La religione della Roma antica
di Dario Culot
Giano bifronte - Ferrara, Museo della Cattedrale - immagine tratta da commons.wikimedia.org
Sul come sia nata veramente la città di Roma sappiamo abbastanza poco: di certo ci è stata tramandato un racconto mitizzato[1]. Del resto, il mito appartiene a tutte le culture antiche. Cosa è il mito di Icaro se non il richiamo a quella spinta spirituale che vuol farci superare la dimensione orizzontale in cui l’uomo da sempre si è sentito schiacciato? Nella Bibbia, il racconto dell’uomo, della donna, dell’albero, del giardino, riportate nel libro della Genesi, sono immagini che gli ebrei hanno ripreso pari pari dal mito di Ghilgamesh durante il loro esilio babilonese.
Premesso che i romani (il cui nome viene dal fondatore Romulus) non hanno sentito il bisogno di creare una propria cosmogonia,[2] hanno comunque pescato abbondantemente in altre tradizioni. Dunque, nella ricostruzione mitologica romana, il mondo all’inizio era abitato solo dagli dèi. In seguito sono arrivati gli uomini[3]. E da dove sono venuti? Se in sud America gli uomini vengono dal mais, per i romani gli uomini sono nati dagli alberi[4]. Ma in quanto romani si definivano discendenti dei troiani che si erano fusi con i popoli autoctoni, per cui si sentivano come un popolo nato da altri popoli.
Comunque, il dio degli inizi, il padre degli dèi, che regnava dove è poi sorta Roma, era il dio Giano (Ianus in latino), quello dal volto bifronte. Questa divinità romano-italica era la divinità principale del pantheon arcaico,[5] ed è stata a lungo adorata nel suo tempio di Roma, il quale – com’è noto - aveva due porte,[6] una aperta solo in periodo di pace, l’altra – sul lato opposto dell’edificio - solo in periodo di guerra.
Era Giano a decidere la durata dei cicli temporali. Dunque, a un certo punto, decide che è arrivato il tempo di Saturno, il dio della ricchezza e dell’abbondanza che dà inizio alla mitica età dell’oro regnando sul Lazio. In questo tempo pacifico e di abbondanza gli uomini non si ammalano e non devono lavorare per vivere. Vivendo tutti armoniosamente in pace non occorrevano neanche le leggi, e di questo resterà il ricordo nelle cd. feste saturnali, in cui c’era lo stravolgimento dell’ordine stabilito dalle leggi che devono mantenere l’organizzazione della società, e proprio perché in quel giorno non si applicavano le leggi, era il giorno di totale libertà degli schiavi che venivano serviti dai padroni durante i banchetti.
Ma poiché ogni cosa ha il suo momento, Giano a un certo punto decide che è finita anche l’età dell’oro, arriva il tempo di Giove, e gli uomini devono cominciare a lavorare non tanto per punizione (come nella Bibbia), quanto per trasformare la materia, e in questo sono spronati dal fatto che non hanno più gratuitamente a disposizione tutto ciò che vogliono. Però, anche in quel momento, Giano non abbandona gli uomini ad arrangiarsi da soli, ma insegna loro le tecniche agricole.
Però qui sorge un problema: la terra non è degli uomini, bensì degli dèi. E allora come si fa?
Si ricorre ai sacerdoti àuguri (dal latino augur) che fanno gli auspici,[7] cioè traggono pronostici dal volo degli uccelli[8]. Nell’antica Roma, si dice, non c’era decisione che non fosse presa senza consultare i sacerdoti. Costoro traevano auspici osservando il volo degli uccelli: l’àugure sollevava il bastone sacro e tracciava nell’aria il confine della parte di cielo che avrebbe osservato (azione detta ‘contemplazione’). I segni che fossero arrivati da sinistra, sarebbero stati sinistri, cioè funesti, ed è da questa credenza che ancora oggi traiamo l’insieme dei significati negativi dalla parola ‘sinistro’[9]. Se il volo era favorevole questo significava che nello spazio sacro degli dèi veniva bonariamente concesso all’uomo un terreno da coltivare. Naturalmente le primizie andavano offerte agli dèi perché nel rapporto romano col divino vigeva il principio fondamentale del do ut des: tu dai una cosa a me, io do una cosa a te. In altri termini il rapporto col dio era un rapporto di tipo commerciale, non certo un rapporto di amore, ma neanche un rapporto di paura e sudditanza. Dunque, lo spazio sul terreno sacro veniva trasferito dagli dèi agli uomini, e questo spazio sacro veniva chiamato in origine templum[10]. Nella Roma antica essere religiosi significa semplicemente onorare gli dèi con atti di culto tradizionali. La religione romana era dunque “ritualista”[11] e si doveva badar bene che il rito fosse correttamente eseguito. Quindi rientrava nel concetto di religione tutto ciò che l’uomo faceva per gli dèi, e per onorare gli dèi il rito da eseguirsi puntualmente era fondamentale.
Ecco anche perché all’inizio i cristiani erano considerati atei, proprio perché non avevano statue delle loro divinità, non avevano templi, non avevano oggetti sacri, soprattutto non avevano riti, per cui il cristianesimo non era considerato una religione.
Va anche aggiunto che, se per noi sacro e santo sono oggi sostanzialmente sinonimi, gli antichi romani distinguevano: santo (in latino: sanctus) era ciò che è inviolabile; la parola aveva in sé il valore del “confine”, di quella dimensione visibile dell’Invisibile che segna, appunto, il limite posto a indicazione della dimensione del totalmente Altro. Ciò che è santo, separato nettamente da ciò che al di qua del confine, doveva essere protetto dalle offese degli uomini ed era sottoposto a sanzione[12]. Invece il sacro, è tutto ciò che appartiene al mondo fuori dell’umano, ovvero ciò che è riservato esclusivamente per gli dèi[13].
Essendo il terreno sacro, ma abitando su quel terreno una famiglia terrena, ecco che anche il pater familias veniva abbinato a un’origine divina[14]. Rammenta il teologo Josè Castillo[15] che uno dei grandi specialisti nello studio della religione romana, Robert Turcan, comincia il suo studio su “Roma e i suoi dèi” dicendo: “Non c’è nulla di più propriamente romano del culto domestico”. Da ciò si deduce una conseguenza fondamentale: “La casa del romano era come un tempio e il pater familias era in quella casa il sommo sacerdote. La sua persona era sacra”. Di modo che ogni parte della casa era, per così dire, “deificata”. In questo modo era organizzata la religione dei romani. La casa romana era, pertanto, come un tempio. Anzi, non solo era “deificata”, ma soprattutto “ritualizzata” stando anche a quanto ci riferisce Plinio il Vecchio.
Il fatto di possedere un terreno dava a queste persone una identità specifica, e da una parte si è così avuta la nascita del sistema gentilizio (i morti cominciano ad essere raggruppati per famiglia, che acquista un nome specifico, ad es. la gens Fabia,[16] la gens Claudia, ecc.), dall’altra nasce la proprietà privata. Ma non siamo ancora lontani dalla costruzione della città.
Dalle risultanze archeologiche, sembra che il più antico villaggio sui colli romani risalga a ben prima della fondazione di Roma, addirittura al XVII secolo a.C. Poi verso il IX secolo a.C. si ha la prova che la necropoli viene portata lontano dal villaggio, distinguendo chiaramente la città dei morti da quella dei vivi.
Ovviamente fissare la fondazione di Roma nell’anno 753 a.C., e sostenere che il fondatore Romolo è figlio di un Dio e di una donna umana (seppur una vestale) è chiaramente un mito. Ma effettivamente a un certo punto è accaduto che un insieme di famiglie si sono unite per creare un’entità nuova. E a conferma di come certi miti circolassero in maniera simile in tutto il Mediterraneo teniamo presente che anche nella Bibbia si trova il mito dell’unione fra esseri divini e donne umane (Gen 6, 2-4).
Dunque, a un certo punto, i singoli patres familias si riuniscono e si sottomettono a un re. Ma mentre in oriente il re è il proprietario unico ed esclusivo di tutte le terre e di tutti gli abitanti che abitano quelle terre, qui succede qualcosa di totalmente nuovo. A casa loro, cioè sui loro terreni, i patres familias fanno ancora quello che vogliono. Ma sul Palatino Romolo traccia un nuovo templum che è di tutti, e per questo nuovo appezzamento si chiede la protezione di Giove. Ogni anno, ogni singolo pater familias poterà una zolla del suo terreno privato e tutte queste zolle verranno sepolte assieme in una fossa comune fatta nel nuovo terreno della città, che è di tutti. Così Romolo, il re fondatore della città, è comproprietario di ogni terreno dei singoli patres familias, mentre a loro volta i patres sono comproprietari – attraverso quell’atto simbolico - del Palatino. La novità è dunque questa: la città di Roma è di tutti e non solo di Romolo[17] che l’ha fondata.
I romani useranno sempre la frase “ab Urbe condita” (“dalla fondazione della città”), ma il verbo latino condere significa non solo fondare, ma anche mettere da parte, mettere al riparo, seppellire, implicito riferimento alle zolle portate dai singoli comproprietari.
Essendo la città di tutti, nascono subito con funzioni consultive nei confronti del re i comitia curiata, cioè l’assemblea che sarà resto formata non solo dai patres familias, ma dai maschi adulti delle famiglie patrizie, suddivisi per curie,[18] rappresentative delle tre tribù originarie di Roma: i latini, i sabini e gli etruschi.
Dunque, fin dall’inizio Roma si caratterizza anche per questa seconda novità assoluta: fin dall’inizio vengono riunite e si fondono fra di loro popolazioni di culture diverse, il che fa intendere che per Roma non conta dove uno sia nato, da dove venga, a quale dio sia devoto, né qual sia la sua discendenza di sangue: l’identità romana è forgiata dalle persone, sono cioè le persone che formano la patria riconoscendosi in essa, pur nella diversità delle rispettive origini, nel rispetto dei modi di vivere e delle religioni di ciascuno[19].
Lo storico romano Tacito[20] fa giustamente notare che la grandezza di Roma era cominciata già con Romolo, tanto saggio da trattare molti popoli in uno stesso giorno come nemici e come cittadini. Questo storico si chiede: “Che cos’altro fu di rovina agli spartani e agli ateniesi, pur forti nelle armi, se non il fatto di respingere i vinti come stranieri di altra razza?” Dunque, che stranieri abbiano potuto regnare su Roma è cosa messa in atto fin dall’antichità, e questo ha portato a unire le genti nel nome di Roma, e ha anche portato a una pace stabile all’interno del regno, poi della repubblica, poi dell’impero. In quest’ottica innovativa va ricordato che i romani hanno avuto grandi imperatori dai Balcani (es. Costantino, Diocleziano), dall’Africa (es. Settimio Severo), dalla Spagna (ad esempio, Traiano, Adriano). I romani non avevano insomma alcun timore di dover proteggere i nativi dalle minacce straniere alla loro cultura, alla loro religione: anzi hanno permesso che tutti praticassero anche a Roma la loro religione e hanno conquistato gli altri con la propria cultura universale (cattolica) senza imporla con la forza.
Siamo davanti a una scelta che è esattamente l’opposto di quanto chiedono oggi tanti italiani, i quali pensano che l’identità italiana (anche se non è chiaro cos’è[21]) debba essere strenuamente difesa contro gli immigrati, che occorre aiutare i nostri ma respingere gli altri (tutti nemici), senza rendersi conto che questa idea va contro l’insegnamento della storia perché la grandezza di Roma è venuta dalla sua capacità di fondere genti di sangue e culture diverse facendole vivere insieme in un ambiente dove le stesse leggi valevano allo stesso modo per tutti[22] e a tutti veniva data la stessa possibilità di emergere guardando solo alle capacità e competenze dell’individuo, da qualunque parte provenisse.
È da osservare con tristezza che purtroppo oggi, noi italiani, abbiamo perso quest’apertura mentale che ha fatto grande Roma. Provate a immaginarvi un primo ministro italiano proveniente dalla Libia o dalla Serbia. Quanti griderebbero allo scandalo dicendo che si sta attentando alla nostra nobile identità?
A dimostrazione che quello di Roma non è stato un fatto occasionale e isolato nella storia del mondo, lo stesso percorso di Roma aveva portato alla grandezza anche della Cina. Nella prima metà del 1400, poco prima che Cristoforo Colombo scoprisse l’America con le sue piccole caravelle, l’ammiraglio cinese Zheng He solcava l’Oceano indiano con le più grandi navi del mondo (400 piedi di lunghezza contro gli 85 delle caravelle; ne è stata trovata una di oltre 500 piedi), dimostrando la superiorità della tecnologia navale cinese e della capacità d’imporre un’egemonia commerciale sull’Oceano indiano e su quei mari fino all’Africa (senza però mai invadere quelle terre, a differenza di quanto hanno fatto sempre gli europei ,a cominciare dal 1500). Va evidenziato che Zheng He, nato in una zona sud-occidentale della Cina che ancora non faceva parte dell’impero, era per di più musulmano. Ancora minorenne Zheng He era stato portato in Cina come ostaggio/prigioniero. Eppure gli era poi stato consentito di fare una prestigiosa carriera riconoscendo le sue doti fuori del comune. Quando, dopo la morte di Zheng He, l’imperatore cinese aveva deciso di porre fine ai viaggi lontani e ai commerci lontani, rinchiudendo la Cina in un orgoglioso isolamento, si è persa pian piano la capacità tecnica di costruire quelle possenti navi. La chiusura verso il mondo esterno ha portato anche a una lenta chiusura mentale, e per l’impero cinese è cominciato un lento ma inesorabile declino. Forse lo stesso sta accadendo oggi agli Stati Uniti, che in passato aveva attirato brillanti menti da tutto il mondo,[23] e ora sembra volersi rinchiudere al resto del mondo, generando per reazione una fuga di cervelli.
Abbiamo dunque nella storia esempi classici che dimostrano come l’apertura verso gli altri, verso gli stranieri, rende il proprio Paese più prospero, mentre la chiusura, l’evitare i contatti e le contaminazioni con gli stranieri, lo porta inesorabilmente al declino.
Allora, accogliere o meno gli stranieri non è oggi neanche un atto di misericordia cristiano; è innanzitutto un atto politico dal quale dipenderà anche il futuro dell’Italia, perché sta a noi decidere se andare verso la prosperità o verso il declino, soprattutto pensando che diventiamo sempre più vecchi e facciamo nascere sempre meno figli. Ma se solo guardassimo alla storia passata dovremmo renderci conto che il populismo anti-stranieri caldeggiato da tanti politici non sembra la soluzione migliore se aspiriamo al miglioramento. Duemila anni fa Roma non guardava a dove uno era nato (del resto nessuno può scegliere dove nascere e i propri genitori); guardava piuttosto a come uno voleva vivere, e se intendeva darsi da fare per migliorare la res publica romana. Mai, duemila anni fa, un generale romano avrebbe detto di un suo soldato che gli ha fatto vincere una battaglia che non era romano, perché le sue fattezze non corrispondevano ai tratti somatici dei veri romani. Insomma, duemila anni fa Roma era più avanti di tanti nostri politici e concittadini odierni.
NOTE
[1] La visione mitizzata riguarda un evento realmente accaduto, che però viene idealizzato per cui assume nella coscienza dei posteri un carattere quasi leggendario, esercitando su quei posteri un forte potere di attrazione sulla fantasia e segnano profondamente il sentimento d’identità di quel popolo.
[2] Cioè quell’insieme di miti che riguardano la nascita dell’universo.
[3] Gli aborigeni, cioè i primi abitanti del Lazio, è un termine che viene probabilmente dalla parola latina ab origine, cioè dall’origine. In seguito il significato si è esteso indicando una popolazione originaria del luogo in cui vive (Il Nuovo Etimologico, a cura di Cortelazzo M. e Zolli P., Zanichelli, Bologna, 2015, 41).
[4] Probabilmente basandosi su miti mesopotamici o egizi, il poeta greco Esiodo scrive in un poema dell'VIII secolo a.C. che dopo l’età dell’oro, Zeus creò gli uomini dal frassino.
Nell’VIII libro dell’Eneide il re Evando, fondatore della rocca sulla quale sarebbe stata fondata Roma, nel raccontare ad Enea le origini del Lazio narra che originariamente abitavano i boschi Fauni e Ninfe indigeni, nati da una solida quercia. Poi Virgilio descrive gli abitanti originari del Lazio come una stirpe di uomini nati dalle querce laziali.
[5] Sant’Agostino, De civitate Dei, VII, 9.
[6] In latino porta si dice ianua. Si vede subito la correlazione con Ianus.
[7] Tornano le parole latine avis = uccello; conspicere = osservare.
[8] Il Nuovo Etimologico, a cura di Cortelazzo M. e Zolli P., Zanichelli, Bologna, 2015, 148.
[9] Ma il collegamento fra la sinistra e qualità negative è antichissimo, e straordinariamente diffuso in tutto il mondo. Basterà ricordare come i mancini, che scrivevano con la sinistra, sono stati corretti, anche da noi, fino a una generazione fa.
[10] Solo in seguito si è chiamato templum l’edificio costruito sul terreno sacro in onero degli dèi (Il Nuovo Etimologico, a cura di Cortelazzo M. e Zolli P., Zanichelli, Bologna, 2015, 1676).
[11] In teoria il cristianesimo dovrebbe essere tutt’altro che ritualista, ma ancora oggi molti di quelli che si proclamano cristiani pensano che il cristianesimo sia una religione ritualista, e si sentono a posto con Dio se hanno osservato i comandamenti (ad esempio, se sono andati a messa di domenica) e seguito le indicazioni del magistero.
[12] Ad esempio, a Roma i tribuni della plebe, cioè i magistrati che difendevano la plebe e bilanciavano lo strapotere degli aristocratici ricchi, erano inviolabili, cioè santi, e chi cercava d’impedire l’esercizio delle loro funzioni era messo a morte.
Questo spiega anche perché Romolo uccide il fratello Remo che ha con disprezzo superato il confine/solco (santo) che Romolo stava tracciando con l’aratro della futura città dedicata a Giove.
[13] Casalino C., Sacer e Sanctus nella tradizione giuridico-religiosa romana, in https://www.google.com/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=&cad=rja&uact=8&ved=2ahUKEwj7vqmyr76OAxVWlP0HHZMJIV0QFnoECBgQAQ&url=https%3A%2F%2Fwww.ariannaeditrice.it%2Farticoli%2Fsacer-e-sanctus-nella-tradizione-giuridico-religiosa-romana&usg=AOvVaw0IYYobxq3CpuomJ_Z5nNpN&opi=89978449.
[14] Noi oggi sorridiamo a queste idee, ma ricordiamoci che ancora nel medioevo si sosteneva l’origine divina dei re, e ancora i re d’Italia (quindi fino al secolo scorso) vantavano una relazione particolare col divino perché erano re “per grazia divina”.
[15] Castillo J.M., Teologia popolare, III – La fine di Gesù, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani, 2025, 111.
[16] La gens era un gruppo di persone formato da tutte le familiae che condividevano lo stesso nome e vantavano lo stesso antenato comune.
Narra Tito Livio, Storia di Roma dalla fondazione II, 48-50, che i Fabi, nel 477 a.C., inviarono un esercito privato di 306 uomini contro Veio, ma vennero accerchiati e sterminati.
[17] Viotti E., relazione sulla cittadinanza romana, tenuta al Festival È-storia di Gorizia il 29.5.2025.
[18] La curia significava sia la riunione di uomini che il luogo della riunione. Le curie erano trenta, dieci per ciascuna delle tre tribù. In seguito le trenta curie vennero sostituite dai trenta littori.
[19] Il governo romano non s’interessava delle religioni dei popoli che formavano l’impero. Che fra questi popoli si adorassero dèi diversi, che i riti religiosi fossero diversi, che le cerimonie fossero diverse, non interessava a Roma. Si pretendeva solo, come segno di rispetto ossequiente nei confronti del potere, l’aggiuntiva venerazione formale dell’imperatore. Con questa comune venerazione il governo assicurava un vincolo che congiungeva tutti i sudditi fra di loro, quindi anche l’unità politica dell’impero. Nella persona dell’imperatore i romani individuavano il garante dell’ordine e della pace universale, l’icona fatta carne di “Giove patrio” che redimeva i popoli dalle reciproche guerre, dall’indigenza e dall’infelicità. Perciò il rifiuto di venerare l’imperatore veniva considerato non una deviazione teologica, ma un crimine politico (Yannaras C., Contro la religione, ed. Qiqajon Comunità di Bose, Magnano (BI), 2012, 193).
Naturalmente ci si può chiedere come mai, se tutte le religioni venivano accettate e rispettate, i cristiani siano stati perseguitati. La risposta è abbastanza semplice: i cristiani erano visti come sovvertitori dello Stato, come nemici interni, e perciò ancora più pericolosi, perché camuffati da fedeli cittadini. I cristiani non obbedivano alle leggi dello Stato se l’autorità ecclesiastica le riteneva non conformi alla volontà di Dio. Quindi lo Stato ha finito col perseguitare una Chiesa che reclutava i suoi fedeli tra i comuni cittadini, ma poi pretendeva anche d’imporsi con autorità sottraendoli all’autorità dell’Impero di Roma. Per capire le persecuzioni occorre pertanto guardare non a ciò che il cristiano affermava e in cui credeva (la qual cosa lasciava indifferente l’autorità politica), ma a ciò che il cristianesimo negava: la supremazia dello Stato (Gentile P., Storia del Cristianesimo dalle origini a Teodosio, ed. Rizzoli, Milano, 1969, 303). Quindi appare riduttiva l’affermazione della Pontificia Commissione internazionale (www.vatican.va/ Curia Romana/ Pontificie Commissioni/PCI/Documenti_n. 26_Dio Trinità_del 2014/ Cap. 1.3 § 8) secondo cui le persecuzioni sarebbero avvenute con accanimento solo perché i cristiani rifiutavano di riconoscere la divinità all’imperatore e si rifiutavano di venerarlo. C’era molto di più.
[20] Tacito, Annales, libro XI, §24.
[21] Come detto nell’articolo Immigrati, diritto e cristianesimo, al n.813 dell’aprile di quest’anno, Alessandro Manzoni nella poesia Marzo 1821 identificava la gente italica come Una d’arme, di lingua, d’altare/ Di memorie, di sangue e di cor.
Ma in realtà l’Italia è nata dalla mobilità migratoria. Enea (profugo per volere del fato) è arrivato da Troia; anche Romolo era un esule. L’Italia è nata dalla commistione e da innesti di popoli diversi (goti, longobardi, arabi, normanni, francesi, spagnoli, tedeschi, slavi, ecc.). Quindi è difficile definire l’identità italica, perché c’è da sempre una notevole commistione di sangue.
[22] Non a caso, ancora oggi, si dice che Roma è stata la culla del diritto delle genti.
[23] Gli Stati Uniti sono il paese vincitore di più premi Nobel, con un totale di 368 vincitori, ma la maggior parte di essi non erano scienziati originari degli Stati Uniti.
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