Il post-teismo di John Shelby Spong
di Dario Culot
Volume di Dario Culot che ripropone in una nuova veste editoriale, ed in un unico libro, molti dei suoi contributi apparsi sul nostro settimanale: https://www.ilpozzodigiacobbe.it/equilibri-precari/gesu-questo-sconosciuto/
Con questo importante numero del giornale (il n. 800, che vuol dire oltre 15 anni di vita), mi sembra appropriato cominciare ad affrontare un tema attuale ed altrettanto importante, quello del post-teismo, tema vasto e dalle mille sfaccettature.
Ovviamente senza alcuna pretesa di esaurirlo, comincerò a parlare delle 12 tesi esposte dal vescovo americano della Chiesa Episcopale John Shelby Spong,[1] che lo hanno fatto subito inquadrare fra i post-teisti. In effetti questo vescovo anglicano, criticato da alcuni e osannato da altri, ha cercato di spiegare perché il Credo del cristianesimo – così come viene ancora oggi spiegato, - non convince più, e occorre ripensare a Dio, fondamento di tutto il pensiero teologico, ma anche a tutta la teologia. Il post-teismo vuole disegnare un nuovo modo di intendere il cristianesimo, perché se di fronte alle solite affermazioni teologiche ci troviamo con sempre più domande senza risposta è comprovato che le vecchie formule non funzionano più e bisogna percorrere nuove strade. Il post-teismo è allora una proposta che dovrebbe aiutare a maturare e innovare, quando ci si rende conto che i vecchi paradigmi non si possono più condividere.
Vediamo di esaminare con la dovuta calma quanto espresso pacatamente da questo vescovo e teologo, il quale non fa alti discorsi filosofici/teologici che già di per sé sono difficili da capire per una persona comune; parla in maniera estremamente semplice e piana, in modo tale che tutti possono capire, e chiama in causa semplicemente la razionalità di ogni lettore.
Cominciamo dalla sua prima tesi, in cui afferma che «La comprensione di Dio nei termini teistici, come di “un essere” dal potere soprannaturale, che risiede da qualche parte fuori del mondo ma è capace d’intervenire nel nostro mondo con potere miracoloso, non è più credibile», per cui continuare con spiegazioni di questo genere vuol dire dare spiegazioni insignificanti e non più accettabili. Non è cioè più credibile l’idea di un Dio antropomorfo[2] che vive in un mondo parallelo al nostro, in una seconda realtà che noi non comprendiamo (trascendente), comunque in una sfera al di fuori della nostra realtà materiale e fisica (immanente). Ben pochi sono oggi quelli che credono anche al serpente (uno spirito fortissimo, meno forte di Dio ma più forte dell’essere uano) che tenta Eva.
Ciò che è sottinteso nei dogmi[3] è che il soprannaturale irrompe nella banalità della vita quotidiana. Ma non si crede più all’intervento di forze soprannaturali nella nostra vita e nella storia. Avete letto libri moderni che parlano di avvenimento politici, sociali o economici cagionati da forze soprannaturali come Dio, gli angeli, i demoni? No. Oggi si riconosce come reale solo l’avvenimento all’interno dell’ordine razionale.
Questo quadro fatto da due mondi paralleli, insegnato anche a noi nella nostra infanzia dal catechismo, non riesce più a dare risposte convincenti già alla prima domanda: se Dio può intervenire a suo piacimento, ed è infinitamente buon oltre che onnipotente, perché non è intervenuto subito e una volta per tutte ad eliminare il male?[4]
In passato questo Dio teistico era la risposta a quasi tutto ciò gli esseri umani non riuscivano a spiegare. Questo dava un forte senso di sicurezza e ancora molti non vogliono uscire da questo sistema di concepire Dio, sì che nella Chiesa si è creata una polarizzazione: quelli che vorrebbero tornare disperatamente al passato, quelli che aspettano grandi novità dal futuro[5]. Non è forse un caso se quelli che cercano totale sicurezza nella religione la cercano anche nella politica: amano uomini forti, sicuri, che non tentennano perché non hanno dubbi.
Il crollo della religione – fatto di cui nessuno dubita - è strettamente collegato al crollo del Dio teistico, il che
è avvenuto per gradi, quasi impercettibilmente nel passato e con sempre maggior velocità negli ultimi tempi: con Copernico e Galilei si è saputo che la Terra non è più al centro dell’universo. Sappiamo che la Chiesa ha processato Galileo per eresia, in quanto la Bibbia non poteva sbagliare essendo dettata da Dio,[6] e la Bibbia affermava che era il sole a girare attorno alla Terra.
Poi si è scoperto che il nostro sistema solare è ai margini della nostra galassia e che esistono migliaia e migliaia di galassie. Quindi è venuto a cadere l’idea che Di stia sopra di noi, sopra il nostro cielo, e se Gesù aveva insegnato a pregare dicendo “Padre nostro che sei nei cieli” vuol dire che neanche lui sapeva nulla delle nostre galassie e del nostro universo. È probabile che Gesù abbia condiviso un’immagine teista, comune nella cultura di allora, ma questo dimostra solo che anche lui era immerso nella cultura del suo tempo. Infatti condivideva appieno la cosmologia del suo tempo, un universo diviso in livelli con la terra al centro, il cielo dove abitava Dio di sopra e l’inferno di sotto. Quando pregava, infatti, alzava gli occhi al cielo (Gv 17, 1; e nel Padre Nostro, Dio si trova nei cieli – Mt 6,9). Oggi siamo tutti consapevoli che questa cosmologia era errata.
Ma se la Bibbia sbaglia, se Gesù non è onnisciente, crolla già una buona parte dell’insegnamento inculcatoci come verità assoluta.
Nel prosieguo del tempo, è arrivato Newton il quale ha spiegato che il nostro sistema solare funziona seguendo leggi naturali ben prevedibili. Poi la scienza ci ha spiegato che le malattie non dipendono dal volere di Dio, che ci castiga perché arrabbiato a causa dei nostri peccati, ma dai batteri e dai virus che colpiscono indistintamente santi e peccatori. Ci ha spiegato che le siccità e le inondazioni non sono di nuovo attribuibili a un Dio offeso dai nostri peccati, ma ad eventi climatici spiegabili naturalmente. Da tutto questo ha avuto inizio il declino del quadro teistico della religione.
Intorno alla metà dell’Ottocento, Charles R. Darwin, che da giovane aveva studiato per diventare prete, spiegava che l’essere umano non era poco meno degli angeli, ma poco più delle scimmie, e che la vita odierna era il frutto di una lunga evoluzione[7]. Il racconto biblico della Genesi, secondo cui c’era stata una creazione iniziale perfetta, entrava così in crisi, perché se non c’era stata alcuna perfezione originale, non poteva esserci stata alcuna caduta e men che meno un peccato originale. Se non c’è peccato originale non c’è bisogno di un battesimo per i neonati per la “remissione del peccato” e non c’è neanche bisogno di essere redenti da una caduta in realtà mai avvenuta. Il compito di Dio, allora non è salvarci dai nostri peccati,[8] ma sarà quello portarci lentamente alla completezza e alla pienezza dell’umanità. Crollava così altra buona parte dell’insegnamento impostoci. Eppure se solo guardiamo al Catechismo attuale, nei suoi 3000 articoli non usa una sola volta la parola ‘evoluzione’, il che – oggi come oggi - è inconcepibile, perché così si resta ancorati a un paradigma statico, mentre è stato ormai dimostrato che la realtà è dinamica. Detto in altre parole, anche la teologia deve oggi essere dinamica, e coniugarsi col modello evolutivo, perché questo modello a sua volta trova conferma nell’esperienza umana posto che la vita non è statica.
All’interno del paradigma statico la creazione è pensata come inizialmente perfetta. Nel caso in cui essa vada perduta, Dio interviene dal suo mondo parallelo per risanare quanto si è guastato o per attribuire una perfezione straordinaria a creature da lui scelte (tipo l’esenzione solo per la Madonna dal peccato originale). Questi suoi interventi consistono in un’azione che provoca direttamente cambiamenti nella natura delle cose o nelle vicende del mondo[9]. Ma col passaggio al paradigma evolutivo o dinamico si apre lo spazio per il divenire della perfezione e per una relazione continua del Creatore con la creazione. Il Creatore non si inserisce di tanto in tanto, quasi come un intruso, in modo straordinario negli eventi del mondo, ma è in una relazione continua fondante con tutta la creazione e con ogni creatura. Non è accettabile l’idea che Dio ha dato un impulso iniziale e poi è sparito dalla creazione, indaffarato in altre cose.
Nel Novecento, Sigmund Freud aveva studiato le dimensioni interne dell’uomo, le dimensioni inconsce della vita, e ha concluso che la religione non è altro che la proiezione in cielo di una figura protettiva da noi immaginata: non è l’uomo creato a immagine e somiglianza di Dio, ma siamo noi ad aver creato Dio a nostra immagine e somiglianza. Le liturgie religiose, concentrandosi sulla confessione delle nostre colpe, sulle richieste a Dio di aver pietà di noi, sulle suppliche di essere salvati facevano intravedere questo Dio come un genitore immaginario e punitivo.
A questo punto ci si è accorti che il Dio teistico, immagine divina presentataci per secoli, era un essere del tutto simile a noi esseri umani, eccettuati i nostri limiti: questo Dio era infinito e immortale perché noi eravamo consapevoli di essere finiti e mortali. Era onnipotente perché sapevamo che la vita umana è impotente. Era onnisciente perché sapevamo di essere limitati nella conoscenza. Solo una divinità priva dei nostri limiti era in grado di far fronte alle nostre ansie e fornirci la sicurezza che bramavamo. Abbiamo chiamato questa divinità “Padre onnipotente” e abbiamo scaricato su questa figura genitoriale soprannaturale, frutto di mera proiezione umana, tutte le nostre ansie. Le istituzioni religiose ne hanno approfittato, mantenendoci in questo stato infantile, senza farci assumere responsabilità, instillandoci più la paura di Dio[10] che l’amore, senza doverci preoccupare di cose che non comprendevamo: esse pensavano per noi e noi poveri comuni mortali dovevamo appiattirci sui pensieri pensati da altri, ben più saggi di noi[11].
Dunque, solo in tempi recenti ci si è convinti che la visione eteronoma del mondo (secondo cui Dio governa il nostro mondo dal suo mondo parallelo) è stata sempre come un assioma a lungo accettato ma mai dimostrato, e le spiegazioni scientifiche razionali sono state più che sufficienti a metterla in crisi. Come ben spiegato da un altro teologo post-teista, un nuovo assioma, quello dell’autonomia del mondo terreno ha lentamente soppiantato la visione eteronoma del mondo[12]. Per intenderci meglio, questo gesuita post-teista ha fatto qualche facile esempio: una volta scoperto come si formano i fulmini e come il parafulmine può evitare i suoi effetti devastanti, l’acqua santa e i salmi penitenziali hanno perso immediatamente e completamente il loro effetto di antidoto, ed è scomparsa pure la paura che Dio potesse scagliarli. Una volta scoperta la penicillina capace di distruggere i batteri, la peste non è stata più vista come un castigo di Dio per i peccati commessi dagli uomini. Lentamente, ma inesorabilmente, si è escluso che quell’altro mondo celeste interferisse continuamente nel nostro mondo terreno, perché si era capito che i fulmini, le malattie, i terremoti obbedivano a leggi interne di questo mondo, che era quindi autonomo senza dipendere dal mondo parallelo di lassù[13]. Perciò, conclude il gesuita Lenaers,[14] un mondo che è arrivato a prendere coscienza della sua autonomia non può più essere più teista, perché si è liberato dalla rappresentazione di un Dio interventista che lo dominava e decideva come e quando intervenire. Per di più, in questa immagine teista di Dio, c’era (e c’è) anche una bella dose di antropomorfismo, perché questo Dio è stato alla fine introitato nella comunità cristiana a nostra immagine: maschio, bianco, vecchio, con gli stessi sentimenti che agitano l’Uomo (rabbia, ira, amore).
Naturalmente, per i teisti, tutti i post-teisti sono atei rispetto alla loro concezione antropomorfica di Dio. Ma lo sono veramente? Non credo, perché respingere l’immagine di Dio accettata per secoli non nega l’esistenza di Dio: semplicemente si passa da un’immagine non più condivisibile a un’altra, probabilmente più ambigua, perché Dio viene inteso piuttosto come Mistero fontale ed eterno di tutto, ma sappiamo anche che ogni linguaggio su Dio è necessariamente sempre ambiguo perché «Dio nessuno l’ha mai visto» (Gv 1,18).
Non credendo più a quel Dio-Theós i post-teisti possono tranquillamente dialogare con gli atei e con gli agnostici, nonché con coloro che dicono di credere alla spiritualità ma non alla Chiesa, perché sono liberi di dialogare sul Mistero del cosmo, sulla sacralità del cosmo, della vita e della stessa materia, senza dover farsi imbrigliare dai dogmi che gli atei e gli agnostici non accettano[15].
Certo, iniziare a percorrere la strada del post-teismo, come dice Paolo Scquizzato, è inquietante, perché non sappiamo dove ci porterà questa strada. Sicuramente è una strada che è senza ritorno, perché percorrerla vuol dire passare una certa soglia. Passata questa soglia prendiamo atto che non si può più dire che “il vero è così, che si deve seguire la tradizione perché si è fatto sempre così”.
Altrettanto certo che, una volta rimosso dai cieli questo Dio antropomorfo (ricordato anche dal bellissimo dipinto della Cappella sistina, fatto da Michelangelo), non è che abbiamo risolto i problemi, anzi.
Il compito di una riforma, dice Spong,[16] non è quello di ridefinire Dio cambiando un’immagine limitata con un’altra parimenti limitata, ma di trovare un modo che ci conduca oltre il limite delle parole, tenendo presente che, essendo costretti a mettere in parole le nostre esperienze, non dobbiamo sorprenderci se una definizione umana muore, anche se è la precedente definizione di ciò che chiamiamo Dio.
La teologia post-teista era iniziata nel mondo protestante, con Rudolf Bultmann, il quale aveva insistito sulla demitizzazione delle Scritture; con Dietrich Bonhoeffer, il quale aveva impostato un cristianesimo senza religione;[17] con Paul Tillich, il quale aveva insistito nel sostenere che Dio non può venir definito come un essere, dovendolo definire in maniera impersonale, come la Base, il Fondamento di tutto l’Essere.
Il vescovo Spong si riallaccia a Tillich, affermando che un essere è un ente, un qualcosa che esiste nel tempo e nello spazio, per cui questa categoria non può essere usata quando si parla di Dio. Il problema, riconosce questo teologo, è che stante la nostra povertà di linguaggio legata al tempo e allo spazio, non possiamo parlare dell’ “Essere stesso” che esiste al di fuori del tempo e dello spazio. Forse avendo avuto simile intuizione agli ebrei era proibito pronunciare la parola Dio; per gli ebrei si poteva fare esperienza di Dio, ma non si poteva definirlo.
E anche per il cristiano, sappiamo oggi che l’esperienza è fondamentale. Stando al racconto del giudizio finale (Mt 25,31ss.) i salvati sono quelli che, quando Dio era comparso davanti a loro come un affamato, gli avevano dato da mangiare; quando era comparso come un assetato, gli avevano dato da bere, e così avanti. Nel sentire simile racconto, sia il gruppo che si era dato da fare per soccorrere chi era in difficoltà, sia il gruppo che non aveva fatto nulla per soccorrere gli altri resta sorpreso, perché nessuno nei due gruppi si era accorto della presenza di Dio, che non è un essere che si presentava come tale davanti ad essi, ma è presente nei volti di quegli esseri umani che sono in difficoltà, che normalmente sono invisibili soprattutto a chi sta bene (pensiamo alla storia di Lazzaro e del ricco epulone), che sono gli emarginati della società. Va anche rimarcato che al momento del giudizio non viene chiesto se hanno creduto in Dio, se hanno creduto che Gesù è Dio, se hanno creduto in Gesù come loro salvatore, se hanno partecipato al culto, se hanno obbedito al magistero. L’unica domanda è se hanno sperimentato o no Dio come parte dell’umano, senza alcuna separazione fra il divino e l’umano[18].
Ora, ogni esperienza, per essere condivisa con un altro, deve essere spiegata, ma per spiegare noi non abbiamo che parole umane, le quali non essendo in grado di cogliere l’essenza saranno necessariamente simboliche. La teologia non è che un tentativo di dare organicità alle spiegazioni, ma si resta sempre nell’ambito umano, che per natura è incerto, e già questo toglie quella sicurezza che in passato la Chiesa diceva di poter offrire[19].
Ogni persona umana, ogni soggetto, può non solo percepire, ma anche interpretare ciò che succede esternamente a lei. Ogni persona umana può sperimentare Dio rapportandosi con gli altri esseri umani che incontra. Ogni essere vivente può percepire di essere vivo, ma solo l’essere autocosciente (come l’uomo) può riflettere su questo fatto, interpretarlo, dire la parola “io” la parola “tu” e usare il verbo “essere”. Così l’uomo è già proiettato verso il trascendente, perché oltre ad essere consapevole di essere vivo riesce a percepire qualcosa oltre a sé stesso cui si sente in qualche modo legato[20]. Dio non è allora un essere come noi (quel vecchio con la barba bianca che vive in un mondo parallelo al nostro), ma può essere pensato come fonte della vita, come la forza della vita che è resa tanto più visibile per gli altri quanto più noi viviamo pienamente.
Infine, va riconosciuto che anche l’amore ci mette in rapporto con qualcosa che sta oltre noi stessi, con una forza che accresce la nostra vita, e che non si sperimenta separato dalla vita. L’amore non ha origine e non termina in noi. Lo riceviamo e solo dopo averlo ricevuto siamo in grado di trasmetterlo. L’amore ci relaziona a qualcosa che è reale ma che non possiamo né creare, né distruggere. Dio, di nuovo, è la parola con cui chiamiamo questa esperienza di amore. E se Dio è amore, l’unico modo per adorarlo è amando gli altri (come chiarisce il racconto del giudizio finale). Ma è altrettanto chiaro che anche se si può sperimentare Dio, nessun uomo ha il quadro di riferimento che gli permette di descrivere ad altri cosa significa essere Dio, perché Dio è trascendente, va oltre la sfera della competenza umana[21].
Spong ha dimostrato con ciò che Dio esiste? No. Non si può spiegare Dio, ma si può sperimentarlo non quando si cerca di convertire l’infedele, l’ateo, ma quando si riesce a dare vita agli altri, a far fiorire la vita negli altri. Questo si ricava dall’insegnamento di Gesù nei vangeli.
Uno dei tratti più caratteristici e più apprezzati del teismo è il fatto che conferisce a Dio un carattere “personale”. Ma pensare a Dio come persona è un ragionamento antropomorfico, e questa è anche una evidente debolezza del pensiero teista, poiché è chiaro che tale attribuzione è una proiezione umana, la quale ha immaginato un essere onnipotente, capace di distribuire ricompense e castighi, un Signore assoluto, tremendo “dio degli eserciti”,[22] che avrebbe scelto un popolo “speciale” per manifestarsi al mondo (il mito del “popolo eletto”, al di sopra degli altri, in logica consonanza con il carattere etnocentrico del livello di coscienza in cui quell’idea è nata) …, e che ci giudicherà dopo la morte.
Il termine persona riferito a Dio, inoltre, è limitante anche per gli sviluppi che questo termine ha avuto nella storia. Aveva affermato Carlo Molari, che l’esperienza di fede in Dio creatore può essere espressa in modo coerente nella prospettiva evolutiva ricorrendo alla terminologia di ‘energia’ attribuita a Dio in favore dell’uomo. Questa definizione rende meglio l’idea che l’azione creatrice di Dio è continuamente all’opera in noi, con l’offerta di nuovi doni di vita da accogliere. Il dato fondamentale del cammino di maturità della fede è costituito dall’esperienza di una forza, di una energia che ci sostiene, e questa è l’idea ispiratrice di tutto il pensiero teologico di Carlo Molari e della sua spiritualità[23].
Si è ribattuto: ma allora che cristianesimo ci consegna il post-teismo? Nella sua versione più radicale, come quella di Spong, Lenaers e Vigil, non siamo più dinnanzi al cristianesimo, ma ad un’altra prospettiva spirituale. Se si tolgono i cardini del cristianesimo, come l’incarnazione, la rivelazione e la resurrezione, non rimane più nulla di quel percorso e se ne apre un altro completamente diverso[24].
Altolà! Prima dobbiamo metterci d’accordo sul significato dei termini[25]. Si può allora obiettare che il post-teismo non è rinunciare alla divinità, perché resta il riconoscimento del Mistero, ma va esclusa dalla possibilità umana la conoscenza dell’essere di Dio. Ciò cui mira il post-teismo è eliminare l’assolutismo, il dogmatismo, la visione unica che porta allo scontro, tutti concetti strettamente collegati all’idea teistica di Dio. In altre parole, per il post-teismo è morto solo il Dio teista, anche se continuiamo a credere alla realtà divina. Lo facciamo decostruendo il teismo. Siamo alla ricerca di nuove immagini rifiutando le certezze dogmatiche del passato, rifiutando una religione che pretendeva di controllare tutti soprattutto attraverso la paura. Se un figlio cresce, quando diventa autonomo esce dalla casa dei genitori; forse anche i cristiani “cresceranno” quando abbandoneranno la casa del Dio genitore.
NOTE
[1] Si trovano in Spong J. S., Incredibile, Mimesis, Milano-Udine, 2020, 44ss.
[2] Che prova rabbia quando non seguiamo le sue leggi, che ci castiga quando non abbiamo seguite le sue leggi, che solo la Chiesa può interpretare.
[3] Il Concilio di Trento, Sessione V, decreto sul peccato originale, canone 1, in www.totustuustools.net/concili, colpisce con scomunica sia chi nega il peccato originale di Adamo ed Eva come fatto storico, sia chi nega che esso si propaghi per generazione, per cui siamo davanti a un dogma.
[4] Come ha ben chiarito don Carlo Molari nell’omelia per l’Immacolata Concezione, il bene può prevalere sul male nella storia degli uomini, ma la condizione perché questo avvenga è la fedeltà degli uomini, cioè le scelte storiche degli uomini. Se la Madonna non avesse detto “sì”, Gesù non sarebbe nato. Non ci sono altre vie di uscita, cioè Dio non può – nella storia – fare ciò che gli uomini non fanno. Invece noi abbiamo ancora un’immagine di Dio come se potesse fare le cose nella creazione e nella storia umana. Ma l’azione di Dio è divina, è creatrice, mentre la storia degli uomini è intessuta di azioni create e le azioni create non possono essere di Dio, le azioni create sono delle creature. L’azione creatrice, infatti, è più interiore delle azioni che le creature possono fare, perché alimenta, sostiene, rende possibile l’azione e la realtà delle creature. Ma non può mai sostituirsi alle creature, perché altrimenti non sarebbe storia creata, non sarebbe storia umana, o non sarebbe struttura della creazione, eventi della creazione: sarebbero eventi divini, ma gli eventi divini non costituiscono la storia umana, costituiscono l’avventura divina che noi non conosciamo, costituiscono la realtà divina; ma la realtà storica e la realtà della creazione può essere strutturata solo e costituita solo da azioni create. Vedi anche nota 25.
[5] Personalmente, credo che in tutti i campi (politica, relazioni sociali, religione) sia un errore rinchiudersi in sé stessi per paura del futuro; in tutti i campi occorre aprirsi, accogliere, mischiarsi senza paura, perché solo così ci si può arricchire.
[6] Il Concilio di Trento arrivò a dichiarare che la Bibbia e le Tradizioni furono dettate oralmente da Cristo oppure dallo Spirito Santo (Küng H., Infallibile? Una domanda, ed. Queriniana, Brescia, 1970, 246).
Oggi ci si è accorti che già Gesù aveva detto che la Bibbia era sbagliata: cfr. ad esempio nel mio Gesù, questo sconosciuto, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani, 2024, 107.
[7] Stando ai calcoli biblici, la Terra non avrebbe più di 6.000 anni; ma secondo la scienza i dinosauri sono scomparsi circa 65 milioni di anni fa, le prime tracce di ominidi in grado di camminare abitualmente sulle gambe sono state ritrovate in Kenya e risalgono a 5,8 milioni di anni fa; e l’homo sapiens calpesta la terra da circa 150.000 anni.
Oggi si accetta facilmente l’idea che anche per l’uomo ci sia un processo evolutivo: cambiano le modalità di percepire le cose, di vivere l’esperienza religiosa, compreso il rapporto con Dio. E già san Paolo scriveva: “Se uno è in Cristo è una nuova creatura” (2Cor 5, 17).
[8] Ricordate l’accusa che facevano a Gesù di accogliere i peccatori e mangiare con loro? (Lc 15, 2). Anche allora le persone pie e veramente religiose si rapportavano a Dio come giudice: cfr. nota 9.
[9] Ma vedi nota 3.
[10] Le minacce e le paure, riservate all’inizio a una certa elite, con centri concentrici si è estesa a tutti, in ciò favorite da sventure collettive immense (peste, guerre) I predicatori parevano aver ragione quando dicevano che l’uomo è colpevole o quando annunciavano castighi divini. Il risultato è stata una predicazione che parlava più della Passione che della Resurrezione, più del peccato che del perdono, più di un Dio-Giudice che di un Dio-Padre, più dell’inferno che del paradiso (Delumeau J., Il peccato e la paura, ed. Il Mulino, Bologna, 1987, 1007s.). Oggi non ci scandalizza vedere Gesù a suo agio in mezzo ai peccatori.
[11] Spong J. S., Incredibile, Mimesis, Milano-Udine, 2020, 70.
[12] Lenaers R., Il sogno di Nabucodonosor, ed. Massari, Bolsena /VT) 2009, 21ss.
[13] Lenaers R., Benché Dio non stia nell'alto dei cieli, ed. Massari, Bolsena (VT), 2012, 16.
[14] Idem, 274.
[15] Come ho scritto nel libro Gesù, questo sconosciuto, a mio avviso il cristianesimo non parla di un Dio che è sceso in Terra partendo da un mondo parallelo al nostro, ma di un essere umano come noi, vero uomo dunque, in cui - a differenza di noi - Dio si è fatto profondamente presente e visibile. È ovvio che simile idea si scontra con l’insegnamento impartitoci e più specificamente con la definizione teista di Dio, che a lungo ha inciso anche sulla definizione di Gesù. Nella visione post-teistica, in quell’essere pienamente umano si è fatto visibile il divino, nel senso che ci ha permesso di vedere uniti l’umano e il divino.
[16] Spong J. S., Incredibile, cit., 73s.
[17] Gesù è stato un uomo considerato molto pericoloso per il Tempio (Gv 11, 48), una minaccia per i sacerdoti e per la Religione. Il prof. Castillo – che ho richiamato tante volte nei miei scritti - ha correttamente annotato che questo dimostra che la Religione non sopporta il Vangelo. È un dato di fatto che la “condotta” (Mt 11, 2) di Gesù abbia sconcertato persino Giovanni Battista, per cui non deve stupire che la Religione si sconvolga ancora oggi dinanzi al Vangelo. Il Dio del Vangelo si fa conoscere nelle opere di Gesù (Gv 5, 20. 36; 9, 3 s; 10, 25. 32.37 s): «se non credete a me, credete almeno alle opere». Cioè: credete alla mia condotta. Che condotta? Dare la vita: al paralitico, al cieco, al defunto, al povero, all'indifeso.
Nella Religione la condotta è esattamente l’opposto. Perché non è una condotta essenzialmente “per gli altri”, bensì, prima di tutto, “per sé stessi”: è la sottomissione, l’obbedienza, la stretta osservanza, la subordinazione «a superiori invisibili», a questo Dio invisibile e giudice inflessibile.
Dunque, per Castillo esistono due forme di relazione con Dio, “per sé” o “per gli altri”, e il problema che si è presentato fin dai primi secoli nasce dal fatto che la Chiesa si è comportata in maniera tale che, pur dichiarando ai avere la sua origine in Gesù e nel suo Vangelo, ha finito per fondere, in una difficile e contraddittoria unità, ciò che nella “teologia narrativa” dei vangeli si mostra e si vede come lo scontro mortale tra la Religione e il Vangelo.
Alla fine, per noi che ci dichiariamo credenti, resta una fondamentale domanda: crediamo nel Dio della Religione o crediamo nel Dio del Vangelo?
[18] Spong J. S., Incredibile, cit., 77s.
[19] La Chiesa si è sempre sentita spinta a suonare il motivo-melodia della decadenza umana, presentandosi come unica solida fortezza che resiste alle tempeste del tempo (intervista al cardinale Reinhard Marx in “il venerdì di Repubblica”, n.1397/2014, 18).
[20] Spong J. S., Incredibile, cit., 81.
[21] Idem, 86.
[22] Cfr. 1Sam 17, 45; Ger 7, 21; Is 25, 6; Sal 84, 2; e ancora quando ero ragazzino si usava nella nostra liturgia questo titolo: “Santo! Santo il Signore Dio degli eserciti, i cieli e la terra sono pieni della tua gloria”, mentre oggi si dice “Signore dell’universo”.
[23] Molari C., Gesù è Dio? La Cristologia nella riflessione del teologo Carlo Molari, Ravenna, Quaderno n.10 del 24.4.2023, 62.
[24] Cugini P, A quale cristianesimo pensa il post-teismo?, “AcrO-Pólis” 22.10.2023, 1.
[25] L’incarnazione può essere definita come il flusso di vita che la Parola creatrice immette nella realtà umana di Gesù perché giunga al compimento della sua identità filiale. E questo flusso si compone di due azioni: accogliere la forza creatrice e donarla. L’azione della Parola divina non può esprimersi sulla terra se non diventa azione di creature, cioè se non viene accolta e non viene tradotta da persone umane in pensieri nuovi, in gesti nuovi. Gesù di Nazareth non è tanto un Dio che si fa carne, ma un uomo che “incarna” la divinità: vita donata, amore, umanità in pienezza. Ecco il senso dell’incarnazione: Dio non interviene direttamente nel Cosmo e nella creazione ma dona la sua forza creatrice perché noi umani “incarniamo” in azioni e parole umane la sua energia. Gesù è l’uomo che ha “incarnato” in azioni e parole l’energia creatrice di Dio: per questo è diventato uomo perfetto, e per questo amore è risuscitato. Questa è la legge dell’incarnazione (Molari C., Gesù è Dio? La Cristologia nella riflessione del teologo Carlo Molari, Ravenna, Quaderno n.10 del 24.4.2023,17). Vedi anche nota 4.
Non occorre più intendere l’Incarnazione come la discesa in terra di un essere celeste, una persona divina che mantiene la sua natura divina e dopo essere entrato nel corpo di una donna se ne esce anche con la natura umana. Chiaro che chi mantiene questa idea è più colpito ancora oggi dall’onnipotenza di Dio che dalla vulnerabilità dell’incarnazione.