L’importanza della Legge divina
di Dario Culot
Immagine IA elaborata per questo contributo di Dario Culot
Per molti la Legge data agli uomini da Dio costituisce l’essenza stessa del cristianesimo: vivere senza la Legge è vivere nel peccato, vivere per Dio implica vivere per la Legge. Ma mi sembra che – se leggiamo con attenzione i vangeli - non sia affatto così.
È vero che la Chiesa ha a lungo insegnato che il Signore punisce chi commette i peccati (1Ts 4, 6), per cui «conta solo l’obbedienza ai comandamenti di Dio» (1Cor 7, 19). Naturalmente fin tanto che la Legge diventa il centro della vita religiosa, il rapporto con Dio può essere concepito solo in termini di obbedienza, non certo di slancio filiale o di fedeltà per amore. Dio si trasforma nel padrone che verifica il comportamento dei suoi schiavi (1Cor 7, 22), per antonomasia sottomessi e obbedienti. I comandamenti finiscono con l’essere espressione del potere di Dio e il rapporto vitale con lui finisce per essere un rapporto giuridico e gerarchico; l’esperienza di Dio cede il passo all’insegnamento di un codice,[1] e il credente deve obbedire ai precetti contenuti in questo codice voluto da Dio. Ancora oggi sono molti coloro che insistono sul fatto che c'è una Legge divina che deve accompagnare ogni osservante cristiano, tutti i giorni, in tutti i luoghi, a tutte le ore. La Legge divina è cioè ancora intesa come il principale metro di collegamento con Dio, e il magistero è l’unico interprete di questa Legge divina. Molti credono che anche Gesù sia stato sempre ubbidiente alla Legge scritta perché conteneva il vero «comandamento» di Dio (cfr. Mc 7, 13). Già prima che il primo uomo nascesse Dio aveva predisposto un “diritto naturale cristiano”[2]. Ma è proprio così?
Forse molti resterebbero sorpresi se si dicesse loro che, secondo san Paolo, la Legge non ha alcun valore per il cristiano. Ovvero, Paolo parte dall’assunto che la legge domina e obbliga l’uomo solamente finché lo stesso è in vita, mentre dal momento in cui l’uomo è morto non c’è più legge che gli si possa imporre. In Rm 7, 1-4, fa l’esempio della donna sposata che è legata per legge al marito, finché questi vive; ma se il marito muore, ella è libera dalla legge che la legava, tanto che se va con un altro uomo non sarà più chiamata adultera. Allo stesso modo, continua Paolo, avviene che la legge non esiste più per il cristiano, giacché egli è morto col battesimo; col battesimo è morto al peccato (Rm 6, 2-7) ed è morto alla legge (Rom 7, 4). Anzi, l’apostolo aggiunge che adempiere la legge e osservarla scrupolosamente porta con sé il più pericoloso e il più sottile di tutti i peccati: l’orgoglio religioso, che era alla base delle pretese legaliste e rituali dei giudei, i quali pretendevano di sottomettere tutti i cristiani alla legge di Mosè (si pensi alla diatriba sulla circoncisione) unicamente al fine di vantarsi del fatto che i credenti si erano sottoposti ai riti legali (Gal 6, 13). Coloro che presi dal vizio quasi impercettibile ma tremendo della perfezione moralizzante non esitano a giudicare severamente gli altri[3] (sono infatti i rigorosi osservanti della Legge divina quelli che normalmente chiamano peccatori i miscredenti[4] e gli inosservanti della Legge), però non si curano affatto se anche un solo uomo, una sola donna poi soffre per l’applicazione di questi principi da essi ritenuti non negoziabili. Paolo dunque critica questi cristiani che si comportano esattamente come i farisei, anche se sono convintissimi di essere loro i soli unici veri credenti, mentre solo credono di credere. E in effetti, non è forse sorprendente notare che, mentre Gesù chiama Levi, gran peccatore in quanto pubblicano, a far subito parte del proprio gruppo (Mc 2, 14), non chiama mai nessun fariseo, nessun osservante ortodosso della legge, nessun credente integralista?
Eppure, poco dopo la sua morte, ecco che entrano nella comunità di Gerusalemme anche dei farisei (At 15, 5), cioè proprio quegli stessi pii religiosi che avevano considerato Gesù un bestemmiatore (Lc 5, 21.30). E appena entrati, questi farisei riescono a imporre la circoncisione e altre pregresse pratiche religiose previste dalla loro Legge (At 15,1-5): essi formano il gruppo di credenti ortodossi e ritengono che tutti debbano adeguarsi alla loro ortodossia. Dunque la legge, che Gesù aveva tanto combattuto e volontariamente trasgredito, viene nuovamente creduta valida, come dichiarerà Giacomo a Paolo: “Tu vedi, fratello, quante migliaia di Giudei sono venuti alla fede e tutti sono osservanti della Legge” (At 21, 20).
La domanda da porsi, allora, è: ma sono i farisei che si sono improvvisamente convertiti a Gesù, dopo averlo ostacolato e ammazzato, oppure è la Chiesa che fin dall’inizio si è convertita ai farisei? E se da subito sono entrati nella Chiesa i farisei, perché ci stupiamo se oggi incontriamo ancora nella Chiesa tanti farisei cristiani? Non dovremmo allora stupirci se san Paolo conclude che solo chi è libero dalla Legge produce frutti per Dio (Rm 7, 4); chi invece è sottomesso alla Legge produce frutti per la morte (Rm 7, 5).
In estrema sintesi, se Gesù ci ha liberati perché restassimo liberi, ci ha riscattati dalla maledizione della legge (proprio così scrive Paolo in Gal 3, 13)[5], e non pensa minimamente di imporci di nuovo il giogo della servitù legale (Gal 5, 1), a differenza di quanto pretende ancora oggi parte del magistero. Quella che era venerata come la parola di Dio, come la volontà di Dio, la cui osservanza doveva portare alla benedizione e la cui inosservanza alla maledizione, per Paolo è una maledizione! Punto! Ma come? Non ci hanno sempre insegnato che la Legge era la Parola immutabile di Dio? Non era Dio in persona che ci ordinava di osservare tutte le sue leggi ed i suoi comandamenti (Dt 6, 1)? Non era la Bibbia a confermare che è maledetto chi non mantiene in vigore le parole di questa legge (Dt 27, 26)? Evidentemente non tutta la Bibbia è Parola di Dio. Però ricordiamoci che questo l’aveva già detto Gesù[6]. La Legge è allora maledizione perché impedisce di scoprire l’amore di Dio: se tutto è impuro (nascita, cibo, sesso, la stessa terra) non è possibile essere mai a posto con Dio e allora non è possibile avvicinarsi e scoprire il suo amore. Invece, quando si toglie la violazione alla Legge (divina) si toglie il peccato; ma se si toglie il peccato crolla la religione. Quindi, la forza della religione è la Legge, e il peccato prende la sua forza dalla Legge. Vi suona eretico quello che sto qui dicendo? “Peccato” che stiate dando dell’eretico a san Paolo, perché che il peccato prenda la sua forza dalla legge l’ha detto lui, non io. Per questo Gesù ci ha liberati dalla maledizione della legge che impedisce la comunicazione diretta con Dio. Non sono di nuovo io a dire queste cose, ma è sempre san Paolo (Rm 3, 20; 1Cor 15, 56). E visto che Gesù ha volontariamente e più volte trasgredito la Legge (come vedremo subito), con ciò dimostrando che erano gli uomini a contrabbandare per divine leggi squisitamente umane, cosa ci hanno insegnato in chiesa?
A questo punto c’è però da dire che anche la Chiesa pian piano, a fatica, si sta muovendo verso questa nuova visuale. La Dei Verbum del concilioVaticano II,[7] riconosce che i testi sacri contengono anche cose imperfette e caduche; perciò, come si fa ad essere sicuri che il magistero ci abbia trasmesso sempre e solo cose immuni da errori, vere e inalterabili, e non anche cose imperfette e caduche? Il magistero è forse superiore ai testi sacri? In altre parole, se non tutto ciò che è scritto nei testi sacri (e quindi anche le norme di Legge ivi riportate) proviene direttamente da Dio, e a volte c'è la mano dell'uomo, perché dovremmo astenerci dall’esporre i dubbi che sono sorti proprio dopo aver sentito l’insegnamento opinabile del magistero, fatto di uomini come noi? Se nell’insegnamento dato con autorità vi sono contraddizioni o incongruenze, vuol dire che esso non può derivare da un supremo Ente onnisciente, ma da fallibili menti umane come sono tutte le nostre.
Poi, come osservato altre volte, perfino papa Benedetto XVI, di cui anche i credenti più tradizionalisti riconoscono l’autorità, aveva chiaramente sostenuto che la fede parla alla nostra ragione perché dà voce alla verità e perché la ragione è stata creata per accogliere la verità, sì che una fede senza ragione non è autentica fede cristiana[8]. Ma allora la conseguenza logica richiede che tutta la materia religiosa debba poter essere sottoponibile a critica avvalendosi di argomenti di ragione. Invece, come ha argutamente osservato un noto teologo,[9] pretendere – come fa ancora buona parte del magistero[10] – che si debba credere al magistero e obbedirgli perché è lui a dire che quello che sta insegnando lo riconosce la ragione,[11] significa mortificare la stessa ragione, in quanto qualcun altro ordina ciò che la ragione deve fare; al contrario ciò a cui può arrivare la ragione deve essere lei sola a stabilirlo, non certo l’autorità della Chiesa.
Ma, e questo è il punto più importante, come hanno ben avvertito i teologi G. Theissen e A. Merz[12], nel Vangelo c’è una grande novità che rivede l’Antico Testamento, perché da una parte Gesù ha relativizzato le norme della Legge divina scritta, dall’altra, a volte, le ha rese perfino più rigide. Ecco allora che, insieme alla misericordia di Gesù, allo stesso tempo su alcuni temi troviamo un rigore ben più severo di quanto imponeva la Legge di allora, e sempre su questioni veramente importanti nella vita. I cosiddetti comandamenti[13] e i precetti in genere hanno per Gesù lo scopo di far germogliare al meglio la vita delle persone, rendere migliore la vita di tutti, perché la vita di tutti è fragile e va custodita. Il che vuol dire che per Gesù l'importante non era tanto la Legge di Dio, quanto la vita delle persone, nel senso che per lui la Legge divina era importante nella misura, e solo nella misura, in cui stava al servizio della vita umana, inclusa la dignità, il rispetto, la felicità e la gioia di vivere in pienezza. Una legge che amareggia la vita della gente, che divide gli individui e i gruppi umani, non viene e non può venire da Dio. L’origine di siffatta legge si troverà piuttosto nell'interesse inconfessabile di uomini senza scrupoli che preferiscono nascondere i motivi delle proprie attività non sempre proprio edificanti. Una legge così ha bisogno di un correttivo, nel senso di darle importanza quando è importante per la vita, ma occorre anche toglierla di mezzo quando è solo d'intralcio, quando costituisce un impedimento che fa danno. E una legge che fa danno non merita altro che la disobbedienza.
Come accennato sopra, Gesù, davanti a una religione che non lasciava il minimo spazio alla coscienza dei singoli, si è comportato da uomo libero nei confronti della Torah, la Legge divina nel suo senso più proprio. Questa libertà che Gesù si è preso è emersa chiaramente nel fatto che Gesù ha coordinato, nel suo comportamento e nei suoi insegnamenti sulla legge, l’inasprimento con la moderazione. Vale a dire, ha indurito fino all'estremo alcune delle esigenze della Legge, mentre ha ammorbidito o relativizzato altre disposizioni della stessa Legge, quando tutti (in quella società) ritenevano la struttura religiosa ormai immodificabile perché data da Dio in persona. In questo senso è corretto dire che Gesù non ha criticato la Legge, né l’ha interpretata, né tantomeno l'ha abolita, ma l’ha semplicemente trascesa[14] in quanto è arrivato molto al di là della legalità e ha approfondito i precetti fino a raggiungere il loro significato più profondo.
Vediamo qualche esempio per capirci meglio: Gesù ha inasprito le esigenze che riguardavano il denaro affermando in maniera drastica che non si possono servire contemporaneamente due «padroni», o Dio o il denaro: i due insieme sono incompatibili[15] (Mt 6, 24; Lc 16, 13). Gesù ha parimenti inasprito anche le esigenze riguardanti il rispetto degli altri; non solo si tratta di evitare la vendetta, ma perfino l’insulto (Mt 5, 22). Gesù ha inasprito pure tutto ciò che riguarda l’amore verso il prossimo, sotto vari punti di vista: come amore verso il nemico (Mt 5, 43-48), amore verso lo straniero (Lc 10, 25-37), e amore verso il peccatore (Lc 7, 36-50)[16]. Basta questo per farci già intendere come non siamo normalmente capaci di essere suoi seguaci, perché su questi punti la maggior parte di coloro che si dichiarano cristiani cade rovinosamente. Inoltre, ha indurito l'obbligo dei mariti di rispettare l’uguaglianza dei diritti delle donne, ad esempio quando ha annullato il diritto unilaterale del maschio a ripudiare la propria sposa[17] (Mt 19, 1-9).
Ma trascendendo la Legge, Gesù ha anche addolcito altre esigenze legali, in particolare le esigenze relative ai precetti rituali e al culto, fondamentali invece nella liturgia ebraica e ancora oggi nella nostra Chiesa. Così Gesù non ha dato alcuna importanza alle minuziose e complicate norme sulla purezza rituale (Mc 7, 1-7); alle proibizioni sugli alimenti (Mc 7, 18-23); agli obblighi circa il digiuno[18] (Mc 2, 18-22); al rifiuto che colpiva i pubblicani e i peccatori in genere,[19] compresi i loro amici, che si permettevano d’intrattenere con essi rapporti di stima condividendo perfino la stessa tavola (Mc 2, 15-17); neanche ha dato importanza al rifiuto verso i pagani, gl'infedeli (Mc 18, 17), e le prostitute (Mc 21, 31s.)[20]. Gesù inoltre ha preso le distanze dalle norme che limitavano i rapporti e la convivenza con le donne[21], sì che, quando passava di villaggio in villaggio, si faceva accompagnare non solo dai suoi discepoli, ma anche da un nutrito gruppo di donne (Lc 8, 1-3), alcune delle quali assai poco raccomandabili (Lc 8, 2); o non aveva difficoltà nel parlare in aperta campagna con una donna di mala fama, cosa che era proibita alle persone perbene ed era stata motivo di stupore perfino fra gli stessi suoi discepoli (Gv 4, 17-18.27)[22]. Ma, soprattutto, Gesù ha mostrato una libertà assoluta per quel che si riferiva all'osservanza del sabato, principio non negoziabile per il magistero ebraico. I casi di violazione del sabato da parte di Gesù sono numerosi nei vangeli, e la letteratura teologica su questo tema è abbondante[23]. Chiaro segno che, a parlare di questa questione, siamo davanti a un tema di speciale importanza. In effetti, come ben si sa, la santificazione del sabato si era convertita in Israele in uno dei suoi cardini religiosi fondamentali. Soprattutto, dopo l'esilio degli ebrei a Babilonia, il sabato e la circoncisione si consideravano come le note caratteristiche e distintive d'Israele[24]. Da lì l'importanza che i vangeli danno alle ripetute violazioni del sabato che Gesù e i suoi discepoli hanno commesso. Perché questa importanza? Non solo per quello che significava la fedele osservanza del sabato per la religiosità d'Israele, ma proprio perché, trattandosi di un tema così significativo, il comportamento di Gesù mostra a chiare lettere, forse come nessun’altra sua violazione della Legge divina, che, per lui, la salute, la vita e la dignità dell'«umano» stanno davanti e sono assai più importanti della santità e dell'osservanza del «religioso»[25]. Per apprezzare il senso di questa continua violazione della Legge divina da parte di Gesù, è essenziale rendersi conto che Gesù ha violato le norme religiose sul sabato sempre e solo per curare ammalati, alleviare sofferenze, dar dignità a persone e alimentare coloro che erano affamati. Pertanto, il motivo che Gesù ha preso per agire così è stato un «motivo etico»;[26] non l’ha fatto per andare incontro alla croce e alla morte,[27] come potrebbe pensarsi da una frettolosa lettura del finale del racconto della guarigione dell’uomo dalla mano paralizzata nella sinagoga (Mc 3, 6), che dimostra solo una cosa: per Gesù la salute umana è più importante dell’osservanza religiosa.
Per fare un esempio attuale, questo vuol dire che se una persona non va a messa di domenica per stare vicino ad un ammalato grave non viola affatto il terzo comandamento.
Mi rendo conto che per molti è difficile accettare quello che ho appena detto, perché innumerevoli volte ci è stato brutalmente insegnato che chi disobbedisce alla Legge divina è escluso dall’amore di Dio, il quale resta accessibile solamente a chi lo merita perché rispetta le regole. Allora, una domanda fondamentale da farsi è questa: cosa è più importante e più gradito a Dio: l’osservanza della sua Legge divina o il bene dell’uomo? Ogni buon credente sa ed è convinto che deve obbedire innanzitutto alla legge di Dio, e non c’è dubbio che il vero religioso di allora (e di oggi) sceglie l’osservanza della Legge di Dio, perché sa che la trasgressione è peccato che lo allontana da Dio, mentre obbedire alla Legge significa amare Dio (Sap 6, 18).
Ma il racconto del giovane ricco angosciato che ha domandato a Gesù se, oltre all’osservanza della Legge, gli mancava qualcosa[28] per ottenere la vita eterna (Mc 10,17; Mt 19,16; Lc 18,18), chiarisce che a Gesù interessa veramente poco l’obbedienza alla Legge divina. La sua risposta non ammette dubbi: “Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello ch hai e dallo ai poveri..., (poi) seguimi!” (Mc 10,21). Il modello di seguace che Gesù richiede supera quindi l’osservanza della Religione con le sue Leggi divine. Gesù chiede che chi ha condivida con chi non ha, staccandosi dal possesso smanioso dei beni, anche se questo non era affatto stabilito dalla Legge divina (non per caso i sacerdoti erano tutti benestanti se non ricchi, e la ricchezza era considerata una benedizione divina). Dunque per Gesù non è sufficiente sottomettersi alla Legge divina e ai rituali[29].
Inoltre, in particolare la parabola del buon samaritano (Lc 10, 29ss.), ci dimostra ulteriormente che per il credente è più importante il bene fatto agli altri[30]. Non è importante seguire la Legge come fanno il sacerdote e il pio levita che – ossessionati dal “comandamento”, cioè seguendo in pieno la Legge - vogliono mantenere la loro purità per restare graditi a Dio; l’importante è porre rimedio alla sofferenza dell’essere umano che s’incrocia per caso, proprio come fa l’eretico peccatore samaritano. Noi compiamo la volontà di Dio soltanto nella misura in cui facciamo quello che è in nostro potere perché gli altri vivano meglio e soffrano il meno possibile[31]. Punto. Tutto il resto è solo credenza religiosa. Ecco perché Gesù, a chi gli chiede cosa deve positivamente fare per avere la vita eterna (Lc 10,25), non ricorda i comandamenti “non uccidere, non rubare”, ecc.; gli chiede solo: “di chi ti sei fatto oggi prossimo? Di chi ti sei preso oggi cura?”[32]
E visto che ormai è imminente la festa dell’Assunzione, faremmo bene a ricordare che neanche Maria è stata una donna che ha passivamente obbedito sempre alla Legge voluta da Dio: basterà ricordare come ha accettato da sola - senza neanche chiedere il parere del maschio che aveva la tutela su di lei,- di rimanere incinta fuori del matrimonio (peccato che andava punito con la lapidazione), e come ha dato il nome Gesù al bambino, di nuovo usurpando un potere che spettava solo al maschio di casa.
E anche san Giuseppe ha fatto le sue scelte disobbedendo alla Legge divina insegnata dal magistero che gl’imponeva di denunciare Maria come adultera e farla lapidare (Dt 22, 23s.).
Insomma, tornando alla sacra famiglia che pur ci viene additata come modello perfetto da imitare, nessuno in quella famiglia ha obbedito all’autorità sacerdotale, la quale insegnava qual era la volontà di Dio contenuta nella Legge divina. Per la religione, dunque, tutti e tre erano peccatori da evitare, sì che siamo invitati dalla Chiesa a imitare una famiglia di peccatori. Ma se guardiamo invece da un altro punto di vista, ognuno nella sacra famiglia ha continuato a usare la propria testa per dissentire. Perché allora non dovremmo farlo anche noi, visto che i vangeli ci dimostrano che il dissenso, non certo il consenso ossequioso e senza discernimento, è il lievito che fa crescere, nonostante il parere contrario di parte del magistero?[33]
Anche se siete in ferie, forse è il caso di meditare su queste cose; e per intanto Buon Ferragosto!
NOTE
[1] Mateos J. e Camacho F., L’alternativa Gesù e la sua proposta per l’uomo, ed. Cittadella, Assisi,1989, 27.
[2] Fra i tanti, Fontana S., Verso le elezioni, “Vita Nuova”, n.4881/2018, 1
[3] Schillebeeckx E., Per amore del Vangelo, Cittadella, Assisi, 1993, 185.
[4] Mateos J. e Camacho F., L’alternativa Gesù cit., 143.
[5] Maggi A., Dio e la gallina, incontro di Assisi nel 2007, in www.studibiblici.it.
La conseguenza che Lutero ha tratto, una volta stabilito che Gesù ci ha liberati dalla Legge, è che se l’essere umano non sta più sotto la Legge, è solo l’amore che gli indica cosa fare e cosa non fare. Perciò i luterani tengono molto a lasciar decidere le singole persone secondo la loro responsabilità cosa si deve fare e cosa no. La Chiesa può dare consigli, ma la decisione l’ha sempre il singolo credente. Questa responsabilizzazione diretta del singolo era già allora una cosa del tutto nuova (Kampen D., Introduzione alla teologia luterana, ed. Claudiana, Torino, 2011, 25), e per la Chiesa cattolica più tradizionale continua ad essere del tutto inaccettabile, perché così la pecora-credente sfugge al controllo del pastore.
[6] Quando i farisei e gli scribi scesi addirittura da Gerusalemme (cioè, attualizzando: dalla capitale religiosa di allora si scomoda il Sant’Uffizio di allora per venire a controllare se l’insegnamento di Gesù è ortodosso o meno) contestano a Gesù che lui e i suoi discepoli non rispettano la legge tradizionale delle abluzioni prima di mangiare e così disonorano ed offendono Dio, Gesù risponde che la Bibbia non è Parola di Dio (Mt 15,10-20; Mc 7,1-16), ma degli uomini.
[7] Costituzione dogmatica sulla divina rivelazione - Dei Verbum, del 18.11.1965, §15.
[8] Ratzinger J., Dio e il Mondo, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 2001, 40. E anche nella lectio magistralis di Ratisbona, il 12.9.2006, aveva insistito nell’affermare che non è possibile credere senza o contro la ragione.
[9] Mancuso V., Io e Dio, Garzanti, Milano, 2011, 107.
[10] È vero che ognuno è obbligato a seguire la propria coscienza, ma una persona con una coscienza mal formata, se la segue, compie un’azione cattiva. Quindi, per ben formarsi, la coscienza deve aderire con religioso ossequio agli insegnamenti del magistero (McInerny R., Vaticano II, che cosa è andato storto?, Fede&Cultura, Verona, 2009, 80).
[11] In realtà il magistero si trova in un circolo vizioso: convinto di avere in mano la verità di Dio, come si fa ad essere ancora dubbiosi e aperti ad altre opinioni dopo che si è trovata la verità di Dio? È consequenziale voler allora imporre a tutti questa verità, che è l’unica Verità Assoluta per definizione. L’errore, a mio avviso, sta a monte, nel fatto di essere convinti che si è in grado di affrontare un problema avendo raggiunto la soluzione che avrebbe raggiunto Dio, che indubbiamente è Verità. Ritengo che uno possa ben credere che Dio esista, ma non può mai sapere cosa Dio pensa.
[12] G. Theissen e A. Merz, El Jesús histórico, Sígueme, Salamanca, 2004, 390.
[13] Siamo noi che abbiamo elevato a “comandamenti” (rendendoli quindi più importanti), quello che nella Bibbia ebraica erano semplicemente le dieci “parole”.
[14] G. Theissen e A. Merz, El Jesús histórico cit., 408
[15] I sacerdoti del Tempio non vedevano alcuna incompatibilità, e purtroppo anche la nostra Chiesa non l’ha vista. Ricordate che l'arcivescovo Marcinkus, quando dirigeva lo IOR, sosteneva che la Chiesa non si può mandare avanti con le “Ave Marie”? Nessuno gli ha fatto presente che secondo Gesù non si può servire contemporaneamente Dio e mammona (Mt 6, 24), e che mandando a due a due gli apostoli, ha proibito loro espressamente di portare con sé denaro per annunciare il Regno di Dio (Mt 10, 9): ciò vuol dire che - secondo Gesù - il denaro è un intralcio all'evangelizzazione.
[16] G. Theissen e A. Merz, El Jesús histórico cit., 405.
[17] La Chiesa ha interpretato il divieto come divieto di divorzio, ma in realtà si trattava di ripudio, appannaggio del solo maschio, essendo impossibile per la femmina ripudiare il marito.
[18] Che invece noi cristiani abbiamo in parte ricopiato pari pari dagli ebrei.
[19] E anche questo noi l’abbiamo copiato dagli ebrei. Ricordo quanto ha affermato il domenicano Cavalcoli: possiamo avvicinare i peccatori solo a patto che non rechino danno alla nostra anima, che si mostrino pentiti dei loro peccati, e che con essi possiamo accordarci nel conseguimento di qualche obiettivo giusto e onesto (Cavalcoli G., L’inferno esiste, ed. Fede&Cultura, Verona, 2010, 35). Quando invece Gesù incontra i cattivi peccatori li invita a pranzo, non li processa, non li costringe a un’umiliante confessione, non evita di avvicinarsi a loro come il buon Cavalcoli stabilisce che si deve fare, sicuro così di fare quello che fa Dio (cfr. Mt 9, 9: Mc 2, 15; Lc 15,1s.), e – in barba al pensiero del teologo domenicano Cavalcoli,- senza vedere prima se possono accordarsi per qualche obiettivo giusto e onesto.
[20] J. Gnilka, El evangelio según san Marcos I, Sígueme, Salamanca, 2005, 124.
[21] Una buona analisi e bibliografia sul punto si trova in Jeremias, Jerusalén en tiempos de Jesús, Cristiandad, Madrid, 1977, 371-387.
[22] Idem, 374.
[23] W. Beilner, sábbaton, in H. Balz e G. Schneider, Diccionario exegético del Nuevo testamento I, pp.1331-1332.
[24] Idem, 1332.
[25] L’osservanza del sabato equivaleva all’adempimento di tutta la legge, la disobbedienza al riposo del sabato corrispondeva alla trasgressione di tutta la legge, di tutti i comandamenti (Maggi A., Gesù ebreo per parte di madre, ed. Cittadella, Assisi, 2007, 194), ed era prevista la pena di morte per chi disobbediva (Es 31,14).
[26] G. Theissen e A. Merz, El Jesús histórico cit.,413.
[27] J. Gnilka, El evangelio según san Marcos cit., 145.
[28] Il bello è che, se il giovane ricco e rispettoso della legge decide di rivolgersi a Gesù è perché lui stesso si accorge che gli mancava qualcosa; e qualcosa d’importante (Castillo J.M., El dedlive de la Religión y futuro del Evangelio, Desclée De Brouwer, Bilbao, 2023, 73).
[29] Ibidem.
[30] È lecito guarire di sabato? No: per il credente religioso tutto d’un pezzo l’amore per Dio deve essere superiore a quello per l’uomo. Il libro sacro contiene la volontà divina, e poiché la parola di Dio è immutabile lì si trova ogni risposta. Per Gesù, invece, nel conflitto prevale sempre il bene dell’uomo. Gesù libera, ma destabilizza. E oltre alla parabola del samaritano, i casi a conferma di questa sua linea sono tanti. Ad es.: in Lc 14, 1-6: Gesù congeda l’uomo ammalato perché era diventato idropico stando con i puri e pii farisei e con i dottori della legge: il Vangelo, cioè, ci dice che i luoghi religiosi sono a rischio. Idropico significa infatti gonfio di quello che in realtà non nutre. Quell’uomo, frequentando l’ambiente religioso, in realtà si nutriva di niente. Ogni lettore può con calma cercare altri episodi evangelici a conferma di questa tesi.
[31] Castillo J.M., Vittime del peccato, ed. Fazi, Roma, 2012, 93.
[32] Se dovessimo confessarci su questa domanda (“comandamento”) saremmo quasi tutti in seria difficoltà. Anche perché il samaritano portato ad esempio, si è fatto prossimo di uno sconosciuto, non di un suo parente, non di uno del suo paese, o uno che la pensa come lui. E ricordate come il papa ha corretto sul punto il vicepresidente americano Vance? Sant’Agostino, secondo Vance, prevede un ordo (gerarchico) amoris: prima i tuoi, poi i vicini, poi quelli più lontani. Papa Francesco con la lettera ai vescovi americani del 10.2.2025, proprio interpretando la parabola del buon samaritano, ha scritto che l’amore non è espansione concentrica ma fratellanza, e la fratellanza è aperta ugualmente e indistintamente a tutti. Non si può amare alcuni che ci sono vicini e maltrattare gli altri più lontani. Gesù invita ad andare vicino all’altro, a farsi prossimo, senza aspettare che l’altro si avvicini.
Ricordo infine che il samaritano quando soccorre il ferito non pensa minimamente a Dio. Questo significa che la spinta (il “comandamento”?) a soccorrere lo sconosciuto esiste anche se Dio non esistesse, se solo l’essere umano vuol essere veramente umano.
[33] D. Culot, Gesù questo sconosciuto, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani, 2024, 33
Pubblicato il volume di Dario Culot che ripropone in una nuova veste editoriale, ed in un unico libro, molti dei suoi contributi apparsi sul nostro settimanale: https://www.ilpozzodigiacobbe.it/equilibri-precari/gesu-questo-sconosciuto/