Il senso delle parole
di Dario Culot
Immagine IA elaborata per questo contributo di Dario Culot
Forse a qualcuno sembrerà strano, ma noi spesso usiamo le parole dando loro un significato diverso da quello che hanno, confondendo così chi ci ascolta o chi ci legge perché chi ascolta e chi legge crede di trovare in esse un punto fermo, un riferimento oggettivo ben preciso. Le persone devono allora essere educate anche ad usare correttamente le parole (e questo dovrebbe essere fatto soprattutto a scuola), perché questa capacità non è affatto innata e naturale.
1. Partiamo proprio dalla parola “naturale”. Nell’ambiente cattolico si dice spesso che ci sono cose “secondo natura” e cose “contro natura” che non devono essere fatte e se fatte vanno combattute e sradicate. Per i credenti le cose contro natura vanno contro il disegno di Dio stesso. Secondo natura, è sempre bene, perché voluto da Dio che ha creato la natura; contro natura, è male, perché non voluto da Dio.
È stato giustamente fatto notare che a volte, nel regno degli uomini e degli animali, nasce qualcuno che esce dalla regola maggioritaria. In pratica nasce diverso dai suoi simili, e per questo viene maltrattato, isolato, discriminato. I normali lo giudicano un’offesa alla natura, alle regole del Creato, all’ordine delle cose stabilite da Dio; anzi, non solo da Dio ma anche da loro stessi; e sono offesi se l’intero mondo non soffre con loro per questa offesa, per cui infieriscono come se solo essi fossero i depositari di come si deve o non si deve essere[1]. Di più: essi ritengono che sia loro preciso dovere quello di rivelare agli altri i veri disegni che Dio aveva fatto su tutti gli altri esseri viventi, fin dal profondo dell’eternità[2].
Il problema è che, quando cerchiamo di stabilire oggettivamente cosa vuol dire “secondo natura”, non riusciamo di solito a dare una risposta chiara, lineare e condivisa da tutti: dovremmo infatti dire che se una cosa succede in natura è “secondo natura”, perché Dio l’ha prevista e messa in conto; se non è prevista dalla natura, e quindi da Dio, è “contro natura”. Ma se questa definizione fosse corretta, dal momento che porto gli occhiali mentre la natura non ha creato gli occhiali, il mio modo di vivere sarebbe “contro natura” perché solo quello che accade in natura è “naturale”. Sarebbe andare contro il disegno di Dio anche prendere l’auto o il treno per spostarsi. Anche questi mezzi non sono prodotti naturali; se li avesse voluti, Dio li avrebbe fatti fare dalla natura, come ha fatto il cavallo. Quindi, spostarsi a cavallo è “secondo natura”, in auto o in aereo è “contro natura”. Guarda caso, proprio seguendo questa linea di pensiero, papa Gregorio XVI considerava il treno un’opera infernale perché superava i limiti imposti all’uomo dalla natura[3]. A dire il vero, 50 anni più tardi, anche Gandhi la pensava come il papa, e riteneva che le ferrovie favorissero la diffusione di malattie ed accentuassero la natura cattiva dell’uomo, posto che attraverso esse i malvagi potevano portare a termine i loro progetti diabolici molto più velocemente:[4] ma almeno il mahatma non si richiamava al concetto di “secondo natura - contro natura” usato tipicamente dalla Chiesa.
Orbene, questa idea è andata avanti per secoli nella Chiesa, tanto che già nel IV secolo il vescovo di Brescia Filastrio, nell’elencare le 156 eresie, aveva messo al 102° posto i terremoti, ammonendo che era eretico chi credeva che i terremoti fossero causati dalla natura e non dipendessero dall’indignazione di Dio,[5] per cui costruire con criteri antisismici era come voler fermare la mano vendicativa di Dio, era andare contro la sua volontà, e quindi contro natura. Questa era la religione, e ancora oggi è purtroppo la religione in cui molti credono: non è un caso se a Radio Maria si proclamava (venerdì 10.4.2009) che il Signore ha voluto che nella settimana santa anche gli aquilani colpiti dal terremoto partecipassero alla sofferenza e alla passione di Gesù Cristo,[6] o se – sempre a Radio Maria (mercoledì 16.3.2011) - il professor de Mattei collegava il terremoto e il maremoto che avevano colpito il Giappone all’ira e ai castighi di Dio. Se poi il castigo di Dio colpiva anche i buoni e non solo i cattivi, questo era evidentemente un effetto collaterale, ma non c’era da preoccuparsi perché i buoni andavano comunque in paradiso. Concependo la religione in questi termini, c’è spazio solo per il peccato e la paura di Dio,[7] non per l’amore. In effetti, partendo dall’idea che ciò che è secondo natura è necessariamente buono, ci si rendeva conto che i terremoti non sono affatto buoni; ma siccome la Chiesa ha sempre pronte tutte le spiegazioni, ecco che li si giustificava col castigo divino.
Ricordate per quanti secoli i mancini sono stati corretti a viva forza, perché solo i destrorsi erano “secondo natura”? Del resto, come si è visto il mese scorso nell’articolo su Roma, la parola ‘sinistro/a’ era carica di negatività perché per i sacerdoti àuguri ciò che arrivava da sinistra aveva significato nefasto.
Finalmente, però, ci si è accorti che, se un essere umano ha in sé una preferenza innata, è impossibile definirla “contro natura” perché quella preferenza ce l’ha proprio “naturalmente”.
Il generale Vannacci ha detto che la nostra pallavolista Egonu (che parla dialetto veneto come e meglio di noi perché fin da piccola ha parlato questo dialetto) – non può essere vera italiana, perché se chiediamo a un giapponese di disegnare un italiano mai lo disegnerà di pelle nera. Non sarebbe quindi “naturale” disegnare un italiano con la pelle nera[8]. Il generale confonde evidentemente ciò che è naturale con ciò che è più frequente. La maggior parte degli italiani, se è per questo, ha i capelli scuri: significa che un italiano biondo sarebbe “contro natura”, visto che un giapponese disegnerebbe biondo uno svedese, ma mai un italiano? In realtà, in barba a quanto pensa il gen. Vannacci, è italiano chi ha la cittadinanza italiana, ed è la Costituzione a garantire i diritti, a stabilire a quali soggetti riconoscere cittadinanza, non ponendo comunque fra le condizioni per ottenerla che uno sia biondo, moro o rosso, o che sia bianco, giallo o nero.
Oppure teniamo presente il problema ancora irrisolto dell’omosessualità, considerata male perché “contro natura”. Di nuovo si confonde il normale con il più frequente. Quando si fa notare a questi signori che la scienza ha documentato comportamenti omosessuali in circa 1.500 specie di animali, sia in cattività che in ambiente naturale, sia fra gli insetti, che fra gli uccelli ed i mammiferi,[9] torna a riemergere inconfutabilmente il fatto che ciò che accade in natura, di per sé stesso, è “secondo natura” e non può essere mai “contro natura”. E allora? “Ma è la sacra Bibbia a dire che l’omosessualità è un abominio presso Dio” (Lv 18,22) replicano. Sì, ma se è per questo è abominio presso Dio anche mangiare crostacei (Lv 11,10), mentre la stessa Bibbia ammette anche che si possono comprare degli schiavi (Lv 25,44) e che sia messo a morte chi lavora di sabato (Es 35, 2), e che Giosuè, con l’aiuto di Dio, ha fermato il sole a Gabaon per avere luce a sufficienza per sconfiggere i nemici (Gios 10, 12-14), tanto che la Chiesa voleva mettere sul rogo Galileo che negava questa verità divina[10]. Forse non a caso Gesù ha detto che non tutta la Bibbia è parola di Dio, il che sottintendeva che Dio non poteva essere l’autore della Bibbia e che la Bibbia era stata scritta dagli uomini (Mt 15,1-14 ; Mc 7,1-16). Per di più Gesù non ha mai speso una parola contro la sessualità, diventata invece cavallo di battaglia della Chiesa.
Allora, non potendo confutare neanche queste argomentazioni, i depositari di come si deve o non si deve essere fanno notare che l’omosessualità, anche se fosse presente in natura, resta un male perché non contribuisce alla procreazione, scopo primario del matrimonio fino agli anni ’80 del secolo scorso secondo la Chiesa. Ma è stato giustamente obiettato[11] che questo non è il solo caso di un impiego dei nostri organi per funzioni diverse. Anche il cervello si è sviluppato per catturare prede e orientarci nello spazio, non certo per comporre versi poetici. Quindi tutti i poeti sono “contro natura”?
Dunque, se la natura offre mille possibilità diverse, dovremmo evitare di imporre agli altri l’idea che tutto ciò che non è conforme al nostro modo di pensare, alle nostre abitudini, sia di per ciò solo anche “contro natura”. Finalmente anche nella Chiesa si comincia a passare da un pensiero unico e totalizzante a una visione pluralista della realtà non più unitaria, ma frammentata e discontinua. Non esiste la Verità, ma esistono le verità[12]. Però, per imparare tutti a diventare capaci di confrontarci con le differenze, ci vorrà ancora molto tempo e tanta fatica. Ed è stato correttamente detto che finché non si supera la mentalità delle verità assolute, che fanno scontrare le religioni, non ci sarà pace nel mondo[13].
2. Pensiamo allora anche alla parola pace. Pace non è certamente solo il contrario di guerra, anche se molti pensano che quando non c’è guerra ci sia la pace. Si può vivere malissimo anche in mancanza di guerra. Comunque va ricordato che sia la pax romana nell’area mediterranea durata per secoli,[14] sia la pax mongola fra Asia ed Europa durata due secoli, erano state precedute – come normalmente ogni pace,- da ferro, fuoco, conquiste, morti e distruzioni, a dimostrazione che è difficile ottenere la pace attraverso la pace.
Il poeta e filosofo francese Paul Valéry, morto nel 1945, aveva dato questa bella definizione di guerra: “La guerra è un posto dove i giovani, che non si conoscono e non si odiano, si uccidono in base alle decisioni prese da vecchi, che si conoscono e si odiano, ma non si uccidono”. Ma che definizione possiamo dare alla parola “pace”? Oggi questa parola non può essere più usata neanche da sola, perché dobbiamo per prima cosa chiederci: che tipo di pace vogliamo? Infatti oggi la parola pace è usata in modi diversi, e non per tutti ha lo stesso significato.
Il Patto di Monaco (29 settembre 1938), cioè il cedimento delle nazioni democratiche europee alle pretese minacciose di Hitler, fu chiamata pace, mentre è stata una semplice una resa all’altrui minaccia di violenza, perché sono state abbandonate a sé stesse le vittime dell’aggressione nazista (le popolazioni dei Sudeti). Il bello è che – con quell’accordo chiamato “pace” - non si è riusciti neppure a salvare la pace, perché neanche nel giro di un anno è poi scoppiata la seconda guerra mondiale. Dunque, il pacifismo da bandiera bianca (tanto di moda anche oggi) storicamente porta facilmente alla guerra, perché l’aggressore che si sente forte ha sempre più appetito e prende in considerazione l’altro solo se ritiene che l’altro abbia una potenza militare quanto meno pari alla sua[15].
L’uomo è simile a un animale carnivoro che impone all’erbivoro più debole la legge del più forte. Il più debole può tentare di fuggire, ma non vive in pace. È difficile che, in natura, una tigre carnivora attacchi un elefante erbivoro, non perché i due dialogano, ma perché la tigre sa che l’elefante è forte, molto forte. Anche gli animali aggressivi attaccano il più debole. Anche fra gli uomini, tutti rispettano chi è forte, tant’è vero che il rapinatore aggredisce la vecchietta, non Bud Spencer che ha il pugno proibito.
Oggi, per l’Ucraina. molti di coloro che inneggiano alla pace pretendono in realtà la resa dell’Ucraina. Ma quella sarebbe vera pace, o ripeteremmo semplicemente l’errore di Monaco?
Probabilmente, al momento, parlando di pace fra Russia e Ucraina, come fra Israele e Gaza non si può chiedere e ottenere molto di più di una tregua, più o meno prolungata, che ovviamente non è ancora pace anche se non è più guerra. Fra popoli che si odiano è difficile pensare che noi, dall’esterno e con scarsa autorevolezza, saremo così bravi da far diradare quell’odio. Perciò nessun negoziato sarà definitivo, ma per intanto possiamo e dobbiamo accontentarci di ibernare la guerra. Per intanto, se non vogliamo assistere passivamente alla conta dei morti, dobbiamo cercare almeno di separare i contendenti e far sì che smettano di spararsi addosso. Però, a questo punto, vediamo di essere seri e di usare le parole giuste, senza parlare a sproposito di pace.
Anche il non prendere posizione (cioè né con la Russia, né con l’Ucraina) è una soluzione che accetta lo stato di fatto, accetta cioè la situazione che il più forte è riuscito finora a creare a proprio vantaggio con l’uso della violenza. In altre parole se non ci si schiera con la vittima aggredita ci si schiera (anche non volendolo) con l’aggressore. Non si può restare neutrali neanche sventolando le bandiere arcobaleno e gridando “pace”, perché – come diceva quasi duemila anni fa l’imperatore romano Marco Aurelio - spesso commette ingiustizia non solo colui che fa qualcosa, ma anche colui che non la fa.
La prima domanda allora da fare ai pacifisti nostrani: ritenete lecito cambiare le frontiere europee invadendo il proprio vicino, proprio come ha fatto la Russia dopo l’invasione su vasta scala dell’Ucraina nel 2022? O, in altre parole, ritenente che gli Stati debbano rispettare le leggi internazionali, anche se questo limita la loro libertà d’azione? Può il mondo accettare che alcuni Paesi siano più sovrani di altri solo perché militarmente più forti? Ci può cioè essere una pace giusta dimenticando del tutto cosa afferma il diritto internazionale? Evidentemente le risposte dovrebbero essere un fermo “no”, ma sappiamo anche bene che la storia premia i vincitori, e non i giusti, e sono sempre i vincitori a riscrivere poi il diritto e la morale a propria immagine. Perciò possiamo capire, ma non giustificare Putin.
Altra domanda: come mai s’invita alla resa l’Ucraina, ma non Hamas a Gaza, visto che anche lì non vige alcuna legge internazionale ma solo il disordine e l’arbitrio del più forte? Allora i pacifisti sono tali solo a metà, e in realtà sono pacifinti che semplicemente appoggiano una parte politica a discapito dell’altra indorando la loro ideologia con parole altisonanti come “pace” e cose del genere, ma in realtà invocano la pace solo per indebolire l’Occidente (USA in testa). Anzi, la loro massima aspirazione è quella di vedere umiliati tutti i Paesi ex colonizzatori occidentali. Il resto non interessa,[16] come se la Russia (fin dai tempi degli zar) non avesse a sua volta svolto una politica imperialista.
La realtà che tutti abbiamo sotto gli occhi è che il mondo è sempre più insicuro e che i conflitti aumentano. Il desiderio di pace pretende di piegare questa triste realtà ai propri desideri, ma la realtà non si piega ai desideri. Quindi l’impressione è che i pacifisti, che vogliono veramente la pace e non la sconfitta dell’Occidente, si siano più che altro impantanati in un pacifismo astratto e retorico, incapace di suggerire soluzioni concrete. Il sogno di pace che dopo la fine della II guerra mondiale sembrava ormai un dato acquisito per diritto naturale, e nel quale ci siamo cullati per 80 anni (cosa mai successa in precedenza nella storia europea) è andato in mille pezzi. Noi europei potevamo dedicarci al welfare perché si dormiva tranquilli sotto l’ombrello difensivo americano e non dovevamo occuparci di politica estera lasciando anche questa agli USA. Oggi, sparito questo collante grazie a Trump, facciamo fatica a guardare in faccia la nuova realtà.
Quando è morto il “collante” Tito, anche la Jugoslavia si è dissolta in pochissimo tempo, e con una guerra brutale, non in maniera pacifica. Temo che anche l’Europa, sempre più litigiosa e poco incline a cooperare, fallirà nel perseguire l’interesse comune[17].
C’è chi sostiene che una pace ingiusta sia preferibile a una guerra ingiusta[18]. Ma se uno viene nel tuo garage e ti porta via l’auto, gliela cedi pur di vivere in pace anche se il furto è ingiusto? E se poi, vedendo la tua remissività, entra a casa tua e ti dice: “questa stanza è mia!”, gliela cedi pur di vivere in pace? E se poi si prende tutta la casa e ti invita ad andartene se non vuoi sottostare alle sue regole, cosa fai? Per un certo periodo, sottomettendoti, hai vissuto in “pace”, ma forse solo credevi che quella fosse pace. Il più forte è sicuramente in grado di imporre la sua legge, ma non può decidere che è anche giusta, e mai ci può essere vera pace senza giustizia[19]. Obbligare con la forza gli altri ad accettare le proprie condizioni non può essere mai giusto. Dunque, una pace giusta si può costruire solo resistendo all’ingiustizia, altrimenti sosteniamo comunque gli aggressori che obbligano tutti gli altri a subire il loro dominio ovunque s’imponga la loro forza.
Ora nessuno è così ingenuo da pensare che la forza non conti,[20] ma se vogliamo mantenere vivi i nostri valori (che non sono tutti da buttare, altrimenti non avremmo tanta gente che vuol emigrare verso Europa, ma andrebbe verso la Russia o la Cina) dobbiamo anche evitare di pensare che essa sola conti. È un dato ormai riconosciuto da tutti che, al momento, non esiste nel mondo una forza al di sopra delle parti, capace di imporre a tutti i bulli il rispetto del diritto internazionale sanzionandoli adeguatamente (come ci si è illusi potesse fare l’ONU). Per questo chi si sente bullo[21] sa di aver sostanzialmente mano libera nell’uso della forza che è in grado di mettere sul campo, regolando così le questioni che lo riguardano. Il bullo pesa amici e nemici solo sul piano della forza, per cui comprende molto bene il linguaggio della forza. Temo allora che la pace venga solo quando c’è equilibrio nei rapporti di forza. Sicuramente la pace non viene dalla volontà del più debole che desidera solo essere lasciato in pace. Men che meno bastano le belle esternazioni di pace e appelli al cessate il fuoco per far arrivare una pace giusta[22]. Quanto volte il papa ha invitato alla pace attraverso il dialogo, a farla finita con la guerra: e cosa ha ottenuto?
E allora il riarmo non servirebbe forse a scoraggiare la Russia dal tentare nel prossimo futuro altre ‘operazioni speciali’[23] contro altri Paesi europei. Forse l’unico modo di garantire all’Europa lo status quo, che noi chiamiamo pace, è elevare la nostra capacità di dissuasione, perché solo l’Europa potrà proteggere l’Europa. Altrimenti l’Europa, stretta fra Russia e USA rischia di fare la fine della noce fra le due lunghe leve dello schiaccianoci.
Quando Maria Zakkarova, la portavoce del Ministero degli esteri russo, ha detto che l’Italia non ha nulla «con cui difendersi»,[24] ha detto una triste verità e ha fatto una minaccia neanche tanto velata. Se solo si guarda alla spesa militare russa (oltre il 40% del suo budget[25]), essa non può riguardare solo il conflitto con l’Ucraina. Si tratta di spesa che si fa per continuare poi ad avere una posizione aggressiva nei confronti degli altri Paesi, anche senza volerli direttamente invadere. Perciò fa sorridere Putin quando, alla fine di giugno, ha detto che se la Russia ha deciso di far scendere le proprie spese militari, e l’Europa di farle salire al 5% del PIL, è l’Europa ad essere aggressiva. Ma se la matematica non è un’opinione, fra chi scende da 20 a 10 e chi sale da 2 a 5, il primo spende sempre molto di più. Perciò bisogna essere proprio ciecamente innamorati di Putin per pensare che basta far finta di niente, basta dire che non siamo nemici dei russi, e non ci succederà nulla e vivremo in pace felici e contenti.
Dunque, quando sentiamo la parola pace, ricordiamoci che, al pari delle parole giustizia e libertà, sono concetti astratti, per cui queste parole sono facilmente manipolabili e facilmente subiscono distorsioni. Certamente “Tutti vogliono la pace” (anche Putin,[26] anche Zelensky, anche noi), ma almeno ricordiamoci che i modi per volerla sono diversi. Quale persona appena normale non vuole le guerre, non vuole la fame nel mondo, non vuole la povertà? Ma essendo noi tutti sostanzialmente privi del potere di risolvere questi problemi immensi, preferiamo restare nell’astrattezza dove bastano le buone intenzioni,[27] mentre quando si passa alla concretezza (cioè cosa fare qui e ora) mancano le idee. Perciò, allo stato attuale, le opzioni concrete sul tavolo sembrano essere solo due (se ne avete altre, esternatele!): sventolare le bandiere arcobaleno davanti ai carri armati restando disarmati,[28] sicuri che così si fermino[29]. Oppure avere una capacità di difesa sufficiente per scoraggiare chi pensa di aggredire”[30]. Tertium non datur (non c’è una terza via). Dire “dialogare” non è una terza via. Anche papa Francesco aveva detto che è impossibile dialogare se non si riconosce che lo Spirito ha seminato negli altri un dono di cui anche noi possiamo godere[31]. E allora come si può dialogare con Putin il quale – dall’alto della sua forza,- sostiene che gli ucraini facciano parte del popolo russo e quindi sono Russia, e soprattutto ha puntato tutto (ormai anche la sua sopravvivenza politica, perché i russi accettano tutto tranne uno zar che perde) nella ricostituzione dell’impero zarista? Se ai confini d’Europa ci troviamo una Russia aggressiva e potente che nega la sovranità nazionale di un vicino indipendente (riconosciuta solo qualche anno fa con un trattato sottoscritto da lei stessa, ma oggi ridotto a coriandoli) quale spazio di dialogo vedono i nostri pacifisti? O forse per i pacifisti vale ancora quanto diceva il cardinale Richelieu nel 1600: “Chi ha la forza ha il diritto, e chi è debole solo con difficoltà può evitare di aver torto nell’opinione della gran parte del mondo”.
E, allo stesso modo, i pacifisti ci possano spiegare come si può dialogare con Hamas che nel proprio statuto costitutivo prevede la eliminazione totale di Israele (a prescindere dal tempo che servirà) da un territorio che lui considera musulmano e illegittimamente occupato dagli ebrei? Evidente che per questi soggetti[32] il cd. dialogo è solo una strategia per guadagnar tempo e prepararsi meglio al prossimo attacco. Insomma, dire belle parole è facile, dialogare è difficile. Non si può dialogare se non si è pronti a un’intesa. E allora, per dialogare dialogare veramente, occorre che entrambi i contendenti si aprano alle opinioni dell’altro, non respingano in blocco le idee dell’altro solo perché non combaciano con i propri punti di vista. “Se vuoi dialogare non ti imporre come un tutto insostituibile. Non sei che un pezzetto” diceva dom Helder Camara[33]. Finché anche una sola delle due parti in lotta è dominata da un impulso interiore fatto di totale ostilità e intransigenza, scatta come una molla quando l’altro esprime le sue ragioni, si esprime in giudizi estremi, in reazioni violente, in desideri di castigo della controparte, in rifiuto di ogni comprensione, in imposizione delle proprie idee, il dialogo e anche la pace restano una pia illusione.
NOTE
[1] Corona M., Torneranno le quattro stagioni, ed. Mondadori, Milano, 2010, 139.
[2] Mauriac F., La farisea, ed. Oscar Mondadori, Milano, 1970, 74.
[3] Kelly J., Vite dei Papi, The Oxford Dictionary of Popes, 1986, a cura di Riccio A., ed. Piemme, Casale Monferrato (AL), 1992, 513.
[4] Gandhi, Vi spiego i mali della civiltà moderna – Hind Swaraj, ed. Gandhi, Pisa, 2009, 61ss.
[5] Rumiz P., Quel rombo premonitore, “La Repubblica” 6.8.2009, 33
[6] Riportato da Molari C., Superamento dei modelli e dei linguaggi, in “Rocca”, n. 4/2010, 52.
[7] Nel caso della peste del Seicento, mentre i sapienti (vedasi il don Ferrante del Manzoni A., I promessi sposi, ed. La Nuova Italia, Firenze, 1987, 512) andarono a cercare la causa nella corruzione dell’aria, causata da fenomeni celesti, da emanazioni, congiunzioni, eccetera, la massa aveva cominciato a dare la caccia all’untore (sempre il Manzoni, op. cit., 579 ss.); la Chiesa aveva naturalmente propugnato la tesi apocalittica individuando nella peste il flagello mandato da Dio per punire l’umanità peccatrice. Il caso della peste intesa come punizione di Dio risultava alla fine più “tranquillizzante”: «Bisogna accettare docilmente questa punizione e non temere di morire di peste; se si hanno delle responsabilità, fuggire è un peccato e restare un atto meritorio» (Delumeau J., La paura in Occidente (secoli XIV-XVIII), ed. SEI, Torino, 1983,206).
[8] Una volta si parlava di “razza”. Oggi, nella cultura woke (cioè del politicamente corretto), non si usa più la parola “razza” perché è stato dimostrato biologicamente che il termine non ha senso. Ma le idee che la parola esprimeva sono rimaste. Oggi si parla di identità biologica e culturale che ogni uomo (anzi essere umano per parlare politicamente corretto, altrimenti si discriminano le donne) riceve dalla nascita, e questa identità non è modificabile per cui uno straniero non potrà mai assumerla: in questo consiste l’identità biologica, che non può essere conferita neanche con la cittadinanza (secondo il generale Vannacci). Ma come diceva Montaigne c’è altrettanta differenza fra noi e noi stessi che fra noi e gli altri: se già l’identità individuale è un concetto problematico, quella collettiva è pura fantasia (riportato in J. Cercas. Il folle di Dio alla fine del mondo, Guanda, Milano 2025, 26).
[9] È di qualche anno fa l’immagine di due leoni gay che ha fatto il giro del mondo, in http://www.corriere.it/foto-gallery/animali/16_aprile_14/botswana-savana-l-amore-gay-due-leoni-1781f8da-022c-11e6-9f07-f0b626df35ca.shtml
[10] E, a proposito, non è quanto meno curioso che la Chiesa, per affermare una pretesa verità (che oggi sappiamo per di più essere sbagliata) usasse tranquillamente una violenza omicida contro chi si presentava portatore di una verità diversa?
[11] Bonazzi M., In tempi complessi si invocano regole “secondo natura”, in “7 corriere”, 6.6.2025, 14.
[12] Richiamo questo esempio, tratto dal mio Gesù, questo sconosciuto, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani, 2024, 234ss., dove parlo del cosiddetto relativismo: immaginiamo un treno che viaggia velocemente da Trieste verso Venezia, e un signore va verso il bagno in coda al treno. Per un passeggero seduto nello stesso vagone quel signore si sta spostando verso Trieste. Ma per un osservatore a terra quello stesso signore si muove invece verso Venezia. Questa è una ‘verità’ del relativismo.
[13] Castillo J.M., I poveri e la teologia, ed. Cittadella, Assisi, 2002, 257.
[14] La pace imposta dall’impero romano, non tollerava ribellioni al suo dominio, tanto da far dire a Tacito (Agricola 30) che i romani facevano un deserto che poi chiamavano pace; cioè il loro ordine era creato con brutale violenza. Pensiamo solo a cosa è successo agli ebrei che si erano ribellati, dopo la distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C. e la grande dispersione del 135: la diaspora. Sparsi per il mondo, sono potuti tornare nella terra dei loro avi costituendo uno Stato solo nel 1947, tanto che molti giovani oggi pensano che la Palestina sia stata da sempre abitata solo dai palestinesi, e che quella degli ebrei sia stata un’irruzione imposta dall’ONU in terre che mai erano state degli ebrei.
[15] Pensiamo alle pagine scritte dallo storico greco Tucidide (Libro V della Guerra del Peloponneso di Tucidide (Traduzione di Ezio Savino), ed. Garzanti, Milano 1974, 372ss.) il quale riporta l’incontro fra i rappresentanti della minuscola isola di Melo (colonia di origine spartana che voleva restare neutrale durante la guerra di Atene contro Sparta, e non disposta a inchinarsi alla potenza imperiale ateniese) e l’ambasceria di Atene (forte del fatto che il suo possente esercito era già sbarcato sull’isola). I Meli pensano che il fatto di essere dalla parte del giusto sarà sufficiente a salvarli, perché avranno la dea-fortuna dalla loro (§ 104). Rispondono cinicamente gli Ateniesi che nel cosmo divino, come in quello umano urge «eterno, trionfante, radicato nel seno stesso della natura, un impulso: a dominare ovunque s’imponga la propria forza. È una legge che non fummo noi a istituire, o ad applicare primi ... l’ereditammo che già era in vigore e la trasmetteremo perenne nel tempo; noi che la rispettiamo, consapevoli che la vostra condotta, o quella di chiunque altro, se salisse a tali vertici di potenza, ricalcherebbe perfettamente il contegno da noi tenuto in questa occasione» (§ 105). I meli sventolavano bandiere di pace, ma tutti i maschi sono stati alla fine sterminati, e le donne e i bambini sono stati resi schiavi.
Si pensi all’eliminazione fisica completa di tutti i valdesi del sud Italia ad opera della Chiesa cattolica (cfr. Stancati E., Gli ultramontani. Storia dei valdesi in Calabria, ed. Pellegrini, Cosenza, 2008), e comunque alle persecuzioni subite ad opera dei cattolici, con i valdesi del nord che si sono salvati solo perché sono scappati all’estero (www.chiesavaldese.org).
Si pensi alla distruzione dei nativi americani, o alla violenza con cui gli Stati coloniali europei si sono imposti sulle popolazioni africane, che non avevano la stessa forza militare.
[16] In effetti non ci sono soltanto l’Ucraina e Gaza. Avete mai sentito i nostri pacifisti muoversi per quello che succede in Sudan? All’Angelus del 15.6.2025 papa Leone ha pregato perché “nella notte tra il 13 e il 14 giugno, nella città di Yelwata, in Nigeria, si è verificato un massacro di circa duecento cristiani ad opera di estremisti islamici, sfollati e ospitati dalla missione cattolica locale. Avete sentito qualche parola da parte dei pacifisti?
[17] Basta vedere come i Paesi oggi facenti parte dell’Unione, ma ex parte integrante dell’URSS o facenti parte dell’ex patto di Varsavia, vedano il pericolo russo in maniera diametralmente opposta alla lontana Spagna, dove Sanchez – che sta a galla con una risicata maggioranza - pensa principalmente a non farsi togliere la fiducia, e si stacca dalla maggioranza europea in punto difesa comune/riarmo per non finire sfiduciato in casa propria. Se prevale per ogni Stato l’opportunismo dell’interesse proprio, e che gli altri si arrangino, l’Europa unita è finita.
[18] Così sembrava pensasse anche papa Bergoglio. Ricordo anche che Mao aveva distinto fra guerre giuste e ingiuste. Secondo lui tutte le guerre progressiste erano giuste e tutte quelle che impedivano il progresso comunista erano ingiuste, per cui non aveva remore a partecipare alle guerre. Ma capiamo bene che anche in questo caso guerra giusta o ingiusta non è una valutazione oggettiva, ma una decisione collegata alla propria ideologia.
[19] Recita il Salmo 85 (84), 12: la giustizia scende dal cielo, la pace germoglia in terra.
[20] In un pamphlet del 1939, intitolato “Pacifistes ou bellicistes”, scritto dopo il patto di Monaco, Emmanuel Mounier, fondatore di “Esprit”, la rivista cristiana francese, affermava: “La nostra condizione temporale ci impedisce di agire come se la forza brutale fosse assente dal gioco degli uomini, mentre essa non ne sarà mai totalmente bandita prima della riconciliazione finale. Rifuggire da questa realtà, o anche solo ignorarla, non è purezza, è un’ingenuità che confina con la viltà, perché disarma la resistenza al male, all’ingiustizia, alla violenza che sono parte costitutiva dell’esperienza umana”.
[21] Bullo è chi prevarica grazie alla propria forza, reale o supposta.
[22] Torniamo sempre a quanto i forti ateniesi dicono ai deboli abitanti di Melo che vogliono vivere in pace senza partecipare alla guerra: “Siete consapevoli quanto noi che i concetti della giustizia affiorano e assumono corpo nel linguaggio degli uomini quando la bilancia della necessità sta sospesa in equilibrio tra due forze pari. Se no, a seconda, i più potenti agiscono, i deboli si flettono” (Dal Libro V della Guerra del Peloponneso di Tucidide (Traduzione di Ezio Savino), Garzanti, Milano 1974, 374).
[23] Vediamo come con le parole si può edulcorare la realtà: Putin ha sempre parlato di “operazione speciale” non di guerra (che ormai dura più a lungo di quanto è durata la nostra prima guerra mondiale) coinvolgendo sia militari che civili. Si giustifica il tentativo di repulisti general in Ucraina con la “delicatezza” della situazione locale, concetto estremamente generico, soggettivo, come se la guerra nel fango delle trincee fosse leggiadra. Altro evidente caso di manipolazione e distorsione delle parole.
[24] Cfr. “Il Piccolo” 15.3.2025, 2.
[25] Cfr. discorso tenuto all’Eliseo dal presidente francese Macron il 5.3.2025, tradotto e pubblicato su un inserto de “Il Foglio” del 7.3.2025.
[26] Il quale, però, sembra seguire il principio secondo cui “dove manca la volontà di potenza, c’è il declino” (in F. Nietzsche, L’Anticristo, §6, in opere filosofiche, a cura di S. Giametta, vol. II, Utet, Torino, 2003, 520).
[27] Pronunciarsi a favore della pace è come pronunciarsi a favore della felicità e dell’amore: Tutti vorrebbero pace, amore e felicità, ma come concretamente riuscirci?
[28] Ricordo che papa Paolo VI all’ONU il 4 ottobre 1965 aveva riconosciuto: “Finché l’uomo rimane l’essere debole e volubile e anche cattivo, quale spesso si dimostra, le armi della difesa saranno necessarie…”.
[29] In quest’ottica, lo spettro di armi nucleari nelle mani di regimi teocratici, appare una minaccia strategica mondiale, tant’è che i Paesi musulmani sunniti non hanno reagito duramente all’attacco israeliano sull’Iran sciita, e neanche all’attacco americano. E se domani il regime teocratico ci dicesse “o vi convertite tutti all’islam, o vi cancelliamo con le bombe atomiche che noi abbiamo e voi no” cosa direbbero i nostri pacifisti? Preferirebbero diventare martiri di una religione cristiana in cui probabilmente neanche credono, o farsi musulmani per continuare a vivere in pace? Sarebbero contenti che l’Italia, lungi dall’essere un soggetto attivo nel mondo, torni ad essere un’ “espressione geografica” come ai tempi di Metternich, cioè uno “spazio di influenza” dell’Iran, o di Putin, o di qualcuno analogo? O forse pensano di aver risolto il problema della pace nel mondo rimettendosi alle decisioni di USA, Cina, Russia, Iran? In altre parole, sapremmo rincorrere il futuro insieme, oppure ci acconteremo di vivere il futuro deciso da altri?
[30] Carlo Salvioni, Presidente del Comitato antifascista di Bergamo, “L’Eco di Bergamo”, 25 aprile 2025.
[31] Spadaro A., Intervista a Papa Francesco, “La Civiltà Cattolica” n.3918/2013, 466.
[32] Non dimentichiamo che Hamas ha utilizzato i generosi contributi europei non per migliorare il welfare della propria popolazione, ma per costruire i tunnel sotto Gaza da cui è partito l’attacco di sorpresa del 7.X.2023 e dove ancora riesce a nascondere i propri militanti e i prigionieri israeliani.
[33] Câmara H., Mille ragioni per vivere, ed. Cittadella, Assisi, 2000, 91.
Pubblicato il volume di Dario Culot che ripropone in una nuova veste editoriale, ed in un unico libro, molti dei suoi contributi apparsi sul nostro settimanale: https://www.ilpozzodigiacobbe.it/equilibri-precari/gesu-questo-sconosciuto/