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Migranti: tra accoglienza, respingimenti e diritti umani
Si è tenuto venerdì 23 maggio alle ore 21 l’incontro promosso da Casa Alta dal titolo “Migranti: tra accoglienza, respingimenti e diritti umani”. L’iniziativa, trasmessa online su Zoom, ha visto la partecipazione dell’onorevole Rachele Scarpa, la più giovane deputata italiana, da sempre impegnata nella difesa dei diritti umani e delle persone migranti. Un’occasione di confronto intensa e partecipata, che ha offerto spunti preziosi per comprendere le sfide delle politiche migratorie contemporanee e l’urgenza di un approccio fondato sulla dignità umana.
Scarpa ha messo in evidenza i rischi di una narrazione politica distorta, che presenta l’immigrazione come una costante emergenza. Tale rappresentazione – evidente nel Decreto Sicurezza e nella gestione del cosiddetto “modello Albania” – giustifica una politica che, decreto dopo decreto, mina i diritti umani fondamentali. In particolare, il centro in Albania viene descritto come un esperimento fallimentare: un’illusione propagandistica di rimpatri efficaci, che nella pratica si traduce in un inutile spreco di risorse pubbliche.
“Si tratta di un esercizio inutile – ribadisce Scarpa – che ha dimostrato solo quanto si possano superare i limiti del rispetto dei diritti umani.”
Secondo l’onorevole, l’intero impianto dei Centri di Permanenza per i Rimpatri (CPR) non è sostenibile. In Albania, dopo otto mesi di funzionamento, solo una quarantina di persone sono rimaste, mentre la maggior parte è tornata in Italia o ha compiuto un tragitto circolare tra i due Paesi, a spese dei contribuenti. I CPR – importati in Albania per ragioni puramente propagandistiche – non rappresentano una soluzione reale, ma una strategia per rafforzare la falsa idea che “i migranti sono una minaccia” e che “la migrazione è un’emergenza”.
Uno dei nodi centrali rimane la legge Bossi-Fini, che consente l’ingresso regolare in Italia solo con un contratto di lavoro già in essere – un paradosso, poiché spesso le persone trovano un impiego solo dopo l’arrivo. I decreti flussi tentano di supplire a questo limite, ma non risolvono strutturalmente il problema.
Serve invece una strategia basata su canali umanitari sicuri, che riducano morti in mare e sofferenze inutili. Tuttavia, negli ultimi anni, le politiche di accoglienza sono state sistematicamente smantellate. Il “modello Albania” rappresenta l’ennesimo tassello nella privatizzazione della gestione migratoria e nel progressivo abbandono dei valori costituzionali.
Non meno importante è l’aspetto culturale e comunicativo. La questione migratoria è spesso trattata superficialmente dai media, se non del tutto ignorata. Scarpa ha sottolineato l’importanza del quinto quesito del referendum abrogativo dell’8 e 9 giugno 2025, che propone di ridurre da 10 a 5 gli anni necessari per ottenere la cittadinanza italiana e di renderla automaticamente trasmissibile ai figli minorenni. Sebbene i requisiti fondamentali resterebbero (lingua, reddito, condotta), la riforma rappresenterebbe un primo passo verso una cultura più inclusiva.
Serve superare la stigmatizzazione dello straniero, che impedisce l’inclusione e favorisce fenomeni di marginalizzazione. Questa dinamica è ben illustrata dallo storico studio “Il contadino polacco in Europa e in America” (1918-1929), che mostra come la perdita di legami comunitari, tipica dei processi migratori non accompagnati da integrazione, conduca alla disorganizzazione sociale e a comportamenti devianti.
La politica dei rimpatri forzati, ha affermato Scarpa, non solo fallisce nei suoi intenti, ma contribuisce essa stessa all’esclusione e alla disgregazione sociale. Un’alternativa è già esistente e ha dimostrato di funzionare: il Sistema di Accoglienza e Integrazione (SAI), basato su progetti locali promossi da enti territoriali e dal terzo settore, coordinati dal Ministero dell’Interno attraverso ANCI. Questo modello contrasta con quello dei CPR, che invece generano sacche di marginalità e opacità gestionale.
L’incontro organizzato da Casa Alta si inserisce in questo contesto, con l’intento di smontare la cultura dell’esclusione e stimolare una nuova consapevolezza collettiva, fondata sulla conoscenza, non sulla paura.