Il mitra come atto d’amore?
di Dario Culot
Pubblicato il volume di Dario Culot che ripropone in una nuova veste editoriale, ed in un unico libro, molti dei suoi contributi apparsi sul nostro settimanale: https://www.ilpozzodigiacobbe.it/equilibri-precari/gesu-questo-sconosciuto/
L’impostazione di sant’Agostino, che è durata per secoli, ha radicato nella cristianità l’idea che la guerra giusta riguardasse solo i nemici esterni, perché l’ordine interno andava bene così com’era. C’è stato perfino un periodo in cui la Chiesa ha considerato sé stessa come l’unica società perfetta[1]. E ancora il 28.12.1878 papa Leone XIII, nella enciclica Quod Apostolici[2] considerava un vero e proprio attentato all’ordine costituito sostenere l’aberrante tesi socialista secondo cui tutti gli uomini sono uguali per natura, visto che Dio stesso ha disposto che siano disuguali. A dimostrazione che la Chiesa non possiede la Verità assoluta e immodificabile, oggi neanche la Chiesa pensa che questa idea sia aberrante.
Questa rigida impostazione, all’interno della Chiesa, è stata terremotata – mezzo secolo fa,- dalla fiammata del movimento chiamato Teologia della liberazione,[3] che è stato a sua volta rapidamente stroncato dal Vaticano sulla base di due principi: l’aver trascurato l’importanza del peccato che riguarda sempre la singola persona, e soprattutto l’aver screditato la struttura gerarchica della Chiesa, formando un pericoloso magistero parallelo, non obbediente a Roma[4].
La teologia della liberazione ha lasciato comunque dei segni indelebili: innanzitutto ha aiutato, se non altro, ad aprire gli occhi sulle implicazioni sociali del messaggio di Gesù, che aveva promosso un progetto egualitario:[5] un’intera generazione in sud America si è per la prima volta risvegliata nella storia moderna vedendosi finalmente proiettata in un ruolo attivo della propria storia, ed ha scoperto la necessità di prendere posizione nei grandi conflitti sociali[6]. Papa Ratzinger invece è stato dell’idea che questa teologia faceva solo del moralismo politico[7]. Non credo sia stato così: prima, infatti, imperava il principio della salvezza personale, per cui se la propria salvezza diventa l’obiettivo e tutte le energie sono concentrate nel conseguire questo risultato, l’amore per gli altri restava un mezzo, ma un mezzo relativo sempre centrato sulla propria salvezza[8]. La teologia della liberazione fa notare invece che da sempre, già nell’Esodo biblico, emerge un conflitto fra la fede di un popolo che lotta perché rifiuta di vivere oppresso e crede che nemmeno Dio voglia questa vita oppressa[9], e la convinzione di altri che vedono Dio benedire le strutture sociali esistenti e ritengono che i conflitti interni siano suscitati da fomentatori o agenti estranei[10]. All’interno della Chiesa, dunque è necessariamente sorto un conflitto fra quelli che venerano il dio della tranquillità e quelli che venerano il Dio della liberazione, come analogamente nella società laica era avvenuto con le lotte fra operai e padroni, fra rivoluzionari e forze conservatrici[11].
Secondo questo movimento tutta la nostra attività cristiana dev’essere un “vivere e lottare per la causa di Gesù”, una partecipazione attiva per il regno di Dio, che deve iniziare già qui su questa terra. È questo l’obiettivo, la causa; il resto sono semplici mediazioni al servizio del Regno. E le mediazioni non valgono per sé stesse e non sono utili a sé stesse, ma unicamente nella misura in cui servono al Regno[12].
Inoltre la teologia della liberazione ci ricorda che, quando parliamo di lotta a un potere che cerca di sopraffare, nessuno può far finta di niente e pensare di poter vivere sereno: la neutralità non è possibile perché il silenzio, la passività, e la cosiddetta neutralità è una posizione in favore del potere, e ogni potere è sempre diabolico perché cerca di dominare gli altri. Il Dio di Gesù è l’amore che si fa servizio; satana è il potere che domina le persone, per cui il potere è, per l’appunto, sempre diabolico: in Lc 4, 6-7 è detto chiaramente che il potere viene dal diavolo: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Nella società la libertà è controllata dal potere. Il potere, a sua volta, esercita il proprio controllo mediante la legge[13]. La legge comanda e il destinatario della legge deve obbedire. Insomma, se c’è legge, c’è esercizio di potere; e poiché il potere non viene esercitato come servizio, il potere è diabolico. Eppure ancora oggi chi obbedisce, crede di obbedire niente meno che a Dio, non a un potere umano.
Secondo il paradigma di lettura storico-sociale vigente in America Latina, fino alla conferenza episcopale di Medellin del 1968, si sosteneva che tutti i Paesi si trovavano automaticamente dentro un movimento di sviluppo, per cui – come in un fiume – i Paesi poveri, scendendo la corrente, avrebbero dovuto raggiungere quelli ricchi che si trovavano solo in po’ più avanti, semplicemente continuando ad andare avanti per la stessa strada. Ma a un certo punto è emersa l’idea della dipendenza, per cui si è cominciato ad affermare che i Paesi poveri sono l’altra faccia (negativa) della stessa medaglia, mentre solo la faccia opposta (quella occupata dai Paesi ricchi) porta lo sviluppo ed il benessere. Si è cioè sostenuto che i popoli ricchi soni tali perché depredano quelli poveri[14]: prendono a prezzo stracciato le materie prime dai Paesi poveri, e poi rivendono i propri prodotti finiti a prezzi di mercato a chi è stato già depredato. Con questo sfruttamento, i Paesi poveri sarebbero rimasti sempre più poveri, quelli ricchi sempre più ricchi. Quest’analisi, fatta propria dalla conferenza di Medellin, si è conclusa con un’opzione a favore dei poveri:[15] se la miseria di gran parte della popolazione mondiale non è naturale, ma un effetto della condotta dell’uomo su un altro uomo, si poteva e si doveva cambiare. Occorreva però una lotta di liberazione da parte dei popoli oppressi contro questo peccato strutturale (non individuale); si doveva intervenire su questo rapporto causa-effetto fra ricchezza degli uni e povertà degli altri. In altri termini, se il regno di Dio e la pace si accompagnano al rispetto e all’accoglienza di tutti gli esseri umani, ciò deve concretizzarsi innanzitutto in rapporti giusti non solo tra le persone, ma anche tra i popoli. È evidente che ci potrà essere pace solo quando saranno rettificati i rapporti tra i Paesi poveri e quelli ricchi, e se ciò non avviene tramite l’iniziativa dei ricchi, deve avvenire in base alla resistenza dei poveri[16]. Infine si ricorda che senza giustizia non ci potrà essere mai vera pace.
La ribellione che si proponeva veniva fatta in nome dell’autentica volontà di Dio, perché Dio non vuole queste sottomissioni, questa dipendenza dell’uomo sull’uomo. Dio diventa allora un Dio di parte, il Dio dei poveri, perché Dio guarda il mondo dalla parte dei più deboli, e si schiera contro il potente di turno che sta sul trono, approfittando della sua posizione per spadroneggiare ed accumulare ricchezze per sé. Ecco spiegato l’Esodo. Ecco Gesù che dice (Mc 10, 44): «chiunque voglia tra di voi essere il primo sia lo schiavo di tutti», perché l’essenza del cristianesimo sta nel servizio. E chi, avendo potere non lo esercita nell’ottica del servizio, va contro il Vangelo. Forse suona anche strana questa espressione di schiavitù in bocca a Gesù, visto che egli ha sempre parlato di fratelli e di amici. Tutti sono fratelli all’interno della comunità, ma solo se tutti si mettono volontariamente al servizio l’uno dell’altro; all’esterno, però, in quel mondo pagano dove esisteva la schiavitù, dove esistevano padroni e schiavi, i seguaci di Gesù non possono mai allinearsi con i padroni, ma devono mettersi volontariamente accanto a quelli che soffrono l’oppressione.
In sintesi, il cristianesimo si riassume così: all’interno della comunità tutti fratelli, con pari dignità: chi ambisce ad essere il più grande si mette con ancor maggior determinazione a servizio degli altri. Al di fuori della comunità, occorre stare sempre dalla parte degli ultimi. Tra il padrone e lo schiavo, sempre dalla parte dello schiavo. Del resto, dalla contrapposizione tra Gesù che non è possibile averlo sempre e i poveri che invece è possibile averli sempre insieme a noi (Mt 26, 11), ben può sostenersi che i poveri nella comunità cristiana prendono il posto di Gesù. La presenza del povero all’interno della comunità è quella di Dio stesso, per cui il povero (non il papa) è il vicario di Cristo in terra, quando lui non ci sarà più fisicamente. In nessun passo dei vangeli, invece, Gesù afferma che, quando lui non ci sarà più fisicamente, Pietro (e i suoi successori in Vaticano) prenderanno il suo posto in mezzo alla comunità.
Questa ferma opzione a favore di poveri, che pure sembra supportata in Luca (Lc 1, 46-56; 4, 18-19), ha portato letteralmente a una netta spaccatura nell’episcopato sud americano, come ben si può ben immaginare. C’era chi vedeva nell’istituzione ecclesiastica una Chiesa troppo autoritaria, con troppi privilegi, troppo ricca, troppo zitta sulle questioni sociali. Al contrario, c’era chi nella nuova teologia subodorava un’infiltrazione comunista, e si schierava perciò con i governi dittatoriali che, utilizzando la fede per propri fini politici, mantenevano le prerogative dei ricchi con la scusa di combattere il diavolo-comunista: ennesima fusione fra altare e trono. C’è stato perfino un momento in cui l’episcopato argentino, che parteggiava per i generali, aveva censurato anche il Vangelo: dal Magnificat era stata materialmente tolta la frase Dio “ha rovesciato i potenti dai loro troni”[17] (Lc 1, 52). Una parte dell’episcopato riteneva dunque che la teologia della liberazione fosse troppo ammiccante verso il marxismo[18] e facesse apologia della violenza in nome di Dio, ed in effetti ci sono state anche alcune frange cattoliche che sono passate alla lotta armata ritenendo che la liberazione mai ci sarebbe stata se non usando le armi.
I meno giovani sicuramente ricordano, ad esempio, frate Leone, al secolo Silvano Girotto, missionario francescano e guerrigliero in Cile ai tempi della dittatura del generale Pinochet, noto per l’appunto come “frate mitra”; ma già prima di partire dall’Italia Girotto era noto come il “prete rosso” perché svolgeva l’attività pastorale soprattutto tra giovani estremamente politicizzati e fra gli operai della zona di Omegna. Nel 1971, in Bolivia durante un sanguinoso colpo di stato per far tornare al potere i conservatori, si era immediatamente schierato con gli operai e i contadini che cercavano di reagire, impugnando anche le armi. Anche don Gallo, a Genova,
che pur senza impugnare le armi era vissuto e aveva predicato sempre dalla parte degli emarginati e dei sfidando le autorità ecclesiastiche e politiche, era considerato un “prete rosso”. Ma ricordiamoci anche del vescovo Helder Câmara, il quale aveva acutamente colto nel segno dicendo: “Se do da mangiare a un povero mi danno del santo; se chiedo perché il povero non ha da mangiare mi danno del comunista”[19]. Superfluo aggiungere che neanche questo vescovo era apprezzato nelle alte sfere civili e religiose.
Sta di fatto che questa scelta innovativa, portata all’estremo, metteva seriamente in discussione tutti i pubblici poteri, quindi l’ordine costituito, e conseguentemente non salvava neanche la stessa struttura piramidale ecclesiastica: anche il ruolo della Chiesa nella società, ed il modo in cui fino ad allora si era fatta teologia e catechesi era messo in discussione[20]. Una chiesa che nasce dal basso, dal popolo, finisce coll’impedire che il vangelo possa essere utilizzato per appoggiare l’autorità e l’ordine costituito, soprattutto quando ci si accorge che mai nel vangelo si parla di obbedienza in riferimento alle persone, ma solo in riferimento ad elementi nocivi e contrari all’uomo. È stato Paolo, non il Vangelo, ad affermare che non c’è autorità se non da Dio (Rm 13, 1), il che vuol dire che ogni autorità viene da Dio[21]. E la Chiesa ha seguito Paolo.
Concordo sul fatto che la violenza non porta la pace, ma porta più facilmente a nuova violenza. Nell’unico atto violento di Gesù (la cacciata dal Tempio) anche se i venditori e gli acquirenti che sono stati cacciati non hanno reagito subito con pari o maggiore violenza, neanche risulta che siano stati convinti da Gesù con quel suo comportamento; anzi, i capi hanno cominciato a pensare a come ammazzarlo (Mc 11, 18), perché se chi aveva prima dettato le regole perde via via la capacità di farle rispettare perde al tempo stesso anche la propria autorità e il proprio potere, e nessuno dismette volontariamente neanche un pizzico del suo potere[22]. Subito dopo la cacciata, però, avendo Gesù dimostrato che nel Tempio non c’era Dio, ma imperava mammona, cosa succede? Succede che gli si avvicinano i ciechi e gli storpi, considerati impuri per natura e quindi indegni di entrare nel santuario, ed “egli li guarì” (Mt 21,14): ecco che gli esclusi dalla religione si possono finalmente avvicinare. Ma poco dopo l’ordine precedente ha preso il sopravvento, e tutto è tornato come prima.
Penso perciò di poter dire che la conversione invocata nei vangeli non concerne le ingiustizie strutturali, ma emenda l’ingiustizia personale, perché col nuovo atteggiamento il singolo rinuncia alla sua precedente egoistica condotta[23]. Il cambio strutturale ci sarà quando tutti i singoli (o almeno la netta maggioranza presa singolarmente) avranno cambiato mentalità e comportamento. In effetti, a ben leggere, Gesù non si è presentato come un leader politico, ma come il possessore della pienezza umana e, con essa, della condizione divina. La sua opera salvifica si è sempre concentra perciò sul singolo, non sulla società, perché la comunicazione della vita divina avviene da individuo a individuo. Poi, il risultato già lo si vede all’interno di una piccola comunità. La salvezza non inizia con un mega cambiamento socio-politico, né con l’instaurazione di un regno terreno, ma col rinnovamento interno dell’uomo singolo. La costruzione di una società nuova sarà poi l’obiettivo e il frutto dello sforzo di questa nuova umanità vivificata[24]. Ecco perché, per il progetto di Dio, serve la collaborazione di ogni singolo uomo. Più appropriato mi sarebbe sembrato allora insistere, anche nella teologia della liberazione, sul fatto che Gesù vuole innanzitutto il cambiamento interno di ogni persona, vuole che la giustizia sociale nasca dalla somma delle giustizie individuali. Finché restano vive negli uomini le radici dell’ingiustizia, cioè gli egoismi e le ambizioni personali, lo sviluppo umano si vedrà ostacolato e non avrà vera e duratura soluzione nemmeno per la società[25]. Inoltre ogni attività, se non si fonda sull’amore che vivifica, si limiterà ad essere un’azione esterna che allevia le miserie, ma non potrà né guarire né vivificare l’uomo. La linea di sviluppo umano è l’amore, e un’attività senza amore non sviluppa né colui che la riceve, né colui che la esercita[26].
Mi sembra anche opportuno sottolineare da una parte che è troppo semplicistico cercar di liquidare qualsiasi conflitto che sorge all’interno della Chiesa richiamandosi al peccato umano dei singoli individui, e celebrare la propria ortodossia rinchiudendosi nella propria visuale della verità, dando la colpa del peccato sempre agli altri, visto che l’istituzione è a priori sempre dalla parte della ragione[27]. Dall’altra parte, mi sembra difficile far passare per “cattolico” il mitra come atto d’amore. Ma non è mai stato questo l’intento di Gutierrez, il fondatore della Teologia della liberazione recentemente scomparso, il quale aveva tutte le ragioni nel sostenere che “sottomissione, obbedienza cieca, oppressione, povertà accettata dalla società come fosse una cosa naturale” non possono avere diritto di cittadinanza se seguiamo il Vangelo, il quale invece riconosce la dignità di ciascuno dei suoi figli che si riscoprono fratelli.
Spero almeno che ci si renda conto della difficoltà di scegliere la strada più cristiana di fronte alle ingiustizie e alle violenze che esistono in questo nostro mondo, dove non sono le regole a determinare come deve comportarsi chi detiene il potere, ma è chi detiene il potere che riesce a determinare le regole.
Ricordo infine che l’idea agostiniana di una guerra giusta contro il nemico esterno è stata abbandonata ufficialmente appena dall’attuale papa Francesco. In un libro-intervista[28] gli si chiede: «... “Vuole dire che non si può usare l’espressione ‘guerra giusta’?” “Non mi piace usarla. Si dice: ‘Io faccio la guerra perché non ho altra possibilità per difendermi’. Ma nessuna guerra è giusta. L’unica cosa giusta è la pace”».
Anche il Catechismo della Chiesa Cattolica è cambiato al riguardo, e l’enciclica Fratelli tutti, n. 258, conferma questo nuovo indirizzo. Recentemente, il 31.7.2024, Nicola Colaianni, ex magistrato e professore di Diritto ecclesiastico ha scritto un saggio[29] in cui affronta la nuova posizione della Chiesa cattolica sulla pace sotto l’attuale papato: dalla teoria tradizionale della guerra giusta c’è stato un passaggio al pacifismo istituzionale, cioè alla pace attraverso il diritto come prevede la Carta dell’ONU, e anche l’art.11 della nostra Costituzione (spesso però citato solo parzialmente).
Oggi, di nuovo la nostra generazione si trova con una guerra alle porte (Russia e Ucraina) e una nelle vicinanze (Israele-Palestina). Molti credenti del nostro mondo occidentale si limitano a pregare per la pace, chiedendo sostanzialmente a Dio o alla Madonna di far terminare le guerre. Dimenticano però che nella preghiera non ha senso chiedere a Dio di fare qualcosa per salvarci (sperando poi che qualcosa succeda per davvero), ma dovrebbero invece chiedere semplicemente di diventare loro stessi capaci di fare ciò che ci è richiesto (come ha fatto Giuditta, dopo aver pregato - Gdt 9, 1ss.; 10, 1 ss.). La preghiera non è una sollecitazione rivolta a Dio perché compia qualcosa che non sta facendo e che noi vorremmo che facesse. Quando agiamo così abbiamo solo l’impressione di aver fatto qualcosa per la pace, tacitando le nostre coscienze, ma in realtà non abbiamo mosso un dito per la pace.
Sicuramente agiremmo per la pace se avessimo il coraggio di interporre i nostri corpi fra i combattenti. Ma chi ha coraggio di farlo? Preferiamo fare una marcia per la pace in un luogo assolutamente tranquillo e privo di pericoli, o anche formare una catena umana sulla sponda nostra del mare, ben lontana dal teatro di guerra. Di nuovo questo ci dà l’impressione di aver fatto qualcosa, anche se in realtà non abbiamo fatto niente. Camminando con le bandiere al vento in un posto sicuro, lontano dalla guerra, dimostriamo semplicemente la debolezza della non-violenza. E come diceva lo stesso Gandhi: “La violenza è sicuramente preferibile alla debolezza. C’è speranza per un uomo violento di diventare non violento. Non c’è questa speranza per i deboli”[30].
Anche organizzare cortei che poi si scontrano con la polizia è facile in uno Stato come il nostro: più difficile sarebbe farlo in un Paese dove sai che la polizia ti spara addosso, e se ti prende non sai quale sarà la tua fine.
In conclusione, richiamo ancora una volta la fotografia di quell’ignoto giovane cinese di piazza Tienanmen che, in maniche di camicia, da solo, con in mano il sacchetto della spesa si era messo davanti a una colonna di carri armati fermandoli[31]. Di lui non sappiamo nulla, neanche il nome, e quasi certamente sarà finito male: in carcere o ucciso. Ma come ha detto il teologo Paolo Ricca,[32] costui è stato un angelo mandato da Dio, una vera icona della Chiesa cristiana (anche se non era cristiano), perché col suo corpo si è inserito fra i contendenti. Ogni singolo cristiano che vuol fermamente fare la pace (non limitarsi a pregare per la pace) deve avere il coraggio di mettere il proprio corpo, evidentemente con tutti i rischi che ciò comporta.
Ricordate come tanti anni fa don Tonino Bello aveva organizzato la marcia della pace andando fino a Sarajevo con circa 500 persone? Questa massa poteva essere presa a fucilate o cannonate, e se si volesse ripetere la cosa oggi, forse a questa folla non sarebbe neanche concesso di entrare in Russia o Ucraina, oppure in Israele o a Gaza; probabilmente verrebbe fermata prima di arrivare al fronte. Chi lo sa. Comunque, per far questo, ci vorrebbero veri cristiani, persone che non si limitano a riempirsi la bocca di parole astratte di pace, ma che dimostrano di essere disposte a rischiare la propria vita per la pace. Del resto Gesù, sapeva di rischiare la propria vita per continuare a diffondere il suo messaggio non violento.
Ma noi siamo solo pseudo-cristiani, per cui l’effetto finale sulle guerre in atto è esattamente lo stesso sia per chi grida: “Fermatevi! La guerra è una follia,” sia per chi non fa assolutamente nulla. O forse chi grida pensa veramente di riuscire a far terminare la guerra con le sue invocazioni? Quante marce della pace sono state finora fatte finora da Perugia ad Assisi (credo la prima risalga al lontano 1961), e con quali risultati concreti? Quanti dei ventimila partecipanti alla marcia Perugia-Assisi dell’ultimo anno sarebbero disposti a morire partendo domani per l’Ucraina o per Gaza, per ripetere lì la stessa marcia? Sinceramente neanch’io credo avrei il coraggio di farlo, ma temo che questo sarebbe l’unica mossa che dei veri cristiani potrebbero mettere in atto per dimostrarsi veri operatori di pace.
Come vedete, anch’io sto indicando una strada piuttosto utopistica. O forse dimostro solo che, seppur diciamo di essere cristiani, non lo siamo affatto.
NOTE
[1] Nella teologia del XIX secolo e anche dell’inizio del XX si amava parlare della Chiesa come del regno di Dio sulla terra; la Chiesa era considerata come la realizzazione del regno all’interno della storia (Ratzinger J-Benedetto XVI, Gesù di Nazareth, ed. Libri Oro Rizzoli, Milano, 2008, 73s.). Ma non ci si rendeva conto che se la Chiesa era già perfetta non aveva più bisogno di Dio.
[2] Enciclica reperibile in www.vatican.va./Sommi pontefici/LeoneXIII/ voce Encicliche.
[3] Richiamo quanto ampiamente trattato nell’articolo La teologia della liberazione, al n.450 del 29.4.2018 di questo giornale. Vedi anche nota 18.
[4] Vedi il Decreto del Sant’Uffizio del 6.8.1984 (in Enchiridion vaticanum, ed. Dehoniane, Bologna, vol.9 – nn. 866-987. Gutiérrez, instancabile difensore dei poveri, riteneva che essi stessi dovessero poter spiegare il Vangelo, visto che del clero può dirsi tutto tranne che sia povero.
[5] Pixley J., L’opzione per i poveri e il Dio biblico, in Con i poveri della terra, a cura di Vigil J.M., ed. Cittadella, Assisi, 1992, 36.
[6] Girardi G., Opzione per i poveri dopo la crisi del socialismo reale, in Con i poveri della terra, a cura di Vigil J.M., ed. Cittadella, Assisi, 1992, 142.
[7] Benedetto XVI, Luce del mondo, ed. Libreria editrice Vaticana, Città del Vaticano, 2010, 197.
[8] Mateos J., L’utopia di Gesù, ed. Cittadella, Assisi, 1991, 8s.
[9] Girardi G., Aspetti geopolitici dell’opzione per i poveri, in Con i poveri della terra, a cura di Vigil J.M., ed. Cittadella, Assisi, 1992, 86 ss.
[10] Vigil J.M., Opzione per i poveri: preferenziale e non esclusiva?, in Con i poveri della terra, a cura di Vigil J.M., ed. Cittadella, Assisi, 1992, 78.
[11] Pixley J., L’opzione per i poveri e il Dio biblico, in Con i poveri della terra, a cura di Vigil J.M., ed. Cittadella, Assisi, 1992, 36 s.
[12] Casaldàliga P. e Vigil J. M., Spiritualità della liberazione, ed. Cittadella, Assisi, 1995, 174.
[13] Castillo J.M., Simboli di libertà, ed. Cittadella, Assisi, 1983, 278.
[14] Nolan A., Opzione per i poveri: conflitto sociale e amore ai nemici, in Con i poveri della terra, a cura di Vigil J.M., ed. Cittadella, Assisi, 1992, 115.
[15] Tamayo J.J., Dalla primavera del Concilio alla restaurazione integralista, “MicroMega, n.7/2012, 44.
[16] Nolan A., Opzione per i poveri: conflitto sociale e amore ai nemici, in Con i poveri della terra, a cura di Vigil J.M., ed. Cittadella, Assisi, 1992, 110; Schillebeeckx E., Per amore del Vangelo, ed. Cittadella, Assisi, 1993, 200.
[17] Maggi A., Non ancora madonna, ed Cittadella, Assisi, 2004, 54, che richiama il “Corriere della sera” del 3.4.1987. Ma i censori si sono dimenticati di togliere anche Lc 4, 18-19 e 6, 24-25.
[18] Gustavo Gutiérrez, fondatore della nuova teologia, col libro “Teologia della Liberazione. Prospettive” (1971), sosteneva che occorre formulare un nuovo modo di fare teologia; occorreva riflettere criticamente sulla storia, non limitarsi più a pensare il mondo che è, ma piuttosto cercare di inserirsi nel processo di trasformazione del mondo, aprendosi al dono del Regno di Dio. Fondamentale era la protesta contro chi calpesta la dignità umana per arrivare a costruire una società nuova, più giusta e più fraterna. Va aggiunto che Gutierrez era contro il marxismo, in quanto, per Marx, il cristianesimo era una oppressione, per Gutierrez era fonte di Liberazione.
[19] Câmara H., Mille ragioni per vivere, ed. Cittadella, Assisi, 2000, 8.
[20] Nella teologia della liberazione, mentre si invoca un’associazione diretta coi poveri, si contesta effettivamente alla Chiesa di essersi associata per troppo tempo alle classi dominanti per aiutare i poveri attraverso questa sua alleanza coi ricchi (P. Casaldàliga e J. M. Vigil, La spiritualità della liberazione, ed. Cittadella, Assisi, 1995, 331), arrivando ad affermare che in tal modo è successo che la Chiesa si sia interessata ai suoi problemi in vista di sé stessa, a suo proprio vantaggio, e non si sia occupata appieno dei problemi attinenti alla giustizia e alla libertà se non quando si riferivano a sé stessa, alle sue strutture o al suo apparato (P. Casaldàliga e J. M. Vigil, La spiritualità della liberazione, ed. Cittadella, Assisi, 1995, 320).
È stato anche osservato come non si possano preparare preti disposti a camminare con le loro povere comunità quando vengono preparati dentro i palazzi, nelle zone belle della città eterna e gli si insegna che la loro cultura è inferiore a quella occidentale, giacché Roma impone un unico metodo formativo che rispecchia l’immagine occidentale medio-borghese del prete (Zanotelli A., Korogocho, Feltrinelli, Milano, 2003,82).
[21] Il problema, per Paolo, era diffondere il cristianesimo all’interno dell’impero romano senza suscitare allarme nell’istituzione imperiale, e riconoscendo l’autorità imperiale pensava di evitare ogni conflitto diretto con la stessa. Ma questo non ha evitato le persecuzioni, perché spesso i cristiani si opponevano all’autorità imperiale.
[22] Pensiamo solo a come i maschi siano restii ad ammettere le donne all’ordine ministeriale, per tradizione riservato solo ad essi. Non credo ci siano serie ragioni teologiche per impedire in proposito l’uguaglianza maschi-femmine. Ma è difficile abbandonare privilegi che danno potere, anche nella Chiesa.
[23] Mateos J. e Camacho F., Il figlio dell’uomo, ed. Cittadella, Assisi, 2003, 257.
[24] Idem, 236.
[25] Idem, 290.
[26] Idem, 292.
[27] Schillebeeckx E., Per amore del Vangelo, ed. Cittadella, Assisi, 1993, 267s.
[28] Politique et société: “Pape François, rencontres avec Dominique Wolton. Un dialogue inédit”. Editions de L’Observatoire, 2017.
[29] Colaianni N., Verso un pacifismo istituzionale? L’evoluzione della Chiesa cattolica, nel fascicolo 2/2024 dell’Editoriale scientifica – Conflitti armati, costituzionalismo e ordinamento internazionale.
[31] Questo è potuto accadere anche perché il conducente del primo carro armato aveva una coscienza (e non sappiamo neanche che fine ha fatto quel militare), perché avrebbe potuto proseguire e schiacciare l’uomo in camicia. Ricordate nei primi giorni di guerra il filmato di quel carro armato russo che scarta all’improvviso per schiacciare un’auto col suo guidatore che veniva tranquillamente dal senso inverso? Il conducente del carro armato russo era presumibilmente cristiano, quello cinese no.
[32] Ricca P., I cristiani davanti alla guerra in Ucraina, conferenza tenuta via Zoom al Centro Schweitzer di Trieste il 31.5.202