Idee contrarie al cristianesimo
di Dario Culot
Chiesa a Tbilisi (Georgia) - foto di Mostafameraji, tratta da commons.wikimedia.org
È un dato di fatto che la nostra generazione (di anziani) sembra essere stata fra quelle che hanno peggio trasmesso alle nuove generazioni il cristianesimo. Ai tempi di Gesù, in Palestina, tutti erano religiosi. Alla fine del ‘700, in Europa, i praticanti erano quasi il 100%; alla fine del secolo scorso si attestavano sul 10%, e la cifra è solo leggermente superiore aggiungendo chi si riconosce credente anche se non praticante[1].
Credo che il declino del cristianesimo (non solo del cattolicesimo) sia imputabile in primo luogo all’incapacità di chi si professa credente di mostrare, non tanto con le parole, ma con la propria vita che il cristianesimo non è un’illusione, ma è effettivamente uno stile di vita che rende migliore la vita di tutti e quindi il mondo.
La pubblicità dei Jesus jeans (“chi mi ama mi segua”) degli ormai lontani anni ’70,[2] tacciata di blasfemia dall’Osservatore Romano (“Il folle slogan” in data 17.5.1973) dimostrava già a quell’epoca che:
- il potere della Chiesa non aveva più l’efficacia del passato, perché non ha fatto sparire la pubblicità;
- la gente non obbediva più al potere della Chiesa, che in passato aveva mostrato una minacciosa capacità di castigare[3];
La sempre maggior secolarizzazione dell’Occidente ha contribuito ormai da decenni al declino del cristianesimo, essendo stata evidentemente capace di immettere nella società offerte più appetibili di quelle che offriva la Chiesa, per cui si può dire che altri dèi affascinano di più la maggioranza delle persone[4]. Le attuali offerte della Chiesa non sembrano incontrare le domande della gente. Mai come oggi si vedono tornare in auge vari altri dèi, che in realtà sono sempre esistiti. In particolare il potere e il denaro, due dèi assai forti e riveriti da ben prima del cristianesimo, che hanno indubbiamente influenzato perfino la storia della Chiesa[5].
Oggi, alla domanda «Credi in Dio?» l’ateo risponde di no con facilità. Ma se gli si chiede: «Qual è allora il dio del tuo mondo? Cioè qual è la cosa che, nella tua vita, tu poni a principio direttore e quindi, magari anche inconsapevolmente, divinizzi?» anche l’ateo non riesce più a sbarazzarsi tanto facilmente della domanda, perché anche se dicesse di credere nel progresso tecnico-scientifico od economico, saremmo comunque in presenza di un idolo che cerca di dare un senso all'assenza di senso causata dalla negazione di un principio divino. Di più: non è del tutto razionale dire: “Non c’è alcun Dio”, perché per poter fare simile affermazione razionalmente ci sarebbe bisogno di avere una conoscenza assoluta dell’intero universo, dall’inizio alla fine. Come nessuno può dimostrare che Dio esiste, nessuno può neanche dimostrare che Dio non esiste[6]. La verità dell’ateismo obbliga l’ateo a non divinizzare neanche sé stesso; ma se non deve divinizzare niente, tanto meno sé stesso e la sua opinione, deve necessariamente accettare di non avere l’ultima parola. L’ateismo vuol distruggere giustamente tutti gli idoli, poi però deve spezzare anche l’idolo dell’ateismo, altrimenti è illogico. Dunque è difficile anche essere veramente atei fino in fondo.
Oggi, poi, la gente si pone molte più domande di una volta, e si allontana da un magistero che pretende di avere tutte le risposte, ma poi non le sa dare: provate a chiedere a un prete cattolico perché la Chiesa Greco Ortodossa ammette il divorzio usando esattamente gli stessi vangeli che usa la Chiesa cattolica. Il 99% dei preti non saprà rispondervi, perché ha sentito sempre una sola campana: quella dell’ortodossia cattolica. E non conoscendo le argomentazioni di coloro che la pensano in modo diverso, non è neanche in grado di esporle, magari al solo scopo poi di confutarle razionalmente.
L’etica, che controllava in passato le intenzioni degli uomini e veniva generalmente accettata da tutti (almeno in teoria), oggi è afona di fronte alla tecnologia (o tecnica): come si fa a impedire alla tecnologia di non fare tutto ciò che invece è in grado di fare? Oggi un potere enorme è in mano alla tecnica, mentre l’etica è priva di potere, perché – come dice il prof. Galimberti[7]- non esiste più un’etica efficace per controllare lo sviluppo della tecnica la quale, come è noto, non tende ad altro scopo che non sia il proprio potenziamento. La tecnica, infatti, non ha fini da realizzare, ma solo risultati verso cui procedere, risultati che non nascono da scopi che ci si è prefissi, ma che scaturiscono dalle risultanze delle sue procedure: la tecnica è vera se funziona, è falsa se non funziona, sì che passando da mezzo a fine diventa di per sé dominio. Col che, potendo la tecnica scegliere da sé ogni possibilità, finisce che si sostituisce all’uomo. L’unico limite della tecnica è il limite dei finanziamenti. Si torna così al potere del denaro. Ma è difficile non buttare denaro, ad esempio, in quel campo così promettente che è la genetica, la quale lascia intravedere scenari capaci di sconvolgere la medicina, di selezionare un’umanità artificiale senza più gli inconvenienti di quella naturale, di poter stabilire i limiti dell’esistenza di ciascuno di noi, con tutte le conseguenze in termini di assicurazioni, previsioni, computi e calcoli. Chi può davvero frenare o porre impedimenti a simili scenari, rinunciando, nel caos del mondo, a una programmazione certa in termini di vita, di cura, di sicurezza e garanzia in ordine a ciò su cui val la pena d’investire o non investire, e lasciando cadere e deperire tutto ciò che è improduttivo? Se l’agire dell’uomo è sempre stato orientato a uno scopo, mentre l’unico scopo della tecnica è l’auto-potenziamento, si capisce perché oggi assistiamo a uno spaesamento dell’umanità: la stessa Chiesa sembra imbambolata a guardare mentre la tecnologia ridefinisce l’ambito umano.
Altro dato di fatto è che oggi una buona parte delle persone sente di non poter più credere come hanno fatto le generazioni precedenti e come invece auspicano ancora molte autorità religiose, anche se sente al contempo di non poter rinunciare alla dimensione spirituale; spesso cioè gli atei s’interessano a Dio molto di più di certi sedicenti credenti, convinti di possedere una fede granitica. Dopo tutto, fra un fondamentalista credente e un ateo non c’è grande differenza. Per il fondamentalista, che cucina il nome di Dio in tutte le salse, basta dire Dio e tutto è risolto. Per l’ateo tutto è risolto eliminando la parola Dio (ma ogni volta occorre dire che non bisogna più dirlo)[8].
Proprio perché nessuno può dimostrare che Dio esiste, e alla luce della tecnologia emergente, l’arguto filosofo Nietzsche era dell’idea che la nostra vita non si fonda su principi superiori, ma vale per sé stessa in un processo eterno di auto-generazione, senza che ci sia un percorso definito, soprattutto senza alcuna storia di caduta, senza alcun conflitto cui segue una riconciliazione (idea fondamentale invece nel campo giudeo-cristiano); questa vita sempre identica a sé stessa, senza indirizzarsi ad alcun traguardo, senza valere per qualcosa d’altro ma solo per sé stessa può fare a meno di Dio, perché la vita non è sottomessa ad alcun Dio Altissimo, non è diretta ad alcun futuro di riconciliazione, materiale o spirituale, ma è solo una lotta che si rinnova da sé stessa in cui il più forte trionfa sempre, non per sfuggire alla vita ma per realizzarsi in essa. La storia perciò non cerca nulla al di fuori di sé stessa, né deve raggiungere una qualche meta, ma vale di per sé in sé, come un processo in cui sopravvivono e s’impongono i più capaci.
A giudizio di questo filosofo (fra l’altro suo padre era un pastore luterano) quegli individui o quei gruppi che non sono stati capaci di dispiegare la forza della vita hanno cercato di fuggire da essa inventando il mondo dello Spirito. Il filosofo quindi contrappone alla spontaneità creativa della vita la negatività del cristianesimo, che cerca di rinchiudere, bloccare e rendere innocui i più forti. Sostiene perciò che la formula evangelica (Mc 14, 38) va rovesciata: la carne è forte e lo spirito è debole, perché solo dove la vita si dispiega nella sua pienezza può emergere il superuomo, ovvero un uomo nuovo finalmente vero e completo. La speranza di raggiungere un miglioramento per grazia di Dio è l’utopia dei piccoli, ma è contraria a quello che ha sempre dimostrato la vita. Il perdono poi non è il culmine dell'amore, ma la negazione della giustizia.
Per lo stesso motivo per cui contesta il cristianesimo, Nietzsche contesta anche la vittoria marxista dei proletari perché anche questa sarebbe una vittoria dei deboli. La divisione fra classi e la ricerca della riconciliazione da parte della classe inferiore (comunismo) è anch’essa un’invenzione di deboli risentiti, che si oppongono al dispiegamento dei forti. Ma il mondo venera chi è forte.
Se a lungo hanno prevalso le idee di questi esseri limitati e inferiori, impegnati in una lotta per ottenere un proprio riconoscimento, mentre in realtà erano schiavizzati dall’economia (borghesi padroni e proletari servi), ed erano incapaci di vivere la pienezza, finalmente è giunta l’ora di far emergere l’uomo superiore, colui che è padrone di sé stesso, capace di confrontarsi col suo destino. In precedenza c’erano individui addomesticati incarcerati in una gabbia di moralismo e risentimento. È giunta l’ora degli esseri umani autentici, che saranno per sempre, i superuomini. L’uomo nuovo metterà fine alla storia. Il superuomo non consegna ad altri la sua esistenza, vive e dispiega il suo vivere padrone di sé stesso; non è il prodotto di un Dio superiore, né effetto di un’azione esterna ma espressione della sua creatività.
Secondo Nietzsche non esiste la trascendenza (inventata dal platonismo), né un traguardo finale (inventato dal cristianesimo). La cruda verità per gli esseri umani è che la vita esiste e torna senza fine, per cui essi sono quello che sono, in un processo valido di per sé stesso (c’è un eterno ritorno) che non deve portare a nessun futuro e a nessuna trascendenza. Non bisogna pretendere di raggiungere altre mete. Il richiamo e il ricorso allo spirito è una negazione di questa vita, un atteggiamento codardo di fronte alla cruda realtà.
Fra questa storia dominata dal risentimento dei deboli cui occorre mettere fine, e la realtà che finalmente è stata capita, Nietzsche pone la pura volontà del potere, sempre attuale, priva di passato e futuro, in questo eterno ritorno senza storia[9]. Viene dunque sacralizzato l’eterno ritorno della natura. Il superuomo trionfatore di Nietzsche non ha bisogno neanche del riconoscimento degli altri, basta a sé stesso, vive in pienezza solitaria, riconoscendo il valore eterno del momento attuale della sua esistenza. Quindi l’esclusione o l’eliminazione dei deboli è giustificata come fatto naturale,[10] perché nella vita riescono a trionfare solo coloro che mostrano “volontà di potenza”[11].
Credo che si possano muovere varie obiezioni a questa teoria nichilista:
1. È vero che l’implacabile legge dei rapporti di forza esiste da quando viene raccontata la storia, ma è anche vero che nessun Stato, come neanche nessun singolo individuo riesce a imporre per sempre la sua volontà con la forza, per il semplice fatto che col tempo la sua forza scema. Il potente trova alla fine sempre uno più potente di lui che lo elimina. In questo modo la vita viene ridotta a una lotta violenta di tutti contro tutti, senza un attimo di tregua, sempre con la paura di dover soccombere. Ogni trionfo è limitato nel tempo, e come farà a trionfare il superuomo quando si accorgerà che la sua forza non esiste più e che altri, più forti di lui, possono imporgli la propria volontà? Come potrà vivere in “pienezza solitaria” accorgendosi di non essere più super, visto che sarà l’altro a imporgli la propria volontà, e se da superuomo si vedrà ridotto a servo? Detto in altre parole, se il superuomo riesce per imporre la sua volontà, si evita lo scontro solo quando il debole fa ciò che chiede il forte[12]. Secondo il forte, il debole che se ne rende conto vive appieno la (sua misera) realtà. Ma se il debole, memore del fatto che non sempre il più forte vince, non se ne rende conto?
2. Il singolo individuo può essere l’uomo più forte del mondo, ma l’unione di più uomini, singolarmente ben più deboli di lui, possono facilmente batterlo. Questo l’avevano già capito gli antichi. I romani avevano il fascio littorio, cioè un insieme di bacchette legate strettamente in fascio. Questo, che nulla aveva a che fare con le nostre moderne reminiscenze mussoliniane, aveva invece un significato politico ed educativo ben preciso: se uno prende in mano una singola bacchetta la spezza con estrema facilità. Ma se tutte le bacchette sono saldamente legate in un unico fascio è impossibile spezzarle anche se la mano di chi cerca di farlo è assai forte. L’unione fa la forza, ma l’unione chiede una stretta collaborazione.
Ora, nessuno è così ingenuo da pensare che la forza non conti, ma se vogliamo mantenere alta la nostra cultura dobbiamo anche evitare di pensare che essa sola conti ed il resto non conti nulla.
3. Poi, a ben vedere, il difetto più grosso del superuomo è che questo modello di uomo nuovo non costruisce nulla, forse neanche distrugge nulla, comunque non ha e non vuole avere alcuna responsabilità: si limita a vivere la sua storia da privilegiato finché ha la forza per farlo (ovviamente a scapito di altri che quella forza non hanno). Ma l’esperienza ci insegna che l’uomo può arrivare anche a distruggere sé stesso ponendo fine alla sua storia (oggi potrebbe farlo con una bella guerra nucleare), oppure può elevarsi verso qualcosa di più alto, di più perfetto.
Ma esiste qualcosa di più alto, più perfetto? La Trascendenza? Penso proprio di sì, perché come ha ben spiegato il teologo Carlo Molari[13] «ogni volta che pensiamo avvertiamo che la Verità in azione nella nostra mente è più grande delle nostre idee; ogni volta che amiamo ci rendiamo conto che il Bene che ci attira supera quello che possiamo offrire; ogni volta che progettiamo la giustizia, sappiamo di non poter mai realizzare pienamente la Giustizia, sempre più esigente delle nostre realizzazioni. Questa è l’esperienza della trascendenza che poi noi chiamiamo Dio»[14]. In realtà è intuizione di un Assoluto che resta misterioso,[15] è intuizione che nel nostro esistere siamo di fronte a un Quid indefinibile e inafferrabile. Ma la sproporzione che tocchiamo con mano fra la nostra limitatezza e inadeguatezza di fronte alla smisuratezza dell’universo, tra le cose e le loro cause, fa intuire l’esistenza di un Quid al di fuori di noi, ben più grande di noi. Non sapendo come definirlo impropriamente lo chiamiamo Infinito, ma resta ovviamente un mistero che per noi può essere solo continua ricerca. Se la vita e la Terra non le abbiamo create noi, se la verità che già esiste è più grande di noi, tanto che non possiamo mai accoglierla in modo definitivo, forse faremmo bene ad accettare il senso del nostro limite invece di crederci onnipotenti come superuomini.
Del resto il superuomo di Nietzsche, che vuole imporsi su tutti gli uomini, non sa come affrontare la paura della morte, non sa da dove viene e dove va. Conosce solo l’istante, ma in un cammino che non va da nessuna parte, sì che è come un criceto che corre freneticamente sulla ruota, finché uno non lo scalza dal suo posto. La mancanza di senso della vita da parte di un simile superuomo, che vive solo di quello che vede e tocca in questo mondo, non lo può rendere né felice, né soddisfatto, né sereno. Il problema è che anche quando si riesce ad avere tutti i beni materiali di questo mondo, dopo un po’ non si è annoiati, non certo felici. Anche i maharajah, ricchi sfondati, che avevano la possibilità di soddisfare tutti i propri capricci, che avevano a disposizione le più belle donne del mondo, dopo un po’ erano annoiati e depressi.[16] L’uomo vuole sempre di più, tende al bene più grande, ma che duri per sempre. Soprattutto nell’amore anela alla durata eterna, e invece l’amore terreno ha sempre limiti immensi[17]. Ogni nostro vero piacere chiama eternità, anche se si sperimenta come attimo.
Perciò quella “pienezza solitaria” che dovrebbe portare al massimo della realizzazione di sé, alla felicità pensata da Nietzsche, non funziona: non ha reso felice neanche lui, che anzi ha finito i suoi giorni in angoscia e in manicomio. Forse cercava la pienezza e ha trovato solo vuotezza.
In effetti non credo che si possa essere sereni e felici finché ci si limita a considerare la materia. Mi spiego meglio: siamo tutti d’accordo che la casa è un bene materiale. Ognuno di noi può lasciare la sua casa in eredità a un altro. Invece, la conoscenza, la capacità di suonare uno strumento, di parlare una lingua straniera, di eccellere in uno sport non si possono lasciare in eredità a nessuno. Tutte queste cose scompariranno con il titolare, anche se gli altri vorrebbero tanto ereditarle. Perché? Perché, evidentemente, non sono beni materiali, come la casa. Non si possono né toccare, né misurare. Quello che possiamo allora dire, è che nella realtà esiste la materia, ma anche qualcosa di diverso dalla materia. Qua c’è il rosso, che si vede, si può toccare, si può esprimere in formule, si può misurare. Ma esiste anche il blu, o almeno una realtà che non è più rossa. Quest’altra realtà blu la chiamiamo spirito per distinguerla dalla mera materia, dalla casa, dal rosso, ma possiamo usare anche altri termini al posto di spirito. Essendo il cristianesimo erede della filosofia greca, ha considerato lo spirito come lo spazio religioso dell’uomo e la materia come lo spazio della caduta e del peccato. Probabilmente non è così. Probabilmente sbagliamo nel rimarcare la distinzione fra materia e spirito, perché in realtà siamo un composto umano unico, proprio come pensano altre culture. Probabilmente il peccato non è collegato alla carne; nasce piuttosto nello spirito e discende nella carne, sì che non c’è distinzione netta e precisa tra materia e spirito[18]. C’è appunto il rosso, e strettamente concatenato c’è qualcosa che non è più rosso.
Conosciamo tutti Riccardo Muti, uno dei grandissimi direttori d’orchestra. Tutto il teatro è pieno, gente anche in piedi; davanti al podio un silenzio di tomba. Poi, il maestro attacca Beethoven: la sinfonia è la lotta disperata contro la brutalità; quest’uomo che fa scoppiare l’orchestra nella sua ira. La musica riempie la sala, penetra in ciascuno di noi suscitando emozioni anche violente, ma la musica non occupa spazio alcuno, non si tocca, è invisibile. Quale scienziato potrebbe esprimere in formule l’emozione che dà una musica? Per di più, l’emozione che quella musica dà a uno non è uguale a quella di un altro.
Quale scienziato riuscirebbe a esprimere in formule le sensazioni dell’amore? Nonostante quello che pensa Nietzsche non è allora irrazionale sostenere che ci sono cose che non si toccano, che non si vedono con gli occhi, che non si possono misurare, che non occupano spazio, ma che pur esistono e incidono anche profondamente nella nostra vita. Per forza si deve ammettere che esiste una diversità fra materia e al-di-là-della-materia, fra materia e spirito, chiamiamola come vogliamo. C’è un’evidente differenza, così come il colore rosso è diverso dal colore blu, perché le leggi che vincolano la materia - come il tempo, lo spazio[19] - non si applicano allo spirito.
E, a ben guardare, l’entusiasmo sopraggiunge solo quando si guarda oltre la materia. Il campo artistico, letterario, la giustizia, le scienze, questi sono i settori per cui gli uomini diventano grandi; campi, cioè, in cui non si manipola solo materia. In cui non si usa la forza del superuomo. Da qui la convinzione che tutto ciò che invade l’ambito umano non può essere solo materia. C’è questa innata tendenza in ciascuno di noi, verso il di là della materia. L’uomo parte dalla materia, è limitato dalla materia, ma va oltre. Vede il ferro: mero materiale. Anche l’animale lo vede, ma si ferma lì. L’uomo va oltre: studia, ci pensa su, inventa. Dal vapore nasce l’idea della caldaia, della locomotiva, della centrale elettrica che ci darà calore d’inverno.
E, a ben pensarci, l’uomo diventa grandissimo solo quando fa cose – viste in un’ottica solo materialistica – che sono completamente inutili: la Divina Commedia, il Taj Mahal, le sinfonie di Beethoven, sono queste le cose che restano nel tempo e tutti, anche dopo secoli, restano estasiati nel leggerle, stupiti nel vederle, affascinati nel sentirle. Sono le cose inutili, allora, quelle che più ci avvicinano alla felicità. Il lavoro dell’uomo è grandioso non tanto quando riguarda le cose indispensabili per vivere (coltivare per mangiare), ma le cose inutili (come un vino eccezionale); oppure, ancor di più, quando si entra nel campo della non-materia (dello spirito): pensiamo a Omero, a Mozart, a Michelangelo, a Leonardo. I grandi artisti sono quelli che riescono a farci intuire l’invisibile oltre il visibile, perché l’essenziale resta invisibile agli occhi[20]. Il vero artista riproduce in questo mondo un principio che non è di questo mondo. E com’è possibile? L’Islam ci spiega che in cielo si trova tutto ciò che può essere attualizzato nella creazione; la terra, invece, è il luogo dove si trovano le forme, ed il male ed il bene stanno all’interno delle forme; in mezzo sta l’uomo, che fa da ponte nella creazione fra cielo e terra. L’artista dà forma terrena a un principio informale che si trova in cielo. Forse quest’idea non è sbagliata, a differenza di quanto pensava Nietzsche.
Perché la statua della pietà di Michelangelo o l’esecuzione di una musica sinfonica ci colpiscono, ancora oggi, dopo secoli, più del calzolaio che ci ha riparato con perizia le nostre scarpe, o dell’impresario che ha fatto un sacco di soldi costruendo case che fra qualche decennio saranno già fatiscenti, o del fabbro che ci ha aperto la porta di casa di sera tardi quando avevamo perso le chiavi, ed eravamo fuori al freddo? Perché solo Michelangelo, non questi altri, sono riusciti a farci sognare. E Michelangelo o Beethoven nulla hanno da spartire col superuomo descritto da Nietzsche.
Il sogno dell’infinito caratterizza la vita dell’essere umano ed è strettamente correlato alla felicità. Per questo l’uomo esplora lo spazio e vuole andare su Marte. Per questo esplora le grotte, gli abissi marini, e sale in cima alle più alte montagne, anche a costo di rimetterci la vita. Per questo dipinge e scrive musica. Per questo vorrebbe che il suo grande amore durasse per sempre. Ma per questo stesso motivo, molti di coloro che non riescono a raggiungere quello cui aspirano, cercano una risposta rapida al di fuori della materia per assopirsi, per non dover più pensare, per non tormentarsi ogni giorno in questa continua ricerca che indubbiamente costa fatica e non ha mai fine. Per fare un facile esempio, pensiamo al flagello della droga: avete visto i filmati di quegli zombi che distrutti dal fentanyl vagano per le strade delle città? Sono ancora esseri umani che hanno coscienza e arbitrio? O, per restare nel banale, pensiamo a tanti giovani d’oggi: sguardi veloci sugli ultimi modelli di telefonino dei loro compagni, come principale identità, senza alcun altro interesse; poi, il vuoto più totale.
“Ma che progetti hai?”
“Boh!”
“Come usi il tempo libero?”
“Così… mi diverto”. E tanti vivono solo per le discoteche. “Oggi ho vissuto la copia carbone di sabato scorso: che bello”[21].
Invece si vive solo quando si sogna (e ovviamente quando si è amati e si ama, perché anche l’amore è esperienza dell’infinito, dell’eterno, di Dio). Senza questo, al più si vivacchia, ma non si vive.
L’idea della religione, che riconosce l’esistenza di un’entità superiore sopra di noi (chiamiamola Dio, Allah, Natura, Caso con la C maiuscola, di nuovo il nome poco importa perché comunque non riusciamo mai a definirla esattamente) nasce allora non tanto da un aspetto negativo qual è la paura della morte, e neanche dall’idea di dover tenere in riga il popolo con la paura[22] dell’inferno perché l’uomo è intrinsecamente malvagio; nasce piuttosto, e positivamente, dal sogno dell’infinito, da questa tendenza innata che tutti noi abbiamo verso l’infinito, perché istintivamente capiamo che solo lì potremmo, un giorno, trovare la nostra serena felicità. Ecco perché, io credo, la spiritualità non scomparirà mai a differenza di quanto pensava Nietzche. Questo richiamo verso l’assoluto è insito nella stessa condizione umana, se uno vive la sua vita umanamente;[23] e questa innata esigenza della forza misteriosa, dell’energia cosmica, del divino, chiamiamola come vogliamo, esiste da sempre presso tutti i popoli della terra, primitivi o evoluti che siano. Questo ci fa pensare che quando c’è un bisogno istintivo ci deve essere parimenti una sorgente reale, e non meramente illusoria.
Più di milleottocento anni fa un imperatore romano pagano,[24] il quale s’interrogava sul perché – se si negava l’esistenza di un fondamento eterno della natura cui il singolo deve sottomettere il suo agire e il suo pensare[25] - si doveva sempre cercar di fare ciò che è giusto, anche quando per il singolo sarebbe stato più comodo fare il contrario, così si esprimeva: «Siamo di fronte o a un groviglio caotico e alla dispersione, ovvero a un’unità ordinata e alla provvidenza. Se è vera la prima ipotesi, per quale ragione mai io desidero rimanere in simile accozzaglia casuale e confusa? Che altro dovrebbe interessarmi se non il modo di spassarmela?[26] E perché dovrei preoccuparmene? Qualunque cosa io faccia, giungerà anche per me la dissoluzione. Ma se è vera la seconda ipotesi, io mi prostro e saldamente mi affido a Chi tutto governa». Dunque il problema era assillante già nell’antichità: la soluzione del superuomo non era soddisfacente neanche in allora. E pensiamo che quell’imperatore poteva essere veramente un superuomo in allora.
Quanto all’etica, è stato brillantemente osservato che lo specchio del nostro comportamento etico non è neanche tanto la propria coscienza, ma il volto di coloro che vivono attorno a noi. Quando questo volto esprime pace, speranza, gioia e felicità, perché il nostro comportamento genera tutto questo (in una parola: genera vita), allora è evidente che il nostro comportamento è eticamente corretto[27] è conforme a quanto indicato da Gesù, anche se è difforme a quanto indicato da Nietzsche.
Allora forse c’è da domandarsi: si vive meglio aderendo al nichilismo di Nietzsche che cancella speranza, futuro e sogni, e vede la vita come una continua lotta per imporsi sugli altri (mors tua vita mea = “la tua morte significa che io vivo”), oppure si vive meglio facendo fiorire la vita e la speranza attorno a noi, cercando fraternamente l’accordo con tutti?
Personalmente preferisco il messaggio evangelico “La pace sia con voi” (Gv 20, 19) a una lotta senza quartiere contro chi vuol essere il superuomo di turno, contro chi vuol sottomettere gli altri a scapito della loro dignità. Allora, come dice il saluto francescano “Pace e bene” a tutti.
NOTE
[1] Dati tratti da http://cronologia.leonardo.it/mondo09.htm. Nell’ultimo periodo del XX secolo i praticanti sono scesi al 10-15% della popolazione (Lenaers R., La fede è conciliabile con la modernità?, relazione tenuta a Bergamo, il 26-27.1.2014, in http://www.ildialogo.org/LeInC.php?f=21&s=parola). Sant’Ignazio, vescovo di Antiochia, (martirizzato a Roma) sosteneva che solo il martire è il cristiano completo. Credo che, posti di fronte a questa scelta, quel 10-15% di sedicenti cristiani si ridurrebbe ancora di molto.
[2] Se ben ricordo l’idea è stata del fotografo Oliviero Toscani. La Chiesa non aveva afferrato che si trattava di una manipolazione pubblicitaria emotiva, e non si trattava di una citazione testuale del vangelo di Matteo, dove si dice: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua (Mt 8, 34s.).
[3] Già a metà del secolo scorso la Chiesa cattolica non poteva più comportarsi come aveva fatto in precedenza: il vescovo di Prato, mons. Pietro Fiordelli, era stato condannato per diffamazione da un tribunale civile per aver definito «pubblici concubini» due diocesani che si erano sposati col rito civile. Evidentemente il vescovo riteneva di vivere ancora in un tempo in cui la Chiesa poteva imporre a tutti le sue regole.
[4] Da tener presente che fino alla mia generazione la religione era basata più sulla minaccia del castigo che sulla misericordia di Dio, su cui tanto ha battuto papa Francesco.
[5] Pensiamo al re Enrico II e a Thomas Becket arcivescovo di Canterbury nel ‘200: inizialmente amici, il re fa uccidere Becket per affermare il suo potere; basta pensare oggi al penoso caso del cardinale Becciu (nonostante la condanna per peculato e truffa che lo aveva privato dei diritti del cardinalato, voleva a tutti i costi far valere ancora le sue prerogative cardinalizie nel conclave minacciando ricorsi e impugnazioni).
[6] L'astronoma Margherita Hack, che si proclamava atea, diceva di sapere che la scienza e la ragione non sono in grado di dimostrare scientificamente con certezza né che Dio esiste, né che non esiste (Di Piazza P., Compagni di strada, Laterza, Roma-Bari, 2014, 8).
[7] Questi concetti sono stati ribaditi dal prof. Umberto Galimberti in molte sue conferenze, reperibili su internet. Cfr. anche Galimberti U., L’etica del viandante, Feltrinelli, Milano, 2023, 22ss.
[8] Hadjadj F., Come parlare di Dio oggi?, ed. Messaggero, Padova, 2013, 34.
[9] Ricordate in Tucidide il cinico discorso degli ateniesi sbarcati con l’esercito nella piccola isola di Melo che vorrebbe solo essere lasciata in pace? I Meli pensano che il fatto di essere dalla parte del giusto li salverà, perché avranno la dea-fortuna dalla loro. Rispondono gli Ateniesi che nel cosmo divino, come in quello umano urge «eterno, trionfante, radicato nel seno stesso della natura, un impulso: a dominare ovunque s’imponga la propria forza. È una legge che non fummo noi a istituire, o ad applicare primi ... l’ereditammo che già era in vigore e la trasmetteremo perenne nel tempo; noi che la rispettiamo, consapevoli che la vostra condotta, o quella di chiunque altro, se salisse a tali vertici di potenza, ricalcherebbe perfettamente il contegno da noi tenuto in questa occasione» (dai §§ 104s. del Libro V della Guerra del Peloponneso di Tucidide (Traduzione di Ezio Savino), ed. Garzanti, Milano 1974, 372 ss.).
[10] Afferma sempre Nietzsche, in Genealogia della morale, Adelphi, MI, 1990, 30s e 65, che parlare in sé di diritto e torto è cosa priva di senso; in sé offendere, far violenza, sfruttare, annientare non può essere nulla di ‘illegittimo’ in quanto la vita si adempie, essenzialmente facendo violenza, sfruttando e annientando e non può essere pensata senza questo carattere.
[11] Ci sono molti che, anche al mondo d’oggi, sono convinti che Nietzsche avesse visto giusto. Pensiamo, per fare un esempio odierno, a Putin. Sappiano bene che nella guerra Russia-Ucraina in tanti – anche in Italia - continuavano a sostenere che l’unica via per risolvere la questione è la pace, intesa come resa dell’Ucraina all’aggressore più forte. Siccome la pace è sempre superiore alla guerra perché evita tante morti inutili, questi stessi propugnavano che, per avere la pace, occorre il disarmo, anche dell’Italia. Mi sembra piuttosto evidente che un disarmo unilaterale finisce proprio per incoraggiare quella “volontà di potenza” di cui parlava Nietzsche, e crea invece che pace condizioni di guerra, perché chi è propenso a imporsi (anche con la guerra) lo farà ancor di più quando vede una bella autostrada libera davanti a lui. Correttamente, mi sembra, sia stato detto che il pacifismo a buon mercato è il peggior nemico della pace, perché fa pendere il piatto della bilancia nettamente a favore del più forte. Se si vuol cercare un giusto equilibrio fra i due piatti della bilancia, occorre che la deterrenza sia in grado di frenare chi si sente più forte (proprio come aveva scritto Tucidide più di duemila anni fa: cfr. nota precedente).
[12] Un po’quello che pretende oggi Putin dall’Ucraina, avendo fatto proprio il principio degli ateniesi.
[13] Molari C., Per una spiritualità adulta, ed. Cittadella, Assisi, 2008, 44.
[14] Questa esperienza è poi inconoscibile fuori dell’esperienza vissuta personalmente: solo Mosè sa cosa è successo davanti al roveto e siamo noi che abbiamo interpretato l’esperienza che lui stesso ha descritto con parole insufficienti (Raimon Panikkar dialoga con il rabbino Pinchas Lapide, Parliamo dello stesso Dio?, ed. Jaca Book, Milano, 2014, 17ss.).
[15] Verità, bontà e bellezza fanno parte delle cosiddette trascendentalia, qualità dell'assoluto che ci trascendono e che ci rinviano all’idea della Realtà ineffabile, che nelle religioni viene chiamata Dio (Lenaers R., Benché Dio non stia nell’alto dei cieli, ed. Massari, Bolsena (VT), 2012, 204).
[16] Lapierre D. e Collins L. Stanotte la libertà, ed. Mondadori, Milano,1997, 160 ss..
[17] Ratzinger J., Introduzione al Cristianesimo, ed. Queriniana, Brescia, 2000, 292.
[18]Vannucci G., Esercizi spirituali, ed. Comunità di Romena, Pratovecchio (AR), 2005, 41.
[19] Per fare un altro esempio. Voglio andare a Roma a vedere la basilica di San Pietro. Devo prendere il treno, che magari è appena partito, per cui devo aspettare il prossimo. Ma col pensiero sono già lì, posso essere in piazza San Pietro in un nanosecondo.
[20] De Saint-Exupéry A., Il piccolo Principe, Bompiani-Giunti, Firenze, 2017, 98.
[21] Tor C., C’è vita e vita, ed. EMI, Bologna, 2000, 62s.
[22] Lo storico romano Polibio, pur dimostrando chiaramente di non credere all’esistenza degli dèi al pari di un vero ateo moderno, sosteneva che la loro invenzione fin dai tempi più remoti da parte di una saggia classe politica era utile per la convivenza sociale: “Se fosse possibile che lo Stato fosse composto da soli filosofi, questi artifici non sarebbero necessari. Ma dal momento che le masse popolari sono incoerenti, piene di riottosi desideri, passionali e imprevidenti delle conseguenze, devono essere riempite di paura per tenerle a bada; per questo gli antichi ben fecero ad inventare gli dei e l'idea della punizione dopo la morte” (Polibio, Storie, VI n.56).
[23] Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo – Gaudium et spes §10 – del 7.12.1965.
[24] Marco Aurelio, I ricordi, 6, 10.
[25] Sarebbe questa negazione il cosiddetto nichilismo.
[26] O potremmo aggiungere: d’imporsi su tutti gli altri come affermava Nietzsche.
[27] Castillo J.M. , Fuori dalle righe, Cittadella, Assisi 2010, 62.
Pubblicato il volume di Dario Culot che ripropone in una nuova veste editoriale, ed in un unico libro, molti dei suoi contributi apparsi sul nostro settimanale: https://www.ilpozzodigiacobbe.it/equilibri-precari/gesu-questo-sconosciuto/