In piemontese sostantivo ed aggettivo sono entrambi chiamati "nòm" (nome) e precisamente, rispettivamente, "nòm sostantiv" e "nòm agetiv". Il pronome viene chiamato "përnòm". Queste tre parti del discorso hanno in comune, con poche eccezioni, le regole di formazione del femminile e le regole di formazione del plurale. In verità, per il pronome, si ha un po' più di variabilità e dunque si ritornerà su questi aspetti nei relativi capitoli.
In questa parte comune vengono dati gli insiemi di queste regole di passaggio, mentre nei capitoli successivi, specifici per queste parti del discorso, si tratterà degli altri aspetti.
Anche per il piemontese, il processo di derivazione dal latino ha portato alla scomparsa del genere neutro, e dunque sono rimasti, come per l'italiano, il francese, etc., i generi maschile e femminile. Come in ogni lingua neolatina, accanto ai sostantivi di genere fisso esitono i sostativi di genere variabile. Tra quelli di genere fisso non sempre il genere latino si è mantenuto, mentre i sostantivi di genere neutro sono stati assegnati a volte al maschile, a volte al femminile, in modo differente nelle varie lingue. Inoltre, come abbiamo visto, molte parole del lessico piemontese sono di origine non latina. Il risultato di questo, come vedremo meglio in seguito (parte specifica), è che numerosi sostantivi piemontesi hanno genere diverso dai corrisdpondenti sostantivi italiani, indicanti la stessa entità.
I sostantivi di genere variabile seguono le regole che qui riportiamo, per il passaggio dal maschile singolare al femminile singolare. Si assume quindi come forma base quella del maschile singolare, da cui derivano le altre forme. Il primo gruppo di regole porta dunque da maschile a femminile singolari. Per gli aggettivi, il genere viene determinato dalla concordanza con il sostantivo a cui vengono riferiti. Questo come regola generale, in quanto esistono specifici casi di aggettivo usato in senso sostantivo, e quindi con genere proprio.
Per quanto riguarda il numero, anche in piemontese esistono sostantivi solo singolari, sostantivi solo plurali, sostantivi con forma singolare e significato plurale, e viceversa. La grande maggioranza dei sostantivi, comunque può esserte singolare o plurale in base al numero delle entità che definisce.
Anche il numero, per gli aggettivi, viene determinato dalla concordanza con il sostantivo a cui l'aggettivo è riferito. Alcune particolarità nell'uso del numero di sostantivi ed aggettivi verranno date nella parte specifica e nei capitoli dedicati alla Sintassi.
Una volta ottenuti i due generi singolari, le regole di passaggio da singolare a plurale permetteranno di ottenere i due generi plurali.
Come linea generale assumiamo che anche i pronomi seguano queste regole generali di derivazione. Essi assumono il genere ed il numero del sostantivo che sostituiscono. Come si è già detto, comunque, si tornerà su questi aspetti dei pronomi nel capitolo a loro dedicato.
Formazione del femminile.
Vederemo nella parte specifica che non è quasi mai possibile, dalla forma di un sostantivo, stabilirne il genere. In questa parte, salvo diversa indicazione, supponiamo sempre di partire dal maschile singolare (m. s.), per arrivare al femminile singolare.
Nomi terminanti per consonante al m. s..
La regola base per sostantivi ed aggettivi che terminano per consonante al m. s. è che aggiungono una "...a" al maschile per ottenere il femminile. Questa regola ha numerose eccezioni. Si ha allora:
lë sgnor (il signore) ---> la sgnora (la signora)
ël pastor (il pastore) ---> la pastora (la pastora)
ël novod (il nipote) ---> la novoda (la nipote)
ël servent (il servo) ---> la serventa (la serva)
ël gat (il gatto) ---> la gata (la gatta)
generos (generoso) ---> generosa (generosa)
fòl (scemo) ---> fòla (scema)
creus (profondo) ---> creusa (profonda)
bél (bello) ---> bela (bella)
etc.
Come detto, questa regola presenta eccezioni. La prima che esaminiamo è relativa ai sostantivi che indicano un mestiere e che terminano in "...or" al m. s. Questi sostantivi formano il femminile cambiando l'uscita in "...òira". Pertanto si avrà:
l'artajor (il salumiere) ---> l'artajòira (la salumiera)
ël sartor (il sarto) ---> la sartòira (la sarta)
ël tenzior (il tintore) ---> la tenziòira (la tintrice)
etc.
Questo vale anche per quei mestieri, tradizionalmente maschili, per i quali il femminile è comunque ammesso, benché non usuale. Allora:
ël torgnor (il tornitore) ---> la torgnòira (la tornitrice)
ël murador (il muratore) ---> la muradòira (la muratrice)
etc.
Si nota che sgnor e pastor sono invece compresi nell'elenco dato per i femminili regolari, benché terminanti in "...or". Il primo non è certo un mestiere, e nemmeno il secondo è considerato tale in quanto si tratta più di uno stato o condizione, almeno nel sentire comune nel tempo durante il quale si è formata la lingua.
Se si tratta di professioni "più nobili" ed il sostantivo m. s. termina in "...tor", allora il femminile esce in "...triss", in analogia con molte altre lingue. (anche sartor, che abbiamo visto sopra termina in ...tor, ma non rientra nelle professioni "nobili"). Allora si ha:
ël pitor (il pittore) ---> la pitriss (la pittrice)
lë scritor (lo scrittore) ---> la scritriss (la scrittrice)
lë scultor (lo scultore) ---> la scultriss (la scultrice)
l'ator (l'attore) ---> l'atriss (l'attrice)
etc.
Nell'elenco non è compreso il dotor (dottore), in quanto questo appartiene alla categoria dei titoli accademici e nobiliari, che hanno l'uscita del femminile in "...ëssa", in analogia con altre lingue, con anche qualche variazione della radice. Dunque si ha:
ël dotor (il dottore) ---> la dotorëssa (la dottoressa)
ël professor (il professore) ---> la professorëssa (la professoressa)
ël prensi (il principe) ---> la prensipëssa (la principessa) (irreg.)
ël duca (il duca) ---> la duchëssa (la duchessa)
ël cont (il conte) ---> la contëssa (la contessa) (irreg.)
ël baron (il barone) ---> la baronëssa (la baronessa)
etc.
Si nota, tuttavia che baron ha anche il femminile regolare baron-a (vedremo poi il cambio dell'ultima consonante), e che marchèis ha sempre il femminile regolare marchèisa.
Con la finale in "...or" vi sono anche aggettivi al grado comparativo. Questi, quando sono usati con significato proprio di aggettivo, rimangono invariati al femminile. Se invece hanno significato di sostantivo, allora aggiungono regolarmente una "...a". Si ha dunque:
ël pian superior (il piano superiore) ---> agg. maschile
la trav superior (la trave superiore) ---> agg. femminile
ël superior dël convent (il superiore del convento) ---> sost. maschile
la superiora dël convent (la superiora del convento) ---> sost. femminile
etc.
Altra eccezione alla regola è data dai sostantivi ed aggettivi che terminano in "...eur" al m. s. Questi, di solito formano il femminile cambiando questa terminazione in "...eusa", e solo più raramente hanno femminile regolare in "...eura" (a volte sono ammesse ambedue la forme). Si ha:
ël farseur (lo spaccone, il millantatore) ---> la farseusa (la spaccona, la millantatrice)
ël coefeur (il parrucchiere) ---> la coefeusa (la parrucchiera)
ël monteur (il modista) ---> la monteusa (la modista)
... ma ...
ël blagheur (il gradasso) ---> la balgheura (la gradassa)
etc.
A questa categoria appartengono molti sostantivi indicanti specializzazioni di lavoro (per lo più manuale). Si tratta di lavori essenzialmente maschili per la letteratura passata, ma che ammettono senz'altro il femminile. In questo caso sembra più aderente l'uso della terminazione in "..eura", benché per qualcuno si addica anche la terminazione in "..eusa". Qualche esempio:
travajeur (lavoratore) ---> travajeusa (lavoratrice)
freseur (fresatore) ---> freseura (freseusa) (fresatrice - la persona che fresa e non la macchina -)
giusteur (aggiustatore) ---> giusteura (aggiustatrice)
saldeur (saldatore) ---> saldeura (saldatrice - la persona che salda e non la macchina -)
fondeur (fonditore) ---> fondeura (fonditrice)
etc.
Si coglie l'occasione per ricordare che questi sostantivi in "...eur" si riferiscono sempre alla persona. La macchina o l'attrezzo terminano in "...dor, ...tor, ...triss", e dunque chi salda è il saldeur, il quale usa per attrezzo il saldador.
Una ulteriore eccezione alla regola viene dagli aggettivi (non dai sostantivi) che terminano al m. s. in "...al". Questi rimangono invariati al femminile, mentre i sostantivi in "...al" aggiungono regolarmente una "...a". Dunque:
l'ufissi postal (l'ufficio postale) ---> agg. al maschile
la cartolin-a postal (la cartolina postale) ---> agg. al femminile
ël caval (il cavallo) ---> la cavala (la cavalla)
etc.
Una regola simile, ma non uguale, si ha per gli aggettivi che terminano per "... il". In questo caso (con qualche eccezione) il comportamento è determinato dalla posizione dell'accento tonico sulla parola. Se questo cade sull'ultima sillaba, allora il femminile è regolare e viene aggiunta una "...a". Se l'accento cade prima, allora li femminile è invariato rispetto al maschile. Dunque si avrà:
un tòch fàcil (un pezzo facile)
na còsa fàcil (una cosa facile).
... ma ...
un fil sutil (un filo sottile)
na muraja sutila (muro sottile) (muraja = muro è femminile in piemontese)
etc.
Vi sono alcuni aggettivi che terminano per "...ar". Questi rimangono invariati al femminile, Dunque:
ël sistema solar (il sistema solare)
l'atività solar(l'attività solare).
un fieul esemplar (un ragazzo esemplare)
na fija esemplar (una ragazza esemplare)
etc.
Continuando con le eccezioni alla regola, vediamo i nomi (sostantivi ed aggettivi) che terminano per "...er", non accentata. La maggior parte di questi forma il femminile togliendo la e della desinenza, ed aggiungendo una a. In sostanza la terminazione "...er" si trasforma in "...ra". Ma attenzione, poiché alcuni di questi nomi hanno invece femminile regolare, ed aggiungono solo una "...a". Quindi:
pìgher (pigro) ---> pigra (pigra)
pòver (povero) ---> pòvra (povera)
làder (ladro) ---> làdra (ladra)
... ma ...
lìber (libero) ---> lìbera (libera)
mìser (misero) ---> mìsera (misera)
etc.
Un'altra eccezione è data dai nomi (sostantivi ed aggettivi) che terminano con sillaba chiusa la cui vocale è una "..e.." che porta l'accento tonico della parola. In questa situazioneviene aggiunta una "...a" per ottenere il femminile e, nella maggior parte dei casi (ma non sempre), l'ultima vocale "..e.." si trasforma in "..ë..". Se poi questa è seguita da consonante semplice, quest'ultima spesso si raddoppia. Diamo qualche esempio:
verd (verde - masc.-) ---> vërda (verde - femm.-)
goregn (coriaceo) ---> gorëgna (coriacea)
spess (spesso) ---> spëssa (spessa)
bijet (biglietto) ---> biëtta (biglietto d'avviso) (femm. di biglietto in piemontese)
... ma ...
spers (spaesato) ---> spersa (spaesata)
antér (intiero) ---> antera (intiera)
etc.
Infine notiamo le particolarità che servono a mantenere la coerenza di pronuncia tra maschile e femminile. Per i nomi (sost. e agg.) che terminano in "...ch" oppure in "...gh" ad indicare i suoni gutturali, passando al femminile l'aggiunta della "a" provoca la caduta della "h". Dunque:
rich (ricco) ---> rica (ricca)
antregh (intero) ---> antrega (intera)
etc.
Per i nomi (sost. e agg.) che terminano in "...cc" oppure (eventualmente) in "...gg" ad indicare i suoni dolci, passando al femminile si aggiunge "ia" e si ha la caduta di una delle "c" o delle "g". Dunque:
scavicc (discolo) ---> scavicia (discola)
baricc (strabico) ---> baricia (strabica)
...gg ---> ...gia
etc.
Per i nomi (sost. e agg.) che terminano in "...n" semplice con pronuncia faucale, per mantenere lo stesso suono al femminile aggiungendo la "a", si trasforma anche la "...n" in "...n-" . Dunque:
sclin (squillante - masc.-) ---> sclin-a (squillante - femm.-)
padron (padrone) ---> padron-a (padrona)
baron (barone) ---> baron-a (baronessa) (come già visto)
etc.
Nomi terminanti per vocale al m. s..
I nomi aggettivi e sostantivi che terminano per "...a" al maschile singolare sono di solito invarianti al femminile singolare. Questo non significa che non cambiano genere (l'articolo infatti cambia, con eventuali aggettivi), ma solo che non cambiano forma. Questo vale indipendentemente dal fatto che l'ultima "a" sia o meno accentata.
n'atleta lest (un atleta veloce - masc.-) ---> n'atleta lesta (un'atleta veloce - femm.-)
un badòla (un fessacchiotto) ---> na badòla (una fessacchiotta)
ël molita (l'arrotino) ---> la molita (l'arrotina)
ël corista (il corista) ---> la corista (la corista)
ël pianista (il pianista) ---> la pianista (la pianista)
n'artista furb (un artista furbo) ---> n'artista fruba (un'artista furba)
etc.
Tutti i participi passati dei verbi della prima coniugazione (salvo qualche eccezione - verbi irregolari -) terminano per "...à" accentata e restano invariati al femminile.
un paloch bin piantà (un palo ben piantato) ---> na ca bin piantà (una casa ben piantata)
un tòch rusià (un pezzo rosicchiato) ---> na nos rusià (una noce rosicchiata)
un fieul genà (un ragazzo impacciato) ---> na fija genà (una ragazza impacciata)
etc.
I nomi (sost. e agg.) che al m. s. terminano per "...e" non accentata, per il femminile cambiano la "...e" in "...a". Dunque:
maire (magro) ---> maira (magra)
botegàire (bottegaio) ---> botegàira (bottegaia)
etc.
I nomi (sost. e agg.) che al m. s. terminano per "...é" con accento acuto, per il femminile cambiano la "...e" in "...era". Dunque:
maslé (macellaio) ---> maslera (macellaia)
bërgé (pastore) ---> bërgera (pastora)
panaté (panettiere) ---> panatera (panettiera)
etc.
Non risultano nomi variabili in genere che terminino con "...è" accentata grave.
I nomi (sost. e agg.) che al m. s. terminano per "...i" accentata o meno, per il femminile aggiungono una"...a". Rientrano fra questi i participi passati dei verbi della terza coniugazione. Dunque:
seuli (liscio) ---> seulia (liscia)
scrussì (incrinato) ---> scrussìa (incrinata)
dëgordì (svelto, accorto) ---> dëgordìa (svelta, accorta)
meusi (mogio) ---> meusia (mogia)
etc.
I nomi (sost. e agg.) che al m. s. terminano per "...o" cambiano questa in "...a". Non risultano nomi di genere variabile che terminano con "...ò" oppure "...ó" accentate. Dunque:
dròlo (faceto, strano) ---> dròla (faceta, strana)
bòrgno (cieco) ---> bòrgna (cieca)
gnero (bambino piccolo) ---> gnera (bambina piccola)
etc.
Il nome sostantivo e aggettivo vido (vedovo) fa eccezione, in quanto il femminile è vidoa (vedova). Questo perchè, in questo caso, è il maschile che deriva dal femminile.
Infine i nomi che terminano al m. s. in "...u" (per lo più accentata) hanno di solito due possibilità di fare il femminile. Possono aggiungere una "...a", oppure possono aggiungere, per ragioni eufoniche, una "...va" cosa piuttosto rara). Rientrano fra questi i participi passati dei verbi della seconda coniugazione. Dunque:
dru (fertile - masc.-) ---> drua (fertile - femm.-))
grotolù (ruvido) ---> grorolùa (grotolùva) (ruvida)
un lìber lesù (un libro letto) ---> n'arvista lesùa (una rivista letta)
etc.
Particolarità.
Nomi con radici differenti nei due generi
Analogamente a quanto si ha in altre lingue, anche in piemontese vi sono coppie di nomi (maschile - femminile) che nei due generi hanno radice completamente diversa. Nelle varie lingue gli insiemi di questi nomi non sempre coincidono (l'insieme piemontese non coincide con quello italiano, benché sia quasi corrispondente). Qualche esempio:
Alcuni nomi restano invariati
benché la loro terminazione supponga, di regola, una variazione. Tipico esempio:
ël giovo, la giovo = il / la giovane
Alcuni nomi possono essere tanto maschili quanto femminili, senza variare, ma nei due generi hanno signioficato differente. Tipico esempio:
ël seugn, la seugn = il sogno, il sonno
Alcuni hanno due possibili forme femminili
ël prior, la priora, la priòira = il priore, la priora
l'amis, l'amìa, l'amisa = l'amico, l'amica
Il nome degli animali
Le regole sono simili a quelle italiane. Alcuni animali hanno un nome per il maschile ed uno, derivato da questo, per il femminile. Ad esempio:
ël can, la cagna = il cane, la cagna
ël lion, la lionëssa = il leone, la leonessa
ël caval, la cavala = il cavallo, la cavalla
Altri invece usano le forme:
girafa mas-c, girafa fumela = giraffa maschio, giraffa femmina
ël mas-c dla girafa, la fumela dla girafa = il maschio della giraffa, la femmina della giraffa
Piante e frutta
Infine si nota che, in piemontese, la pianta ed il relativo frutto hanno di norma nomi dello stesso genere, a differenza di quanto accade di solito in italiano.
ël pomé, ël pom = il melo, la mela
ël prussé;, ël pruss = il pero, la pera
la ceresera, la ceresa = il cigliegio, la cigliegia
la nosera, la nos = il noce, la noce
Diamo una tabella riassuntiva delle regole di formazione del femminile, senza riportare anche le particolarità.