Chi è cristiano?
di Dario Culot
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Si dice che i cattolici siano circa 1,4 miliardi, e poi c’è circa un altro miliardo abbondante di cristiani. Ma chi è realmente cristiano? Un san Paolo, colonna fondamentale per la dottrina Chiesa, che però non ha conosciuto il Gesù terreno ma solo il Gesù risuscitato, per cui non ha conosciuto neanche la Buona Notizia proclamata in vita da Gesù (i vangeli sono infatti usciti dopo la sua morte), ma che ha invece introdotto nel cristianesimo una serie di credenze e pratiche di cui Gesù non ha mai parlato,[1] era un vero cristiano?
Se interpellati, diremmo facilmente che per noi è credente chi aderisce a una certa religione. In effetti il catechismo di papa Pio X (che ancora io ho studiato alle elemntari), al n. 3 stabiliva che vero cristiano è colui che è battezzato, che crede e professa la dottrina cristiana e obbedisce ai legittimi Pastori della Chiesa. Tre condizioni basate sui sacramenti, sull’aderire a una dottrina, sull’obbedire all’autorità della Chiesa, e ovviamente si trattava della Chiesa cattolica, non quella ortodossa orientale e ancor meno quelle protestanti, considerate false Chiese.
Oggi non è più così: quella definizione, neanche tanto antica, va definitivamente abbandonata perché non basta essere battezzati, non basta aderire a una Chiesa cristiana, non basta obbedire alle regole religiose così come interpretate dal magistero; non basta neanche seguire i riti in chiesa, né pregare e invocare continuamente Cristo[2] o tutti i santi. Oggi abbiamo capito che non si può ridurre il cristianesimo ad alcune credenze e pratiche rituali e sacre, ma il vero cristianesimo è semplicemente un modo di vivere, un progetto di vita sul quale s’incentra la nostra relazione con Dio e il nostro stile di vita.
In altre parole, se Gesù è vita, essere cristiani vuol dire seguire lo stile di vita di Gesù Cristo[3]. Oggi ci si è resi finalmente conto che cristianesimo non è un sistema di nozioni da professare, come si pensava ai tempi di Pio X, bensì una via da seguire,[4] tracciata da una persona in carne ed ossa[5]. Ecco perché il centro del cristianesimo si è spostato oggi sulla sequela dell’uomo Gesù[6]. Gesù, su questa terra, non ci ha fatto conoscere chi è Dio, ma vivendo in un certo modo ci ha fatto comprendere come si comporta Dio, e quindi ha messo in chiaro quello che noi dobbiamo fare per metterci in relazione con Lui. Per essere cristiani occorre allora sentire la vita di Cristo dentro sé stessi tanto da poter dire come san Paolo: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20)[7]. Ma per riuscire a sentire questo, non c’è altro modo che seguire Gesù. Sequela di Gesù significa allora, per prima cosa, rendersi conto che egli opera non comunicando una legge, una dottrina, ma il suo spirito; uno spirito che resterà fra gli uomini anche dopo che lui fisicamente non è più presente fra gli uomini. Scrive Paolo ai Corinti (2Cor 3,3): «È noto infatti che voi siete una lettera di Cristo composta da noi, scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma su tavole di cuori umani».
Del resto lo stesso Vangelo, - che, ripeto - non è un insegnamento dottrinale o l’esposizione di una teologia astratta, agli inizi è stato rettamente inteso come una testimonianza di una comunità che si è vista trasformata dalla sequela di Gesù, cioè da un’esperienza di amore, attraverso la quale ha scoperto che Gesù era il Messia atteso, il Figlio di Dio[8] (Gv 20, 31). L’esperienza è sempre personale. La testimonianza di chi ha fatto quest’esperienza che gli ha cambiato la vita diventa poi un invito agli altri non a scimmiottare la vita del testimone, ma all’incontro personale con Gesù, il quale produrrà un’esperienza simile in coloro che accettano il suo Spirito e praticano l’amore[9]. Questa esperienza viene descritta nel Vangelo dalla stessa comunità che la vive, per cui, accanto al pensiero e ai fatti di Gesù, troviamo nel testo anche le varie preoccupazioni della Chiesa primitiva,[10] e come ha cercato di affrontarle avendo lo sguardo fisso su Gesù.
Sappiamo che il vangelo di Marco, terminava con le donne che fuggono impaurite dal sepolcro, mentre la parte finale che oggi leggiamo è un’aggiunta[11]. Queste modifiche o aggiunte, comunque, confermano che le prime comunità non vedevano nei vangeli un testo fisso, immutabile e intoccabile per il loro Credo, come invece facciamo noi oggi, ma offerte di vita che invitavano alla sequela di Gesù, a una sequela che doveva concretizzarsi in un’attività pratica come la sua: si spiegano così anche le differenze che noi troviamo nei quattro vangeli, in quanto ogni comunità recepiva a modo suo il messaggio della Buona Notizia e ogni comunità lo assimilava e lo testimoniava in maniera anche diversa. Del resto, se l’essenza del cristianesimo è crescere nell’amore, se la vita non è che un minimo tempo concesso alla nostra libertà per imparare ad amare,[12] è evidente che, avendoci Dio creati diversi, non ci può essere un solo modo per amare, sì che è altrettanto evidente che ognuno deve essere cristiano come può e come si sente[13]. Diceva il vescovo brasiliano Câmara:[14] “Che io non sia la porta per andare al mio prossimo, condurlo a me e obbligarlo a percorrere le mie strade, a far sue le mie entrate, a dipendere dalle mie chiavi. Se la mia porta è Cristo, l’importante sarà aiutare ogni fratello a camminare verso il Padre rimanendo sé stesso”.
La Chiesa, invece, ha seguito Paolo, fariseo (Fil 3, 5) inizialmente duro e zelante fino al fanatismo (Gal 1, 14), ma che anche in seguito è spesso ricaduto in quelle idee proprie della religiosità farisaica che aveva assorbito, per cui – non avendo mai conosciuto il Gesù terreno e avendo fondato le sue chiese prima che venissero pubblicati i vangeli,[15] - ha chiesto per prima cosa obbedienza a sé (Fil 2, 12),[16] imponendo prontamente anche il riconoscimento dell’autorità perché riteneva l’autorità di derivazione divina[17].
Se per secoli la preoccupazione religiosa di tanti e tanti cristiani si è concentrata sull’obbedienza e sulla sottomissione agli insegnamenti dei preti, alla loro autorità, è perché su questo si sono concentrate per secoli la predicazione e la prassi della Chiesa,[18] avendo assorbito questa idea da Paolo secondo il quale la fede dipende dalla verità del messaggio che si deve accettare in obbedienza,[19] come ha effettivamente insegnato ancora papa Pio X.
Dunque, va rimarcata subito questa differenza: mentre la teologia di Paolo si caratterizza per la religione (sottomissione al sacro), ciò che caratterizza la teologia di Gesù è il Vangelo (libertà nell’ambito del profano)[20]. E finalmente oggi si comincia a capire che Gesù, al contrario di Paolo, aveva soppresso il rapporto “governante-governato” mentre noi abbiamo ricreato nella Chiesa il rapporto che esisteva nella religione ebraica fra il clero che detiene il potere e il popolo laico che deve obbedire sottomesso. Non ha perciò torto quel teologo (di cui non ricordo il nome) il quale ha detto che nella chiesa l’obbedienza ha soppiantato la sequela: noi cristiani obbediamo ai preti,[21] ma non seguiamo Gesù. Obbedire è “sottomettersi a” un altro. Invece seguire è “vivere con e come” un altro, dare adesione fondendo la propria vita con quella dell’altro. Gesù stesso ha descritto ciò che significa essere suo seguace. I suoi seguaci si distinguono perché danno la loro adesione, non verbale né di principio, ma di condotta e di vita, impegnandosi con lui e come lui a dedicarsi senza riserva al bene dell’uomo (Lc 6, 47). In cambio, il dono di Gesù a quanti lo seguono è la vita definitiva, la nuova nascita attraverso lo Spirito (Gv 3, 3.5s.), che completa in loro l’opera creatrice[22] e dà la capacità di diventare figli di Dio (Gv 1, 12).
Ma Gesù ha anche detto: “Chi non solleva la sua croce non è degno di essere mio discepolo” (Lc 14, 27). Poi ci ha parlato anche di qualcuno che prima di agire deve fare i suoi conti: se uno vuol costruire una torre deve sapere quale sarà il costo, altrimenti corre il rischio di piantare l’opera a metà perché ha finito i soldi, e tutti rideranno di lui (Lc 14, 28-29). Così anche coloro che vogliono essere suoi discepoli devono prima fare i loro calcoli. E quali sarebbero questi calcoli? Ecco la mazzata: chi non è in grado di rinunciare a tutto quello che ha non è degno di essere chiamato discepolo (Lc 14, 33)[23].
Siamo chiaramente davanti a esigenze quasi impossibili[24] perché noi pensiamo che è possibile essere seguaci di Gesù e continuare ad amare padre, madre; essere seguaci di Gesù e portare un po’ la croce, ma senza esagerare, soprattutto senza rinunciare proprio a tutto (in particolare al nostro benessere conseguito nel mondo occidentale). Forse quello che Luca ci vuol far capire, con queste frasi così dure, è che nessuno di noi, proprio nessuno, può vantarsi di essere vero seguace di Gesù. Le esigenze della sequela sono talmente radicali, che per farlo dovremmo smettere di vivere, in un certo senso. Luca pone perciò tutti su un piano di uguaglianza e tarpa le ali a coloro che si reputano ferventi credenti: anche quelli che noi consideriamo peccatori, impuri, sbagliati, sono allo stesso livello dei ferventi credenti; o meglio, i ferventi credenti sono uguali a loro. Che shock! Ecco perché si può dire senza paura di essere smentiti, che i veri cristiani non saranno mai più di un piccolo gregge (Lc 12, 32) perché quelli che veramente seguono la via tracciata da Gesù, e lo hanno capito, sono e saranno sempre pochissimi.
A me sembra che oggi abbiamo finalmente rovesciato un principio che in passato sembrava assodato e inscalfibile: oggi il vero cristianesimo non è più inteso come un progetto religioso di santificazione (così prevedeva san Paolo in 1Ts 4,3), ma piuttosto un progetto di umanizzazione, per cui è possibile essere cristiani perfino senza aderire ad alcuna religione[25]. Chi vuol seguire Gesù deve cercare di umanizzarsi sempre di più nella sua vita terrena, perché Dio stesso nell’incarnarsi, cioè nell’umanizzarsi, ha fatto così. E allora, come Gesù è l’umanizzazione di Dio, così il cristianesimo, che ha la pretesa di prolungare nella storia la presenza di Gesù, non ha altra finalità e altra ragion d’essere che rendere presente ed operativo il processo di umanizzazione che è iniziato nell’incarnazione. E se quello che importa veramente è che ogni giorno diventiamo più profondamente umani e non più profondamente religiosi, è piuttosto chiaro che anche Dio non serve per rispondere a dogmi religiosi, ma alle domande della vita.
NOTE
[1] In proposito vedi J.M. Castillo, Il declive de la Religión y futuro del Evangelio, Desclée De Brouwer, Bilbao, 2023, 99ss.
[2] Non a caso il Vangelo ammonisce (Mt 7, 21): «Non chi dice “Signore, Signore”, ma chi fa la volontà del Padre… ».
[3] Del resto san Paolo diceva. “Riconoscete che Cristo abita in voi?” (2Cor 13,5).
[4] J. Ratzinger, Introduzione al cristianesimo, Queriniana, Brescia 2000, 91.
[5] E qui s’innesta il discorso sulla fede. Cos’era la fede dei discepoli di Gesù? Era l’attrazione che provavano per quella persona. Li attraeva per il suo sguardo, per la sua capacità d’amore. Per la sua libertà totale…la fede è questo: un incontro con qualcuno così. Uno lo conosce e prova attrazione. È questa l’unica strada che fa capire che in quella persona c’è qualcosa di più. Un mistero più grande… Il cristianesimo consiste nell’incontrare una cosa così profondamente umana che, umanamente, non si può spiegarla. E questo succedeva con Gesù. Sebbene avesse attratto alcuni col mistero della sua umanità, nessuno lo capiva, nessuno sapeva perché facesse quello che faceva... E l’esperienza di un’umanità inesplicabile umanamente è ciò che ti fa intuire che c’è qualcosa di più e di migliore di tutto questo (J. Cercas, Il folle di Dio alla fine del mondo, Guanda, Milano, 2025, 179s.). Non credo di aver trovato una definizione di fede più bella di questa.
[6] Invece il centro della predicazione di Paolo non è stato il Vangelo di Gesù (che ancora non era stato scritto), ma la Religione che crede e venera il Risuscitato, che ci redime dai nostri peccati per raggiungere la salvezza eterna in un'altra vita (J.M. Castillo, Il declive cit., 101).
[7] E. Bianchi, Una domanda necessaria, “Famiglia cristiana” n.27/2025, 82.
[8] Cfr. D. Culot, Gesù questo sconosciuto, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani, 2024, 55.
[9] Mateos J. e Barretto J., Il Vangelo di Giovanni, ed. Cittadella, Assisi, 1982, 868.
[10] Da Spinetoli O., La storicità degli Evangeli oggi, “Bibbia e Oriente”, VIII, 1966, 43 e 98.
[11] Il Vangelo terminava al cap. 16, 8, mentre i passi successivi dei versetti 9-20 sono appendici posteriori (Mateos J. e Camacho E., Marco, ed. Cittadella, Assisi, 1996,69 s.; Mancuso V., L’anima e il suo destino, ed. Raffaello Cortina, Milano, 2007, 181; Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, II parte, ed. Libreria editrice vaticana, Città del Vaticano, 2011, 290s.), compilate ex novo, tanto che esiste più di una versione di queste appendici. In effetti, i due codici più antichi e importanti (il codice vaticano ed il codice sinaitico risalenti al IV secolo, custoditi rispettivamente in Vaticano e al Museo di Londra) non riportano questa finale.
[12] Abbe Pierre riportato in Verdi L., La realtà sa di pane, ed. Fraternità di Romena, Pratovecchio (AR), 2008, 3s.
[13]Ognuno a suo modo, è il motto inciso sul campanile di Coazze (TO), e ripreso da Pirandello nella sua pièce teatrale “Ciascuno a suo modo” (Antonioli F., Un eremo è il cuore del mondo, ed. Piemme, Milano, 2011, 149).
[14] Câmara H., Mille ragioni per vivere, ed. Cittadella, Assisi, 2000, 108.
[15] Paolo ha predicato il suo Vangelo per circa 16-17 anni senza aver mai incontrato Gesù, senza aver mai incontrato ufficialmente alcun apostolo fino al concilio di Gerusalemme (Gal 1, 18 e 2, 1), senza aver interpellato alcun apostolo e soprattutto senza opposizione da parte di alcun apostolo (Gal 1, 17). Ma non ha potuto far conoscere alle sue comunità cristiane il contenuto dei vangeli per la semplice ragione che il primo di essi è uscito dopo la sua morte. Ecco perché Paolo, per cui il suo messaggio, non ha potuto appoggiarsi al Vangelo, né organizzare le sue chiese in base al Vangelo.
[16] Lo stesso Paolo ha sottolineato che “la fede viene dalla predicazione” (Rm 10, 14-17). Stando alle lettere di Paolo, la fede consiste nell'accogliere il vangelo da lui predicato (Rm 10, 14-17) (Gnilka J., Teologia del Nuovo Testamento, ed. Queriniana, Brescia, 1992, 93).
[17] Avendo Paolo fondato le sue chiese/comunità sulla falsariga della casa del pater familias e sulla di lui autorità (cfr. J.M. Castillo, La fine di Gesù, Teologia popolare vol.3, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani, 2025, 111s. Invece Gesù – stando ai vangeli,- non ha mai chiesto obbedienza né a sé né a Dio. Il termine <obbedienza> [ὑπακούω] – elemento tanto caro alla religione – si trova solo cinque volte nei 4 vangeli canonici, e mai riferito alle persone, ma sempre e solo a elementi contrari all’uomo (Mt 8, 27; Mc 4, 41; Lc 8, 25: riguardo a vento e mare in tempesta; Mc 1, 27: riguardo a spiriti immondi; Lc 17, 6 riguardo al gelso che deve piantarsi in mare) (Maggi A., Roba da preti, ed. Cittadella, Assisi, 2003, 120). Invece Gesù ha detto: “Se qualcuno vuol venire dietro di me” (Mc 8, 34), lasciando ogni uomo libero di scegliere.
[18] Va però notato come tutti i missionari, alla fin fine finiscono per pensare ed essere diversi dai preti che non si sono mossi dal loro Paese. “Io sono andaato là per convertire le persone” ti dicono. “Ma sono sono state quelle persne a convertire me” (J. Cercas, Il folle di Dio cit., 407).
[19] J.M. Castillo, El Evangelio marginado, Desclèe De Brouwer, Bilbao, 2018, 22.
[20] Idem, 25.
[21] E questo già a cominciare dai tempi di sant’Ignazio (Lettera agli Efesini, 1.6-VI: “Si deve guardare al vescovo come si guarda al Signore stesso”; lettera ai Filadelfiesi 1.1.1.4. 3: “tutti coloro che appartengono a Dio e a Gesù sono col vescovo”, entrambe in www.documentacatholicaomnia.eu, sotto voce Ignatius Antiochensis). Nell’attuale Catechismo si afferma ancora che la fede consiste nell’ascoltare la parola della predicazione e (serve) per condurre all’obbedienza (Fisichella R., La risposta dell’uomo a Dio, in Catechismo della Chiesa Cattolica, ed. Piemme, Casale Monferrato (AL), 1993, 628).
[22] Ormai anche da noi si sta facendo strada l’idea che la creazione sia un processo, e non un atto istantaneo, per cui la perfezione si avrà alla fine.
[23] “La rinuncia a tutto quello che si possiede, non mettere la sicurezza in quello che si ha, ma mettere la propria sicurezza in quello che si dà, perché Gesù vuole al suo seguito soltanto persone libere. Infatti le tre condizioni (odiare la famiglia, sollevare la croce e rinunciare ai beni) per la sequela sono tutte scelte di libertà e per la libertà. In particolare questo fatto della rinuncia agli averi si rifà a quanto Gesù aveva detto in precedenza nella parabola del banchetto dove, tra i pretesti per non partecipare alla festa che il re aveva preparato per le nozze dell’unico figlio, c’era: “io ho appena comprato un campo”, e un altro diceva “io ho comprato cinque paia di buoi”. Quindi il possesso degli averi, di quello che si ha, è un impedimento alla sequela. Bene, allora se sono tre condizioni radicali, tutte quante all’insegna della libertà, soltanto chi è pienamente libero può seguire il Signore. Gli altri? Gli altri tutti a casa” (Maggi A., Commento a Lc 14, 25-33, in www.studibiblici.it/ e quindi: videomelie/ 4.9.2016).
[24] Gallazzi S, Cap 14 e 15 il tavolo al quale ci sediamo o no, in
https://www.youtube.com/watch?v=zkNl2EX0iMk&feature=youtu.be.
[25] Mori B., Per un cristianesimo senza religione, Gabrielli, San Pietro in Cariano 2022, 226s. E allora, se le formule utilizzate dal Nuovo Testamento parlano dell'incarnazione e della presenza di Dio nell'uomo Gesù, noi dovremmo pensare non tanto a una cristologia ascendente di divinizzazione dell’uomo verso l'alto, quanto piuttosto a una cristologia discendente di umanizzazione del divino: 'sono venuto non per essere servito, ma per servire' (Mc 10, 45).
Pubblicato il volume di Dario Culot che ripropone in una nuova veste editoriale, ed in un unico libro, molti dei suoi contributi apparsi sul nostro settimanale: https://www.ilpozzodigiacobbe.it/equilibri-precari/gesu-questo-sconosciuto/