Hope
La speranza è una forza ineffabile, eppure così profondamente radicata nella natura umana da sembrare una necessità vitale, un’ancora invisibile che ci trattiene dal naufragio definitivo nelle acque della disperazione; non conosce confini temporali né culturali, emerge indistintamente nelle pieghe della storia, nei gesti della quotidianità e nei grandi slanci dell’arte. Fra tutte le sue raffigurazioni, una delle più potenti, a parer di chi scrive, è senz’altro “Hope” di George Frederic Watts, dipinta nel 1886. Quest’opera, apparentemente sobria nella sua costruzione, riesce a veicolare una profondità emotiva e intellettuale che ancora oggi cattura lo sguardo e il pensiero, offrendoci una riflessione forse universale su ciò che significa credere in un domani migliore, anche quando il presente appare desolato.
Al centro della composizione, una figura femminile siede su un globo terrestre, fragile e solitaria, con gli occhi bendati.
Nulla del suo mondo è visibile, eppure stringe tra le mani una lira con una sola corda intatta, cercando di trarne una melodia. Il gesto è piccolo, quasi impercettibile, ma racchiude a parer mio l’intera metafora della speranza: la capacità di cercare armonia anche quando tutto intorno sembra ridursi a un muto silenzio. Watts non dipinge la speranza come trionfo, fa di più: la dipinge come un atto di resistenza silenziosa, un pizzicare ostinato che trasforma il poco rimasto in una promessa di bellezza futura.
Il colore, dominato da tonalità smorzate di blu e grigio, conferisce all’opera una qualità forse eterea e sospesa, come se la scena si svolgesse in un luogo al di fuori del tempo e dello spazio. Le stelle, impercettibili, presenti ma lontane, come a suggerire un universo indifferente, ma ancora capace di accogliere il tentativo umano di riempire il vuoto con significato. Non riesco a leggerci altro che un invito non solo a vedere la speranza come un sentimento, ma a comprenderla come un’azione concreta: non l’attesa passiva di un cambiamento esterno, bensì l’intima scelta di agire anche quando ogni altra possibilità appare esaurita, consumata, estenuata.
In un certo senso, mi verrebbe da dire, Watts ci costringe a un confronto personale: quante volte, di fronte a situazioni difficili, ci limitiamo a contemplare le corde spezzate invece di valorizzare quella che ancora vibra? La speranza, vorrei cogliere dal suggerimento del pittore, non è uno stato di grazia mistico, ma un’abitudine che si forgia con il tempo, nell’ostinazione di coloro che si rifiutano di abbandonare la lira.
Il parallelo con il nostro presente è inevitabile. Concedetemi allora una qualche osservazione: viviamo in un’epoca in cui la speranza sembra una parola troppo leggera per le sfide che ci circondano: crisi climatiche, conflitti interminabili, ingiustizie sociali che si moltiplicano e si concretizzano, ahimè, in piccole prevaricazioni quotidiane. Eppure, dirò una banalità, ma è proprio in questi momenti che la speranza può e deve rivelare la sua natura più autentica: non come una fuga, ma come una forma di resistenza. È il coltivare un piccolo giardino in un paesaggio arido, il perdonare una ferita aperta, l’iniziare un dialogo con chi sembra lontano anni luce, accettare compromessi destabilizzanti. Non si tratta di azioni grandiose, ma il segreto sta in piccoli, per alcuni insignificanti, gesti di bellezza quotidiana che hanno la forza di alterare, seppur di poco, l’ordine delle cose, fino a stravolgerlo.
Forse è proprio qui che il celebre aforisma di Paulo Coelho, tratto da L’Alchimista, trova il suo senso più pieno: “Quando desideri una cosa, tutto l’Universo trama affinché tu possa realizzarla”. Apparentemente semplice, questa frase cela una verità più sottile. Non parla di magia, ma di volontà e partecipazione. È nell’agire che la speranza si manifesta e attira a sé le forze invisibili che rendono possibile ciò che sembrava irrealizzabile. Il desiderio autentico non è mai fine a se stesso: esso diventa il motore di un cambiamento concreto, una melodia che si diffonde ben oltre la singola corda pizzicata.
La donna bendata di Watts non suona per se stessa, ma per un mondo che, sebbene invisibile ai suoi occhi, continua a esistere e ad ascoltare. Questo ci ricorda che la speranza non è mai un atto isolato. Chiedo perdono per la ripetizione, ma ogni gesto di fiducia, ogni tentativo di creare bellezza, ogni atto di gentilezza si somma a una rete più vasta, un’orchestra in cui ognuno contribuisce con il proprio suono. Ecco un mattoncino in più: la speranza, dunque, non è solo resistenza individuale, ma un’impresa collettiva, un intreccio di voci e di sforzi che, insieme, possono plasmare il futuro.
E se è vero che l’universo trama, è altrettanto vero che noi stessi siamo parte di quell’universo. Lo ribadisco ancora: ogni azione che compiamo, ogni scelta che facciamo, ogni volta che decidiamo di pizzicare la nostra corda anziché abbandonare la lira, stiamo contribuendo a quella trama. Forse non vedremo mai il disegno completo, ma possiamo avere la certezza che ogni piccolo gesto di speranza lascia un’impronta, un’eco, un segno tangibile che altri potranno seguire.
Alla fine, sperare non è solo un privilegio umano, ma una responsabilità. Non possiamo sapere se la melodia sarà perfetta, ma possiamo essere certi che, senza il nostro contributo, non ci sarà nessuna musica. È questo che Watts ci ricorda con “Hope”: che anche con gli occhi bendati e poche risorse, possiamo pizzicare la corda e credere che il nostro canto, per quanto sottile, avrà la forza di raggiungere le stelle.