Estasi della Beata Ludovica Albertoni - Gian Lorenzo Bernini, Chiesa di San Francesco a Ripa in Roma - immagine tratta da commons.wikimedia.org
La visione di se stessi/e
La visione di se stessi/e è una questione complessa, spesso più intricata del filo degli auricolari lasciati in tasca. Riflettiamo: quante volte ci guardiamo allo specchio scoprendo un’ombra in più sotto gli occhi, un ciuffo ribelle o, peggio, un’immagine che sembra tradire l’idea che abbiamo di noi stessi e noi stesse? Eppure, vi è qualcosa di straordinario nel tentativo di narrarci attraverso l’immagine, un’impresa che anche i grandi artisti hanno affrontato nei secoli, con esiti tanto affascinanti quanto talvolta inquietanti.
Si pensi a Rembrandt, maestro insuperabile dell’autoritratto. Se vivesse oggi, forse lo vedremmo curare un profilo Instagram pieno di immagini di sé, rigorosamente in posa con quella luce studiata che accarezza il volto. Il suo celebre Autoritratto con due cerchi è un’opera in cui orgoglio e vulnerabilità si intrecciano in un equilibrio perfetto. Il suo sguardo sembra dirci: “So di essere un grande artista, ma non sono immune ai dubbi.” Ed è facile immaginarlo riflettere sulle stesse piccole ossessioni che ci assillano oggi: “Sto facendo abbastanza? Questo mantello mi dona? Che cosa simboleggiano davvero quei cerchi alle mie spalle?”
Frida Kahlo, invece, ci offre una prospettiva diametralmente opposta. In ogni suo autoritratto emerge una sfida: “Guardami per quello che sono, e prova a distogliere lo sguardo.” Le spine, le scimmie e gli uccelli che abitano le sue opere non sono semplici dettagli, ma simboli del suo dolore e della sua forza. In Autoritratto con collana di spine, Frida rinuncia a qualunque compromesso, opponendosi a qualsiasi idea di perfezione estetica. La sua arte è un invito a confrontarci con la nostra autenticità, anche quando questa è intrisa di imperfezioni: il suo messaggio è netto e definitivo.
Con Vincent van Gogh entriamo invece nel territorio della fragilità. Il suo Autoritratto con orecchio bendato è un’opera in cui la vulnerabilità diventa il punto centrale. Il suo sguardo riflette un’anima inquieta, che sembra rivolgerci una domanda urgente: “E tu, come affronti il tuo dolore?” Van Gogh incarna l’immensa difficoltà di essere onesti con se stessi, soprattutto in un mondo che pare preferire immagini levigate e rassicuranti.
Albrecht Dürer, invece, ci propone una visione quasi opposta. Nel suo Autoritratto a 28 anni, la sua posa ieratica e i dettagli minuziosi trasmettono un senso di fiducia incrollabile. L’atteggiamento è quello di chi sa di essere al culmine delle proprie capacità e lo dichiara senza esitazione. Eppure, osservandolo oggi, quel ritratto sembra sfidare le insicurezze di una società in perenne ricerca di approvazione, offrendoci un modello di autoaffermazione che, seppur audace, risulta quasi liberatorio.
Infine, Egon Schiele ci costringe a guardarci dentro, senza filtri né abbellimenti. I suoi autoritratti, da quello “a sinistra” a quello “verso destra”, ci presentano una fisicità disarmante, quasi aliena. Attraverso la sua arte, Schiele ci invita a riconoscere anche gli aspetti di noi stessi che preferiremmo ignorare, suggerendo che l’accettazione non coincide necessariamente con il compiacimento, ma con la sincerità.
Eppure, cosa accade quando questo confronto con se stessi si intreccia con la dimensione spirituale? Per chi vive la fede, il riflesso più significativo non è quello nello specchio, ma più quello restituito dallo sguardo divino. La prospettiva cristiana ci invita tradizionalmente a spostare l’attenzione dall’apparenza alla sostanza, dal culto dell’immagine a una comprensione più profonda di ciò che siamo. La Genesi ci ricorda: “Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza.” Tuttavia, questo riflesso non allude a una perfezione estetica, ma a una bellezza che trascende il visibile, radicata nello spirito.
Anche i santi e i mistici hanno offerto il loro autoritratto, ma in una forma del tutto diversa. Santa Teresa d’Avila, per esempio, si descrive come un’anima fragile ma ardente d’amore, mentre la figura di San Francesco d’Assisi emerge da una auto-narrativa che passa attraverso gesti di straordinaria umiltà e povertà. Sono ritratti che non puntano alla rappresentazione esteriore, ma all’essenza dell’essere.
In definitiva, mi viene da pensare, i grandi artisti e i mistici ci insegnano che la visione di sé è un percorso complesso e in continua evoluzione, sospeso tra l’immagine che crediamo di proiettare e quella che gli altri percepiscono. Con gli occhi della fede, questa dinamica assume una nuova prospettiva: il vero autoritratto si disegna non con pennelli o specchi, ma con le scelte e le azioni che plasmano la nostra identità, giorno dopo giorno.