DIRITTO ECCLESIALE E LIBERTÀ
Rubrica a cura di Maria Giovanna Titone
Un attacco che offende il diritto e la coscienza civile
L’attacco israeliano contro la Global Sumud Flotilla rappresenta un atto di pirateria di Stato, compiuto in aperta violazione del diritto internazionale del mare e delle convenzioni umanitarie. Navi civili, cariche di attivisti, giuristi e operatori umanitari, sono state intercettate e sequestrate mentre navigavano in acque internazionali e successivamente nelle acque territoriali palestinesi della Striscia di Gaza, spazi sui quali Israele non ha alcuna giurisdizione.
Si tratta di un’azione illegale sotto ogni profilo. In acque internazionali vige la libertà di navigazione sancita dall’articolo 87 della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS), mentre l’articolo 89 stabilisce che nessuno Stato può estendere la propria sovranità sull’alto mare. L’intercettazione di navi civili senza mandato legittimo costituisce dunque un abuso di forza e un precedente gravissimo.
Ancora più grave è l’ingresso delle unità israeliane nelle acque palestinesi. Quel tratto di mare non appartiene a Israele, ma rientra nella giurisdizione della Palestina, come riconosciuto dal diritto internazionale e dagli accordi di Oslo. Agendo in quel modo, Israele ha violato la sovranità marittima palestinese e affermato, di fatto, un dominio illegittimo su un territorio che non gli spetta.
L’intero blocco navale imposto a Gaza è contrario al diritto internazionale.
Viola:
l’articolo 33 della IV Convenzione di Ginevra, che vieta le punizioni collettive;
l’articolo 59, che obbliga a consentire il passaggio di aiuti umanitari;
il Manuale di Sanremo (1994, par. 102), che proibisce i blocchi finalizzati a provocare la fame della popolazione;
e l’articolo 2, paragrafo 4 della Carta delle Nazioni Unite, che vieta l’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza di un popolo.
In questo contesto, le dichiarazioni del ministro della Difesa italiano Guido Crosetto, secondo cui l’Italia “non avrebbe potuto garantire la sicurezza delle navi oltre le acque internazionali”, risultano non solo inappropriate, ma giuridicamente errate. Esse implicano un riconoscimento, anche indiretto, della sovranità israeliana su spazi che non le appartengono, legittimando una situazione di fatto che il diritto nega. È un linguaggio che riflette la subalternità politica e morale di un’Europa incapace di difendere i propri stessi principi.
La Global Sumud Flotilla ha agito forte del diritto internazionale, non contro di esso. Le sue navi hanno esercitato la libertà di navigazione per portare aiuti e testimoniare la resistenza civile di un popolo sotto assedio. Non era un gesto di provocazione, ma un atto di legalità e di umanità.
Eppure, l’Europa ha scelto il silenzio. Le sue istituzioni, sempre pronte a invocare la “difesa dell’ordine internazionale basato sulle regole”, si sono ritirate proprio nel momento in cui quelle regole venivano calpestate. Non è la Flotilla ad aver messo in discussione il diritto, ma la nostra incapacità di difenderlo.
E forse è proprio qui il senso più profondo di questa traversata: aver scosso le coscienze. Aver ricordato che il diritto internazionale non è una formula diplomatica, ma un impegno che vive solo se tutti ci sentiamo responsabili della sua tutela.
Non può restare nelle mani degli Stati; appartiene alla collettività, ai cittadini, ai popoli che ancora credono nella forza del diritto contro il diritto della forza.
Il mare, in fondo, non appartiene a nessuno. Ma oggi, grazie al coraggio di chi ha solcato quelle acque in nome della legalità e della pace, ci ricorda che la libertà può tornare a essere di tutti — se tutti torniamo a difenderla.