Cataletto papale e tappeto persiano
di Farian Sabahi
Ricercatrice senior in Storia contemporanea, Università dell’Insubria
Foto, tratta dalla rete, del feretro di Papa Francesco deposto sopra un tappeto persiano - si resta a disposizione per il riconoscimento di eventuali diritti
Fin dall’inizio del suo pontificato Bergoglio Francesco si era impegnato nel dialogo con l’Islam, passando dal confronto all’incontro in nome della solidarietà necessaria all’essere umano. In questo contesto, aveva difeso il diritto dei musulmani a praticare liberamente la loro fede, aveva condannato l’islamofobia, e chiesto ai cristiani di considerare i musulmani come se fossero loro fratelli e sorelle.
Nel 2013 Papa Francesco aveva messo in evidenza i concetti di pace e di inclusività, rifiutando le narrative di superiorità di una religione sull’altra e mettendo invece in luce i valori condivisi dai grandi monoteismi. Due anni dopo, nel 2015, mentre l’Isis imperversava in Medio Oriente, il Vaticano aveva dialogato con esponenti del mondo sia sunnita sia sciita, andando oltre le divisioni settarie. Nel 2016 Bergoglio si era recato in Azerbaigian per incontrare i religiosi sciiti. A Baku, di fronte al leader religiosi dei musulmani del Caucaso e ai rappresentanti delle altre comunità religiose del Paese, aveva ricordato il “grande compito” delle religioni, quello di “accompagnare gli uomini in cerca del senso della vita, aiutandoli a comprendere che le limitate capacità dell’essere umano e i beni di questo mondo non devono mai diventare degli assoluti”.
E ancora, nel 2019 Francesco si era recato ad Abu Dhabi: era la prima volta che un papa si recava nella Penisola araba. In questa occasione, aveva sottoscritto il Documento sulla Fratellanza Umana con Sheikh Ahmed El-Tayeb, l’imam (sunnita) della Moschea Al-Azhar al Cairo. Si era trattato di un momento particolare, in cui Francesco mandava ai cristiani e ai musulmani un messaggio di unità, dialogo e comprensione reciproca di fronte alle tante difficoltà che il mondo si trova oggi ad affrontare. Negli anni successivi, Papa Francesco aveva teso la mano ai capi politici e religiosi del mondo musulmano in Nord Africa (Marocco ed Egitto), in Medio Oriente (Turchia e Iraq) e in Asia Centrale (Kazakhstan).
Storicamente, il Vaticano ha sempre portato avanti il dialogo con i musulmani sunniti, basti pensare alla costituzione nel 1964, da parte di Papa Paolo VI, del Segretariato per i non cristiani, adesso conosciuto come Dicastero per il Dialogo Interreligioso, che ha sempre dialogato, in effetti, con la Moschea Al-Azhar.
Al contrario, l’Islam sciita era sempre stato ai margini delle discussioni anchne se, di fatto, al tempo del presidente riformatore Mohammad Khatami (1997-2005) il Vaticano e la Repubblica islamica dell’Iran collaboravano per il restauro delle chiese nel quartiere Jolfa nella città di Isfahan. A colmare il divario tra cattolicesimo e sciismo era stato – in collaborazione con la Comunità di Sant’Egidio - l’Istituto Al-Khoei di Najaf. Si tratta di una istituzione che prende il nome dal Grande Ayatollah Sayyid Abu al-Qasim Musawi Khoei (1899-1992), uno dei leader religiosi più influenti dell’Islam sciita, meritevole del titolo di marja’ al-taqlid (fonte di emulazione).
In questo contesto complesso, Bergoglio aveva deciso di fare un passo in avanti rispetto al passato. Nel 2015 il Vaticano aveva ospitato - per la prima volta - un incontro per il dialogo tra cattolici e sciiti, che aveva permesso agli esponenti del clero di entrambe le fedi di conoscersi e di discutere di temi importanti. Questo primo incontro aveva spianato la strada alla visita del pontefice in Iraq tra il 5 e l’8 marzo 2021, una visita che erano in programma già dagli anni Novanta, ma che era stata rimandata non soltanto per evidenti motivi di sicurezza, ma anche per non concedere legittimità al dittatore Saddam Hussein, al potere a Baghdad dal 1979 al 2003. Se al tempo di Giovanni Paolo II il programma si sarebbe limitato alla visita dei luoghi sacri al cristianesimo in Mesopotamia, Papa Francesco ha deciso di compiere un passo in più, recandosi fino a Najaf, la città santa ai musulmani sciiti.
Quella di Papa Francesco in Iraq nel marzo 2021 era stata la prima visita di un capo della Chiesa Cattolica in questo paese distrutto dalla dittatura di Saddam Hussein, dall’invasione guidata dagli Stati Uniti nel 2003, dalle divisioni settarie tra sunniti e sciiti, nonché dalle violenze perpetrate dall’Isis.
Sabato 6 marzo Bergoglio si era recato nella località di Ur, ritenuta il luogo che diede i natali al profeta Abramo. Qui, il pontefice aveva ricordato che se l’uomo “estromette Dio, finisce per adorare le cose terrene”, e aveva invitato ad alzare “gli occhi al Cielo” e definito come “vera religiosità” quella che adora Dio e ama il prossimo. Nella città santa di Najaf, Bergoglio aveva incontrato il Grande Ayatollah al-Sistani, il marja’ al-taqlid ovvero la figura religiosa più influente dell’Islam sciita. Così facendo, Papa Francesco aveva dimostrato di avere a cuore anche le minoranze all’interno dei grandi monoteismi.
Bergoglio ha sempre lavorato tenendo ben presenti i valori delle religioni abramitiche per cercare di risolvere le sfide del nostro tempo: la povertà, le ingiustizie, le divisioni settarie, le guerre, il terrorismo. Ci ha detto chiaramente che il futuro deve essere nel dialogo e nell’incontro tra religioni e civiltà. Non è irrilevante il fatto che nel 2022 avesse nominato cardinale Louis Raphael Sako (n. 1948), dal 2013 patriarca di Baghdad della Chiesa caldea: si trattava – resta tuttora - una nomina che segna l’impegno verso la pace e la coesistenza. Alla luce di queste considerazioni, la scomparsa di Papa Francesco rappresenta una perdita non soltanto per il mondo cristiano, ma anche per il mondo musulmano.