DIRITTO ECCLESIALE E LIBERTÀ
Rubrica a cura di Maria Giovanna Titone
Vita religiosa: profezia mancata?
Immagine di persona inesistente, generata tramite IA
La vita religiosa, nella storia della Chiesa, ha rappresentato un laboratorio di radicalità evangelica, un’esperienza comunitaria che ha spesso saputo incarnare il Vangelo laddove la Chiesa istituzionale faticava a farlo. Ma oggi, in un tempo di mutamenti culturali, crisi sistemiche e ingiustizie strutturali, è urgente chiedersi: la vita religiosa ha ancora un valore profetico nella Chiesa? O è diventata una struttura autoreferenziale, incapace di leggere i segni dei tempi?
Una storia di risposte concrete
Nel passato, la vita religiosa è spesso nata come risposta a bisogni reali: educazione, salute, assistenza, evangelizzazione. Gli istituti si facevano carico di ciò che lo Stato e la società non garantivano, diventando presenza concreta e trasformativa. Santa Chiara, ad esempio, pur costretta dalla normativa ecclesiastica alla clausura, rifiutò i privilegi economici e scelse una povertà radicale, come rottura con i privilegi ecclesiastici, per restare fedele al Vangelo e vicina al popolo. Questo spirito di rottura e discernimento è stato per secoli il cuore della profezia religiosa.
Ma oggi? Molti istituti sembrano più preoccupati di sopravvivere, di conservare strutture e identità interne, che di offrire una lettura credibile dei bisogni attuali del mondo.
Quando la povertà diventa vuota retorica
Uno degli esempi più evidenti di questo scollamento è il modo in cui viene ancora oggi intesa e vissuta la povertà religiosa.
In un mondo in cui intere fasce della popolazione vivono una povertà reale, estrema e non scelta, parlare di “voto di povertà” rischia di diventare retorico o persino offensivo, se non è profondamente ripensato.
Chi lavora nel precariato, chi affronta il peso di affitti, tasse, sanità e istruzione, non ha bisogno di sentire che c’è chi “sceglie” di essere povero. La vera povertà oggi non è uno stile di vita, è una condizione sociale imposta, spesso disumanizzante.
Se la vita religiosa vuole essere profetica, non può limitarsi a “simulare” la povertà: deve condividerla nel senso politico e strutturale, cioè schierarsi attivamente contro i meccanismi che la producono, e vivere la propria povertà come solidarietà, giustizia e rinuncia ai privilegi — non come distinzione spirituale.
Anche castità e obbedienza vanno ripensate
Lo stesso vale per gli altri due voti: castità e obbedienza. Proposti ancora troppo spesso in forma letterale o spiritualista, rischiano di perdere ogni significato reale.
La castità, in una società ipersessualizzata ma anche profondamente segnata da solitudini e abusi, non può essere solo rinuncia, ma va ripensata come relazione libera e generativa, capace di costruire comunità sane e non possessive.
L’obbedienza, in tempi di clericalismo e autoritarismi spirituali, deve diventare corresponsabilità, discernimento condiviso, rispetto della coscienza, non sottomissione silenziosa.
La crisi invisibile: religiose straniere sfruttate
Uno dei segni più gravi della perdita di profezia della vita religiosa è il modo in cui, oggi, molte congregazioni in Europa importano vocazioni dal Sud del mondo, non per un’autentica comunione interculturale, ma per sostenere opere e istituzioni in declino. Suore africane, asiatiche o latinoamericane vengono inserite nei contesti europei senza riconoscere loro uguali diritti, libertà e dignità. In alcuni casi si arriva a parlare di “tratta religiosa”, con tutto il peso che questa espressione porta con sé.
È un paradosso tragico: istituti nati per servire gli ultimi finiscono per riprodurre le stesse logiche coloniali e diseguali che dovrebbero combattere.
Diritto canonico e vuoti di responsabilità
Il diritto canonico, pur riconoscendo la dignità della vita religiosa, lascia grande autonomia agli istituti attraverso il “diritto proprio”. Ma questa autonomia non può giustificare abusi o violazioni dei diritti fondamentali: salute, mobilità, formazione, libertà personale. Il problema non è solo normativo, è spirituale: quando un carisma diventa sistema, e il sistema smette di interrogarsi, smette anche di evangelizzare.
Quale profezia, oggi?
La vera profezia oggi non è ripetere i modelli del passato, ma abitare il presente con uno sguardo evangelico radicale. Questo significa stare nelle periferie, denunciare l’ingiustizia, vivere relazioni non gerarchiche, essere segno di comunità alternative, capaci di cura, inclusione, condivisione. Non basta “essere religiosi”. Occorre diventare testimoni di un altro modo di vivere: più umano, più giusto, più libero.
Finché la vita religiosa non saprà fare i conti con la realtà che cambia, non sarà profetica, ma musealizzata. Non sarà segno del Regno, ma ombra del passato.