In età moderna le ribellioni popolari esprimevano un malcontento che investiva tutti gli strati sociali. Le grandi trasformazioni avvenute alla fine del Medioevo ebbero effetti dirompenti sulla popolazione, soprattutto sui ceti meno abbienti. Crescita demografica, aumento dei prezzi, pressione fiscale, e guerre, andarono a colpire strutture produttive e sociali di vecchio tipo oppure in fase di lenta trasformazione. Lo stesso processo di accentramento del potere e la nascita dell'assolutismo comportarono lunghi processi di assimilazione delle diversità locali e delle particolarità anche culturali che caratterizzavano la vita di villaggi e campagne. La rivolta contadina, di gran lunga la forma di protesta più nota, fu in realtà un fenomeno non esclusivamente rurale; infatti la reciprocità del rapporto città-campagna, destinata a durare ancora per molto tempo, impedisce di stabilire confini netti fra urbano e rurale che sono, a loro volta, concetti difficili da fissare con criteri di obiettività. Per questo alle rivolte nate in ambiente rurale prendevano parte attiva anche i ceti cittadini così come i braccianti agricoli erano spesso una possente forza d'urto nelle rivolte cittadine. A partire dalle rivolte del primo '500 - quelle dei contadini ungheresi, dei comuneros in Castiglia, dei contadini tedeschi nei primi anni della Riforma - la storia dell'Europa moderna fu costellata di rivolte. Più della fame - che era una costante delle loro dure condizioni di vita - era il senso di un'ingiustizia subita che scatenava la rabbia popolare e spingeva alla rivolta contro i poteri pubblici che avrebbero dovuto essere i primi garanti del rispetto delle leggi e delle tradizioni.
Gli storici che si sono occupati delle rivolte hanno proposto una serie di tipologie causali in cui inserire i moti popolari che periodicamente sconvolgevano la vita delle società preindustriali. Spesso le cause erano molteplici ma possono comunque essere ricondotte alla seguente griglia interpretativa:
1. Rifiuto delle iniziative di riforma dello stato, cioè proteste contro riforme imposte dall'alto di carattere giudiziario, fiscale, finanziario o monetario.
2. Resistenze alla fiscalità dello stato cioè sommosse contro la ripartizione e alla riscossione delle imposte dirette, l'imposizione di gabelle o altri diritti di passaggio, nonché di opposizione alla lotta contro il contrabbando.
3. Resistenze agli apparati giudiziari, militari e polizieschi dello stato, cioè opposizioni che andavano dal rifiuto del reclutamento ai contrasti con le truppe, dal disarmo della popolazione al rifiuto delle decisioni dei tribunali.
4. Atti di ostilità nei confronti dei signori feudali, questa categoria raccoglie un'ampia gamma di contrasti con il signore locale a motivo dei diritti signorili sulla terra, sulla caccia e sulla pesca, sulla ripartizione delle terre e in difesa dei diritti collettivi.
5. Atti di ostilità contro la nobiltà e i suoi privilegi, soprattutto contestazioni nei confronti delle impunità e delle esenzioni di cui godevano i ceti nobiliari.
6. Atti di ostilità nei confronti della Chiesa, riprendono in parte lo spirito delle contestazioni nei confronti dei ceti signorili, con in più la questione delle decime e delle indulgenze.
7. Contestazioni nei confronti di notabili o semplici proprietari, soprattutto a causa della questione della proprietà privata e per la difesa dei diritti collettivi.
8. Contrasti con l'autorità municipale, cioè rivolte contro l’amministrazione locale in materia fiscale, contro la gestione dei beni comunali, e contro i controlli di polizia.
9. Problemi alimentari, le eterne rivolte per fame o contro i prezzi eccessivi delle derrate alimentari (spesso originate dal problema degli accaparramenti e delle illecite esportazioni in tempi di carestia).
10. Motivi religiosi e culturali, cioè lotte per l'affermazione di determinate credenze o confessioni religiose, manifestazioni di intolleranza collettiva verso gruppi o persone (come minoranze religiose, etniche oppure figure particolari come streghe, vagabondi ecc.).
11. Conflitti di mestiere oppure originati dalla professione, ci si riferisce qui alla difesa dei privilegi corporativi alle rivendicazioni salariali, alle proteste per le disumane condizioni di lavoro.
12. Rivolte originate dai particolarismi locali, come conflitti di confine, difesa di privilegi e costumi di vita, lotte di quartiere e di paese, che spesso scoppiavano in occasione di festeggiamenti.
Il contadino, si dice, è paziente, è conservatore, è un custode geloso della religione. Perché allora succede che si rivolti? Che prenda le armi rudimentali che possiede e si getti in avventure collettive che spesso si concludono tragicamente? Che sovverta dunque così le sue caratteristiche principali? La questione è molto complessa e legata ai modi di vita nelle campagne di quel lontano passato. Le comunità di villaggio erano le cellule essenziali delle relazioni sociali ed il senso di solidarietà locale era molto vivo e si esprimeva in più forme. Si aveva la percezione dell’esistenza di diritti popolari sanciti dalle antiche tradizioni. Si rispettava l’ordine costituito, la piramide sociale voluta da Dio con a capo il sovrano, garanzia di giustizia per i suoi sudditi. Tuttavia la sicurezza della vita di villaggio era molto precaria. Spesso la condanna alla miseria era ineluttabile; bastavano dei cattivi raccolti per gettare nella disperazione migliaia di famiglie. Il disagio sociale e la povertà non erano comunque sufficienti a scatenare le rivolte: la storia secolare delle campagne è una storia millenaria di stenti e di sopportazione che traspaiono anche dai quadri di artisti desiderosi di ritrarre la realtà del loro tempo.
La soglia della violenza veniva superata quando, a livello psicologico ed emotivo, si sentiva di avere subìto un torto, quando un evento veniva interpretato come un’aggressione che violava antichi diritti tradizionali, come imporre nuove tasse, impedire gli usi collettivi e pretendere nuove servitù. Allora ci si radunava, le campane del villaggio suonavano a raccolta, ci si armava e la furia popolare era pronta scatenarsi.
Lutero condannò decisamente la rivolta dei contadini guidata da Thomas Müntzer che insanguinò la Germania nei primi anni venti del '500 e si concluse tragicamente a Frankenhausen nel 1525. Nello scritto Contro le empie e scellerate bande dei contadini rivestì di motivazioni religiose i timori dei ceti dirigenti di fronte all'irrompere delle rivolte popolari che turbavano l'organizzazione pubblica e sovvertivano l'ordine sociale. Secondo Lutero, i contadini meritavano non solo la morte corporale ma anche quella dell'anima essendosi macchiati di tre orribili peccati contro Dio e contro gli uomini.
1) Avevano rotto volontariamente e con empietà il patto di fedeltà e di obbedienza che li legava alle autorità costituite di cui erano sudditi e servitori. Mettendosi contro i loro signori avevano confuso anima e corpo come i peggiori "birboni, traditori, infidi, spergiuri, mentitori e ribelli".
2) Avevano preparato la rivolta rapinando e saccheggiando "castelli e conventi" che non appartenevano loro. Per questo meritavano una duplice morte, spirituale e corporale, come pubblici ladroni e assassini di strada. Chiunque poteva sentirsi in diritto di scannarli come "cani rabbiosi" ("massacrare in pubblico e in privato") considerando che non esiste niente di più nocivo e "diabolico" di un sedizioso, pronto a colpirti se non lo sopprimi prima.
3) Infine i contadini avevano mascherato i loro orrendi crimini, quali la costrizione all’obbedienza e l’estorsione di giuramenti con la forza, sotto il vessillo del Vangelo chiamandosi Fratelli Cristiani. Per questo erano diventati i più grandi bestemmiatori del nome del Signore, servitori del demonio travestiti da evangelisti.
All'inizio del '500, nei primi anni della riforma luterana, non vi fu solo la rivolta dei contadini tedeschi. Una delle prime grandi insurrezioni cinquecentesche fu quella dei contadini ungheresi nel 1514. Nella tarda primavera di quell'anno un numeroso esercito di circa 40.000 uomini, in gran parte contadini, formatosi rapidamente nelle campagne per una crociata contro i turchi, animò in un moto di ribellione contro i nobili proprietari delle terre. L’esercito dei rivoltosi fu sconfitto dalle truppe del Voivoda di Transilvania, Jànos Szapolyai. Sempre nel 1514 nella regione germanica del Wüttemberg esplose una rivolta contadina contro la fiscalità che fu denominata "del povero Conrad". Anche i primi anni del regno di Carlo V furono funestati in Castiglia dall’aspra rivolta urbana detta dei comuneros che, iniziata nel 1520 fu repressa nel sangue nel 1521. In questo caso si trattò della lotta delle città (ma coinvolse anche le campagne) in difesa delle libertà e dei privilegi che l’autorità centrale, in via di rafforzamento, tendeva a limitare. Motivi insieme religiosi e sociali caratterizzarono alcune grandi rivolte rurali nell’Inghilterra dello scisma anglicano; è il caso di quella cosiddetta del "Pellegrinaggio di Grazia" nel Lincolnshire (1536) e di quelle scoppiate in Cornovaglia e nel Suffolk nel 1549, un anno di scarsi raccolti. In entrambi i casi le rivolte filocattoliche avevano come bersaglio le innovazioni introdotte dalla politica ecclesiastica di Enrico VIII. Non mancarono neppure alcune grandi agitazioni urbane, come quella che divampò a Lione nel 1529, dove la rivolta fu innescata dalla scarsità di viveri e dalle tensioni sociali e religiose che turbavano la città artigiana. Anche Gand, nelle Fiandre (1539-40), fu teatro di una sommossa alimentata dalla fiscalità e dalla minaccia ai privilegi municipali portata avanti dalla politica di Carlo V. Motivi fiscali, in particolare l’introduzione della gabella sul sale, furono anche all’origine della vasta rivolta che sconvolse l’Aquitania nel 1548, estendendosi fino a Bordeaux. Nonostante l’invio di un esercito regio, le richieste dei ribelli furono accolte e la regione ottenne l’esenzione perpetua da simili gabelle che colpivano la sua struttura produttiva.
Nella seconda parte del secolo numerose rivolte rurali furono incentrate sull'abolizione delle decime ecclesiastiche e di quelle feudali. All’origine di questi moti c’erano le idee di libertà che avevano circolato nel contesto della Riforma; il giogo dell'oppressione fiscale che si manifestava soprattutto nelle decime della Chiesa e nei diritti signorili gravava infatti pesantemente sui ceti meno abbienti. Sia in ambito cattolico che protestante, però, simili aspirazioni che avrebbero distrutto la struttura sociale e produttiva vennero violentemente represse. Ciò nonostante la riottosità dei ceti contadini a versare i tributi finì spesso con lo sfociare in aperte ribellioni, come avvenne nella cattolica Linguadoca (1560) oppure nella luterana Scandinavia dove, fra il 1570 e il 1580, la regione di Trondheim fu sconvolta da uno stato permanente di agitazioni contadine. Rivolte di questo tipo scoppiarono anche nelle regioni dell'Impero, in Ungheria (1562 e 1569-1570) e in Slovenia (1571-1573). I contadini croati nel 1573, forti di una massa di circa 60.000 uomini, insorsero chiedendo l'abolizione delle decime ecclesiastiche e dei tributi feudali, connotandosi per le forti venature democratiche (si chiamavano "fratelli"). La rivolta fu comunque repressa nel sangue dall'imperatore Massimiliano. Spesso erano le condizioni politiche a favorire l'insorgere delle ribellioni; nella Francia sconvolta dalle guerre di religione si registrarono, ad esempio negli anni '80, alcuni episodi di insurrezioni come quello celebre del "carnevale" di Romans. Un episodio cruento si registrò nel 1588 anche a Napoli dove la folla inferocita linciò un funzionario responsabile dell'esportazione dei grani in Spagna, dando luogo ad una vasta rivolta urbana. La fine del '500 fu caratterizzata da una congiuntura economica disastrosa che provocò sommosse e agitazioni in tutta Europa. La rivolta più famosa di questo periodo rimane quella cosiddetta dei croquants che interessò diverse regioni francesi dal Limousine alla Linguadoca: originata dalle difficili condizioni di vita delle popolazioni rurali, provate dai lunghi anni di guerra, coinvolse anche larghi strati di salariati urbani e raggiunse un certo grado di organizzazione. L'obiettivo era sempre quello della liberazione dalle decime e dai tributi signorili, cui venne però ad aggiungersi anche un programma di giustizia sociale e di unità religiosa che costituisce l’aspetto storicamente più interessante di questo episodio. Nonostante la sconfitta militare subita a Limoges, l'agitazione proseguì fino a che la carestia del 1595 pose fine a tutto.
I motivi che avevano animato le numerose rivolte scoppiate alla fine del '500 non erano certo mutati nel nuovo secolo. Al contrario, le condizioni di vita nelle campagne e nei quartieri urbani più poveri erano ulteriormente peggiorate. Il processo di accentramento del potere e il prevalere dell'assolutismo monarchico, la politica di potenza che si esplicava in uno stato quasi perenne di guerre, comportarono una crescita esponenziale dei carichi fiscali imposti alle popolazioni. Il "costo umano", in termini di sofferenze, richiesto dal sorgere degli stati assoluti fu in molti casi insopportabile. Si trattò di un processo di lunga durata accompagnato da un continuo riproporsi di insurrezioni che non risparmiò nessuna regione europea: la risposta violenta dello stato o dei poteri signorili, il soffocare nel sangue le rivolte non eliminava affatto le cause, tant’è che, pressoché ovunque, le proteste, periodicamente, tornavano ad esplodere. L'Alta Austria, cioè la regione di Linz, tra 1525 e il 1648, fu teatro di quasi ininterrotte agitazioni contadine in cui i motivi religiosi si intrecciavano alle cause sociali; una delle più vaste fu quella del 1626-1627 in concomitanza della guerra dei Trent'anni. Per quanto riguarda la Francia invece, nel periodo fra il 1623 e il 1647 non conobbe anni senza disordini nelle città e nelle provincie rurali. Fra il 1636 e il 1637 si svolse probabilmente il più grave moto contadino dell'intera storia francese; ancora una volta una serie di bande di croquants al grido di "Vive le roi sans la gabelle! Vive le roi sans la taille!" si misero in movimento giungendo a coprire una vasta area fra la Garonna e la Loira prima di essere duramente sconfitti. Nel 1639 fu invece la Normandia l'epicentro della rivolta antifiscale detta dei Nu-pieds (i piedi nudi) a significare le condizioni di mendicità in cui versava la popolazione sotto il peso delle imposte. I ribelli, organizzati in un vero e proprio esercito furono comunque sconfitti dalle truppe reali nel 1640. La prima metà del '600 fu comunque caratterizzata dalle rivolte anche in altre aree come ad esempio in Catalogna (1640) oppure in Inghilterra dove numerose sommosse contro le recinzioni dei campi interessarono fra il 1628 e il 1631 nelle regioni occidentali.
Il 1648 fu un anno di rivolte. L'Europa usciva dalla guerra dei Trent'anni in preda ad una grave crisi agricola già da tempo cominciata ed esplosa in tutta la sua gravità nel 1647 quando il cattivo andamento climatico provocò ovunque scarsi raccolti cui seguirono, come inevitabile conseguenza il rialzo del prezzo dei grani e la carestia. Di lì a poco il malcontento popolare assunse il volto delle proteste collettive e delle sommosse violente. In alcuni casi la componente popolare fu solo uno degli aspetti di movimenti più complessi che stavano approdando ad esiti rivoluzionari; ad esempio in Inghilterra nel pieno della rivoluzione contro la dinastia degli Stuart (mal’emergenza sociale più grave fu quella del movimento radicale dei "Livellatori"), oppure nella Francia della rivolta nobiliare della Fronda che stava destabilizzando la monarchia. In altre aree dell'Europa le sommosse mantennero i loro caratteri di lungo periodo. La Spagna provata dalla guerra e avviata ad un progressivo declino economico e politico, sperimentò gravi rivolte sia nei possedimenti italiani che nella penisola iberica. In Italia furono Napoli e Palermo, le maggiori città del sud, a rivoltarsi sotto la guida di capi popolani come Masaniello e Giuseppe D'Alessi. Come la gran parte delle sommosse urbane questi moti erano scatenati dalla scarsità di viveri e manifestavano una forte insofferenza per la fiscalità oppressiva. Nella penisola iberica le rivolte aggiunsero agli altri caratteri anche il motivo del separatismo; particolarmente gravi furono quelle di Granada del 1648 e quelle di Siviglia e Cordova del 1652. Negli stessi anni gravi rivolte popolari si svolsero anche nella Russia degli Zar, sia nella capitale che nelle aree rurali della Lituania e dell'Ucraina.
Le precarie condizioni di vita delle grandi città creavano condizioni di irrequietezza che, alla minima scintilla, scoppiavano in tumulti e sommosse. Spesso erano le piazze del mercato i luoghi più a rischio dove il risentimento si coagulava e si esprimeva in mille voci. Il mercato costituiva uno dei principali centri di aggregazione e di contatto per le popolazioni del passato; al mercato si riunivano folle eterogenee di persone, la campagna incontrava la città, circolavano le notizie, mille storie diverse si intrecciavano, si discuteva di prezzi, ma soprattutto il popolo riunito si sentiva più forte. Per questi motivi gran parte delle sommosse e dei tumulti iniziavano dalle piazze del mercato dove la questione dei prezzi dei commestibili era una realtà tangibile. Un esempio celebre è la rivolta di Masaniello a Napoli. La situazione del regno di Napoli rispecchiava la debolezza di una monarchia spagnola che usciva da decenni di guerre: il potere regio era piuttosto fragile a fronte del predominio dei signori feudali che si era dilatato sia in città che nelle provincie. La popolazione per parte sua viveva oppressa da un carico fiscale che si era fatto sempre più insopportabile. Una questione di dazi e di gabelle - in particolare l'imposta sul sale - fu all’origine della rivolta sorta nella Piazza del Mercato a Napoli, la mattina del 7 luglio 1647, trasformatasi ben presto in un’insurrezione di popolo. Tommaso Aniello, detto Masaniello, un umile venditore di pesce nativo di Amalfi, si fece per alcuni giorni il portavoce dei rancori repressi e delle vaghe speranze del popolo napoletano, insofferente al prepotente dominio dei viceré spagnoli. Dopo poco più di una settimana, incapace di controllare una situazione ormai degenerata, cadde ucciso dai suoi stessi seguaci. Il vero capo del movimento sembrò allora essere il suo consigliere, un anziano ecclesiastico di nome Giulio Genoino. La morte di Masaniello, infatti, non pose fine alla rivolta che si estese in altre parti dell'Italia meridionale. Nell'ottobre una flotta spagnola sbarcata nel Golfo di Napoli non riuscì a riconquistare la città; i rivoltosi, sotto la guida di Gennaro Annese, proclamarono la nascita della repubblica e si misero sotto la protezione della Francia. Il mancato intervento francese spianò la strada alla riconquista spagnola che fu completata nell'aprile del 1648.
Il fenomeno del banditismo ha accompagnato le vicende di numerose regioni europee. Le campagne erano malsicure, molti collegamenti stradali incerti, viaggiare di notte da soli era pressoché impossibile. Si tratta in realtà di un fenomeno molto complesso che nascondeva forme mascherate di protesta rurale, di resistenza al processo di accentramento dello stato. Il terreno fertile da cui nasceva era più o meno quello da cui originavano le rivolte contadine: malcontento, povertà, resistenze ai cambiamenti imposti dall'alto. Rispetto a quelle aveva però dei caratteri e degli esiti che lo distinguevano nettamente; innanzitutto era una forma di lotta di natura più individualistica; in secondo luogo si esprimeva in forme quasi endemiche, con punte cicliche di maggiore incidenza corrispondenti ai momenti di crisi economica e politica. Il protrarsi del fenomeno per un lungo periodo si spiega tenendo conto di alcuni elementi: il banditismo tendeva ad allignare dove la presa dei poteri pubblici era più incerta e frammentaria; poteva contare su ramificate solidarietà all'interno delle comunità di villaggio da cui spesso aveva origine e di cui condivideva le aspirazioni. Le località periferiche, le aree montuose di confine, le ampie superfici forestali o palustri, erano tutti luoghi di localizzazione per i "masnadieri" che volevano darsi "alla macchia". Aree tipicamente infestate dal banditismo per secoli furono ad esempio il Massiccio centrale francese, i Pirenei, la Catalogna, tutta la fascia appenninica dell'Italia, le paludi costiere della Maremma, talune vallate remote delle Alpi. Alcuni banditi raggiunsero l'onore delle cronache ed ebbero una certa notorietà. Il nobile senese Alfonso Piccolomini, espressione di un banditismo aristocratico che vagheggiava un ritorno al mondo feudale, fu nel tardo '500 il capo di tutti i briganti romagnoli molto attivi sui monti dell'Appennino, finendo impiccato a Firenze nel 1591. Esempi di banditi maggiormente legati alle rivolte rurali furono invece quelli di Marco Sciarra, un abruzzese datosi alla macchia nel 1584 che per dieci anni scorrazzò con le sue bande fra il Regno di Napoli e le Marche, e di Perot Rocaguinarda, brigante catalano immortalato da Cervantes nel Don Chischotte, attivo nel primo decennio del '600.