Le suddiacone sui iuris Martina e Caterina
di Stefano Sodaro
Acrilico di Ugo Pierri
Foto di Gustavo Gutierrez tratta dalla rete, si resta a disposizione per il riconoscimento di eventuali diritti
Elizabeth Catherine Ferard, prima diaconessa della Chiesa d’Inghilterra (ca. 1883) - foto tratta da commons.wikimedia.org
È stato diffuso ieri sera il Documento Finale del Sinodo dei Vescovi che si è concluso in Vaticano. La Prima Sessione si chiuse ad ottobre dello scorso anno, lasciando aperte – tra le altre – due questioni che si temeva scomparissero ormai definitivamente financo dalla menzione negli scritti sinodali, soprattutto in quelli di esposizione e sintesi ultime.
Erano state poste infatti in quella Prima Sessione – sempre tra le altre, beninteso – la questione della possibile ammissione al presbiterato di uomini sposati e la questione della possibile ammissione al diaconato delle donne.
Già il confronto del Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede con i Sinodali, donne e uomini, giovedì scorso – di cui il Vaticano ha diffuso l’audio integrale - lasciava trasparire, tuttavia, che forse non tutti i giochi erano ormai fatti e che uno spazio di resipiscenza delle due questioni ancora potesse trovare posto in qualche modo.
Il martedì della settimana che si è chiusa moriva, quasi segno di risurrezione posto sul Sinodo stesso, padre Gustavo Gutiérrez, il padre della teologia della liberazione, senza il quale, come ha ricordato Severino Dianich, “oggi non ci sarebbe Papa Francesco”.
Giovedì, ancora, veniva pubblica la nuova Enciclica di Francesco Dilexit nos.
Il testo finale dei lavoro del Sinodo, approvato e pubblicato ieri – precisando, tra l’altro, che non seguirà una ulteriore Esortazione Apostolica post-sinodale da parte del Papa e che il Documento Finale costituisce magistero ordinario - contiene in effetti due passaggi che, per quanto sincopati, si riferiscono ai due grandi temi.
Al n. 60 del Documento – approvato nonostante ben 97 voti contrari – si legge: “Questa Assemblea invita a dare piena attuazione a tutte le opportunità già previste dal diritto vigente relativamente al ruolo delle donne, in particolare nei luoghi dove esse restano inattuate. Non ci sono ragioni che impediscano alle donne di assumere ruoli di guida nella Chiesa: non si potrà fermare quello che viene dallo Spirito Santo. Anche la questione dell’accesso delle donne al ministero diaconale resta aperta. Occorre proseguire il discernimento a riguardo.”.
Ed al n. 72: “Del presbiterio fanno parte anche i Presbiteri membri di Istituti di vita consacrata e Società di vita apostolica, che lo arricchiscono con la peculiarità del loro carisma. Essi, così come i Presbiteri che provengono da Chiese Orientali sui iuris, celibi o sposati, i Presbiteri fidei donum e quelli che provengono da altre nazioni aiutano il clero locale ad aprirsi agli orizzonti della Chiesa intera, mentre i Presbiteri diocesani aiutano gli altri confratelli a inserirsi nella storia di una Diocesi concreta, con le sue tradizioni e ricchezze spirituali.” Il grassetto è nostro.
Dunque, prima di tutto, costituisce magistero ordinario – da ieri sera in poi – l’affermazione del diaconato femminile come questione aperta, niente affatto chiusa, e quindi, sempre restringendo l’osservazione ai due temi, diventa pure magistero ordinario la considerazione per cui i presbiteri sposati delle Chiese Orientali Cattoliche aiutano il clero locale ad aprirsi agli orizzonti della Chiesa intera.
È un po’ come se venisse operato un rinvio alle possibilità effettive, alla concretezza reale, che già oggi, adesso, senza necessità di approvazioni di sorta, il diritto della Chiesa rende attuabile.
Spieghiamo meglio, iniziando dalla seconda questione.
Che i preti cattolici orientali possano essere celibi o sposati è una constatazione persino banale nella sua evidenza e che però rimane pressoché completamente sconosciuta in particolare nella Chiesa Italiana. Nonostante la presenza delle Eparchie bizantine di Lungro, di Piana degli Albanesi e dell’Esarcato Apostolico Ucraino, nessuno/a parla mai – o quasi mai – dell’esistenza di preti legittimamente sposati nel contesto ecclesiale italiano. Qual è il problema che sembra insormontabile per una serena comprensione di questo dato di realtà? Sta tutto in quelle due parole “sui iuris”, assolutamente indecifrabili a livello diffuso, come se non fosse neanche immaginabile una Chiesa Cattolica declinata al plurale.
Ma ora il Sinodo lo dice a chiare lettere che questi preti sposati cattolici ci sono e spiega da dove arrivino. Dalle Chiese “sui iuris” appunto. Cioè dalle Chiese Cattoliche di altro rito, anch’esso – il concetto di rito - mistero dei misteri.
Per quanto riguarda la prima questione, il dato di realtà è forse da cogliere con un ragionamento un po’ involuto, ma la possibilità è altrettanto concreta.
Con la pubblicazione del Motu proprio Spiritus Domini del 2021, anche le donne possono essere istituite, con apposito rito liturgico, accolite, oltre che lettrici.
Il documento pontificio, di Paolo VI, che nel 1972 abolì gli ordini minori e decretò l’esistenza dei soli due ministeri istituti – non ordinati, per appunto – di lettore ed accolito, il Motu proprio Ministeria quaedam, così prevede al n. VI: “Nulla tuttavia impedisce che, a giudizio della Conferenza Episcopale, l’Accolito, in qualche luogo, possa chiamarsi anche Suddiacono.”.
Ora, incrociando l’auspicio sinodale del 2024 con simile previsione del 1972 – novellata dalla nuova disposizione di Francesco del 2021 -, sembra del tutto lecito, anzi proprio sperabile, che sorgano “suddiacone”, quanto meno nella Chiesa latina (e torna la nozione di “sui iuris”…). Tanto più che il Card. Fernández, in un suo comunicato dello scorso 21 ottobre, ha affermato: “L’accolitato per le donne è stato concesso di fatto in piccola percentuale nelle diocesi, e molte volte sono i preti che non vogliono presentare donne al vescovo per questo ministero.”.
Guardiamo al cammino di secoli, anzi di millenni.
Martina – Santa Martina – fu diacona martire della Chiesa di Roma nel III secolo, dunque latina senza dubbio, e Caterina di Alessandria, anch’ella martire tra la fine del III secolo e gli inizi del IV, è santa cui è dedicato il famoso Monastero sul Monte Sinai appartenente alla Chiesa Greco-Ortodossa, la cui tradizione rituale è propria di tutte le Chiese Cattoliche Bizantine. Di Caterina si tramanda il coraggio nel chiedere esplicitamente all’imperatore di volersi convertire alla fede cristiana, ottenendo come risposta la decapitazione.
Ha scritto Gustavo Gutiérrez rivolgendosi ai preti che, già negli anni Settanta, lamentavano non fosse possibile un ripensamento del celibato ecclesiastico: “(...) col vostro celibato, voi non avete saputo o potuto essere la voce dei paesi spogliati, che soffrono le conseguenze dell’ingiusta politica economica dei dirigenti dei vostri paesi. Speriamo che, una volta sposati, lo sappiate fare meglio. Infatti se la vita matrimoniale non vi aiutasse ad aprirvi alle dimensioni del mondo, soprattutto del mondo di quelli che sono spogliati dalle ‘leggi’ del commercio internazionale, non avrete fatto altro che un passo in più verso l’imborghesimento.” (Gustavo Gutierrez, Teologia della liberazione, Queriniana 2012, p. 152, nota 18).
Il Sinodo che si è concluso salverà la Chiesa Cattolica dal suo imborghesimento?
Tutto sta nel lasciarsi ammaestrare da Martina e Caterina.
E a non temere - o ignorare - che siano sui iuris.
Buona domenica.