La rimozione (della frustrazione) genera mostri?
di Angelo Maddalena
Nel mio libro Eremo e laura (un sentiero laico rivolto a Oriente), accenno a un discorso partendo dalla testimonianza di mio padre che, come tanti altri uomini del Sud, è “portato” verso quello “stile” spesso conclamato (e motivo di vanto) in molti uomini latini, il cosiddetto “gallismo” (o sindrome dell’harem?) di cui Vitaliano Brancati ha raccontato in alcuni suoi romanzi. In quel passaggio di Eremo e laura faccio riferimento a un aneddoto di un professore dell’Università Cattolica di dantologia, che durante un esame mi chiese, in modo “maieutico”: “Secondo te perché molta letteratura dal 1200 al 1500 racconta di dame salvate da cavalieri, cavalieri che combattono per conquistare o salvare una dama e cose del genere?”.
Era una domanda fuori programma e un po’ retorica; infatti, poco dopo rispose lui stesso così: “L’Italia era invasa da varie truppe straniere; quindi, per evitare di affrontare quella realtà politica opprimente, gli uomini erano spinti a darsi alle avventure cavalleresche inseguendo e conquistando le donne”.
Un argomento, questo, che vorrei approfondire, però ogni tanto mi torna come spunto per analizzare certe “tendenze” psicologiche, emotive, politiche. Conosco almeno due persone, uno è Piero (nome fittizio), mio coetaneo, un’altra è Sandra, una signora di almeno dieci anni più grandi di me. Il primo, di formazione cattolica e di sinistra, mi ha testimoniato una difficoltà pluriennale di relazioni sentimentali che lo ha portato a pagare per avere rapporti sessuali. So bene che lui ha una difficoltà non solo e non tanto di vivere pienamente diverse dimensioni vitali, una difficoltà di realizzarsi per quella che è la sua vocazione artistica, ma soprattutto tende a rimuovere le proprie frustrazioni.
Torno così al discorso iniziale: mio padre, come tanti altri maschi latini (mi ci metto anche io), se non riusciamo a fare un lavoro per cui ci sentiamo portati e quindi costretti a fare un lavoro “alienante”, similmente ai “cavalieri” del Quattrocento, che invece di affrontare l’oppressione tendevano a compensare con le donne da conquistare, ecco, mio padre, così come Piero, tende a compensare con le “conquiste” o con le relazioni a pagamento con “dame” del nostro tempo. Sono cosciente che il mistero del nostro essere e vivere non si può ridurre a teoremi o ipotesi empiriche. Infatti, non voglio parlare di questo e vado oltre.
La signora Sandra la conosco poco, so che tende a non affrontare la realtà e si rifiuta di leggere libri e giornali rifugiandosi in ipotesi, spiegazioni esoteriche, mostrando un atteggiamento, per così dire, eccessivamente complottista e dietrologico. Anche lei, però, mi mostra spesso tendenze a allusioni a un desiderio sessuale frustrato. Ora, mi ricordo che Franco Di Blasi, un mio “educatore” e amico, quando avevo vent’anni, mi spiegava che l’essere umano è un insieme di bisogni: il bisogno spirituale, quello sensoriale, intellettuale, sociale, emotivo. Se uno o più di queste dimensioni vengono negate o rimosse, si crea un vuoto per cui si sviluppa una tendenza a compensare con altre dimensioni.
Ho fatto notare a mio padre che la frustrazione per una mancata realizzazione in un’attività professionale (ma anche la non padronanza di ritmi e di tempi, anche se si fa un lavoro che piace?), può generare l’eccesso di desiderio o di ricerca di soddisfazione sessuale. Lui mi diceva che non è proprio così (conferma la sua rimozione? Si era iscritto all’Università in filosofia ma poi ha dovuto ripiegare per un lavoro da impiegato di tipo tecnico!) e che dipende anche dal fatto che, se hai una moglie con cui non c’è soddisfazione e armonia erotica, tu tenderai a cercare altrove la soddisfazione mancata (motivazione spesso addotta da molti uomini per giustificare rapporti extraconiugali?).
In realtà, io credo che sia la mancata realizzazione rimossa la radice, anche perché, parlando con altri miei amici sposati, ho ricevuto da Paolo e da Sergio due risposte diverse: Paolo che ha una moglie con cui suppongo ci sia un’armonia sessuale, mi ha detto che comunque “non puoi mangiare sempre la stessa minestra”, ma Paolo non mi risulta che faccia un lavoro soddisfacente. Sergio invece, sposato da molti anni (come Paolo d’altronde), mi dice che sta in armonia con la moglie anche se, mi confessa, non ha rapporti sessuali frequenti con lei, però fa un lavoro che lo appassiona e lo rende realizzato pienamente.
Più vado avanti con questo discorso e più mi sento in dovere o bisognoso di citare il Vangelo, che propone una pienezza di vita, cioè una vita integrale, olistica, come diremmo oggi, cioè, curare l’insieme e non solo una parte dell’organismo o della persona o di una società.
All’Università Cattolica, quando ero studente io, c’era un servizio di assistenza spirituale, c’era Sara Gaudio all’Ufficio Pastorale, era un servizio spirituale e anche psicologico, ti aiutava a fermarti (io per esempio passavo sempre dalla sua stanza per salutarla al volo ma lei mi “costrinse” a prendere un appuntamento per parlare di qualcosa che volevo approfondire, a livello psicologico ed emotivo) e a indagare, a scandagliare: la cura interiore è preziosa, spesso oggi se ne fanno carico realtà religiose e questo è importante, però se non si fa con approfondimento e consapevolezza può diventare deleteria (corruptio optimi pessima est).
“La distruttività è il risultato di una vita non vissuta”, diceva Eric Fromm. “Una vita non vissuta”, non una vita vissuta male o disordinata, forse potremmo dire che è preferibile vivere osando, rischiando, anziché una vita non “osata”, senza mordente, che genera frustrazione e peggio ancora frustrazione non elaborata, fino alla rimozione: avrei diverse testimonianze di persone che ho incontrato e che mi hanno detto chiaramente: “Mi sento frustrato”, “Sono un’artista frustrata”, e poi sono andati avanti, mi hanno dato prova di “scioglimento”, di andare oltre, invece la distruttività è insita in chi non va oltre, ma si avvoltola nella frustrazione malcelata, irrisolta.
Sara Ongaro, nel libro La vita ci respira, osserva che l’amore non è solo una questione di relazione, ma anche di trasformazione. Fare girare le energie in un’ottica di trasformazione è il contrario di bloccarsi e rimanere fermi e così facendo imporre o proiettare sugli altri una difficoltà di andare avanti, di guardare oltre, di realizzarsi nella trasformazione, appunto. È proprio un peccato! Ho visto pochi giorni fa un libro dal titolo Il peccato: alienazione o invito alla liberazione?, di Jean Claude Sagne.
Infatti, una parola per indicare il peccato presso gli ebrei è sheddè, che vuol dire trauma irrisolto, blocco fisico proveniente da un blocco emotivo, da un trauma non elaborato. Gesù spesso liberava gli storpi e i ciechi dicendo “Per la facoltà di rimettere i peccati, ti dico di alzarti e camminare, ti siano rimessi i tuoi peccati”, ma aggiungeva sempre: “Se avrai fede”, “Abbi fede”, che vuol dire: tu ci devi mettere del tuo, ti devi sforzare, insomma: aiutati che Dio ti aiuta. Se questo non avviene, il “miracolo” non può avvenire, mentre se ogni giorno coltiviamo la facoltà di andare avanti, di sbloccare gli intrichi o gli intoppi, il miracolo avverrà ogni giorno e a volte più volte al giorno, nell’incontro con l’altro.
Una volta una donna che andava da uno psicologo comprò il libro di un suo amico e gli disse: “Lo compro per dare valore a me stessa, perché dando valore a te lo do anche a me, me lo ha detto lo psicologo”.
È il contrario di quanto avviene in certe persone che non elaborando il proprio fallimento, costruiscono un muro per separare sé stessi da chi riesce a realizzarsi. Anni fa Elena, una giovane donna, alla fine di uno spettacolo di Filippo, un suo conoscente, siccome lo spettacolo era a offerta libera, si rifiutò di dare una moneta con questa motivazione illuminante, molto diffusa ma raramente esplicitata: “Io ho fatto una scuola di teatro e potrei fare come te ma non ci riesco; quindi, neanche tu ci devi riuscire”.
È un po’ quella favola di Esopo in cui la volpe ha la coda mozzata e cerca di convincere le altre volpi a tagliarsi la cosa, e questa favola è rievocata a pag. 158 del libro Pensieri, di Giacomo Leopardi, ma in una nota, in una edizione Feltrinelli molto recente, forse la più recente, visto che è del 2014.