Il tentativo delle seguenti note è quello di mettere in luce i punti nei quali la sintassi piemontese si discosta da quella italiana, tralasciando quanto invece vi è in comune. Nelle lingue neolatine la sintassi, spesso molto diversa da quella latina a causa, anche, dell'introduzione generalizzata delle preposizioni in sostituzione della declinazione dei nomi ed aggettivi, ha seguito una evoluzione molto simile.
Si elencano tutti i punti esaminati (lungi da noi l'idea di completezza) e per ciascuno si indicano se e quali differenze esistano. Ricordiamo che qualche cosa che dovrebbe forse essere riportato come regola di sintassi, potrebbe invece trovarsi fra le frasi idiomatiche. Questo grazie alla nostra inesperienza nel campo.
Frase elementare e relative concordanze
Soggetto e predicato
Il pronome verbale soggetto
Una prima particolarità del piemontese consiste nell'uso del pronome personale verbale in funzione di soggetto, ogni volta che nella frase è espresso esplicitamente il verbo, ad eccezione dei verbi all'imperativo (ed ovviamente nei modi impersonali). Questo significa che, quando esiste un soggetto esplicito, la frase ha due "elementi soggetto", che ovviamente si debbono riferire allo stesso "soggetto reale", che compie o subisce l'azione. Questo è evidente esplicitamente quando non vi sono pronomi complemento associati al soggetto, come nelle frasi:
Mi i vado (soggetto esplicito mi, pronome verbale i) = io vado.
I vado (solo pronome verbale soggetto i) = (io) vado.
Ël can a mangia e peui a bogia la coa (nella prima proposizione Ël can è soggetto esplicito, a è il pronome verbale soggetto. Nella seconda proposizione appare solo a come pronome verbale soggetto) = il cane mangia e poi scodinzola.
Si osserva la seguente eccezione possibile ma non necessaria. Se una frase principale è seguita da frasi correlate, unite dalla congiunzione e o da virgola e costituite dal solo verbo, e le azioni espresse sono anche logicamente associate in modo da costituire una sorta di verbo unico esprimente una azione multipla, allora il pronome verbale può essere omesso per i verbi successivi. Esempio:
Ël can a mangia e bèiv (ma anche ël can a mangia e a bèiv) = Il cane mangia e beve.
mentre diventa obbligatorio il pronome verbale se vi è un complemento, in particolare se riferito ad un solo verbo:
Ël can a mangia e a bèiv ël lait (dove ël lait é complemento oggetto riferito a a bèiv) = Il cane mangia e beve il latte.
Se le due o più azioni non sono in relazione tra loro, allora il pronome verbale soggetto ritorna obbligatorio:
Un can a mangia, a cor, a deurm (dove le azioni sono generiche, e non correlate) = Un cane mangia, corre, dorme.
Il pronome personale interrogativo (soggetto)
Un'altra serie di pronomi personali che non esiste in italiano è quella dei pronomi personali interrogativi. Questi si mettono dopo il verbo e vi si uniscono con trattino. Quest'ultimo, a volte, può anche mancare e verbo e pronome formano allora una parola unica. (Naturalmente, per i dettagli rimandiamo alla Grammatica).
Con il pronome èpersonale interrogativo, il pronome personale verbale non è più necessario, in quanto l'interrogativo ne fà le funzioni. A volte comunque si può trovare. Esempi:
Còs veus-to? = Cosa vuoi?
Còs veul-lo? = Cosa vogliono?
Còs l'han-lo vorsù = Cosa hanno voluto?
Andom-ne? = Andiamo?
Còs l'has-to fàit? = Cosa hai fatto?
Si nota che alla seconda persona singolare il verbo è sempre, in questo caso, nella forma terminante in s, e che nei tempi composti il pronome interrogativo segue l'ausiliare. Riprendiamo più sotto questa forma per notare il suo uso con pronomi personali complemento.
Il predicato (verbale e nominale) e le sue concordanze
Non vi sono differenze "logiche" tra italiano, francese, piemontese a questo proposito, in particolare quando la frase è "elementare" (senza complementi). Il predicato verbale concorda in persona e numero con il soggetto, il predicato nominale, quando applicabile, anche in genere (la concordanza in genere per soggetti plurali di genere diverso segue le regole italiane e francesi). Questo vale anche con il participio passato dei tempi composti del predicato verbale, quando sono intransitivi con verbo essere.
Ad esempio:
Mi i vado, chièl a l' é andàit, chila a l'é andàita. Mentre invece chièl a l'ha beivù, chila a l'ha beivù.
Una osservazione deve essere fatta a proposito di predicato nominale e predicato verbale passivo (che però sottintende un complemento di agente).
In piemontese spesso il participio passato non è anche aggettivo: Ad esempio in italiano la parola stretto è participio passato ed aggettivo, mentre in piemontese strenzù è il participio passato e strèit è l'aggettivo.
La frase italiana L'anello è stretto può indicare lo stato dell'anello (soggetto, copula, predic. nomin.), oppure una azione subita dall'anello con agente sottinteso (soggetto, predic. verb. passivo). Si ovvia a questa ambiguità, qualora necessario, utilizzando come copula il verbo venire anzichè essere: L'anello viene stretto.
In piemontese questo non è necessario ed è inopportuno. Infatti:
L'anél a l'é strèit (sicuramente soggetto, copula, predic. nomin.) si riferisce ad uno stato dell'anello.
L'anél a l'é strenzù (sicuramente soggetto, predic. verb. passivo) si riferisce ad una azione subita dall'anello.La frase L'anél a ven strèit indica che l'anello "diventa" stretto. (ancora predicato nominale, sebbene particolare).
La frase L'anél a ven strenzù indica ancora l'azione subita, ma vi è ridondanza di informazione ed uso improprio del verbo venire.
Ricordiamo che in piemontese esiste una unica forma di passato, che comprende il passato prossimo, il passato remoto ed il trapassato remoto. In effetti esiste il passato remoto, che però da circa duecento anni si usa solo eccezionalmente in poesia. (occorre comunque saper riconoscere il passato remoto negli scritti piemontesi fino a tutto il '700).
Una particolarità
La forma enfatica Sono io che .....!, in piemontese può essere tradotta in due forme equivalenti: I son mi che .....! oppure A l'é mi che ....! (letteralmente è io che ... ! in analogia al francese c'est moi que ... !). Questo si estende anche alle altre persone: a l'é ti ..., a l'é chiel ..., e così via. Questa seconda forma è la più correntemente usata (e la più piemontese).
Attributi ed apposizioni
Anche in questo caso non esistono grosse differenze rispetto ad Italiano e Francese. Di regola l'aggettivo qualificativo segue il nome a cui si riferisce, salvo alcuni aggettivi che sono di solito usati prima del nome. Questi sono aut, bon, brav, cativ, gram, pòver, sant (rispettivamente alto, buono bravo, cattivo, cattivo, povero, santo). Come si vede anche in Grammatica, alcuni di questi aggettivi si modificano secondo l'iniziale della parola successiva.
Vale la pena soffermarci sulla parola pòver, che può essere aggettivo o sostantivo, con diverso comportamento. Come sostantivo maschile è invariante al plurale: Un pòver a l'ha nen vaire da stërmé = Un povero non ha molto da nascondere. Ij pòver a l'han pòch da rije = I poveri hanno poco da ridere. Come sostantivo femminile è pòvra, pòvre, ma è pochissimo usato, preferendosi associargli un nome ed usarlo come aggettivo (ad esempio pòvra dòna - povera donna - ). Come aggettivo, se indica persona bisognosa, si usa di norma dopo il sostantivo, se invece è detto in senso di commiserazione (a volte canzonatoria) allora è sempre prima del sostantivo. Il maschile singolare ha tre forme pòver, pòvr, pòr, mentre al plurale è pòvri. Al femminile è pòvra, pòvre rispettivamente per il singolare ed il plurale. La forma maschile pòver è quella che si usa quando segue il nome. La forma pòvr si usa quando precede il nome e questo inizia per vocale. La forma pòr si usa quando precede il nome e questo inizia per consonante.
Come per l'Italiano esistono aggettivi che cambiano significato se sono messi davanti o dietro al nome.: n'òm grand, un grand'òm (un uomo grande, un grande uomo). Altre particolarità sono viste in grammatica, oppure si trovano tra le espressioni idiomatiche piemontesi, oppure, se riferite a specifiche parole, si trovano direttamente nel vocabolario.
Quando l'apposizione è un titolo quale Signor, Dottore, Maestro, Barone, e così via, vi è qualche particolarità nell'uso piemontese.
- Signore è tradotto con Mossù, Sor, Sgnor, con significato diverso, mentre le parole Signor, Nosgnor sono riservate a Dio come Signore, Nostro Signore
- Signora è tradotto con Madama, Madamin, Sora, Sgnora, con significato diverso
- Signorina è tradotto con Tòta, Totìn-a, Matòta
Osserviamo subito la differenza tra Madama e Madamin, che in italiano sono ambedue "Signora". Fino a qualche decina di anni fà, la moglie assumeva il cognome del marito. Se dunque il marito si chiamava Pautasso, la moglie diventava Pautasso. Ma anche la suocera, madre del marito, si chiamava Pautasso. La suocera, come padrona della casa (o per lo meno come la più "alta in grado") assumeva il titolo di Madama Pautass, mentre la nuora il più modesto, ma più giovanile titolo di Madamin Pautass. Una donna non sposata, a qualunque età restava Tòta. Gli appellativi Totìn-a oppure Matòta sono il primo per ragazzine molto giovani ma non più bambine, il secondo è sinonimo di Tòta.
- Sor e Sora si usano solo associati a titoli o professioni, e non ai nomi. Sor dotor, Sor magister, Sor cont, Sor cavajer, Sora Baron-a, Sora profesorëssa rispettivamente Signor dottore, Signor maestro, Signor conte, Signor cavaliere, Signora professoressa. Nel discorso diretto (vocativo) sono senza articolo. Nel discorso indiretto hanno l'articolo: Signor maestro, posso uscire? = Sor magister, peul-ne seurte? . La signora baronessa vuole vedervi = La sora baron-a a veul vëddve. A proposito di questa frase e frasi simili, la costruzione corretta piemontese è Sora la baron-a a veul vëddve (ne riparleremo).
- Sgnor e Sgnora sono essenzialmente usati o come aggettivi o come sostantivi, nel senso di persona con signoritità, non come appellativi nel discorso diretto ad eccezione di: Sì sgnor = sissignore, No sgnor = nossignore, Si sgnora = Sissignora, No sgnora = Nossignora. Si trovano in frasi come: Madama Pautass a l'é propi na sgnora. = La signora Pautasso è proprio una signora.
- Mossù e Madama, senza articolo, sono usati con i nomi. Mossù Pautass, Madama Pautass. Se vengono usati associati a titoli, allora la costruzione è simile a quella usata in francese. Mossù l'avocat, dotor Pautass = Il signor avvocato, dottor Pautasso. Madama la baron-a = La signora baronessa e non si usa l'articolo davanti a mossù, madama.
In piemontese, agli amici e parenti si dà del tu. Agli estranei si dà del lei. Alle persone di rispetto (anziani essenzialmente) si dà del voi. Si nota che in questo caso, rivolgendosi a singola persona, si dice voi e mai voiautri, mentre voiàutri si usa solo per riferirsi ad effettivo plurale.
I pronomi complemento
I pronomi personali complemento
Notiamo che in base alle lettere con cui terminano le parole precedenti ed iniziano le parole seguenti, i pronomi personali complemento possono essere tonci oppure atoni. I pronomi personali complemento tonoci sono uguali a quelli soggetto (a differenza di quanto accade in Italiano per le prime due persone singolari, che hanno particolare comportamento anche in Francese). Un dettaglio su questi pronomi viene dato in Grammatica. Qui vengono solo sottolineate alcune differenze di sintassi.
Particelle di unione tra pronome verbale e pronome complemento
Se esistono pronomi complemento associati ai pronomi verbali soggetto, questi possono fondersi dando origine ad una sola particella pronominale, che comunque contiene il pronome verbale. Ad esempio:
Chièl am dis (am contiene il pron. verb. sogg. a (lui) ed il pron. pers. compl. di termine ëm (mi, a me)) = Lui mi dice.
togliendo il soggetto esplicito la frase diventa:
Am dis (dove il pronome verbale soggetto a è comunque presente) = Mi dice.
Scrivere chièl a ëm dis, chiel a më dis, chièl a'm dis sarebbe comunque errato. Una lista completa di queste particelle, che contempla tutti i casi, viene data in Grammatica.
Complementi oggetto e di termine
Mentre nelle frasi affermative con verbo semplice (tempi che non implicano l'uso di ausiliare) non vi sono differenze "logiche" nella costruzione della frase che contiene questi complementi, nei tempi composti vi è una differenza che si riscontra non solo con litaliano, ma anche con le altre lingue neo-latine. Questa stà nella posizione della particella complemento.
Se riprendiamo la frase precedente Lui mi dice e la portiamo al passato, Lui mi ha detto diventa: Chièl a l'ha dime.
Se alla stessa frase aggiungiamo un complemento oggetto: Lui me lo dice, in piemontese, al presente, abbiamo Chièl am lo dis, mentre al passato Lui me lo ha detto diventa: Chièl a l'ha dimlo.
Si nota quindi che i pronomi personali complemento, nei tempi composti, passano in coda al participio passato e vi si uniscono, lasciando il pronome verbale semplice prima del verbo. Il gruppo pronominale in coda al verbo può essere accusativo, dativo, o comprendere accusativo e dativo, come di solito capita anche in italiano. Altra nota: il gruppo pronominale in coda al verbo (che in questo caso termina con un participio passato), può modificare la finale del verbo stesso (nell'esempio dit diventa di-).
Ho detto, lo ho detto, gli ho detto, glelo ho detto diventano in piemontese rispettivamente I l'hai dit, i l'hai dilo, i l'hai dije, i l'hai dijlo.
Forma negativa con complementi
Notiamo le seguenti frasi, a titolo di esempio:
Non lo vuoi? = lo veus-to nen?
Non lo hai voluto? = l'has-to nen vorsùlo?
Non glielo diamo? = I-j lo dom-ne nen?
Si nota che il verbo perde, se ce l'ha, la vocale finale, sostituita dal pronome interrogativo (vedere Grammatica per dettagli). Nel terzo esempio rimane il pronome verbale, assieme a quello interrogativo, per motivi eufonici, ma in questi casi è più frequente l'interrogazione senza l'uso dei pronomi interrogativi.
Qualche nota e particolarità
Tutte le note e le particolarità sono viste in modo sistematico in Grammatica. Qui si evidenzia solo qualche punto significativo.
Tra i pronomi personali complemento vi sono le particelle riflessive, le quali possono anch'esse collassare in un'unica particella, con il pronome verbale. Ad esempio: Io mi muovo = Mi i ëm bogio = Mi imbogio. Qualche attenzione serve per la seconda persona singolare. Tu ti muovi a prima vista potrebbe sembrare Ti it boge, ma questo significa: Tu muovi. La forma riflessiva è Ti it ët boge, Ti it't boge. La pronuncia diventa solo appena percettibilmente diversa.
La situazione cambia nei tempi riflessivi composti Tu ti sei mosso diventa in piemontese Ti it ses bogiate
Si nota che i verbi esse ed avèj (essere ed avere) hanno nella loro coniugazione particelle eufoniche, che in particolari combinazioni con particelle pronominali possono mutare. In alcuni casi vengono introdotte ulteriori particelle eufoniche, ed in altri casi è richiesto l'uso del trattino. Per tutto questo si rimanda alla Grammatica, sezione relativa ai pronomi personali e sezione relativa ai verbi ausiliari.
Un'ultima nota sulla concordanza del participio passato nei tempi composti.:
In italiano si dice ad esempio Pietro la ha spaventata per dire Pietro ha spaventato lei. Le due proposizioni sono ambedue corrette, ma nella prima il participio passato del verbo (tempo composto) assume il genere del complemento oggetto la. Nella seconda rimane invariante rispetto al genere, in quanto anche se a spaventare fosse stata Maria, ancora sarebbe stato: Maria ha spaventato lei. Se quindi il complemento oggetto pronome precede il verbo, questo "vede" il soggetto per persona e numero, ma "vede" il complemento oggetto per adattare il genere del participio passato.
In piemontese, nei tempi composti il complemento passa dopo il participio e vi si unisce: Pero a l'ha sburdìla il participio rimane invariante, il pronome complemento lo segue. In piemontese quindi, grazie ad una diversa costruzione della frase con i tempi composti, non vi è questa variazione di concordanza.
Il pronome relativo "che" come complemento
In piemontese il pronome che è usato al nominativo, genitivo, dativo, accusativo ed ablativo, singolari e plurali, senza preposizioni. Quando possibile, però, genitivo, a volte dativo e nel complemento di moto da luogo utilizzano il pronome invariante dont. Questo uso, molto fluente in piemontese, può suonare strano a chi ha in mente la sintassi italiana. In effetti, esistono come parole piemontesi i pronomiqual, quala, quai, quale con uso simile a quello italiano, ma con essi la frase piemontese diventa innaturale e non scorrevole.
Nell'uso piemontese di che, a volte, per evitare ambiguità, si usa qualche pronome personale in ridondanza. Spesso la frase è organizzata (questo viene spontaneo, naturalmente) in modo da non utilizzare il pronome relativo. Quanto detto è illustrato nei seguenti esempi:
La persona di cui ti ho parlato ---> La person-a dont i l'hai dite
Il luogo da cui siamo venuti ---> Il luogo da dove siamo venuti ---> Ël leu da andova i soma vnù ---> Ël leu dont i soma vnù
Il bambino a cui abbiamo dato le caramelle ---> La masnà che i l'oma daje le caramele
Un paese in cui non sono mai stato ---> Un pais che i son mai staje ---> Un pais andova i son mai stait
Questo è un ciarpame di cui non puoi fare nulla ---> Sòn a l'é na ciarafa che it peule nen fene gnente
Purtroppo questa è una cosa a cui non puoi fare nulla ---> Belavans sòn a l'é na còsa che it peule nen feje gnente
Questa è una idea che vale la pena combattere ---> Costa a l'é n'idèja che a val la pen-a ëd combatla
Questa è una idea per cui vale la pena combattere ---> Costa a l'é n'idèja che për chila a val la pen-a ëd combate
Le ultime due frasi ci introducono nell'uso piemontese delle preposizioni nei complementi indiretti, ed al loro uso più in generale.
I complementi
Complemento oggetto
Notiamo subito che vi sono verbi che in italiano hanno significato intransitivo e che in piemontese esprimono lo stesso concetto in forma transitiva. In questi casi, quello che in italiano è un complemento indiretto, in piemontese diventa complemento oggetto. Esistono poi verbi, come ne esistono in italiano, che possono avere significato transitivo o intransitivo, ed in questo caso le due forme esprimono due concetti diversi.
- Verbo neuse (nuocere) in piemontere è transitivo: gli ha nuociuto = a l'ha nosulo e non a l'ha nosuje
- Verbo rusé transitivo = sgridare
- Verbo rusé intransitivo = litigare
In italiano "litigare" viene usato anche in forma transitiva riflessiva come: litigarsi qualcosa, mentre in piemontese si litiga sempre për quaicòs.
In piemontese si usa spesso la preposizione dë con quello che nella logica della sintassi italiana è complemento oggetto, mentre in piemontese è partitivo o usato come tale. Vedere in proposito qui di seguito.
Partitivo
In piemontese vi è un uso alquanto simile a quello francese del partitivo:
Avere informazioni = avèj d'informassion (avere d'informazioni).
Chiedere informazioni = ciamé d'informassion (chiedere d'informazioni).
Ho visto altri posti = I l'hai vëddù d'àutri leu (ho visto d'altri posti).
Suonare l'organo = soné dl'òrgo (suonare dell'organo) ma in questo caso, anche soné l'òrgo.
A proposito di quest'ultimo esempio, si usa la forma partitiva più per indicare una azione abituale, che non per focalizzare l'azione del momento.
In particolare il partitivo è sempre usato nelle espressioni che in italiano sono costruite: molto/a + [entità singolare], molti/e + [entità plurale] e che in piemontese sono tradotti con molto (avverbio) + di + [entità singolare o plurale] e cioè motobin ëd ....... Notiamo che questa è la stessa costruzione che si ha nel francese beaucoup de ...... Ad esempio:
Molto pane = motobin ëd pan = beaucoup de pain
Molte mele = motobin ëd pom = beaucoup de pommes
Complementi di luogo
Sono da notare alcune particolarità. La prima riguarda non una particolare forma, ma due particolari posti Asti ed Alba (Ast e Alba). I complement di luogo riferiti a questi due posti, utilizzano la congiunzione in = an (in piemontese), per il complemento di stato in luogo e di moto a luogo, mentre il complemento di moto da luogo aggiunge comunque la congiunuzione an
sono ad Alba = I son an Alba
vado ad Asti = I vado an Ast
vengo da Asti = I ven-o da 'n Ast
Altre località inizianti per "A" non si comportano allo stesso modo. Ancora riferito all'abbondante uso della preposizione dë in piemontese, si nota che questa si trova, in modo ridondante ma comunque sempre presente, associata alla preposizone da nelle seguenti espressioni:
da 'd sà, da 'd là = di qua, di là e che letteralmente sarebbero da di qua, da di là.
È da considerare un partitivo all'interno di un complemento di moto da luogo l'espressione:
A riva da d'àutri pòst = arriva da altri posti (letteralmente arriva da di altri pòsti) e frasi simili, dove il complemento di luogo è plurale ed indeterminato.
Costruzioni particolari
Si notano le seguenti costruzioni:
A l'ha gnun amis an càusa a sò spatuss = non ha nessun amico a causa della sua boria (letteralm. non ha nessun amico in causa a sua boria)
L'espressione a causa di... viene tradotta, salvo diversi italianismi, peraltro usati, con in causa a...
I son ancamin che i lo faso = lo stò facendo (letteralm. sono in cammino che lo faccio).
L'azione continua viene espressa dalla locuzione an camin che... oppure da una espressione molto particolare (e meno usata) costituita dal verbo ten-e (tenere), coniugato, seguito dal participio passato del verbo esprimente l'azione, ad esempio I lo ten-o fàit = lo stò facendo (letteralm. lo trengo fatto).
A parla su chièl coma se a fussa un gadan = parla di lui come se fosse un fesso (letteralm. parla su lui come se fosse un fesso). In questa espressione, parlare di... viene tradotto parlare su...
A fussa mach ëd chièl i sarìo mal ciapà = fosse solo per lui, saremmo mal messi (letteralm. fosse solo di lui saremmo mal presi)
e così via.
Queste espressioni non sono molto usate oggi (salvo la seconda, usata in esclusiva) a causa dell'introdursi delle costruzioni italiane piemontesizzate. Sono comunque parte della lingua piemontese, e la parte più autentica.
Sintassi delle parti del discorso
Articolo
Nel piemontese classico l'articolo non si usa davanti ai nomi proprii (non sono dunque ammessi gli equivalenti di: il Mario, la Caterina etc. che in piemontese sarebbero semplicemente Mario, Catlin-a). Nelle campagne e nella zona orientale del Piemonte si incontra anche questo uso.
Qualche particolarità si ha con i nomi Po e Dora.
In generale i nomi dei fiumi hanno l'articolo, ma si ha che il Po prende, non necessariamente, l'articolo quando lo si intende come fiume vero e proprio. Se invece ci si riferisce al Po come ad un luogo, allora non accetta l'articolo. Esempio:
Il Po è un lungo fiume = Ël Po a l'é un fium longh
Vado al Po a prendere sole = I vado a Po a pijé sol
I fiumi Dora (tanto Baltea quanto Riparia) prende l'articolo quando sono chiamati Dòra mentre non lo prendono quando sono chiamati Dòjra. La parola dòjra significa anche ruscello, torrente in generale.
Ricordiamo, infine, che l'articolo serve a distinguere il numero con quasi tutti i nomi ed aggettivi maschili, che sono di solito invarianti al plurale, così come qualche nome femminile. Si è visto che gli aggettivi possessivi rifiutano l'articolo, salvo al plurale maschile. La ragione è questa distinzione di numero:
Il mio cane = mè can ; i miei cani = Ij mè can. Unica differenza è l'articolo.
Altro uso dell'articolo che è comune in piemontese e non in italiano è nell'introduzione del discorso diretto "Scusi, signore ... ; Senta, signore ..." etc. che in piemontese è: Ch'a dìa, lë sgnor .... e simili, quindi "Dica, il signore ... "
Sostantivo
In piemontese è possibile, sebbene poco frequente, l'uso del verbo al plurale quando il soggetto è un nome collettivo. Non è dunque errore dire La gent a capisso nen = la gente non capiscono anzichè La gent a capiss nen = la gente non capisce. Da notare, comunque, che articolo ed eventuale aggettivo rimangono al singolare, come ad esempio: La brava gent a capisso nen = la brava gente non capiscono, che vale la brava gente non capisce.
Abbiamo già visto l'uso dei nomi madama, madamin, tòta, mossù, sgnor, sgnora, sor, sora e rimandiamo per questo alla relativa pagina.
Un'altra particolarità piemontese sta nel modo di indicare le ore: Per l'una, le due ed a volte anche le tre, si usa la parola bòt (pron. \bot\), maschile, per le altre la parola ore (ron. \ure\), femminile. Si ricorda poi che in piemontese "due" può essere maschile (doi) o femminile (due). Attenzione: se ci si riferisce ad un intervallo
di tempo, allora si usa sempre ore e mai bòt.
Sono le due = A l'é doi bòt (letteralmente È due ore)
Sono le due e mezza = A l'é doi bòt e més (letteralmente È due ore e mezzo)
Sono le quattro = A l'é quatr ore (letteralmente È quattro ore)
Sono le quattro e mezza = A l'é quatr e mésa (letteralmente È quattro e mezza)
Per arrivare ci vuole un'ora e mezza = Për rivé a-i và n'ora e mesa
Si nota che, il verbo è al singolare (è e non sono) e che quando l'ora non è completa la parola ora non si mette, mentre la parola bòt si mette). Inoltre con bòt si usa més (maschile), mentre quando è suppostoore, anche se non esplicito, si usa mésa (femminile).
Aggettivo
Qualcosa abbiamo già detto prima a proposito di attributi. A complemento di quanto visto anche in grammatica aggiungiamo quanto segue, essenzialmente sui superlativi e sulle forme aggettivali:
Si è visto come in piemontese la forma del superlativo assoluto con desinenza in --issim (--issimo) sia poco accettata, sebbene grammaticalmente corretta. Vi sono allora espressioni con valore di superlativo, che possono essere, ad esempio, il raddoppio dell'aggettivo (come gia visto) o l'associazione di due aggettivi diversi, oppure comparativi a volte paradossali, ma di uso comune e come tali suonano come normale modo di dire le cose.
Ad esempio:
A l'é andait për tèra long e tirà = è caduto per terra disteso (ma molto disteso) (letteralm. è andato per terra lungo e tirato)
Anfreidà com un can = molto raffreddato (letteralm. raffreddato come un cane)
Bòrgno coma 'n pom = completamente ceco (letteralm. ceco come una mela)
I due paragoni qui sopra, così come la prima associazione di aggettivi, non sono "estemporanei", o forme scherzose, ma sono forme generalmente usate.
Molto usato è l'aggettivo bel, bela, bej bele (bello / a / i / e ) per rendere il superlativo, anche nella forma (un) pì bél... (un più bello...) come:
A l'è bel véj = è vecchissimo (letteralm. è bello vecchio)
Na pì bela fija = Una ragazza bellissima (letteralm. una più bella ragazza)
Ancora, l'espressione dij béj, che letteralmente è: dei belli, vale "molti" in espressioni del tipo A-i na son dij béj = ce ne sono molti
Anche la parola "bin" come "motobin" serve a fare il superlativo.
Vedremo ancora tra le frasi idiomatiche qualche esempio del tipo di quelli visti sopra.
Per il superlativo relativo ricordiamo le due possibili forme: La più brava persona = La pì brava përson-a = La përson-a la pì brava.
Si noti l'espressione superlativa: a l'é d'un + aggettivo come ad esempio a l' é d'un brut (che) che vale è molto brutto, è tanto brutto che...
Due aggettivi particolari, che possono essere pronomi ed avverbi, sono motobin (molto) e pòch (poco) . Abbiamo già visto l'uso di motobin come avverbio associato ad un aggettivo per fare un superlativo. In questo senso l'uso è pressoché come in italiano, anche per pòch:
molto sveglio, poco sveglio = motobin degordì, pòch degordì
Nell'uso come aggettivo indefinito, queste parole tendono a reggere quasi sempre il partitivo (in particolare motobin). Non sono molto simili, in quanto motobin è invariante (e pertanto conferma il suo comportamento avverbiale - vedere qui sotto gli avverbi) mentre si ha pòch, pòchi, pòca, pòche. Si osservino i seguenti esempi:
molto pane = motobin ëd pan (letteralm. molto di pane)
ti sei fatto molti nemici = It ses fate motobin ëd nemis (letteralm. ti sei fatto molti di nemici)
Poichè motobin è invariante, l'uso in questo modo coincide con l'uso di un avverbio. Diverso è il discorso per pòch. Questo, se il partitivo seguente è al plurale, allora mantiene l'articolo indeterminativo singolare, ma concorda in genere e numero con il partitivo.
Un po' di capre = un pòche 'd crave
Un po' di mele = un pòchi 'd pom
Se il partitivo è al singolare, pòch, che ovviamente è al singolare, è maschile se il partitivo è maschile, può concordare o no nel genere se il partitivo è femminile un po' di latte = un pòch ëd lait
un po' di toma = un pòch ëd toma
un po' di toma = un pòca ëd toma
Naturalmente il discorso cade se si usa la forma contratta po'
Tra gli aggettivi indefiniti notiamo vàire (invariante in genere e numero) che di per sé significa molti, ma associato a che prende valore di quanto, quanti, e spesso (di preferenza, quando possibile) regge il partitivo, come nella domanda quanti anni hai? che di traduce con vàire d'agn che il l'has?. Oppure ancora: non sò quanti siano si traduce con i sai nen vàire che a sio.
Notiamo ancora l'aggettivo gnun (nessuno), che in italiano è usato quasi esclusivamente al singolare, mentre in piemontese è spesso al plurale. Questo risulòta evidente al femminile, data la quasi costante invarianza del maschile. a-i son gnun-e cirese vale non c'è nessuna cigliegia, ma letteralmente vi sono nessune cigliege.
Pronome
Abbiamo già parlato della posizione dei pronomi personali complemento e come questa sia diversa da quella della frase italiana (pagina precedente). In piemontese in molti casi è regola (non obbligatoria) la ripetizione pleonastica di un pronome dativo, quando vi è un complemento di termine esplicito:
Lo dico a mio padre = I-j lo diso a mè pare oppure I lo diso a mè pare, ma la prima frase suona meglio, sebbene con un elemento pleonastico.
Inoltre abbiamo parlato di pronomi personali verbali e pronomi personali interrogativi, assenti in italiano, nonché come questi formino svariate particelle pronominali, per combinazione con i pronomi personali complemento.
Abbiamo anche visto le particolarità del pronome relativo che. Riprendiamo brevemente quest'ultima questione.
Questo pronome, utilizzato senza preposizioni per i vari complementi, potrebbe dare origine a frasi ambigue.
Contemporaneamente l'utilizzo, all'italiana, del pronomi qual, quala, quai, quale con le relative preposizioni, in piemontese suona come una strana forzatura. Nello stile piemontese, nel corso dei secoli, il problema è stato risolto diversamente. Già esiste in piemontese la tendenza ad aggiungere qualche pronome pleonastico, come abbiamo visto prima, e dunque il sistema più immediato è l'aggiunta di qualche particella pronominale o avverbiale alla frase in modo da renderla chiara e, contemporaneamente, spontanea. Allora se riprendiamo la frase : la persona a cui abbiamo parlato, in piemontese diventa corrispondente a la persona che abbiamo parlato a lui (parlatogli) ed in questo modo il senso è chiaro. In piemontese è anche scorrevole: la person-a che i l'oma parlaje.
L'espressione italiana quello che... può essere resa anche, a volte, con cosa, che cosa, forme che diventano obbligatorie nelle interrogazioni. Ad esempio: Cosa dici? - Quello che dico non ha importanza. In piemontese, tanto nella frase affermativa come in quella interrogativa si usa di preferenza l'espressione lòn che..., per cui quanto sopra si traduce in Lòn ch'it dise? - Lòn ch'i diso a l'ha nen d'amportansa. In questo caso l'interrogazione può essere Còs dis-to?.
Come ultima cosa diciamo che in piemontese le forme io sì, io no possono essere tradotte in modo semplice o rafforzato, rispettivamente:
io sì = mi sì oppure mi sì mi
io no = mi no oppure mi no mi
e si tratta di forme molto comunemente usate.
Notiamo infine che per il pronome indefinito gnun = nessuno, valgono le considerazioni fatte a proposito del relativo aggettivo indefinito.
Verbo
Innanzitutto si veda quanto è già stato detto a proposito del predicato, nella pagina precedente.
Abbiamo già visto e commentato l'assenza del passato remoto. In realtà è meglio considerarlo presente ma non usato.
Prima si è accennato ai tempi continui, che in italiano suonano, ad esempio:
io sto facendo, tu stai facendo,...etc.
io stavo vacendo, tu stavi facendi, .... etc.
e così via. Il modo più "normale" per tradurre in piemontese i tempi continui è l'utilizzo della locuzione, coniugata, esse ancamin che ...+ verbo coniugato e dunque si avrà:
io sto facendo = mi i son ancamin che i faso.
tu stavi facendo = ti it j'ere ancamin che it fasìe.
Anche la forma tipo italiano è presente nella lingua piemontese, e quindi si dice anche mi i stago fasend, ti it ëstasìe fasend ma è meno comune.
La forma optativa si esprime in piemontese con il congiuntivo, al quale viene associato il pronome personale interrogativo. Questo ne costituisce un altro uso, come già accennato.
Andasse a quel paese per davvero = andèiss-lo a col pais dabon (riferito a maschile)
Una costruzione simile si ha nella simile situazione:
fosse pure la padrona del vapore, per me che vada a farsi friggere = fuss-la bele la padron-a dël vapor, për mi ch'a vada a fesse frise
anche in questo caso, essendo presente il pronome personale interrogativo, non è richiesta la presenza del pronome personale verbale.
Azioni immediatamente consecutive. In piemontese vengono espresse in una forma che ricorda l'ablativo assoluto latino. La forma è usata anche in italiano (almeno dai piemontesi), ma in piemontese è la più comune. Ad esempio:
Subito dopo averlo pagato lo ha rotto = pagà ch'a l'ha avulo, a l'ha rompùlo (pagato che ha avuto-lo, ha rotto-lo). Naturalmente l'italiano non usa posporre il pronome complemento al participio passato).
Costruzioni molto usate, simili a quelle francesi. Riportiamo un paio di costruzioni che in piemontese sono molto usate, in quanto vengono naturali, e che assomigliano molto alle corrispondenti costruzioni francesi per frasi di uguale significato:
Sono io che .... = A l'é mi che.... (é io che .... ) in francese: c'est moi que ....
Cosa vuoi, cosa è che vuoi? = lòn che a l'é ch'it veule? (quello che è che tu vuoi?) in francese qu'est ce que tu veules?
Particolari forme assumono in piemontese le forme bisogna, si deve, aver bisogno, importare (avere importanza - a me importa ... etc. - ). Delle prime abbiamo già visto a proposito dei verbi difettivi. Dell'ultima forma diciamo che in piemontese viene usato il verbo fare o una sua modificazione, rispettivamente fé, anfé in modo impersonale (3^ pers. sing.) associato alla particella partitiva na. Dunque:
mi importa poco = am na fà pòch, am n'anfà pòch (egli a me ne fà pòco)
a loro non importava = a lor a-j na fasìa gnente (a loro egli (a) loro ne faceva nulla) si osservi la ripetizione del dativo.
Infine senza pretese di essere stati completi, citiamo qualche verbo piemontese che può essere transitivo o intransitivo, con due significati diversi. Questo meccanismo c'è anche in italiano, ma con verbi diversi. Ad esempio:
Rusé intrans. = litigare ad esempio A ruso për gnente = litigano per un nonnulla.
Rusé trans. = sgridare ad esempio A l'ha rusà sò fieul = a sgridato suo figlio.
Rasoné intrans. = ragionare ad esempio A rason-a bin = ragiona bene.
Rasoné trans. = far ragionare ad esempio A-i é gnun bon a rasonélo = nessuno riesce a farlo ragionare. letteralm. non c'è nessuno buono a ragionarlo
Preposizione
Abbiamo già detto qualcosa delle preposizioni a proposito dei complementi. Fra le particolarità non ancora viste nell'uso delle preposizioni notiamo:
1) - Il gerundio (tanto presente quanto passato) viene spesso preceduto dalla preposizione an = in. Allora si dirà tanto essend andàit (essendo andato) quanto an essend andàit. Come pure a ven nen, an pairanda nen = non viene, non potendo. Qui si nota anche che a volte, per motivi eufonici, il gerundio prende una a finale.
2) - In complementi di luogo, la preposizione principale su ( e derivate articolate) viene spessissimo preceduta dalla preposizione an (in). Ad esempio Sul tavolo = An sla tàula
3) - Si è già visto che la preposizione dë (di) in piemontese è molto usata, in quanto il partitivo è molto usato (vedere anche qui sopra gli aggettivi). Qui notiamo che vi sono alcuni casi in cui questa preposizione di raddoppia, come nelle espressioni:
Di qua, di là =dë 'd sà, dë 'd là (di di quà, di di là)
4) - La congiunzione dë viene preposta a volte anche al complemento oggetto, esprimendolo come partitivo. Ad esempio:
Suonare il piano = Soné dël piano
5) - Si usa la preposizione an, che in presenza di articolo diventa ant seguita dall'articolo, per indicare verso, circa più o meno, quando sono riferiti a tempo, come nel seguente esempio:
Ant ël mesdì = verso mezzogiorno (letteralm. nel mezzogiorno).
6) - Con ansema (assieme) non si usa mai con ma sempre (quando serve) a.
Notiamo che la preposizione dë viene usata a volte associata ad altre preposizioni, ancora con valore partitivo, come ad esempio "con altre persone, da altri posti che devono essere tradotte con d'àutre person-e, da d'àutri pòst"
Infine notiamo che quando i verbi vëdde, savèj, sente = vedere, sapere, sentire reggono un infinito, in piemontese questo di solito è preceduto dalla preposizione a. Ad esempio sò nuotare bene = i sai a noé bin, oppure non sò dirti = i sai nen a dite oppure lo ho visto partire = i l'hai vistlo a parte oppure la sento arrivare = i la sento a rivé.
Avverbio
Da quanto visto a proposito degli aggettivi, possiamo dire che motobin (molto) si comporta sempre come avverbio e spesso regge il partitivo. Allo stesso modo si comporta pì (più), che segue le stesse regole, come ad esempio:
Voglio più pane = I veulo pì 'd pan (voglio più di pane)
Ripassiamo quanto detto a proposito delle affermazioni e negazioni piemontesi:
Vi sono tre particelle affermative piemontesi che sono: sì, é, òi. Le prime due sono equivalenti, la terza ha valore rafforzato.
La particella negativa piemontese corrispondente è no
Le particelle per negare le azioni (verbi al negarivo) sono due nen, pà. La seconda è negazione rafforzata, ma può essere usata in sostituzione della prima.
L'uso di nen, pà, è diverso dall'uso francese e dall'uso italiano. Vi sono molte espressioni avverbiali particolari, per le quali rimandiamo alle forme idiomatiche piemontesi. Si ricorda che moltissimi avverbi piemontesi sono composti da due parole (di solito preposizione e nome).
Uso rafforzativo di "pro" Questo è un avverbio che di per sé vale "a sufficienza", ma ha un uso molto comune con valore approssimativo di certo che ...., sicuramente, sì che... come può essere dedotto dai seguenti esempi:
I-i vado pro = Sì che ci vado, certo che ci vado
I l'hai pro dijlo = Glielo ho ben detto, certo che glielo ho detto
A sarìa pro bel = Sarebbe bello sì..., certo che sarebbe bello
I l'hai pro mandalo al col pais, ma chièl a l'é pà bogiasse = L'ho mandato sì a quel paese, ma lui non si è mosso
Nei tempi semplici segue immediatamente la voce verbale che lo regge, nei tempi composti stà fra ausiliare e participio. Spesso in frasi seguite da "ma ...", esplicito o implicito, come dire certo che sì ... , però ...". Questo è l'uso più comune.
La parola italiana come nel senso di in quale modo, viene spesso resa in piemontese con coma che..., com che...., in particolare, ma non solo, nelle forme interrogative. Ad esempio: come ti chiami? si traduce in coma ch'at diso? (che letteralmente si traduce come che ti dicono?) oppure coma ch'it ës-ciame?.
La stessa parola italiana come nel senso di in che modo, quanto, in frasi esclamative come : Quanto/come fa freddo!. Come/quanto sei fessacchiotto!, in piemontese suona: che e dunque: Ch'a fa frèid!, ch'it ses gadan! (letteralmente : che fa freddo!, che sei fessacchiotto!
Congiunzione
Si nota un uso particolare della congiunzione che nelle espressioni:
Dire di sì, dire di nò = Dì che 'd sì, dì che 'd nò (dire che di s', dire che di nò)
Qualche particolare modo di rendere alcune congiunzioni sarà visto nelle espressioni idiomatiche. Qui notiamo ancora che spesso, in piemontese si associano due congiunzioni equivalenti (cosa che in italiano è errata, in piemontese no). Ad esempio di dice ma però, peui dòp, siché donca = ma però, poi dopo, cosicche dunque etc.
Facciamo ancora una considerazione sulla congiunzione përchè (perchè). Quando si trova in frase negativa con il senso perchè non...., in piemontese di solito si spezza nelle sue due parti për e che e la negazione si introduce fra esse. Ad esempio:
Te l'ho detto perchè tu non vada = I l'hai ditlo për nen ch'it vade.
Esclamazioni
Vi sono, in Piemontese, locuzioni esclamative che vengono costruite in modo differente da quanto si fà in Italiano, come da quanto segue.
Espressioni italiane del tipo:Quanto sei scemo !, oppure Come era bello !, e così via, in Piemontese utilizzano o la costruzione alla francese, oppure una simile. Rispettivamente Ch'it ses fòl, Ch'a l'era bél oppure S'it ses fòl. S'a l'era bél.