Fernand Braudel, lo studioso che ha reinventato la storia della vita materiale, ha scritto che qualsiasi discorso sull'esistenza quotidiana deve partire dal numero degli uomini.
Quanti sono coloro che si spartiscono le ricchezze della terra? L'andamento demografico sembrerebbe tendere alla crescita continua: in realtà, è un movimento fatto di progressi, di battute d'arresto e anche di regressi. Il Medioevo ne è la dimostrazione lampante. Al tempo di Carlo Magno, gli uomini erano pochi e quasi perduti nei larghi spazi delle pianure europee. All'epoca della costruzione delle grandi cattedrali gotiche, la fame di terra li spingeva a colonizzare anche le terre di montagna.
Fra Trecento e Quattrocento, soprattutto a causa della violenza delle epidemie, erano divenuti nuovamente rari. Gli storici concordano sul fatto che, a partire dai decenni a cavallo fra X e XI secolo e fino ai primi del XIV secolo, vi fu in Europa una forte crescita demografica, provata, del resto, da fenomeni quali l'estendersi delle cerchie murarie delle città, la creazione di nuovi insediamenti umani, l'allargamento delle aree coltivate, a danno del bosco e dell'incolto e la moltiplicazione delle transazioni aventi per oggetto la terra. Verso il Mille, l’Europa, compresa la Russia europea e i Balcani, non contava probabilmente più di 30-35 milioni di abitanti. Tra la metà del X secolo e gli inizi del XIV, la popolazione di Francia, Germania e Isole Britanniche triplicò, mentre quella dell’Italia raddoppiò: secondo stime necessariamente approssimative, ma non prive di fondamento, tra il 1330 e il 1340, il Continente ospitava almeno 80 milioni di abitanti.
A quest'epoca, tuttavia, in molte regioni europee, la crescita si era già interrotta. Per questa inversione di tendenza, non ci sono spiegazioni semplici. Innanzitutto, è stato chiamato in causa il clima, che, soprattutto nel nord-ovest europeo, a partire dalla seconda metà del Duecento, sarebbe divenuto più freddo e umido: da qui una serie senza precedenti di cattivi o mediocri raccolti e molte vendemmie disastrose. Negli stessi anni le crisi alimentari e le carestie divennero più frequenti, estese e gravi.
Particolarmente dura fu la carestia che colpì l'intera Europa fra il 1315 e il 1317, ma che fece sentire i suoi effetti almeno fino al 1320. Le conseguenze demografiche furono l'aumento del tasso di mortalità, la diminuzione delle nascite e forse dei matrimoni, una minore speranza di sopravvivenza. Le cose non andavano meglio sul versante dei livelli di vita: i rendimenti della terra divenuti troppo bassi, le proprietà troppo piccole per assicurare il mantenimento delle famiglie e i salari in calo, sia nelle campagne sia nelle città, erano tutti elementi che indebolivano la posizione economica degli strati inferiori della popolazione. Diversi fattori, in sostanza, sembrano testimoniare un raggiunto squilibrio fra la popolazione esistente e le risorse disponibili, con un conseguente deterioramento delle condizioni di vita, che avrebbe finito con il trasformarsi in un declino della popolazione.
Alla base della società: il mondo rurale
Possiamo immaginare l’Occidente medievale dei secoli XI-XIV come una grande foresta, nella quale i campi lavorati e seminati aprivano progressivi vuoti. Il 90% della popolazione viveva in campagna e, anche in un paese estremamente urbanizzato come l’Italia, il mondo contadino, ancora alla fine del Medioevo,
concentrava più di due terzi della popolazione totale. Il duro lavoro dei campi, la vita regolata dal ritmo del sole, dal clima, dai cicli del suolo e della vegetazione hanno impresso tratti indelebili alle popolazioni occidentali legate, per la loro sopravvivenza, ai successi o agli insuccessi dell’agricoltura. Il mondo medievale poggiava, dunque, su ampie basi rurali, e il lavoro del contadino costituiva il cardine di un’intera società.
Dall'espansione alla ''crisi'' del Trecento
Visto dalle campagne, l'arco di secoli che va dalla fine del X alla fine del XIV presenta fasi molto diverse. Nella prima, prolungatasi fino agli ultimi decenni del Duecento, l'aumento graduale della popolazione europea, che attingeva a risorse disponibili in abbondanza, perché non ancora adeguatamente sfruttate, generò una prolungata espansione della produzione agricola.
Nella seconda, collocabile fra la fine del XIII e l'inizio del XIV secolo, il motore dello sviluppo si inceppò e il sistema economico mostrò di essere giunto al suo punto-limite. Nella terza, che si aprì con la peste del 1348, la società rurale fu investita dalle conseguenze economiche e sociali di una brusca decongestione demografica.
Fra X e XI secolo, si resero evidenti, in Europa, i segni di un aumento della popolazione e, di pari passo, quelli di un'espansione agricola. È, in ogni caso, difficile stabilire legami di causa-effetto fra la crescita demografica e questo incremento della produzione, anche se sembra più probabile che sia stato il secondo a mettere in moto la prima. Senza lo sviluppo delle risorse alimentari, ben attestato dai documenti più vari, non vi sarebbe stata la possibilità di nutrire una popolazione più numerosa. Innanzitutto, l'aumento complessivo della produzione fu reso possibile dall'espansione delle superfici coltivate, attraverso i dissodamenti e le bonifiche promossi da monasteri, signori, comunità contadine e, più tardi, città: fenomeno che in alcune regioni, come il Mâconnais, la pianura padana e le Fiandre, era cominciato già assai prima del Mille. Accanto ai progressi quantitativi, ve ne furono anche di qualitativi.
Sebbene oggi gli storici siano molto più cauti nell'esaltare il ruolo delle innovazioni tecnologiche, c'è un consenso generale sull'esistenza di un qualche aumento della produttività, che, naturalmente, si rifletteva sul volume della produzione. A partire dai primi decenni del XII secolo, poi, la crescente domanda di prodotti agricoli e gli stimoli, provenienti da una loro commercializzazione più regolare e diffusa, agirono essi stessi come motori di sviluppo. C'è anche chi, infine, ha voluto vedere nello slancio dell'agricoltura l'effetto di un accresciuto sforzo di generazioni di uomini, impegnati nel lavorare di più, anche grazie alla valorizzazione dell'attività economica effettuata dal cristianesimo.
L'epoca dei grandi dissodamenti
La risposta più immediata alla "fame di terra" dell'uomo del basso Medioevo fu costituita dall'ampliamento delle superfici coltivate, un fenomeno complesso sia per i tempi sia per i modi in cui si svolse. L'epoca dei grandi dissodamenti viene di solito fatta iniziare attorno alla metà dell'XI secolo e concludere verso la fine del XIV, con un periodo di maggiore intensità nel XII secolo, ma non mancano eccezioni a questa scansione molto generale. Nell'Italia settentrionale, per fare solo un esempio, già dalla seconda metà del IX secolo, è documentabile un'attività colonizzatrice non irrilevante, ma si trattava di colonizzazione coatta, inserita in una precisa volontà, in tutti gli strati sociali, di preservare gli spazi incolti e le foreste. Dall'XI secolo, mutarono l'intensità con cui gli uomini abbattevano boschi e foreste, dissodavano sterpaglie e sodaglie, bonificavano paludi e acquitrini.
Spesso, l'iniziativa veniva dagli abitanti di un villaggio: ogni anno, spontaneamente, i contadini spingevano più lontano i loro aratri e, con un procedimento anarchico, mangiucchiavano le terre contigue ai loro terreni coltivati. Altre volte, i dissodamenti erano praticati da contadini che si spingevano ai margini delle vaste solitudini paludose o boschive lontane dal controllo signorile, o anche da eremiti, come accadde, per esempio, nella Francia occidentale. Di diversa ampiezza furono, invece, le colonizzazioni intraprese da signori laici ed ecclesiastici in possesso di vasti incolti. Essi, infatti, vi si accinsero non solo per ricavare nuove entrate agricole, quanto piuttosto per estendere la propria signoria politica sulle popolazioni attratte nelle terre di nuova conquista, con i relativi profitti ricavabili dalla tassazione, dall'esercizio della giustizia e dal possesso dei mulini.
Innovazioni nel mondo rurale del XII secolo
Quasi contemporaneamente, nei primi decenni del XII secolo, si generalizzarono una serie di innovazioni tecnologiche, che investirono vari aspetti del lavoro nei campi. Ricordiamo, innanzitutto, la diffusione dell'aratro a vomere dissimmetrico, inutile nei suoli leggeri e polverosi delle regioni mediterranee, ma assai efficace in quelli pesanti e umidi dell'Europa centro-settentrionale, dove permetteva arature più profonde e numerose.
Si sperimentarono poi nuovi metodi di aggiogamento per i buoi e i cavalli. Se, fino al X secolo, ambedue gli animali venivano imbrigliati con un sistema di cinghie che, passando sotto la gola, ostacolava la respirazione e la circolazione del sangue, ora l'aggiogamento si differenziò: per i buoi, si adottò il giogo frontale, per i cavalli, il collare di spalla, che consentiva all’animale di scaricare il peso su tutto lo scheletro, aumentando di ben cinque volte l’efficienza del traino. Per i cavalli si diffuse anche la pratica della ferratura, che aveva l'obiettivo di proteggere gli zoccoli degli equini, durante il lavoro su terreni pieni di sassi e di asperità.
Nell'ambito dei sistemi di coltivazione, ebbe una notevole importanza il passaggio dalla "rotazione biennale" a quella "triennale". In questo caso, il terreno coltivato veniva diviso in tre porzioni: sulla prima, si seminavano cereali invernali (frumento, segale, farro, miglio), sulla seconda, cerali primaverili (orzo, avena) oppure legumi e piselli, la terza era lasciata a maggese. Nell’arco di tre anni, su ogni appezzamento di terreno, queste stesse colture venivano fatte ruotare. Con il nuovo sistema, i terreni lasciati a riposo si riducevano a un solo terzo, permettendo così un raccolto di cereali più elevato.
Un ultimo elemento che va tenuto in considerazione nel panorama delle innovazioni è la diffusione dei mulini ad acqua e di quelli a vento. Diversamente da quanto si è a lungo creduto, oggi è certo che non si trattò di invenzioni medievali, ma di importazioni orientali, già conosciute nella tarda antichità.
Il mulino ad acqua, utilizzando una fonte energetica abbondante in natura a costo zero, macinava una quantità giornaliera di cereali che, secondo calcoli attendibili, equivaleva al lavoro di quaranta operai. Quanto ai mulini a vento, essi furono impiantati soprattutto nei luoghi dove i venti erano costanti, come in Spagna e nei Paesi Bassi.
Le colture più diffuse e le loro rese
In linea generale, l'agricoltura basso-medievale era imperniata su un numero abbastanza limitato di prodotti. Su tutti primeggiavano i cereali: il frumento, la spelta, la segale, l’orzo, l’avena, il miglio e il panico (che, normalmente, si dava agli animali, ma che si mangiava in tempo di carestia). Una grande diffusione nelle campagne europee ebbe la vite e, anche se i vini presentavano difficoltà di conservazione, essi costituirono, a partire dal XIII secolo, una delle principali voci del commercio regionale e internazionale.
Meno generale fu l'avanzata dell'olivo, che divenne un elemento caratterizzante del paesaggio agrario soltanto in alcune regioni del Mediterraneo. Intorno alle grandi città, ma talvolta anche al loro interno, si sviluppò l'orticoltura, dalla quale si ottenevano soprattutto le fave, i piselli, le vecce, i ceci, le cipolle.
Con la crescita dell'artigianato cittadino, furono poi incrementate le colture industriali. Nelle terre umide dell'Ovest e delle Fiandre, venivano coltivati il lino, la canapa e piante tintorie come il guado (dal quale si ottenevano gli azzurri) e l'erba gualda (per le tinture in giallo).
Il rendimento di queste colture è assai arduo da accertare. Qualcosa di più preciso si è potuto stabilire per i cereali. In generale, si ritiene che, tra i secoli IX e XIII, il rendimento della semina si sia elevato, anche se non mancano studiosi che ritengono più plausibile una sostanziale stabilità delle rese. Gli scarsi dati a disposizione inducono a ritenere che, nelle situazioni più favorevoli, si sia passati da una resa media del 2,5 per 1 ad una del 4 per 1.
Tale risultato è da considerarsi buono, tenendo conto delle inevitabili oscillazioni della produzione, legate ai numerosi fattori che la condizionano, come, per esempio, le incognite climatiche, gli attacchi parassitari e le devastazioni operate da uomini e animali. Pazienti indagini effettuate per il caso inglese hanno mostrato che, durante il XIII secolo, il rendimento medio del frumento oscillava intorno al 3,8 per unità di seme. Anche in Italia, salvo isolate eccezioni, non si hanno notizie, per gli stessi secoli, di rese superiori al 4 per 1.
Agricoltura e allevamento: un delicato equilibrio
Nel Medioevo, si praticava, sebbene con diversa intensità secondo i luoghi e i momenti, l’allevamento delle principali specie domestiche. Se, nei primi secoli dopo la caduta dell'impero romano, l'abbandono di molti terreni posti a coltura e la ripresa del bosco avevano portato a una diffusione dell'allevamento dei suini, a partire dall'XI secolo, furono gli animali di grossa taglia ad aumentare: i bovini per le necessità del lavoro agricolo, i cavalli anche a motivo del loro impiego militare. Un deciso incremento, comunque, lo ebbero anche gli ovini, grazie all'intenso sviluppo della produzione di tessuti di lana che ne giustificava il mantenimento. Nel 1086, in tre contee inglesi, dove viveva una popolazione complessiva di 11.707 abitanti , venivano allevate 129.971 fra pecore e capre.
In linea generale, l'equilibrio fra agricoltura e allevamento restò sempre assai delicato, così come permaneva quello che è stato definito "il circolo vizioso dell'agricoltura medievale": un rendimento maggiore dei terreni si sarebbe potuto ottenere solo con una forte presenza di animali, in grado di arricchire il suolo con concimi naturali, ma proprio l'espansione delle superfici coltivate riduceva lo spazio per il bosco e l'incolto e, conseguentemente, le possibilità di mantenere greggi e armenti. Queste opposte esigenze furono all'origine del latente conflitto, che conobbe improvvise recrudescenze secondo i luoghi e le congiunture, fra le comunità di contadini, affamati di terre da mettere a coltura, e i signori, proprietari di grosse greggi, o anche fra comunità vicine.
Dalla metà del XIII secolo, il grande moto dei dissodamenti, che aveva caratterizzato i due secoli precedenti, perse di slancio, non tanto perché non vi fossero più superfici da strappare all'incolto o al bosco, quanto perché si trattava di terre dal rendimento sempre più scarso e ipotetico. Nello stesso tempo, per effetto della proliferazione dei nuclei familiari e delle conseguenti spartizioni successorie, le aziende contadine subivano un crescente processo di frammentazione. Altri segnali negativi erano la tendenza al ribasso dei salari dei lavoratori agricoli e la preoccupante ascesa dei prezzi dei prodotti di più largo consumo. In Inghilterra, dove una documentazione più ricca ha permesso di compiere ricerche approfondite, si può rilevare un rialzo molto sostenuto dei prezzi dei cereali, indice di una crescente tensione della domanda. In effetti, i primi decenni del Trecento segnarono una recrudescenza delle carestie.
Accanto a quelle locali e regionali, abbastanza normali nella società medievale, si verificarono allora - in particolare negli anni 1315-17 e 1340-50 - carestie estese a tutte o quasi le regioni europee, a prescindere dalle differenze di clima, di colture e di densità demografica. In questa situazione, la crescita della popolazione si arrestò e, qua e là, cominciarono a delinearsi fenomeni di recessione. Il ciclo delle grandi epidemie, che si aprì con la peste del 1348, esaltò tale tendenza. Le conseguenze più immediate del crollo demografico furono l'abbandono di molte terre marginali, prima coltivate, o la loro riconversione in boschi e pascoli, nonché la scomparsa di un certo numero di villaggi e di località minori.