La perfezione
Ubi eadem ratio, ibi idem ius. Dove la ragione è la stessa, la regola deve essere identica: principio elegante, lineare, persino rassicurante, se non fosse che la realtà umana ha la tendenza ostinata a complicare ogni geometria giuridica e morale.
Lo stesso meccanismo che, nei tribunali, invita alla coerenza, nei comportamenti quotidiani si trasforma in un’ossessione di simmetria e precisione che prende il nome di perfezionismo.
E se la ratio giuridica nasce per garantire equità, la ratio perfezionista spesso parte con le migliori intenzioni e finisce per mettere in catene chi la coltiva. Perché, in fondo, ubi eadem ratio, ibi idem tormentum: il perfezionismo di un miniaturista medievale non è poi così diverso da quello di un chirurgo plastico che raddrizza un naso già armonioso o di un padre che riscrive tre volte il biglietto d’auguri al figlio per eliminare ogni incertezza stilistica.
La storia, che ha un senso dell’ironia tutto suo, ci mostra infinite declinazioni di questo fenomeno.
Gli architetti gotici si ostinavano a progettare guglie che sfidavano la gravità non per necessità strutturale, ma perché “doveva essere così”, con quell’ostinazione che non ammetteva alternative. I monaci amanuensi cancellavano e riscrivevano lettere perfette per correggere imperfezioni invisibili all’occhio comune, talvolta consumando la pergamena fino alla trasparenza. Non erano pagati a cottimo: erano pagati in pace dell’anima, merce che il perfezionismo sottrae in silenzio. Eppure, proprio questa mania ha consegnato al mondo alcune delle opere più raffinate, al punto che la linea tra virtù e condanna diventa sottilissima.
La psicologia moderna ha cercato di sezionare il fenomeno in categorie: c’è il perfezionismo adattivo, quello che spinge a dare il meglio, a cercare la precisione come atto d’amore verso il lavoro; e poi c’è il perfezionismo disfunzionale, che trasforma ogni sforzo in un’agonia di revisioni, dove la paura dell’errore vale più della gioia della creazione.
È curioso come il primo, se alimentato con eccesso, scivoli naturalmente nel secondo, come un vino che, lasciato in bottiglia troppo a lungo, diventa aceto.
E se il diritto ha le sue eccezioni, le clausole di salvaguardia, i bilanciamenti di interessi, il perfezionismo, una volta scatenato, raramente conosce limiti autoimposti. La sua logica è crudele nella semplicità: se ho fatto bene, posso fare meglio; se posso fare meglio, ciò che ho fatto non basta. Il giurista direbbe che qui la ratio si perverte, perché il fine originario — migliorare — si ribalta in mezzo: non importa più il risultato, importa il processo infinito di levigatura. Nella vita quotidiana il perfezionismo si maschera da responsabilità, da senso del dovere, persino da amore per il dettaglio.
Ma la sua ombra è la procrastinazione: l’atto di non finire mai, di rimandare l’esposizione dell’opera, la consegna del rapporto, la dichiarazione di sentimenti, nell’attesa di un momento ideale che non arriverà. È un paradosso simile a quello del legislatore che rinvia indefinitamente una riforma perché il testo non è “ancora perfetto”, mentre fuori le norme cadono a pezzi.
E così, dove la ratio è la stessa — il desiderio di non sbagliare — il diritto, l’arte e la vita subiscono lo stesso blocco. Non è un vizio di pochi: è un tratto umano universale, trasversale a epoche e contesti. Pensiamo a un contadino che, nel piantare semi, scarta quelli che gli sembrano imperfetti: un gesto minimo, ma mosso dalla stessa urgenza di purezza che guida il pittore a ricominciare un quadro per una sola sfumatura sbagliata. E se allarghiamo lo sguardo, vediamo che il perfezionismo è spesso premiato socialmente: l’azienda celebra il dipendente che controlla tre volte ogni documento, il pubblico acclama il musicista che prova fino a notte fonda.
Questi elogi, però, non considerano il costo invisibile: l’ansia cronica, l’auto-svalutazione, la fatica di vivere in un mondo che non sarà mai abbastanza levigato.
L’arte, che sembra trarre beneficio da questa spinta, ha peraltro la sua via di fuga: l’errore trasformato in stile. I pittori fiamminghi lasciavano volutamente piccole anomalie nelle loro opere per ricordare che la perfezione appartiene solo a Dio.
Un monito che il perfezionista moderno, laico o meno, tende a ignorare.
Il diritto, più severo, raramente concede spazio al difetto, ma conosce il concetto di “sufficienza” — ciò che basta per considerare una norma valida o un contratto efficace — e questa soglia minima è la salvezza che il perfezionista si nega. Se riuscisse ad applicare a se stesso questa idea di sufficienza, vivrebbe meglio: ma ubi eadem ratio, ibi idem ius, e quindi, nella sua logica, se una volta ha raggiunto un risultato eccellente, da quel momento in poi ogni standard deve essere almeno pari, se non superiore. È una prigione elegante, arredata con cura, dove la chiave sta appesa al muro ma il prigioniero non la vede.
Curiosamente, il perfezionismo convive con l’imperfezione meglio di quanto ammetta: la tollera nelle cose che non controlla, la biasima in quelle che dipendono da sé.
Il giudice non si strappa i capelli per una virgola mancante nella sentenza di un collega, ma non sopporta un refuso nel proprio provvedimento.
L’artista ammira l’imperfezione altrui come segno di autenticità, ma non accetterebbe mai la propria. Qui la ratio è la stessa: il margine di errore è concesso solo se non tocca la propria immagine. È un meccanismo di difesa travestito da standard morale.
Forse il perfezionismo non è altro che un modo sofisticato di chiedere amore, mascherato da esigenza di coerenza: dimmi che ho fatto bene, dimmi che sono stato all’altezza, dimmelo prima che io veda ciò che manca.
In questa prospettiva, il principio latino assume un retrogusto amaro: se la ragione che muove il perfezionista è universale — paura di non essere accettato, desiderio di lasciare un segno — allora il diritto che ne deriva è altrettanto universale: la condanna a non sentirsi mai abbastanza.
Forse la via d’uscita non è demolire la ratio, ma cambiarne la premessa: sostituire il “non è mai abbastanza” con un “è già abbastanza per oggi”.
In fondo, anche i giuristi sanno che l’uguaglianza perfetta è un’aspirazione, non una condizione reale: lo sanno, ma continuano a perseguirla, esattamente come il perfezionista che, pur sapendo di non poter raggiungere l’ideale, non smette di allungare la mano.
E così, nella danza eterna tra desiderio e limite, il perfezionismo continua a essere il nostro piccolo tribunale interiore, dove siamo imputati e giudici allo stesso tempo, e dove, per paradosso, la sentenza non arriva mai, perché ogni giorno si riapre il processo con nuove prove, nuovi testimoni, nuove obiezioni.
Ubi eadem ratio, ibi idem ius: e in questo caso, ubi idem humanum cor - cuore umano -, ibi idem perefectionis desiderium, bisogno di sentirsi perfetti, anche quando la perfezione non esiste.