A cavallo fra Trecento e Quattrocento, i pontefici romani debbono fare i conti con una nuova generazione di contestatori. Non si tratta di fautori d’ideologie "fondamentaliste", diffuse soprattutto tra il popolo, come quella dei catari, massacrati da Simone di Montfort fra XII e XIII sec., ma d’avversari colti e preparati che svolgono una critica radicale nei confronti dell’ortodossia e della corruttela del Vaticano, cavalcando il sempre più diffuso malcontento contro la fiscalità ecclesiastica.
Nell’Inghilterra d’Edoardo III (1327-1377), avverso al pagamento delle decime, il censo feudale dovuto al papa, prende forma il pensiero di John Wycliffe (ca. 1320-1384), aristocratico e docente di Oxford.
Elaborando le teorie di Marsilio da Padova e di Guglielmo d’Ockham, Wycliffe presuppone l’assoluta trascendenza di Dio rispetto al mondo: il suo rapporto con l’uomo può essere soltanto interiore, alieno da ogni mediazione terrena, compresa quella della Chiesa, trasformata dal papato in istituzione materiale e autoritaria.
Dato che l’incontro con Cristo avviene nella coscienza e l’unica autorità è la parola di Dio espressa nella Bibbia, non hanno alcun fondamento i decreti, la gerarchia e le pretese fiscali della curia romana.
La vera Chiesa è invisibile: essa si sostanzia nella comunità dei credenti, dei predestinati da Dio, povera, umile e fraterna. Non c’è alcun bisogno di sacerdoti "professionisti", d’intermediari di qualsivoglia genere, compresi i santi, né tanto meno di reliquie, immagini, pellegrinaggi e messe, tutte pratiche d’idolatria e simonia, al pari dell’eucaristia e della confessione auricolare: alla salvazione sono sufficienti la lettura e la meditazione della sacra scrittura, senza intermediazione della Chiesa.
Perciò Wycliffe, anche in questo precorrendo Lutero d’un secolo e mezzo, provvede alla traduzione in inglese del testo biblico, affinché ne sia possibile la consultazione diretta da parte del popolo.
L’"eresia" di Wycliffe si sparge a macchia d’olio tra il clero e il popolo inglesi: lo stato la reprime con ogni mezzo perché fomenta rivolte contadine, la Chiesa l’avversa con le armi della scomunica e soprattutto dell’Inquisizione, introdotta in Inghilterra sin dagli inizi del XV sec. La dottrina di Wycliffe è infine condannata dal concilio di Costanza nel 1415.
La predicazione di Wycliffe trova un’eco in Boemia, dominio ereditario imperiale, e anche qui in ambiente accademico, grazie a Jan Hus, rettore dell’università di Praga, che attacca la gerarchia ecclesiastica, responsabile dello stato di decadenza e di corruzione della ricca Chiesa boema, predicando la povertà, la rinuncia ai beni terreni, al potere temporale e ai valori mondani, il ritorno allo spirito del Vangelo e l’accessibilità delle Scritture (battendosi fra l’altro per introdurre l’uso della lingua boema nell’università e nella burocrazia).
La sua predicazione alimenta un movimento riformista che si vena d’istanze autonomistiche, innestandosi sul conflitto fra l’aristocrazia imperiale tedesca e il popolo boemo.
Malgrado Hus, comparso dinanzi al concilio di Costanza per sostenervi le proprie teorie, pur dotato d’un salvacondotto imperiale, sia scomunicato, arrestato, torturato e mandato al rogo, il 6 luglio 1415, col discepolo Girolamo da Praga (1380-1415), il movimento che a lui si richiama assume un’ampiezza inusitata. Il partito riformatore hussita si definisce "utraquista" perché, predicando il ritorno alla lettera del Vangelo, vuole estendere a tutti l’eucaristia sub utraque specie, ovvero sotto forma sia di pane che di vino, di solito riservata ai religiosi.
Le insurrezioni di Praga del 1419, guidate dal predicatore Jan Zelivzky, culminano nella defenestrazione degli scabini: le truppe imperiali, intervenute per reprimerle, sono sconfitte nel 1420 a Vitkov dalle milizie hussite capeggiate da Jan Zizka e Andreas Procopio.
Fra il 1421 e il 1431, ben cinque eserciti cattolici intraprendono altrettante crociate contro i riformati di Boemia. Nel 1433, con le cosiddette Compattate di Praga, papato, impero e aristocratici boemi raggiungono un compromesso grazie alla concessione del Laienkelch, l’estensione dell’uso del calice eucaristico anche ai laici.
Il movimento hussita è lacerato da una frattura politica e sociale che vede utraquisti (aristocrazia, borghesia, corpo universitario) e taboriti (contadini, basso clero e piccoli borghesi) combattersi aspramente, finché, nella battaglia di Lipan (o Libany) del 30 maggio del 1434 i primi sconfiggono i secondi.
L’elezione a re di Boemia dell’utraquista Giorgio Podebrady (1458) fa sperare in una possibile autonomia politica dall’impero e religiosa da Roma: il papa però condanna Podebrady il 21 dicembre del 1466, dichiarandolo deposto, malgrado l’appoggio del re d’Ungheria.
Nel 1467 nasce la Chiesa riformata dei fratelli boemi, composta di taboriti e valdesi, la prima Chiesa cristiana a dichiararsi indipendente da Roma. Alla morte di Giorgio, il 12 marzo del 1471, il titolo di re di Boemia è rivendicato dal re d’Ungheria: ciò causa una lunga serie d’ostilità con l’impero. Malgrado ribellioni, guerre e iniziative diplomatiche, la confessione hussita non potrà esprimersi in piena libertà, ma rimarrà il simbolo dell’autonomia boema, sino alla Primavera di Praga, repressa dall’Unione Sovietica nel 1968, e della rivoluzione di velluto.
Di umili origini, Erasmo Geertszoon da Rotterdam (1467 ca.), studia a Gouda, poi a Utrecht, frequentando la celebre scuola dei fratelli della Vita comune a Deventer, dove impara a conciliare vita attiva e meditazione, lettura della Bibbia e dei classici dell’antichità, lontano dalla pedanteria della tarda scolastica. Prende i voti nel 1488, facendosi monaco agostiniano, ma, a quanto pare, senza eccessivo slancio. Divora i classici, principalmente latini, dato che ancora non sa il greco: fondamentale l’incontro con l’opera dell’umanista Lorenzo Valla, autore delle Elegantiæ linguæ latinæ, che gli indica come la purezza della lingua possa stare al servizio dell’esegesi biblica.
Erasmo inizia le Antibarbare, arringa in difesa della cultura antica, pubblicata molto più tardi, e la prima redazione del De contemptu mundi, in cui rivela la propria arguzia dialettica. Ordinato prete il 25 aprile 1492, diviene segretario del vescovo di Cambrai: a venticinque anni è ritenuto uno degli uomini più dotti del mondo. Si trasferisce a Parigi per perfezionarsi negli studi: deluso dall’insegnamento scolastico della Sorbona, che si oppone alla lettura diretta delle Scritture, si mantiene dando lezioni e scrivendo celebri manuali d’insegnamento, oltre a compilare il nucleo essenziale dell’opera filologica, pubblicata in seguito.
Nel 1499 un suo discepolo inglese, William Mountjoy, lo convince a seguirlo in Inghilterra, dove Erasmo frequenta la società londinese, l’università di Oxford e la corte. Tornato a Parigi, nel 1500 dà alle stampe presso J. Philippi la prima edizione dei suoi Adagi (Adagiorum collectanea): nel 1503, ad Anversa, pubblica il fondamentale Enchiridion militis christiani, opera-chiave dell’Umanesimo cristiano, che auspica una riforma cattolica ispirata a San Paolo, fondata sulla carità e sull’imitazione di Cristo, decretando il primato della religiosità interiore rispetto alle azioni, alle opere e soprattutto alle cerimonie esteriori.
Ancora una volta, l’incontro con l’opera di Valla è decisivo: un manoscritto dell’umanista romano, letto nel 1504 in un’abbazia presso Lovanio, suggerisce ad Erasmo di emendare la Vulgata, la corrente edizione latina della Bibbia, dalle interpolazioni della teologia scolastica e renderla nuovamente comprensibile collazionandola col testo greco. Impratichitosi del greco antico, Erasmo intraprende una nuova traduzione in latino della versione greca dei Settanta, presentata nel 1516 col nome di Novum Instrumentum, poi Novum Testamentum, dedicata a Leone X Medici.
Frattanto, nel 1505, studiato l’ebraico, pubblica le Adnotationes al Valla, quindi soggiorna a Londra fra l’autunno del 1505 e la primavera del 1506, stringendo amicizia con Tommaso Moro, che lo ospiterà nel successivo soggiorno londinese, e attraversando la prima di ricorrenti crisi depressive. Dopo un breve soggiorno a Parigi, si mette sulla via d’Italia: a Torino è laureato ad honorem dottore in teologia. Quindi è a Venezia, dove fa un altro dei grandi incontri della sua vita: Aldo Manuzio, tipografo ed editore, presso il quale soggiorna dall’ottobre 1506 all’agosto 1508.
Frequenta l’accademia aldina, approfondisce la conoscenza del greco e frequenta eruditi bizantini come il Lascaride: lavora a una nuova edizione degli Adagi (Chiliades Adagiorum), passati a 3261, e pubblica edizioni di autori greci (Platone, Plutarco, Pindaro, Pausania) e latini (Plauto, Terenzio e Seneca). Visita Padova e Siena, quindi è finalmente a Roma, accolto con tutti gli onori. Lascia l’Italia nel 1509: non vi metterà più piede. In seguito all’incoronazione d’Enrico VIII, da lui conosciuto come principe di Galles, è reclamato a Londra, dove si reca a piccole tappe, soggiornando a Bucklersbury presso Thomas More. Insegna per breve tempo il greco a Cambridge (1512), ma lavora soprattutto all’edizione e alla traduzione di testi dei padri della Chiesa, in particolare Gerolamo, Agostino, Cipriano, Basilio e Crisostomo.
Presso Thomas More scrive di getto anche il famosissimo Elogio della pazzia (Encomium moriæ seu laus stultitiæ), l’opera sua più nota, brillantissimo esercizio oratorio giocato sul paradosso, nel quale ironizza sulle istituzioni laiche ed ecclesiastiche come sulla dabbenaggine di chi le subisce. Condanna infatti la corruzione dei principi e dei prelati, in primo luogo del papa, responsabili della violenza che travolge l’epoca, ma critica ugualmente l’ignoranza e la superstizione della religiosità popolare, che scambia il culto dei santi e i pellegrinaggi per garanzie di salvezza. Non manca nell’operetta, che gl’inimica le università di Parigi e di Lovanio, come buona parte delle gerarchie ecclesiastiche conservatrici, un accenno toccante alla "follia della Croce", nodo vivente di paradossi.
Nel giugno 1514 Erasmo lascia l’Inghilterra per l’Olanda natìa, quindi è a Basilea presso l’editore Froben, cui affiderà l’esclusiva delle sue pubblicazioni. Accolto con grandissimi onori, domina la vita culturale della città svizzera, attendendo di persona all’edizione dei propri lavori. Nominato consigliere del duca Carlo, divenuto re di Spagna col nome di Carlo I, propugna il proprio pacifismo pubblicando l’Institutio principis christiani (1516), contraltare del Principe di Machiavelli.
La pubblicazione a Basilea del suo Nuovo Testamento gli attira nuovamente il risentimento dell’università di Lovanio, contraria al ricorso diretto al Vangelo. Nel 1517 Martin Lutero affigge le tesi di Wittenberg: la posizione intellettuale e spirituale d’Erasmo, propugnatore d’una riforma della Chiesa cattolica, lo obbliga a pronunziarsi, visto anche che, agli esordi della Riforma, Lutero lo presenta come proprio maestro spirituale, di cui condivide sostanzialmente il giudizio sulla dissolutezza della corte pontificia, l’ignoranza e l’immoralità dei monaci, l’inclinazione all’intrigo dei preti e l’ipocrisia dei fedeli.
Tra i due però si stabilisce un rapporto complesso e tormentato: Erasmo non condivide gli atteggiamenti radicali del riformatore, contrari al suo pacifismo. Re Carlo gli chiede di seguirlo in Spagna, ma Erasmo rifiuta: fra il 1517 e il 1521, partecipa alla creazione del "collegio trilingue", dove insegna ebraico, greco e latino. Attraversa un periodo di contrasti e turbamenti: i conservatori cattolici gli rimproverano d’esser stato la chioccia dell’eresia luterana. Erasmo difende le proprie idee nelle Apologiæ e si preoccupa seriamente della situazione europea, ribadendo il proprio atteggiamento pacifista nella Querela pacis, scritta all’indomani dell’incoronazione imperiale di Carlo V a Treviri.
Trasferitosi definitivamente a Basilea nel novembre 1521, pubblica la terza edizione del Nuovo Testamento, nonché la traduzione e il commento di quasi tutti gli scritti patristici, mentre sue opere d’altro genere sono ripubblicate e tradotte a getto continuo: Basilea è il centro d’una rete intellettuale che si stende da Londra a Cracovia, da Anversa a Alcalá de Henares, da Parigi a Strasburgo, da Norimberga a Napoli. Erasmo è uno fra i primi intellettuali a beneficiare degli effetti della stampa, rappresentando il primo grande fenomeno mediatico dell’era moderna.
I suoi scritti, i suoi commenti e le sue idee circolano in tutta Europa. Egli non cessa mai di aggiornarli, di rivederli e correggerli, che siano saggi e dialoghi o commenti e traduzioni, con moderno spirito critico. Dopo aver rivolto un ennesimo appello alla pace e alla fratellanza tra i principi cristiani con le Parafrasi del Vangelo (1523), Erasmo è forzato a prendere posizione contro Lutero con un’opera fondamentale, il De libero arbitrio (1524), in cui difende, da un punto di vista metafisico, morale e teologico, la possibilità dell’uomo d’intervenire nella propria salvezza collaborando con Dio mediante le proprie opere.
Lutero risponde col De Servo arbitrio (1525): accusando Erasmo di scetticismo, lassismo ed empietà, sostiene che l’uomo è totalmente passivo nelle mani di Dio, dispensatore della grazia, ribadendo la teoria della salvazione sola fide. I toni della polemica si fanno sempre più duri, dato che dietro ai due teologi premono movimenti e schieramenti aspramente contrapposti sul piano politico oltre che religioso. Erasmo replica al Servo arbitrio coll’Hyperaspistes (1526).
La situazione europea, aggravata dalla minaccia turca sempre più forte, precipita, mentre infuriano le guerre d’Italia tra Francia e impero. L’amico Tommaso Moro paga con la testa la propria opposizione ai desideri matrimoniali, ma ancor più agli intenti politico-religiosi di Enrico VIII, che Erasmo ammonisce con l’Institutio christiani matrimonii (1526), uscita presso Froben.
Contemporaneamente esce l’edizione aumentata dei Colloqui, specchio fedele delle sue idee sociali, politiche, economiche, scientifiche, pedagogiche e religiose, invise alla censura inquisitoria che ne mette le opere all’indice. Anch’egli interviene nel dibattito sull’imitazione dei classici col Dialogus Ciceronianus, o Dell’imitazione (1528), condannando l’imitazione pedissequa e servile, che non tiene conto del mutare dei tempi e degli spiriti.
Non pochi sono i riformati che vorrebbero attrarre Erasmo dalla loro parte, anche a Basilea, sempre più coinvolta dal nuovo corso religioso e politico. Nel 1529 il cattolico Erasmo è costretto dagli eventi a trasferirsi a Friburgo in Brisgovia, città imperiale cattolica tedesca, dove continua a intrattenere rapporti con gli amici di Basilea, fra cui i Froben, e mantiene il proprio ruolo di centro d’una fitta rete di scambi culturali, intellettuali e spirituali. Qui continua infaticabile a produrre nuove edizioni, rivedute e corrette, delle proprie opere e prepara l’Opera omnia, che uscirà postuma nel 1540.
La sua attenzione si volge, nei cinque anni di Friburgo, all’approfondimento dei dogmi cristiani: sognando una chimerica ma profondamente sentita riunificazione della Chiesa, scrive la Concordia della Chiesa, l’Ecclesiastes, dedicato all’arte del predicatore, un commento al salmo 14, Sulla purezza della Chiesa di Cristo, e una Preparazione alla morte (1534), che per la loro gravità non sembrano usciti dalla penna dell’autore dell’Elogio della pazzia.
Papa Paolo III gli offre nel 1535 il cappello cardinalizio, ma Erasmo lo rifiuta: tornato a Basilea, la salute lo abbandona e nell’infermità inizia la sua preparazione spirituale e materiale alla morte, che sopravviene nella notte fra l’11 e il 12 luglio 1536.
Nel filosofo inglese Tommaso Moro è presente la coscienza dei grandi rivolgimenti che caratterizzano l'Europa agli inizi del Cinquecento. La sua opera più importante, Utopia (1516), muove proprio da un'indagine di tipo sociologico, per proporre poi un modello di società ideale volto a riscattare il degrado politico e morale, che il filosofo osserva nell'Inghilterra del suo tempo.
La prima parte dell'opera è, infatti, dedicata all'analisi dei mali che affliggono la società, quali la mancanza di valori etici nella condotta della monarchia, la corruzione del clero, il progressivo impoverimento della popolazione, dovuto anche all'abbandono dell'agricoltura. A tutto questo si oppone la creazione di un modello sociale, l' "isola di Utopia" (letteralmente luogo che non è in nessun luogo), in cui, sia pur facendo prevalere spesso l'elemento letterario più che quello filosofico, Moro tratteggia i contorni di una società felice, dove i cittadini vivono nella più assoluta libertà.
Le leggi sono poche e di facile interpretazione, l'economia è prevalentemente agricola, il tenore di vita è modesto, anche se non povero. La vita si svolge per lo più in comune e la religione si fonda sulla fede in "un’unica, eterna, occulta ed inesplicabile divinità", che ammette l'esercizio di una pluralità di culti, dato che non ha rilievo come Dio è onorato. L'opera di Tommaso Moro è essenzialmente di carattere morale e religioso, soprattutto nella coscienza che la proprietà privata è la causa di ogni male.
Certo è che in essa non mancano elementi contraddittori, come un certo imperialismo colonizzatore nei confronti degli altri popoli ed un clima sostanzialmente oppressivo e puritano, accanto a momenti sinceramente elevati, in cui traspare l'amore per la libertà. La sua fortuna è senz'altro dovuta allo stile attraente ed alla personalità dell'autore, un umanista ed un moralista piuttosto che un filosofo o un commentatore di eventi sociali.