Precariato a vita
Il precariato come rito di passaggio sospeso: giovani bloccati nella liminalità
In ogni società umana, il passaggio da una fase della vita a un’altra è accompagnato da rituali collettivi. Sono i cosiddetti riti di passaggio, concetto reso celebre dall’etnologo Arnold Van Gennep nei primi del Novecento e successivamente ripreso e approfondito negli anni ’60 dall’antropologo Victor Turner. Secondo questi studiosi, la vita dell’essere umano è scandita da transizioni — come il battesimo, la pubertà, il matrimonio e il funerale — e i riti di passaggio sono strutture normative simboliche che permettono agli individui di affrontare e superare queste soglie, altrimenti destabilizzanti.
Ma cosa accade quando questi passaggi si inceppano, quando le soglie non vengono mai davvero attraversate? È quello che sta accadendo oggi a molti giovani precari, intrappolati in una condizione sociale e lavorativa che impedisce loro di diventare adulti pienamente riconosciuti.
Le tre fasi del rito di passaggio
Van Gennep individuava nei riti di passaggio tre fasi principali:
Separazione – L’individuo viene simbolicamente o fisicamente allontanato dal suo contesto sociale di partenza. È un momento di rottura, in cui si abbandona uno status per entrare in uno stato di transizione.
Liminalità – È lo stato di mezzo, sospeso, in cui l’identità precedente è stata lasciata ma quella nuova non è ancora stata acquisita. Turner descrive questa fase come una condizione marginale, di “soglia”, in cui l’individuo è “né qui né altrove”, fuori dagli schemi sociali ordinari.
Rincorporazione – Una volta completato il processo, l’individuo viene reintegrato nella società con un nuovo status riconosciuto. Il rito sancisce pubblicamente questo cambiamento, permettendo l’inserimento del soggetto in una nuova posizione all’interno del gruppo.
Turner sottolinea come queste fasi, comuni a tutte le culture, si declinino in forme diverse a seconda delle società, ma mantengano sempre la loro funzione trasformativa. In molte culture tribali, ad esempio, il passaggio all’età adulta è accompagnato da rituali in cui i giovani vengono isolati, mascherati, cosparsi di fango per cancellare momentaneamente la loro identità precedente. Questo serve a rendere evidente che stanno lasciando uno stato per entrare in un altro, attraversando simbolicamente la soglia tra infanzia e maturità, tra vecchia identità e nuova appartenenza.
Il fango, in particolare, simboleggia la dissoluzione dei confini: tra organico e inorganico, tra vita e morte, tra persona e natura. Una volta completato il rito, l’individuo viene riaccolto nella comunità come persona trasformata, portatrice di nuove esperienze e significati anche per il gruppo sociale.
L'università e il tirocinio come spazi liminali
Turner estende la nozione di liminalità anche ai contesti moderni. L’università, ad esempio, è vista come un periodo liminale: non è solo un momento di acquisizione di competenze, ma uno spazio in cui l’identità dello studente è sospesa. Non è più un adolescente dipendente, ma non è ancora un adulto pienamente autonomo. Questo vale anche per il tirocinio, dove il soggetto si trova “in between”: non è più solo uno studente, ma non è ancora un professionista. Si tratta di una doppia appartenenza o, meglio, di un’identità incerta. È una fase trasformativa, ma priva di rituali pubblici che ne segnino il compimento.
Il precariato come liminalità cronica
Il problema nasce quando questa condizione non ha una fine chiara, quando la fase liminale non conduce alla reincorporazione, ma si prolunga indefinitamente. In psicologia del lavoro e in sociologia, molti studiosi descrivono il precariato lavorativo giovanile come una liminalità permanente: una transizione che non si compie mai. I giovani non sono più studenti, ma non riescono a diventare pienamente lavoratori stabili. Non possono contare su un reddito sicuro, non accedono alla casa, non costruiscono una famiglia. Restano sospesi, invisibili nei ruoli sociali, incapaci di affermarsi come adulti.
Secondo ricerche recenti, un numero crescente di giovani italiani rimane nella casa dei genitori anche oltre i trent’anni, non per scelta culturale ma per necessità economica. I salari d’ingresso sono troppo bassi, i contratti instabili, il costo della vita elevato. Questo impedisce loro di accedere a uno dei riti di passaggio più significativi nella società contemporanea: uscire di casa, essere autonomi, diventare responsabili della propria esistenza.
L’assenza di rituali collettivi
Ciò che rende drammatica questa condizione non è solo l’insicurezza materiale, ma anche la mancanza di riconoscimento simbolico. Non esistono più riti pubblici che segnino l’ingresso nell’età adulta. La società non accompagna più i giovani nei loro passaggi, lasciandoli soli, incerti, privi di validazione. In questo senso, il precariato non è solo una forma di sfruttamento economico, ma anche un fallimento simbolico e culturale.
L’adulto non è più definito dal suo ruolo nella comunità, ma dalla sua capacità individuale di affermarsi in un sistema competitivo e frammentato. Ma quando il sistema stesso rende questa affermazione impossibile, l’individuo resta bloccato in una liminalità senza uscita.
Conclusione: riconoscere la liminalità, ricostruire i passaggi
Riconoscere la natura liminale del precariato significa comprendere che i giovani non sono semplicemente “immaturi” o “pigri”, ma che vivono una condizione strutturale che li priva di strumenti simbolici, economici e culturali per diventare adulti. È necessario che le istituzioni, le politiche sociali, il mondo del lavoro tornino a costruire passaggi reali, non solo contratti, ma percorsi di riconoscimento, stabilizzazione, dignità.
Solo restituendo senso ai riti di passaggio — anche in forme nuove, adatte alla contemporaneità — potremo permettere ai giovani di uscire dalla soglia e trovare una posizione piena nella società.