Ancora Palestina (continua)
di Dario Culot
Pubblicato il volume di Dario Culot che ripropone in una nuova veste editoriale, ed in un unico libro, molti dei suoi contributi apparsi sul nostro settimanale: https://www.ilpozzodigiacobbe.it/equilibri-precari/gesu-questo-sconosciuto/
Arrivati a quel punto, lo Stato palestinese, previsto sulla carta al pari dello Stato d’Israele, non è stato più costituito e molti arabi che abitavano in territori che sulla carta doveva nascere come Stato di Palestina, ma erano stati inglobati dallo Stato d’Israele, sono diventati profughi volontari o esodati forzati (gli arabi parlano della Nakba, cioè disastro, catastrofe, anche se manca ogni auto-critica sul perché all’inizio lo Stato palestinese non è stato realizzato).
All’inizio, una gran quantità di profughi si è riversata in Giordania, Libano e Kuwait. Il problema è che, col tempo, sono stati cacciati da tutti questi Stati avendo fomentato la guerra civile o quanto meno disordini.
È ancora ben vivo da noi il ricordo del massacro dei profughi di Sabra e Shatila (Beirut) del settembre 1982, compiuto da forze libanesi cristiane alleate dell’esercito israeliano. Ma come sempre, le situazioni sono più complicate, perché il massacro ad opera dei cristiani maroniti viene da essi spiegato come una ritorsione per il massacro di cristiani effettuato dai palestinesi a Damour nel gennaio 1976, sempre durante la guerra civile libanese cui i palestinesi dell’OLP[1] avevano attivamente partecipato. Eppure quasi nessuno, qui da noi, ha sentito parlare o ricorda questa prima strage. Come sempre, ognuno ricorda le atrocità altrui, ma non le proprie: del resto in Italia tutti ormai sanno delle foibe,[2] ma pochi sanno delle atrocità italiane commesse in Slovenia e Croazia durante la seconda guerra. Perché la guerra è sempre questo: atrocità, da una parte e dall’altra. In Libano, gli israeliani, pur potendo intervenire per far cessare il massacro, hanno omesso di farlo; proprio come nel 1995 i soldati olandesi dell’Unprofor (ONU) non sono intervenuti in Bosnia per impedire il massacro dei musulmani bosniaci da parte delle truppe di Mladic, con la scusa che erano inferiori per numero e per armamento.
Ma torniamo indietro nel tempo: alla Conferenza di Losanna (1949), Israele aveva proposto il rientro di 100.000 profughi in cambio del riconoscimento arabo dei confini stabiliti da quella prima guerra arabo-israeliana; gli Stati arabi avrebbero dovuto assorbire il resto dei palestinesi. La proposta è stata però respinta per ragioni morali e politiche, con l’eccezione parziale della Giordania. E la cosa più strana è che ai profughi della Palestina non è stata neanche riconosciuta la propria cittadinanza da parte dei Paesi arabi che li avevano accolti. Invece, da quel momento, la difesa del diritto al ritorno è stata un punto fermo delle rivendicazioni politiche palestinesi nei colloqui di pace con Israele: ma il numero dei rientrati è nel frattempo passato da 700.000 a oltre 5 milioni. Come detto quasi mezzo secolo fa dal leader Muhsein, si continua a usare la storia di un popolo palestinese che come tale non esisteva, perché questa semplice esistenza serve a tenere aperta la “questione palestinese”.
L'Organizzazione delle Nazioni Unite per il soccorso e l'occupazione (UNRWA) definisce ancora oggi "rifugiato palestinese" una persona "il cui normale luogo di residenza è stato in Palestina tra il giugno 1946 e maggio 1948, che ha perso sia l'abitazione che i mezzi di sussistenza a causa della guerra arabo-israeliana del 1948", nonché i suoi discendenti. La cosa sembra piuttosto paradossale, perché è come se oggi gli istriano-dalmati (o meglio, i nipoti degli italiani che sono stati cacciati alla fine della seconda guerra mondiale) pretendessero di tornare in Croazia e Slovenia, i finlandesi in Russia, i tedeschi in Polonia, ecc., e invocassero tutti la protezione dell’ONU per riprendersi le case e i terreni che 80 anni fa erano dei propri avi, ma da diverse generazioni sono ormai abitati da altri
Dunque, gran parte dei profughi palestinesi è finita – si è detto,- in Giordania. Qui, organizzatisi, hanno prontamente creato una rete di assistenza, ma appena il re di Giordania si è reso conto che il fine era quello di cancellare l’autorità legittima giordana, svuotandola fino a dominarla,[3] ha mandato l’esercito che li ha presi a cannonate: il famoso settembre nero del 1970, di cui forse pochi giovani che vanno in corteo hanno sentito parlare. I profughi e l’OLP (il gruppo autonomo per la liberazione della Palestina che aveva iniziato azioni di guerriglia e sabotaggio per far valere la causa palestinese utilizzando il territorio giordano), una volta cacciati dalla Giordania si sono spostati in Libano, ma lì hanno spostato pure le basi loro della guerriglia, violando la sovranità dello Stato libanese; presto hanno creato conflitti all’interno della compagine governativa e dell’esercito nazionale, destinato a scindersi nelle sue componenti settarie (cristiane e musulmane). Con questi presupposti non stupisce se, nel 1975, in Libano è scoppiata la guerra civile.
Nel 1978, dopo le altre due guerre perse contro Israele, l’Egitto ha deciso di concludere un Trattato di pace ed è stato il primo vicino arabo a riconoscere lo Stato d’Israele; in cambio (cd. accordi di Camp David) ha riottenuto il Sinai perduto con le guerre precedenti. Ritenuto da molti arabi un traditore per questa pace, il presidente egiziano Sadat è stato ucciso di lì a poco durante una parata da un gruppo di militari. Ma a conferma del fatto che l’Egitto ha tuttora timore di vedersi arrivare una marea di profughi capaci di comportarsi come in Giordania o in Libano, va fatto notare che il muro a sud di Gaza, che divide Gaza dall’Egitto, non è stato costruito da Israele ma proprio dall’Egitto. Anche la Giordania ha concluso con Israele un trattato di pace, ed è un dato di fatto che questi Paesi non sono più entrati in guerra con Israele.
Dal Kuwait migliaia di profughi sono stati infine cacciati nel 1991, perché l’OLP aveva parteggiato per Saddam Hussein chiedendo che il ritiro dell’invasione irakena fosse subordinato al contestuale al ritiro israeliano dai territori palestinesi occupati (Golan, Cisgiordania, ecc.). Una volta annichilito dagli americani l’esercito di Saddam, il Kuwait – non appena tornato libero - ha cacciato i palestinesi.
Nel 1993 (con i cosiddetti “Accordi di Oslo”) sembrava che si fosse arrivati a vedere la luce in fondo al tunnel: Israele e OLP si davano reciproco riconoscimento e una nuova Autorità nazionale palestinese (ANP) – erede di Al Fatah - veniva costituita per governare la striscia di Gaza e parte del territorio della Cisgiordania. Ma nel 1995 un estremista israeliano ha ucciso il negoziatore ebreo Rabin considerandolo un traditore. Insomma, gli odi sono talmente radicati che, da entrambe le parti, in tanti non voglio la pace. Nel 2000, di nuovo a Camp David sotto la mediazione del presidente americano Clinton, Israele ha offerto la vera e propria nascita di uno Stato palestinese nei territori già governati dall’autorità palestinese,[4] ma l’accordo non si è concluso perché Arafat (capo dell’OLP) all’ultimo momento ha rifiutato di sottoscrivere l’accordo, senza però fare controproposte (evidentemente sperava di ottenere o prima o dopo territori più ampi). Da allora, poi, è cresciuto in Israele il peso della destra religiosa, che non ha mai nascosto il progetto di una “Grande Israele” (Eretz Israel), prevista dal Libro della Genesi 15, 18 un po’ troppo generosamente come estesa tra il Nilo e l’Eufrate[5]. L’attuale presidente Netanyahu ha permesso colonizzazioni massicce in Cisgiordania umiliando e delegittimando l’ANP,[6] e andando contro le risoluzioni internazionali dell’ONU. È indubbio che Israele ha colonizzato territori abitati da palestinesi, e i coloni hanno usato la violenza per prenderseli[7]. Ma ancor più grave mi sembra il silenzio passivo dei governi occidentali davanti al comportamento del governo d’Israele che lascia fare ai suoi coloni come se dovessero sgomberare territori di loro proprietà.
Inoltre, Israele aveva ritenuto di poter ormai mettere in ghiacciaia tutta la questione palestinese (anche quella dei suoi coloni), accordandosi alle spalle dei palestinesi con alcuni Stati Arabi con i cd. accordi di Abramo. Quando Israele stava per concludere un accordo anche con l’Arabia Saudita, Hamas[8] ha scatenato l’aggressione del 7 ottobre, certo che la reazione d’Israele avrebbe bloccato questo accordo, e così effettivamente è avvenuto. Gli accordi di Abramo lasciano intendere che i principali Stati sunniti sono ormai disposti a normalizzare i loro rapporti con Israele[9]. Lo stesso non è ancora maturato con l’Iran scita e i suoi proxy (Hamas nato nel 1991, Heznollah nato nel 1982, Houthi, e Siria di Assad con cui l’Iran ha creato il cd. asse di resistenza); ma forse al momento i Paesi sunniti hanno più timore dell’aggressività dell’Iran scita che d’Israele, e se un domani l’Iran non fosse più per essi una minaccia, non è certo che non potrebbero tornare sulle proprie decisioni.
Comunque, negli anni seguenti al fallimento dell’accordo ANP-Israele, vari Paesi – tra cui l’Unione Europea – hanno riconosciuto questa nuova entità governata dall’Autorità Palestinese, e nel 2012 è arrivato anche il parziale riconoscimento dell’ONU, dando al Paese uno status di osservatore permanente (non di membro partecipante). Il problema è che oggi a Gaza comanda Hamas e non l’ANP, e Hamas – a differenza dell’ultima OLP - prevede nel suo Statuto la cancellazione dello Stato d’Israele.
Per qualcuno che ha ancora qualche dubbio, mi sembra corretto riportare e far conoscere alcuni dati certi e inconfutabili: ecco alcuni stralci dello Statuto del Movimento di Resistenza Islamico (Hamas) 18 agosto 1988, che ha ripreso in maniera ancora più esplicita e decisa il primo statuto dell’OLP:[10]
Articolo 3
Il Movimento di Resistenza Islamico consiste di musulmani che …hanno… innalzato la bandiera del jihad di fronte agli oppressori, per liberare la terra e il popolo dall’immonda sporcizia, dall’impurità e dal male dell’oppressore.
Articolo 7
Il Movimento di Resistenza Islamico è uno degli anelli della catena del jihad nella sua lotta contro l’invasione sionista… Il Profeta … dichiarò: “L’Ultimo Giorno non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei, e i musulmani non li uccideranno, e fino a quando gli ebrei si nasconderanno dietro una pietra o un albero, e la pietra o l’albero diranno: O musulmano, o servo di Allah, c’è un ebreo nascosto dietro di me – vieni e uccidilo[11].
Articolo 11
Il Movimento di Resistenza Islamico crede che la terra di Palestina sia un sacro deposito (waqf), terra islamica affidata alle generazioni dell’islam fino al giorno della resurrezione. Non è accettabile rinunciare ad alcuna parte di essa. Nessuno Stato arabo, né tutti gli Stati arabi nel loro insieme, nessun re o presidente, né tutti i re e presidenti messi insieme, nessuna organizzazione, né tutte le organizzazioni palestinesi o arabe unite hanno il diritto di disporre o di cedere anche un singolo pezzo di essa, perché la Palestina è terra islamica affidata alle generazioni dell’islam sino al giorno del giudizio.
Articolo 13
Le iniziative di pace, le cosiddette soluzioni pacifiche, le conferenze internazionali per risolvere il problema palestinese contraddicono tutte le credenze del Movimento di Resistenza Islamico… Non c’è soluzione per il problema palestinese se non il jihad.
Articolo 15
Quando i nemici usurpano un pezzo di terra musulmana, il jihad diventa un obbligo individuale per ogni musulmano. Di fronte all’usurpazione della Palestina da parte degli ebrei, dobbiamo innalzare la bandiera del jihad… Dobbiamo instillare nelle menti di generazioni di musulmani l’idea che la causa palestinese è una causa religiosa, e deve essere affrontata su queste basi.
Articolo 17
Le organizzazioni sioniste hanno grandi risorse materiali, che permettono loro di svolgere la loro funzione nelle diverse società al servizio dei loro scopi sionisti, e di introdurre concetti che fanno il gioco del nemico. Queste organizzazioni operano laddove l’islam è assente ed è lontano dal popolo. Pertanto, i militanti islamici adempiono al loro obbligo quando si oppongono agli schemi di questi sabotatori. Dove l’islam riesce a controllare la vita dei musulmani, elimina queste organizzazioni, che sono ostili all’umanità e all’islam.
Articolo 28
Israele, in quanto Stato ebraico, e i suoi ebrei sfidano l’islam e tutti i musulmani.
Articolo 32
Il sionismo mondiale e le forze imperialiste hanno tentato, attraverso astute manovre e un’attenta programmazione, di rimuovere gli Stati arabi, uno dopo l’altro, dal circolo del conflitto con il sionismo, così da trovarsi di fronte al popolo palestinese da solo. L’Egitto è già stato rimosso dal circolo del conflitto, in gran parte attraverso gli accordi traditori di Camp David, e ha cercato di trascinare altri Stati arabi in accordi simili, per rimuovere anche loro dal circolo del conflitto. Il Movimento di Resistenza Islamico chiama i popoli arabi e islamici a fare uno sforzo serio e incessante per prevenire la realizzazione di questo orribile piano e per rendere le masse consapevoli del pericolo di ritirarsi dal circolo del conflitto con il sionismo.
Abbandonare il circolo del conflitto con il sionismo è alto tradimento e risulterà in una maledizione sul colpevole.
Come si vede, Hamas vuole il genocidio:[12] lo dichiara espressamente nel suo Statuto e un assaggio del suo intento si è avuto col noto attacco del 7 ottobre 2023: circa 1200 civili uccisi e circa 240 catturati e portati a Gaza come ostaggi, da utilizzare come merce di scambio, ben immaginando la reazione israeliana. Anzi, sicuri che una reazione dura ci sarebbe stata, Hamas ha proclamato che, se necessario, si deve versare anche il sangue del proprio popolo. Perciò sembra piuttosto evidente che Hamas non ha a cuore la difesa dei palestinesi, quanto distruggere Israele. Poi, sapendo di provocare la reazione israeliana col suo attacco, ha sperato di sollevare contro Israele anche gli Stati musulmani sunniti, che – nel pensiero di Hamas - non avrebbero potuto sopportare i tanti morti civili palestinesi, che effettivamente ci sono stati. Non a caso il leader di Hamas, Ismail Haniyeh, nel video diffuso dal suo comodo rifugio a Doha, in Qatar, ben lontano dal campo di battaglia, aveva subito detto in televisione: «Abbiamo bisogno del sangue di donne, bambini e anziani palestinesi per risvegliare dentro di noi lo spirito rivoluzionario, per risvegliare in noi la sfida». Sembra il delirio d’un pazzo, e invece è un programma ben studiato a tavolino, teso a infiammare l’Islam radicale (la caccia all'ebreo nell’aeroporto del Daghestan musulmano di qualche settimana successiva al 7 ottobre, nonché i vari episodi di antisemitismo avvenuti anche in Occidente, suonano come un terribile campanello d'allarme). E che questo sia stato l’obiettivo preciso (e raggiunto) con l’attacco del 7 ottobre è comprovato dal video del rave party (Nova Music Festival), realizzato e diffuso dagli stessi uomini di Hamas. In particolare ricordo quello di Nicole Shani Louk (non mi risultano sia stati mostrati nella nostra Tv i video dei bambini decapitati), di cui qualche mese fa è stata dichiarata la morte ufficiale. Il video del suo corpo nudo, sfigurato e buttato nel retro di un pick-up aperto, in mezzo a uomini armati e inneggianti alla vittoria mi sembra induca a vedere i palestinesi poco come combattenti per la libertà, ma piuttosto come terroristi[13]. C’è da chiedersi: perché i video-clip girati da Hamas siano stati quasi subito dimenticati, mentre non lo sono stati quelli che fanno vedere i pianti dei bambini e delle donne a Gaza sotto i bombardamenti?
Ma se i dirigenti di Hamas non cercano il bene dei propri concittadini, lo stesso può dirsi dei dirigenti israeliani, perché la loro voglia di distruggere una volta per sempre Hamas senza guardare in faccia nessuno, predispone semi di future vendette e nuovi scontri: un bambino palestinese di oggi che ha visto morire accanto a sé parenti stretti sotto gli attacchi israeliani è un ottimo candidato a diventare un terrorista domani, perché – non ricordo chi l’ha detto - cresce come un alberello: più sangue gli dai, più cresce rigoglioso. Bisognerebbe sempre pensarci due volte prima di esercitare i propri diritti sotto forma di spargimento di sangue. Dunque, sembra che Netanyahu e i suoi sostenitori si propongano, a parti invertite, quello che si propngono i sostenitori di Hamas, invocando ciasuno il proprio Dio. Ma è chiaro che né Allah, né Yhwh hanno nulla a che vedere con questi pensieri deformati da uomini bellicosi e fondamentalisti.
Questa – si dice da parte di molti - non è ormai una guerra fra Israele e Hamas, ma d’Israele contro i palestinesi. In parte è vero, perché non tutti i palestinesi sono colpevoli, come non tutti i membri della Chiesa sono colpevoli degli abusi su minori e suore commessi da tanti presbiteri. Però è come quando nella seconda guerra mondiale c’era una guerra contro i nazisti ma anche contro i tedeschi. Dire che Hamas non rappresenta i palestinesi di Gaza, dopo che l’hanno votato facendolo vincere, è come dire che Hitler non rappresentava i tedeschi, dopo che l’avevano votato facendolo vincere. Molti aggiungono che, seppur Hamas ha commesso gravi crimini, questo non dà a Israele il diritto di annientare i palestinesi. Dal punto di vista cristiano è vero, ma non dimentichiamo che l’Antico Testamento non dà la stessa immagine di Dio che dà il Vangelo. Forse il richiamo fondamentalista della Bibbia è sufficiente anche per spiegare le condotte politiche odierne di vari personaggi israeliani: il Dio Signore della Bibbia non è il Padre misericordioso dei vangeli (basta leggere i Salmi 18 o 136 per capire che il Dio d’Israele è quello che fa inseguire i nemici fino ad annientarli). E per di più essi si conformano al pensiero del nostro Machiavelli: “Chi vuol essere sempre buono sarà condannato a perire fra i tanti che buoni non sono”; e “Un principe (ma noi potremmo dire uno Stato) non deve allontanarsi dal bene, se può, ma se è obbligato deve sapersi muovere nel male”:[14] “ai palestinesi che hanno votato per Hamas sapendo che voleva annientarci anticipiamo la stessa fine che volevano farci fare, prima che riescano loro ad annientarci”. La Corte penale internazionale, però, che ha spiccato mandato di cattura per Netanyahu[15] in data 21.11.2024, ha ritenuto la carneficina di palestinesi, in risposta a quella commessa da Hamas il 7 ottobre, non giustificabile come legittima difesa: il torto di Hamas non può portare che la legittima difesa si trasformi a sua volta in torto israeliano. Di fatto, viene messo in evidenza che oggidì una guerra non può più essere fatta senza concretizzarsi in crimini di guerra, ma purtroppo questa affermazione non basta per por fine alle guerre, come dimostra il caso Russia-Ucraina che ormai si avvia verso il terzo anno, quasi quanto è durata per l’Italia la prima guerra mondiale, nonostante il mandato a carico di Putin[16].
Forse, per essere risparmiati, i palestinesi dovrebbero prima ripudiare a chiare lettere il fine che Hamas si propone[17] e che essi hanno condiviso votandolo, e costringere quanto meno i propri capi a restituire gli ostaggi. Inoltre è piuttosto complicato bombardare i miliziani di Hamas senza colpire i palestinesi, come durante la seconda guerra sarebbe stato difficile bombardare i nazisti, senza colpire i tedeschi. Qui, con un problema in più. I militari tedeschi vestivano una divisa[18]. I miliziani di Hamas no, quindi possono facilmente mischiarsi e confondersi con i civili. Se uno imbraccia un mitra è un miliziano, ma appena mette a terra l’arma appare come un civile, per cui è quasi impossibile distinguere un miliziano da un civile. E anche un minore di 14-15 anni può diventare un miliziano, perché lì i minori, con la vita dura che hanno fatto crescono in fretta, non sono come i nostri, che ancora a quarant’anni si presentano come semplici “ragazzi”. E avete notato che Hamas dà il numero dei morti palestinesi, ma sembrano tutti civili? Possibile che nessun miliziano sia stato ancora ucciso? Lo stesso ONU, nei suoi report, comincia a sospettare che i dati sui morti palestinesi, forniti solo da Hamas senza oggettivo controllo di terzi, siano di molto sovrastimati. Un dato è certo: è difficilissimo avere notizie certe e inconfutabili sulla situazione.
Israele ha tacciato di collusione con Hamas anche l’agenzia Unrwa, responsabile dei profughi palestinesi per l’ONU, tanto che anche l’Italia aveva sospeso i contributi. C’è chi afferma che queste accuse delegittimanti sono state eliminate,[19] mentre c’è chi sostiene che sotto l’edificio che ospitava la Unrwa era stati posizionati tutti i server di Hamas,[20] con un’evidente connivenza. Chi la racconta giusta? Non lo so.
All’ONU è stato recentemente chiesto un embargo totale di armi verso Israele. È il tentativo di salvare vite umane inermi a Gaza e in Libano, e un segnale per spostare un peso sul piatto della bilancia del dialogo e della diplomazia e non più su quello dell’uso della forza. Ottimo! Ma non sarebbe più equo che l’ONU imponesse un blocco non solo per Israele, ma anche per Hamas e Hezbollah? Visto che ogni giorno muoiono anche soldati israeliani, vuol dire che anche gli altri sono armati e usano le armi, oppure crediamo che i buoni arabi siano tutti disarmati e che i cattivi israeliani si sparino e si lancino razzi addosso da soli?[21]
Al momento sembra che l’unico Stato islamico che ha accolto in pieno l’invito di Hamas sia l’Iran, il quale vuole ritagliarsi un ruolo di potenza regionale e possibilmente trovare uno sbocco nel Mar Mediterraneo. Come ha detto Alì Khamenei nella preghiera del 5.10.2024,[22] richiamando a raccolta l’intera Umma[23] musulmana nella lotta contro Israele, “in fondo, Israele non è gran cosa. È più piccolo della più piccola delle nostre province”. Ed è vero, come si vede dalla foto che segue:
dove in rosso sono indicati i Paesi musulmani. Israele, si può dire che neanche si vede (come del resto non si vede l’ipotetico Stato palestinese).
Tirando le fila, se questi sono i principi non negoziabili di Hamas, se la pace fra palestinesi e israeliani è stata finora solo un serie di periodi interbellici più o meno brevi, sarei curioso di capire come qualcuno pensa di poter dialogare con Hamas per giungere a una pace giusta e duratura in medio oriente, a meno di non cacciare Israele e dare ai palestinesi tutta la terra dal Giordano al mare, come invocano per l’appunto i cortei pro Palestina. Cercare il dialogo è giusto, ma come si fa concretamente? Finché Hamas non cambia il suo Statuto, dandone invece prova di volerlo anche realizzare come ha fatto il 7 ottobre 2023, è evidente che continuerà a rappresentare comunque una minaccia mortale e dunque inaccettabile per Israele. Perciò come si può pensare che Israele accetti di ritirarsi da territori da cui è stato attaccato senza una garanzia assoluta della propria sicurezza? Finché Hamas e Hezbollah riconoscono solo il diritto di distruggere Israele, è difficile ottenere da Israele moderazione nella risposta.
Condannare chi ha attaccato, dire che la legittima difesa è lecita, ma subito dopo invitare a non infliggere sofferenze ai civili dell’attaccante è realisticamente fattibile? No, finché non viene chiarito cosa di diverso si potrebbe fare. Se qualcuno ha una soluzione concreta la tiri fuori. Finora, oltre a invocare il dialogo, non ho sentito proposte concrete (più o meno come per l’Ucraina e la Russia, dove i pacifisti devono ancora riuscire a spiegare come, non dare le armi all’Ucraina per difendersi da un’aggressione spianerebbe la strada al negoziato, e non alla vittoria di Putin).
Diversi giovani israeliani hanno dichiarato che non vogliono fare la guerra per non partecipare a spargimenti di sangue. Chiedono di fermare la guerra, ma si può fermare la guerra senza ottenere la restituzione di tutti gli ostaggi? E quanti di essi saranno ancora vivi? E soprattutto come fidarsi di Hamas se non restituiscono tutti gli ostaggi catturati, anche quelli morti?[24] Se dichiarassero che non sanno dove si trovano, né se sono vivi o morti, si penserebbe che stanno fingendo e hanno ancora nelle loro mani gli ostaggi israeliani che non vogliono riconsegnare. Ma ammesso che finalmente si arrivi a una tregua illimitata, l’esercito israeliano si ritiri da Gaza e si riottengano gli ostaggi, chi fermerà Hamas dal continuare a voler distruggere Israele, come da Statuto? Allora saremmo non davanti alla pace, ma davanti a una ennesima tregua che dura fino al prossimo scontro.
Se la pace duratura che Hamas offre agli israeliani è solo quella dei cimiteri, e Israele replica con lo stesso metro, se cioè entrambi i contendenti sono bloccati dalle rispettive rigide ideologie, se resta evidente che gli oppositori alla pacificazione ci sono sempre da entrambe le parti, temo che la pace arriverà solo quando i contendenti saranno troppo stanchi per continuare la guerra. In effetti ogni guerra finisce a un certo punto per esaurimento, perché prosciuga dall’interno le risorse umane ed emozionali.
Un vero cristiano dovrebbe trovare due popoli da amare e di cui avere compassione. Esattamente l’opposto di quanto sostiene lo Statuto di Hamas, perché il cristiano pensa che chi ama è stato generato da Dio, cioè in lui cresce qualcosa di nuovo, di diverso che risulta dall’azione di Dio in lui accolta[25]. Ma una cosa è essere cristiano, una cosa è fare il cristiano. Se uno si limita a pensare da cristiano, è tutto molto bello, ma non ha risolto concretamente il problema. Se cercando di amare tutti partecipo a cortei e prego intensamente, non ho risolto il problema. Ovviamente è facile incolpare gli altri delle guerre, ma la pace la può fare solo chi combatte la guerra, quindi spetta ai palestinesi e agli israeliani, non a noi. Noi possiamo solo cercare di favorirla. Come? Non lo so.
Avendola vissuta, so che la guerra fredda non è scoppiata in guerra calda grazie alla reciproca deterrenza nucleare. Però non si può parlare di quel periodo come un periodo di pace giusta e duratura: semplicemente c’era pace perché non c’era una guerra aperta in atto. Certo, per fermare la guerra bisogna innanzitutto non farla, e forse anche in futuro dovremmo accontentarci di non-guerre, e non di vera pace. Per far giungere al mondo una pace vera bisogna cambiare il cuore dell’uomo. Il futuro dell’umanità dipende da noi, dalla nostra conversione, dal cambiamento di vita della nostra persona. Sembra che Gesù abbia introdotto una modalità di amore che non era stata ancora scoperta, per cui ora toccherebbe a noi, visto che somigliare a Lui è compito nostro di cristiani. Le leggi, la politica non bastano: finché non cambieremo l’essere umano dall’interno non avremo fatto nulla.
Se ben ricordo era stato Albert Camus a dire: “ogni generazione si crede votata a rifare il mondo. La mia sa con certezza che non lo rifarà. Ma il suo compito forse è più grande. Consiste nell’impedire almeno che il mondo si disfi”. Allora, invece che riempirci la bocca di parole altisonanti ma vuote come “pace duratura nel mondo” o “fratelli tutti” o “Stop alla guerra” cerchiamo – come cristiani - di dare una mano almeno qui, a Trieste, ad esempio occupandoci dei palestinesi che sono arrivati all’ospedale pediatrico Burlo Garofolo, oppure cercando di farne arrivare altri, almeno per non dover più vedere foto come quelle che si sono diffuse, di bambini disperati e corpi dissotterrati dalle macerie
Non sarebbe meglio darsi da fare qui, per far arrivare qui queste persone, aiutarle qui, invece che partecipare qui a grandi cortei che urlano slogan ma non fanno niente per risolvere il problema?
NOTE
[1] Nel 1945 Libano, Siria, Transgiordania, Iraq, Egitto, Arabia Saudita e Yemen – hanno formato la Lega Araba, un’alleanza economica e politica.
L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) è stata fondata nel 1964 per decisione e come proxy della Lega araba, con l’obbiettivo dichiarato della liberazione della Palestina attraverso la lotta armata. Lo Statuto dell’OLP del 28 maggio 1964 dichiarava infatti che “la Palestina all’interno dei confini che esistevano al momento del mandato britannico è una singola unità regionale”, dentro la quale è vietata “l’esistenza e l’attività del Sionismo”. Dal 1988, però, l’OLP ha adottato ufficialmente una soluzione diversa: due Stati, Israele e la Palestina, che vivono fianco a fianco e con Gerusalemme Est come capitale dello Stato palestinese.
[2] Di questo io ero a conoscenza già da piccolo. Eppure solo quando ero quasi grande ho sentito per la prima volta parlare della Risiera di san Sabba, unico forno crematorio attivato dai nazisti in Italia, e proprio a Trieste.
[3] Ancora nel 1968 ci fu una trattativa fra l’OLP, i cui uomini giravano con proprie uniformi, ponevano posti di blocco, perquisivano i veicoli, pretendevano di esercitare una propria giurisdizione sui reati commessi dai propri e hanno cominciato a dirottare aerei di altri Stati facendoli scendere in Giordania. Il governo giordano ha dapprima sollecitato il rientro nei ranghi; non avendo l’OLP obbedito, li ha aggrediti con le armi.
[4] Oggi Netanyahu neanche vuol sentire parlare di uno Stato palestinese.
[5] A dire il vero, Nm 34, 1-12 che stabilisce i confini dati da Dio ridimensiona un po’ le aspirazioni che si potevano trarre da Genesi 15. In Ez 47 e 48 si spiega anche come il territorio verrà diviso fra le 12 tribù.
[6] Fra l’altro, poiché l’ANP è screditata agli occhi degli stessi palestinesi, per corruzione e incapacità; poiché Hamas è ritenuto un attore terrorista con cui non si può trattare, oggi non esiste alcun valido interlocutore che parli per i palestinesi, per cui ogni accordo è estremamente difficile. Dire che occorre dialogare è semplicistico. Ma chi parla per i palestinesi? Fra l’altro va aggiunto che l’Iran, sostenitore di Hamas in Palestina, è sempre stato escluso dalle trattative sulla Palestina, anche perché si è sempre alleato con chi non cercava la pace nell’area.
[7] Anche per questo c’è chi trova giustificazione nella Bibbia. Ad esempio, in Gs 24, 13 Dio dà al suo popolo il potere di abitare in città che non ha costruito e mangiare frutti (comprese le olive) di alberi piantati da altri: quindi, quando si legge nei giornali che coloni ebrei violenti cacciano dai loro territori palestinesi proprio nel momento della raccolta delle olive, stiamo assistendo a un qualcosa che ha richiami biblici, come se Dio fosse stato fin dall’antichità il fondatore del catasto terreni in quelle aree.
[8] Hamas ha vinto le elezioni a Gaza nel 2006, esautorando così il partito Fatah che governava (meglio: avrebbe dovuto governare) sotto l’ANP la Cisgiordania.
Netanyahu ha volontariamente reso le cose più difficili perché ha permesso a circa 700.000 coloni di invadere la Cisgiordania; ha espressamente detto che non vuole la nascita di uno Stato palestinese, e si è avvalso della frattura fra Hamas e ANP per allontanare il dialogo e mettere in naftalina il problema palestinese.
[9] È un dato di fatto che, da un lato, a partire da Obama, gli USA non hanno più ritenuto il Medio oriente una propria priorità geopolitica. Dall’altro – anche grazie alla mediazione della Cina che si è presentata come nuovo attore nell’area - i Paesi arabi hanno ricominciato a parlare fra di loro (vedasi il ritorno alle relazioni diplomatiche fra Arabia e Iran), sono emersi i loro interessi economici comuni (in contrapposizione alla via della seta cinese è stato progettato un corridoio economico fra India ed Europa via Mar Rosso, col che il Medio oriente si è naturalmente estero a Paesi africani come Sudan, Somalia, Yemen), e stanno progettando assieme il futuro post-petrolio (mentre l’Europa sta a guardare e cincischia). Mi è piaciuta l’osservazione su “Il Piccolo” del 22.11.2024, p.5, di Marco Zatterin: politicamente l’Europa “è in trappola: non fa nulla perché è debole; si indebolisce perché non fa nulla”.
A complicare ulteriormente il quadro, possiamo vedere oggi tre blocchi di Paesi arabi interessati alla questione palestinese, non sempre con intenti analoghi: Iran e il suo asse di resistenza, Arabia saudita ed Emirati arabi, Turchia e Qatar, Paese quest’ultimo che ha dato per anni ospitalità a tanti capi che per l’Occidente sono terroristi, cercando spesso di porsi come mediatore fra le parti.
[10] Vedi precedente nota 1.
[11] Vedi nota 22 dell’articolo della settimana scorsa.
[12] Per la definizione, vedi nota 14 dell’articolo della settimana scorsa.
[13] Nel 2001 l’Unione europea ha emanato la posizione comune 2001/931/PESC che ha definito gli atti terroristici come atti intenzionali, previsti dalle legislazioni nazionali come reato, che data la loro natura o il contesto possono seriamente danneggiare uno Stato o un’organizzazione internazionale, e sono commessi con il proposito di: intimidire seriamente la popolazione; costringere indebitamente i poteri pubblici o un’organizzazione internazionale a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto; destabilizzare gravemente o distruggere le strutture politiche, costituzionali, economiche o sociali fondamentali di un Paese o di un’organizzazione internazionale (Consiglio europeo, Posizione comune del Consiglio del 27 dicembre 2001 relativa all’applicazione di misure specifiche per la lotta al terrorismo, su Unione europea, 27 dicembre 2001).
[14] Machiavelli N., Il Principe, Bur-Rizzoli, Milano, 2013, 15[1] e 18[5].
[15] Probabilmente, al pari del provvedimento contro Putin, anche questo rimarrà sulla carta, perché il diritto internazionale detta regole ma poi non riesce ad essere efficace.
[16] Per analogia, la Corte dovrebbe emettere un ulteriore mandato contro Putin, perché anche lui sta compiendo volontariamente crimini di guerra sulla popolazione ucraina colpendo le centrali elettriche e gli ospedali, il che concretizza per l’appunto crimine di guerra.
[17] Come mai i cortei ricordano che l’Italia ripudia la guerra di aggressione, ma non ricordano che Hamas non la ripudia affatto, anzi la sostiene? Perché non si mette in rilievo che in Israele gli israeliani non hanno una sola visione di questo conflitto, e in migliaia manifestano contro il loro premier e il modo in cui conduce la guerra?
Di più: secondo un recente sondaggio effettuato presso i palestinesi, e riportato in Adista del 23.11.20224, p. 7, 1/3 dei residenti a Gaza pensa ancora che Hamas dovrebbe avere un urolo significativo una volta ultimata la guerra, e in Cisgiordania oltre la metà pensa che Hamas dovrebbe avere un ruolo di primo piano dopo la guerra, “sia nel governo che nella resistenza”. Quindi queste alte percentuali sono ancora favorevoli alla distruzione di Israele.
[18] Anche nella I guerra mondiale i soldati vestivano una divisa. Ma quanto alle perdite, nella sola 11a battaglia dell’Isonzo, gli italiani persero 150.000 uomini e gli austriaci 110.000 (Vazzaz A., La conquista dello Stol, Gaspari, Udine, 2024, 71). Inutilmente papa Benedetto XV aveva parlato di “inutile strage”. Oggi, più sensibili, già parliamo di strage quando i morti sono una decina, e anche meno.
[19] Tocci N., su “La Stampa” 11.10.2024, 2.
[21] Stando alle notizie riportate dal giornale israeliano antigovernativo Haaretz (21.11.24), l’esercito israeliano ha avuto finora 800 morti circa.
[22] Nicastro A., Ora la sfida con Teheran è aperta e senza limiti, “Corriere della sera” 20.10.2024, 9.
[23] La Umma è l’intera comunità (anche le genti del libro fanno parte della stessa comunità; pagano le tasse solo se non partecipano in armi alla difesa comune)
[24] Come non ricordare che il 3.10.2024 è stata liberata dagli israeliani Fawzia Sido, una ragazza yazida di 21 anni che ha potuto riabbracciare sua madre e suo padre dopo oltre dieci anni di prigionia? Era finita a Gaza dopo essere stata rapita all'età di 11 anni in Iraq, venduta e acquistata da un palestinese facente parte di Hamas.
[25] Molari C., Amare fino a morirne, Gabrielli editori, San Pietro in Cariano (VR), 2024, 209.