Papaveri e bonsai
Un romanzo al femminile, epico e lievemente erotico, di Valentina Ranieri (Futura libri, 2023)
di Angelo Maddalena
Ci sono donne di varie generazioni in questo racconto di Valentina Ranieri, e anche di diversi continenti, ma si rimane sempre in ambito mediterraneo o comunque nel sud del mondo latino.
Un prologo ci porta in Colombia, al cimitero di Dosquebradas, nei pressi di Pereira, e siamo nel 2005. Poi la scena si sposta in Centro Italia, in Abruzzo, a Casamaina, “un paese a millecinquecento metri d’altitudine, la più piccola frazione del comune di Lucoli”, dove abitava Margherita, la nonna materna di Cecilia, protagonista del romanzo.
A pag. 37 c’è una descrizione di un paesaggio umano commovente e atavico, in cui il protagonista è il maiale: «La morte del maiale era l’opulenza del Natale: costituiva il panettone di cui mia nonna non conosceva l’esistenza; sostituiva l’albero con le palline, viste in qualche giornale: i nastri dei regali sognati; il Babbo Natale che non sarebbe mai sceso dal camino e i re Magi e il loro oro […] Ciò che alla fine “faceva Natale” era la carne che bolliva nelle pentole e il vino che scaldava le vene».
Mentre il marito lavora in una miniera in Belgio, Margherita compie un atto di insubordinazione e scappa da Casamaina insieme alle due figlie delle quali una, Nilde, diventerà la madre di Cecilia. La fuga in groppa all’asino fino all’Aquila segna la svolta per le figlie di Margherita, altrimenti destinate a una vita di stenti senza sbocchi possibili di emancipazione culturale.
Anche il viaggio fino all’Aquila offre spunti di epopea perduta, per esempio appena arrivati all’Aquila, di primo mattino, dopo un viaggio notturno: «A quell’ora vi erano solo i carbonai vestiti di stracci sporchi di fumo» […] Margherita sapeva come si faceva il carbone e sapeva anche come si rubava». […] Quando non arrivavano dal Belgio i soldi attesi, mossa dal bisogno si recava nottetempo presso le piazze del carbone e lo rubava». Ovviamente Margherita vive il dramma dell’incertezza legato alla sua scelta di andare a vivere e mantenersi a L’Aquila, con due bambine e, altrettanto ovviamente, viene punita dal marito che, tornato dal Belgio, l’aveva picchiata e minacciata con il fucile da caccia, ma la perseveranza aveva vinto.
E così, molti anni dopo, il marito era tornato con la silicosi dal Belgio e si era sistemato a casa con la moglie e le figlie e si era lasciato alle spalle «quella mentalità maschilista che gli aveva impedito di vivere la tenerezza e le emozioni».
Negli anni successivi anche Nilde, promessa a un carabiniere tarantino, aveva, con astuzia, mandato a monte il matrimonio per amore di un “ragioniere del sud”, poi diventato il padre di Cecilia.
C’è molta sensualità in queste pagine, a partire dall’importanza data agli odori (di persone, cose, cibo e vegetazione) e uno stile di narrare che coinvolge il lettore, con descrizioni di basilico, aglio, cipolla e altri ingredienti mediterranei, un po’ a rievocare lo stile di Jean Claude Izzo, considerato l’inventore del romanzo noir mediterraneo, marsigliese morto nel 2000 a 55 anni: Aglio, menta e basilico è uno dei suoi ultimi libri. Anche le ambientazioni, dal Centro Italia, si spostano sempre verso il Sud: prima in Calabria, a Fiumefreddo Bruzio, dove Cecilia trascorre una breve vacanza invitata da un’amica che con la famiglia ha lì una casa a mare. È lì che avviene l’incontro erotico con Gabriel, colombiano che Cecilia, avvocato, aveva incontrato poco tempo prima, come cliente del suo studio legale a L’Aquila. Lo ritrova a Fiumefreddo Bruzio perché Gabriel costruisce e vende con una bancarella oggetti di artigianato artistico. Inizia da qui la passione che porterà Cecilia a rivedere Gabriel un’altra volta a Fiumefreddo (dove torna appositamente per vedere lui) e poi in Spagna (dove lui trascorre l’autunno sempre come artigiano e commerciante di strada) e infine in Colombia, dove trascorre un più lungo e intenso periodo attraversando il paese nei suoi aspetti più nascosti ed evidenti, lungo città, villaggi e una camminata non priva di pericoli nella foresta, sempre accompagnata dall’amato Gabriel e altri suoi amici che organizzano viaggi in luoghi impervii (in Colombia appare l’altra figura femminile del romanzo: mama Ita, madre possessiva di Gabriel con una storia dolorosa legata al marito da cui si è separata).
Ci sono forse alcune “debolezze” tecniche e di linguaggio in vari punti: per esempio certe frasi un po’ “retoriche” in chiusura di alcuni capitoli o alcune note a piè di pagina di citazioni di altri autori che l’autrice usa, mentre in un testo narrativo, soprattutto un romanzo, forse sarebbe meglio fare un riferimento diretto all’autore anziché indicare l’autore nella nota. Tuttavia, il libro di quasi 350 pagine l’ho letto di un fiato, non so se c’entra il fatto che conosco di persona l’autrice che abita vicino casa mia, sulle sponde del lago Trasimeno.
Un pregio del finale è che non è lieto, lascia un po’ di amarezza perché il “papavero” che, come mi ha spiegato Valentina, è il simbolo dell’anarchia, perché non sopravvive nei vasi e sceglie la morte piuttosto che vivere in un vaso, alla fine si arrende al “bonsai”, una pianta molto più stabile e che vive anche molto a lungo nei vasi.
Il pregio, come dicevo, sta nel costruire una trama avvincente senza cedere al finale prevedibile, e quindi è tutto molto reale (tristemente vero?), prosaico, comune: dopo aver tentato (senza troppa convinzione? l’eterno dilemma tra papavero e bonsai?) di seguire l’amore pieno e travolgente, tutto rientra nell’ordinario…anche oltre le aspettative. É significativo anche il percorso di tre generazioni, dalla metà del Novecento all’inizio del nuovo millennio: il supposto progresso (“sviluppo senza progresso”, direbbe Pasolini) e la presunta emancipazione mostrano le loro debolezze (e falsità?) nel fatto che Margherita e Nilde, in condizioni di assoluta indigenza e difficoltà di movimento fisico e sociale, riescono a uscire dalla morsa preparata dai genitori e dalle convenzioni, mentre Cecilia, con tutte le possibilità e i privilegi frutto anche dei sacrifici delle generazioni precedenti, non riesce a tirarsi fuori da una convivenza con Mario, rassicurante ma “inesistente”, come uomo, nella sua vita.
Forse tutto ciò rievoca quanto Eric Fromm scriveva nel libro Fuga dalla libertà, pubblicato nel 1940. Fromm spiega che la “libertà da” è più “facile”, come dimostrano la nonna e la madre di Cecilia, mentre molto più difficile è la “libertà di”, per essere più precisi: «Le autorità interiorizzate sono molto più forti, a volte, di quelle esterne: il senso comune e il conformismo sono autorità interiorizzate e apparentemente inesistenti; eppure, possono opprimere gli individui più dei capi e dei dittatori».