobile”: la coppia, pur con figli molto piccoli, non usava quasi mai l’automobile e anzi per un lungo periodo non ne ha avuta neanche una, la prendevano in affitto (si chiama car sharing, esiste da più di venti anni in grandi città come Milano), usavano la bicicletta (anche quella in affitto) e per lunghi tragitti chiedevano in prestito ai genitori l’automobile; l’altro mio amico usava la bici e per un lungo periodo non ha avuto un’automobile, anche se andava a lavorare dall’altra parte della città e anche quando pioveva usava la bici, e quando non ne poteva fare a meno, chiedeva in prestito la macchina a suo padre.
Ora, purtroppo, questo modello non ha fatto scuola a Milano che, anche se è una delle città più all’avanguardia, per certi versi e per certi esempi (quelli poco sopra descritti), rimane una delle città meno virtuose d’Europa in fatto di polveri sottili dovute agli scarichi delle automobili.
Milano, tra l’altro, è una delle città in cui si verifica un gran numero di furti di biciclette, anche perché, in molti condomini (anche con grandi giardini e senza problemi di spazio) le biciclette non sono facilmente parcheggiabili, perché spesso gli amministratori e i condomini stessi non tollerano la presenza di biciclette parcheggiate all’interno dei cortili, in più, come se non bastasse, spesso e volentieri si vedono cartelli attaccati alle ringhiere esterne dei cortili con scritto “VIETATO LEGARE LE BICICLETTE”, rivolto a chi lo fa dall’esterno, è come dire: la bicicletta non la vogliamo e se c’è è meglio che te la fai rubare, infatti molti si scoraggiano dall’utilizzarla e l’abbandonano nel garage o peggio ancora subiscono il furto, a volte reiterato, del mezzo leggero.
È di pochi giorni fa la notizia di una manifestazione di Fratelli d’Italia contro l’aumento di piste ciclabili a Roma, che però si è rivelata “insostenibile” perché si sono presentate troppi automobilisti a protestare, cioè 300 automobili, erano troppe, il numero massimo ammesso era 100!
È tutto un mondo alla rovescia – con buona pace di Vannacci -, grottesco, surreale, ma andiamo alle radici di tutto ciò. Magari tra chi si scandalizza di questo orrore (invece di manifestare per ampliare il numero delle piste ciclabili c’è chi si organizza per limitarne il numero!), c’è anche quella signora incontrata a Milano pochi giorni fa, a una manifestazione per la Palestina, la quale, stimolata da un suo commensale sull’argomento dell’obbligo dei vaccini nel periodo del COVID, si spinse a dire (non è la sola ovviamente): «Chi non si vaccinava in quel periodo sarebbe dovuto rimanere sepolto vivo a casa perché se usciva fuori di casa rischiava di contagiare e magari provocare la morte di molte altre persone o comunque di nuocere alla salute di molti; insomma, aveva una responsabilità enorme». Io non avevo voluto rispondere lì per lì ma mi è venuto da pensare che questa è una forma di “amnesia selettiva”, cioè è quello che ogni giorno fanno milioni di persone uscendo di casa con la propria automobile: emettendo CO2 e ossido di carbonio minacciano la salute altrui ed è anche acclarato che 50 000 persone ogni anno in Italia muoiono per malattie dovute all’eccesso di polveri sottili nell’aria, per non parlare del fatto che, come scrive Colin Ward nel libro Dopo l’automobile: «L’automobile è l’invenzione più disastrosa della storia dell’umanità», riferendosi a una quantità di morti per incidenti stradali che si avvicina a quella delle guerre degli ultimi tre secoli! Io stesso, da quando sono nato, non ho mai visto una persona ferita o uccisa in un teatro di guerra, però ho portato in braccio il corpo di una giovane donna senza vita, non perché colpita da un’arma da fuoco, ma perché sbalzata da un’automobile in corsa che era uscita fuori strada pochi Km prima di Pietraperzia, era il 1993. Se conto i conoscenti, compaesani, coetanei, amici e parenti che hanno perso la vita in un incidente stradale non credo che mi fermerei alle dita di una mano, mia madre stessa nel 1983 è stata coinvolta in un incidente stradale per cui ha rischiato di perdere la vita, è rimasta sfigurata nel volto per un po’ di tempo, ma credo che ognuno di noi, purtroppo, potrebbe fare una lista simile (anche mia sorella maggiore mentre andava in bicicletta, circa quarant’anni fa, era stata “toccata” da un camion e per qualche tempo ha riportato sul volto i segni di quell’incidente).
Tutto ciò rientra in quella forma di “amnesia selettiva” per cui un determinato tipo di sciagura non deve essere ricordato né associato all’utilizzo dell’automobile: Antonio Padellaro racconta che, quando collaborava con la pagina della cronaca del Corsera, nel 1971, aveva scritto che erano morte tre persone in un incidente stradale a bordo di una FIAT 127, ma il suo caporedattore gli aveva fatto una correzione (o rimozione?), scrivendo “UTILITARIA” al posto della marca dell’automobile.
Ho trovato una breve graphic novel nel numero di Internazionale KIDS (settembre del 2025) in cui si racconta della promozione dell’uso della bicicletta in Francia: al di là della facciata della Francia vista come Paese che promuove le piste ciclabili molto più che in Italia, la bicicletta viene usata molto poco dai giovani in Francia per andare a scuola, però la graphic novel illustra che in Olanda, nonostante sia un paese più piovoso della Francia, la bici viene usata di più, e poi c’è un accenno a una zona della Francia, dove si trova la città di Bordeaux, che è diventata un’isola di diffusione dell’uso della bicicletta, perché le politiche di sostegno e incoraggiamento all’uso di questo mezzo sono state applicate in modo serio, per esempio “creando piste ciclabili e facendo attività di promozione nelle scuole”, con risultati sorprendenti.
Al di là delle mode o delle tendenze a utilizzare la bicicletta come alternativa all’automobile, si tratta di avere un quadro di riferimento oggettivo perché, per esempio, come scrive Franco La Cecla nella prefazione al libro Dopo l’automobile, «non si risolve il problema aumentando le piste ciclabili perché comunque l’aria che si respira è sempre quella, e i ciclisti respirano l’aria avvelenata dalle automobili».
Purtroppo però non è solo una questione “passiva ed eventuale” ma anche di pericolo fisico, come ci ricorda l’Atlante degli incidenti in bici appena pubblicato dal Politecnico di Milano, per essere chiari: si tratta dell’«Atlante italiano dei morti e feriti gravi in bicicletta», la prima mappa «completa e approfondita sull’incidentalità ciclistica mai realizzata in Italia». Ne dà notizia l’Extraterrestre (con il manifesto, giovedì 20 novembre 2025). Questo Atlante raccoglie tutti i dati disponibili dal 2014 al 2023 e non è solo una fotografia di un dramma quotidiano che mai per la politica diventa «emergenza», troppo potente la lobby dell’automobile che «inquina» anche il sistema dei media. Tra il 2014 e il 2023 ci sono stati più di 164. 000 incidenti ciclistici (non sono incidenti, sono automobilisti che investono biciclette a volte causando morti) con più di 3.000 morti e 150.000 feriti – 17.000 gravi solo nell’anno 2023.
La dittatura dell’automobile dipende da tanti fattori: Pier Paolo Pasolini diceva che il consumismo è peggio del fascismo perché ruba l’anima ai giovani, mentre il fascismo era un fenomeno più di facciata, perché poi i ragazzi che indossavano la divisa per la parata, a casa la toglievano e finiva lì. L’automobile è un esempio che entra nel dettaglio. Il mito dell’automobile era molto cavalcato dai fascisti: la velocità, il bolide che scorrazzava e invadeva le strade anche con violenza nei confronti di animali (a quel tempo ce n’erano molti per le strade).
Oggi, più che allora, l’automobile produce una distruzione assoluta dello spazio urbano e delle relazioni sociali: io da autostoppista scopro spesso un mondo meraviglioso ma anche una tristezza senza fondo nell’isolamento di molti automobilisti ostinati a rimanere isolati piuttosto che condividere un po’ di strada con uno sconosciuto: una volta una donna che mi diede un passaggio per 40 Km mi confessò che ogni mattina percorre da sola 80 Km tra andata e ritorno e mi ringraziò perché avevo spezzato il suo isolamento quotidiano.
Ci sono poi derive varie nel mondo cosiddetto alternativo: Pasolini non era un consumatore critico, ma un intellettuale che con lucidità analizzava la realtà, poi lui stesso magari aveva una bella macchina e usava o consumava prodotti industriali, non vuol dire che era incoerente, è una deviazione degli ultimi trent’anni quella del consumatore che anziché fare un’analisi lucida si abbandona alla colpevolizzazione e la fa diventare una proposta programmatica.
Parlerei di Marisa, del circuito del commercio equo e solidale di Milano.
Un’estate di molti anni fa eravamo a mare in Sicilia, in una spiaggia, io avevo comprato un cappellino da un ragazzo che faceva il venditore ambulante e Marisa mi ha rimproverato perché «stai sostenendo un commercio illegale», e un’altra volta ci ha tenuto a sottolineare che lei quando si fa dare dei passaggi in macchina, lo fa solo se la persona che le dà un passaggio deve andare in quella direzione senza allungare, e se chi le dà il passaggio per portarla fino a casa deve allungare anche di pochissimi Km, lei scende per «evitare di inquinare».
Ora, alla luce di quanto detto fino a ora, il nocciolo della questione è la lucidità e la profondità del discorso, io ho provato a esprimere alcuni aspetti di questa realtà nella canzone Un mondo assente. Già nel 1966 Heidegger lo aveva spiegato bene: «Non c’è bisogno della bomba atomica, lo sradicamento dell’uomo è già fatto, tutto quello che resta è una situazione puramente tecnica, non è più la terra quella sulla quale l’uomo oggi vive». Anche perché, come dice uno dei riferimenti citati nella suddetta canzone: «La catastrofe è la perdita della curiosità, ancora di più della bomba atomica, è già qui la catastrofe, nella perdita della curiosità che ci permette di approfondire, di analizzare, di andare oltre le ricette facili e le proposte moraliste (politiche, economiche o ecologiche) che bloccano anziché sviluppare elaborazione, fingono di risolvere ma sono solo modalità di sentirsi in pace con la propria coscienza e con il proprio ego».