EDITORIALE
Martina Melissa Paola I, II e III; Alessia IV, Olimpia V
di Stefano Sodaro
Iniziamo da un romanzo – a firma di uno pseudonimo (tale Sommo Marsico), «dietro il quale si nascondono due autori», spiega il retro di copertina – intitolato Santi in Paradiso, ed edito da Feltrinelli nel febbraio di quest’anno.
Premessa necessaria, altrimenti non si comprende nulla: il protagonista, Ettore Mezzalama, è un avvocato che si scopre omosessuale, la co-protagonista, Emilia Artemisi, è una suora avvocata che però, per tutta la durata della collaborazione professionale con il partner di studio, ha il permesso canonico di non vivere in comunità e di non indossare l’abito religioso. Insieme indagano su una vicenda intricatissima di cui, appunto, tratta il romanzo.
Alle pp. 144 e 145 si legge questo dialogo:
«“Certe donne cristiane però a me fanno paura.”
“Pure a me.”
“E quindi?”
“Quindi le do tre anni [alla Chiesa Cattolica]. Se la Chiesa cambia, bene, Altrimenti faranno senza di me.”
“E nel frattempo casta e pura?”
“Il voto l’ho fatto. Ma pure i sacerdoti promettono di restare illibati e poi si accoppiano come ricci e nessuno gli dice niente. Quantomeno vorrei un po’ di parità di trattamento.”
“Quindi il tuo ex può ancora sperare.”
Emilia si fece più seria di quanto non fosse stata fino ad allora. “Non scherzare. Con Carlo è tutto finito.”
“Però…”
“Ettore, stop.”
“Scusa.”
Un sospiro. “Va bene così”.»
Ecco, sin qui il romanzo.
Però la questione delle donne – nella Chiesa Cattolica, ma, forse, non solo - resta effettivamente irrisolta.
E la questione della sessualità – nella Chiesa Cattolica, ma, forse, non solo – pure.
Cambiamo angolo visuale.
Checché se ne pensi e se ne dica, è ferma convinzione del qui scrivente che, da qualche tempo, sia possibile parlare in modo oggettivo ed in senso propriamente giuridico dell’esistenza delle “suddiacone” nella Chiesa Cattolica di rito latino. Lo abbiamo argomentato, ad esempio, qui, alla luce delle innovazioni normative apportate da Francesco papa. In sintesi, ma proprio estrema: il motu proprio Ministeria quaedam di Paolo IV, del 1972, consente – abolendo gli ordini minori latini – che l’accolito istituito possa eventualmente chiamarsi anche “suddiacono” e il motu proprio Spiritus Domini di Francesco, del 2021, consente, su questo appunto innovando, che anche le donne possano essere istituite accolite con l’apposito rito liturgico. Dunque le “suddiacone” sono – sarebbero – del tutto possibili e lecita sarebbe la loro presenza.
E tuttavia ci chiediamo: ma quale ministero mai, in seno alla comunità ecclesiale cattolica, possiamo immaginare realmente capace di interloquire con chi, come si ripete con una valenza retorica abbastanza insopportabile, “sta fuori”? Quando, cioè, per recuperare la vividezza dell’esuberante (sia consentito dire così) linguaggio di Francesco papa, la Chiesa – cattolica - potrà davvero considerarsi “in uscita”?
Disegniamo una specie di triangolo simbolico e rovesciamolo: in basso l’angolo acuto – il vertice rovesciato - è, per così dire, “composto” da tre intellettuali donne, di cui una giurista, una filosofa, una teologa. La loro ricca competenza culturale, ampiamente apprezzata, le rende ad un tempo uniche nella propria singolarità personale, con precisi nomi e cognomi, ma anche associabili in una sorta di “collegio”, di unica “persona collettiva”, peraltro ben comune nella finzione giuridica, che - perché no? – potremmo anche aggettivare come “suddiaconale”.
Purché non si tema di innestare nel loro “suddiaconato” i contenuti di quel dialogo romanzato di cui sopra. Cioè, per capirci bene: né brave massaie, né compite e perbene madri inappuntabili di famiglia e spose – di Cristo o di un uomo non divino – perfette e lodevoli, né single irreprensibili e di candida purezza.
Ai due angoli opposti della base del nostro simbolico triangolo rovesciato potremmo porre invece, ad esempio, una donna, sposa e madre di famiglia, affermata nella professione legale di avvocata e, all’altro angolo, una divulgatrice, magari pure editrice, dalla fede cristiano-ortodossa antica e incorrotta.
E, alleggerendo un pochino i toni, ispirandoci al titolo del presente editoriale e ricorrendo alle sole iniziali dei nomi, potremmo giocosamente chiamare l’intero triangolo - rovesciato - MAMPO.
Questa quintuplice presenza femminile crea – creerebbe – un circolo virtuoso di stimoli intellettuali ed affettivi, che, a partire da un’urgenza testimoniale propria, come che sia, di chi crede nel Cristo, incroci le normalità feriali, quotidiane, della vita, senza preconcetti e schematismi mentali, neppure morali, anzi meglio: moralistici. Al contrario, in piena densità esistenziale.
Non vorrebbe essere, la nostra ipotesi triangolare, una stravaganza immaginifica, da trip ansiolitico che faccia scordare la canicola strangolante di queste ore, bensì una vera e propria proposta di conversione culturale e, forse, pure di svolta ecclesiologica. Presuntuosa tale idea? Sì, può essere. Ma chissà che non si possa abbozzarla bene bene, simile idea, molto meglio che in queste righe, e darle dimensioni istituzionali ancora più precise ed accostare ad essa – ad esempio – il sogno di una comunità contemplativa femminile (ma di più per il momento non posso dire…), e quindi proporla a qualche Capo di Chiesa, magari proprio a quel Leone XIV che stamattina, nella solenne festa dei Santi Pietro e Paolo, ha imposto il pallio ai nuovi Metropoliti? Chissà.
Intanto, buona domenica. E buona settimana.