La mafia non è quella che sembra
Mafia o potere, sviluppo senza progresso e “statuine” e negozianti “colpevoli”
di Angelo Maddalena
Foto tratta da commons.wikimedia.org
Nel film La mafia non è più quella di una volta, di Franco Maresco, c’è lui che racconta il suo sguardo obliquo a Letizia Battaglia, a tratti “scandalizzata” dalla lucidità di Maresco; Vincenzo, un mio amico di Mammola, in Calabria, una volta mi ha detto: «Voi siciliani siete più intelligenti dei calabresi perché siete riusciti, con l’autoironia, a commerciare anche le magliette e i gadgets con su scritto “Mafia”».
Non sono d’accordo con Vincenzo, sia per una questione morale ma soprattutto per una questione di mancanza di creatività: vendere oggetti con figure nefaste non è nefasto in sé, secondo me, ma è un peccato di creatività: si possono inventare o riproporre tante immagini per farne magliette o statuine, ma si possono valorizzare figure di un certo livello culturale e politico, anziché figure ispirate a chi ha scelto la vita criminale. Detto questo però mi preme di dire altro. I negozianti di Lipari (e di altrove) di cui scrive Nando Dalla Chiesa in un articolo del 25 agosto pubblicato su Il Fatto quotidiano, non sono “isolati”, e scusate il possibile gioco di parole con “isolani”.
Negli ultimi cinquant’anni o forse ancora da prima, il libro Il Padrino di Mario Puzo e il film ispirato al libro, così come molti altri film e narrazioni televisive e giornalistiche di bassa lega (che preferiscono etichettare e demonizzare anziché approfondire e analizzare seriamente) hanno danneggiato pesantemente l’immagine della Sicilia in varie forme: per esempio associando la Sicilia alla mafia ma anche oltre, e cioè arrivando alla catastrofe del nostro immaginario per cui oggi non si parla più di Potere (come ne parlava Pasolini in Scritti corsari e in Lettere luterane) ma solo di “mafia”. E attenzione, non è un dettaglio: nel libro e nel film Il Padrino, “Corleone” è il cognome del Padrino, appunto, però Corleone è anche la città dove è nato uno dei più grandi movimenti di rivolta di lavoratori siciliani, infatti il Congresso di Corleone del 1892 fonda il movimento dei fasci dei lavoratori siciliani, quanti di noi lo sanno o se lo ricordano e quanti giornalisti e scrittori, personaggi televisivi sedicenti antimafiosi, lo sanno e ce lo ricordano spesso o nelle sedi dedicate? Poco tempo fa ho visto un video breve in cui Luciano Liggio diceva che l’aggettivo “mafioso” o “mafiosa”, fino a un po' di decenni fa e ancora oggi per i pochi che lo ricordano, è un apprezzamento: «Una ragazza mafiusa è una ragazza bella, intelligente, che sa il fatto suo». Se qualcuno se ne volesse scandalizzare, si ricordi che la stessa cosa la diceva Leonardo Sciascia, non per sminuire la mafia, come potrebbe fare Luciano Liggio, ma per ridare il giusto peso alle parole, per ridimensionare certe sproporzioni.
Pasolini proponeva di allestire un processo alla DC, non solo ai cosiddetti mafiosi, eppure parlava dei mafiosi, non minimizzava sulla questione mafia: ancora una volta si tratta di dare il giusto peso alle parole. Altrimenti si perde la bussola. Pippo Fava, in un video che gira su YouTube, dichiara che «i mafiosi stanno in Parlamento, a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri […] Se non si chiarisce questo equivoco di fondo, cioè non si può definire mafioso il piccolo delinquente che arriva e ti impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale».
Venti anni fa, per dire a che punto siamo arrivati, Alessia, di Verona, venuta a trovarmi nel mio paese, in Sicilia, mi fece sfacciatamente questa domanda: «Ma qui i mafiosi si vedono in giro? Da cosa li si può riconoscere?». Io risposi così: «Uno dei capi lo vedi ogni giorno in TV, il Silvio nazionale» [in quegli anni presidente del Consiglio].
Tutto questo discorso per dire che cosa? Che io temerei molto di più chi manipola le nostre menti anziché chi vende statuine con il volto del Padrino con scritto sotto “Sicily”.
Mi fa tristezza, la statuina, più che paura o ribrezzo.
Il rapper Marracash una volta ha detto una cosa interessante (il video si trova sui social): «Più che i film di Gomorra, istigano alla violenza la mediocrità di programmi televisivi come “Un posto al sole”. Perché l’espressione televisiva o artistica di qualcosa di “negativo” mi aiuta a esprimere quel “negativo”: ascoltare le canzoni di Kurt Kobain non mi fa venire voglia di suicidarmi, anche se lui si è suicidato, ma mi fanno partecipare di una bellezza struggente sotto forma musicale. Mentre la mediocrità di programmi televisivi o artistici banali e mediocri, mi fanno venire voglia di una scossa, perché la reprimono in un certo qual modo, perché nascondono la dimensiona violenta e conflittuale della realtà» (ho sviluppato lievemente il pensiero di Marracash, ma più o meno era questo).
Tutta questa serie di spunti mi è stata suggerita da mia sorella Serena che mi ha mandato l’articolo di Nando Dalla Chiesa. Sia Serena che l’altra mia sorella, Ausilia (e purtroppo siamo in tanti ad avere queste tendenze nel nostro immaginario), quando ho citato una città in provincia di Caltanissetta, con un’economia fiorente, basata sull’artigianato e sulla viticultura, con sufficienza e avventatezza mi hanno detto: “Sì certo, vanno avanti con i soldi della mafia”. Ora, purtroppo molti di noi, siciliani e no, siamo oppressi da questa equazione: sviluppo economico è uguale tassativamente ad affari sporchi e mafiosi. Ora, noi nati negli anni Settanta (Noi nati male è il nome di una band che ho sentito dal vivo, nei pressi di Grosseto, venti anni fa!) sappiamo bene quali compromessi la DC ha dovuto fare con molti personaggi come Salvo Lima e via discorrendo, quindi non è qualcosa che non ci appartiene o che dobbiamo dimenticare, non per colpevolizzarci, ma per capire che facciamo parte di una rete molto fitta di relazioni e interrelazioni, non è un caso che Pasolini, come dicevamo prima, voleva fare il processo alla DC, ma non solo o forse non per i compromessi con i vari Salvo Lima di turno, bensì per aver avallato un tipo di “sviluppo senza progresso” che ha portato varie catastrofi, dall’ILVA di Taranto a tante altre realtà simili.
Quindi io direi che l’urgenza è quella di ampliare lo sguardo, non di ridurlo e ridurci a processare le statuine del Padrino e i negozianti che li vendono. Mia sorella Serena mi vuole mettere alle corde chiedendomi di mettermi nei panni di chi ha avuto parenti o amici uccisi o perseguitati dalle cosche criminali, allora io penso che sì, bisogna mettersi nei panni di chi subisce un certo tipo di crimini, ma bisogna farlo per tutte le forme di potere, e penso alle vittime di stragi come quella di Ustica o altre “stragi di Stato”, ma soprattutto a tutti quei crimini “minimizzati” da parte di forze armate dello Stato, e ci ha pensato Cronache ribelli, collettivo editoriale di Perugia, a pubblicare un libro un libro dal titolo Morire di Stato. Sull’argomento mi piace ricordare un amico, Tony Borriello, italo belga che ho avuto modo di incontrare più volte fino a un po' di anni fa e che mi ha dato una copia del suo libro La mafia ordinaire, tradotto: La mafia quotidiana o ordinaria. È un libro epistolare contemporaneo, cioè uno scambio di mail tra alcuni amici che abitano tutti in Belgio o in Francia, e Tony è quello che nelle sue mail cerca di dare uno sguardo lucido, se vogliamo come quello di Maresco nel film prima citato, uno sguardo obliquo, senza facili verdetti e posizioni troppo nette o, peggio ancora, manichee, demonizzanti (il libro, che io sappia, non è stato ancora tradotto in italiano).
E per chiudere, mi viene in mente quel bel film di Paolo Virzì dal titolo My name in Tanino, l’ho visto un po’ di anni fa e… lo voglio rivedere!