La metà circa della popolazione mondiale vive ancora oggi con l'equivalente di circa 2 dollari al giorno: in molti luoghi, avere un lavoro non garantisce quindi la possibilità di sottrarsi alla povertà.
Questo dato di realtà richiede di riconsiderare e riorganizzare le politiche economiche e sociali tese all'eliminazione della povertà.
Una prolungata mancanza di opportunità di lavoro dignitoso, gli investimenti insufficienti e il sottoconsumo portano a un'erosione del contratto sociale che sta a fondamento delle società democratiche, secondo cui tutti dobbiamo contribuire al progresso.
La creazione di posti di lavoro di qualità resta perciò una delle maggiori sfide per quasi tutte le economie.
Una crescita economica sostenibile richiede alle società di creare condizioni che permettano alle persone di avere posti di lavoro di qualità, che stimolino le economie e al tempo stesso non danneggino l'ambiente.
Inoltre, sono necessarie opportunità di lavoro e condizioni di lavoro dignitose per la popolazione in età lavorativa.
La disoccupazione
Il tasso globale di disoccupazione (percentuale della forza lavoro non occupata) è sceso dal 6,6% del 2009 al 5,7% del 2016, in prevalenza per merito dell'aumento dell'occupazione nei Paesi sviluppati.
Nonostante questi progressi e quelli relativi alla riduzione del numero di lavoratori che vivono in condizioni di estrema povertà, permangono situazioni molto gravi.
La disoccupazione è salita a 202 milioni di persone, di cui oltre 75 milioni sono giovani.
Tale scenario mette a rischio le collettività e i rapporti sociali e impone ai Governi una riorganizzazione delle politiche economiche e sociali: una mancanza cronica di opportunità lavorative ostacola la produttività economica, l'innovazione e il progresso tecnologico.
Inoltre, esiste un divario significativo che non riguarda solo il tasso di occupazione, ma anche quello di inattività.
Un indicatore rilevante è il tasso di Neet (Neither Employed, nor in Education or Training), la quota della popolazione giovanile che non ha o non cerca lavoro, né è iscritta a un corso universitario o di formazione.
La percentuale, secondo i dati dell'Organizzazione mondiale del lavoro (Ilo), è di oltre il 21% a livello globale.
Per un lavoro sostenibile
Bisogna però sottolineare come lo sviluppo dell'economia e la crescita del Pil possano favorire disuguaglianze sociali, se non sono accompagnati da politiche di inclusione.
Per questa ragione esistono agenzie che si impegnano nella promozione dei diritti del lavoro e nell'applicazione della giustizia in questa materia.
Tra le più importanti vanno menzionate l'Ilo e il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo.
Queste agenzie forniscono supporto ai Governi nella creazione di politiche orientate allo sviluppo sostenibile, al contrasto del lavoro forzato e allo sradicamento del lavoro minorile.
Una crescita economica e sostenibile richiede a tutti i Governi di creare condizioni che stimolino l'economia e allo stesso tempo non danneggino l'ambiente, in modo da arrivare al miglioramento, entro il 2030, dell'efficienza globale nel consumo e nella produzione di risorse.
Per la realizzazione di tutti i traguardi è previsto anche un supporto alle attività commerciali, con particolare attenzione allo sviluppo di nuove strategie per la promozione di un turismo sostenibile che crei occupazione, promuova la cultura e valorizzi i prodotti locali nel rispetto del patrimonio naturale e di quello storico-culturale.
Crescita del Pil e produttività del lavoro
Nel 2016 la crescita globale del Pil, il più classico indicatore della ricchezza economica prodotta da una società, è stata del 2,4%.
Come avviene ormai da diversi anni, i Paesi in via di sviluppo segnano una crescita molto più sostenuta (4,1)
rispetto ai Paesi industrializzati (1,7).
A trainare la crescita globale si confermano l'Estremo Oriente e l'Asia meridionale, mentre l'America Latina segna il passo con addirittura un segno negativo.
Il goal 8 prevede di qui al 2030 un incremento medio del 7% dei Paesi meno sviluppati (Least Developed Countries - Ldc).
Il divario emerge però quando consideriamo un altro indicatore: la produttività del lavoro pro capite. Nel 2015 il lavoratore medio di un'economia avanzata aveva una capacità produttiva pari a circa 23 volte quella di un lavoratore dell'Africa subsahariana, la regione del mondo in cui la produttività del lavoro è la più bassa in assoluto.
Lavoro e dignità: il ruolo dell'ILO
Nel 1999 il Direttore generale dell'llo, Juan Somavia, ha presentato alla Conferenza Internazionale del Lavoro il Rapporto Decent Work all'interno del quale afferma per la prima volta: «[...] oggi l'obiettivo primario dell'llo è garantire che tutti gli uomini e le donne abbiano accesso a un lavoro produttivo, in condizioni di libertà, uguaglianza, sicurezza e dignità umana». Nasceva così, il concetto di decent work o lavoro dignitoso. [. .. ] questo concetto si fonda sull'idea che il lavoro sia fonte di dignità personale, stabilità familiare, pace nella comunità, democrazia e crescita economica.
Il lavoro dignitoso è un concetto universale che si applica a qualsiasi categoria di lavoratori e pone in luce il ruolo chiave dell'occupazione, con la sua dimensione quantitativa (posti di lavoro creati) e qualitativa (condizioni di lavoro), nella determinazione delle condizioni di esistenza degli individui e nella lotta alla povertà e alla disuguaglianza.
Nel 2008 il concetto di lavoro dignitoso è stato istituzionalizzato formalmente con l'adozione della Dichiarazione dell'Ilo sulla giustizia sociale per una globalizzazione giusta. [. .. ]
La realizzazione universale del lavoro dignitoso passa attraverso il perseguimento di quattro obiettivi strategici, a cui si aggiunge l'obiettivo trasversale dell'uguaglianza di genere:
• creare opportunità di occupazione e remunerazione per tutti;
• garantire i princìpi e diritti fondamentali nel lavoro (libertà di associazione e diritto alla contrattazione collettiva, eliminazione del lavoro forzato e del lavoro minorile, non discriminazione in ambito lavorativo e professionale);
• rafforzare ed estendere la protezione sociale;
• [. .. ] promuovere il tripartismo e il dialogo sociale.
Per raggiungere l'obiettivo universale di «garantire un lavoro dignitoso per tutti» è necessario, però, agire anche a livello globale: l'Agenda del lavoro dignitoso rappresenta il punto di partenza per un nuovo modelle di sviluppo più giusto, inclusivo e sostenibile.
L'llo si impegna a promuovere l'approccio del lavoro dignitoso all'interno delle politiche economiche e sociali, in collaborazione con le principali istituzioni del sistema multilaterale e gli attori dell'economia mondiale.
Il lavoro dignitoso offre una valida risposta a molteplici priorità dell'agenda sociale, economica e politica del sistema internazionale.
• Globalizzazione equa - L'attuale modello di sviluppo non produce sufficienti posti di lavoro. La crescita mondiale deve essere riformulata affinché possa garantire maggiori opportunità di lavoro dignitoso, specialmente per i giovani.
• Riduzione della povertà - La creazione di occupazione di qualità e la riduzione della povertà sono strettamente collegate, il lavoro dignitoso rappresenta la strada principale per uscire dalla povertà.
• Sicurezza - Una comunità che lavora è una comunità in pace a livello locale, nazionale, regionale e globale.
• Inclusione sociale- Garantire le pari opportunità e lottare contro ogni forma di discriminazione sul lavoro è fondamentale per sfruttare a pieno le capacità di tutti.
• Dignità -Il lavoro non è una merce. Gli esseri umani, per i quali il lavoro è una fonte di dignità e di benessere familiare, possiedono dei diritti che devono essere rispettati. Il lavoro non può essere considerato semplicemente un costo di produzione.
• Diversità - Le politiche devono adattarsi alle esigenze specifiche di ogni singolo Paese. Non esiste un modello universale di sviluppo.
(Tratto da https://www.ilo.org/rome/approfondimentil WCMS_166085/lang--itlindex.htm, con modifiche)
I diritti dei minori
La Convenzione Onu sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza, approvata dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989, riconosce il diritto di ogni minore a essere «protetto contro lo sfruttamento economico e a non essere costretto ad alcun lavoro che comporti rischi» o che pregiudichi la sua educazione, la sua salute, il suo sviluppo fisico, mentale, spirituale e morale.
Tutti gli Stati del mondo hanno sottoscritto la Convenzione e si sono impegnati ad adottare le misure necessarie a promuovere e tutelare questo diritto, innanzitutto stabilendo un'età minima per l'accesso al lavoro, regolamentando gli orari di lavoro e le condizioni d'impiego e prevedendo pene o altre sanzioni appropriate per garantirne l'attuazione effettiva.
Grandi progressi sono stati registrati sul fronte del lavoro minorile. Secondo i più recenti dati dell'Ilo, i bambini e gli adolescenti tra i 5 e i 17 anni occupati in attività economiche regolari è sceso dai 246 milioni del 2000 ai 152 milioni del 2016 (-38). Meno positivo invece è il dato sui 72,5 milioni di minorenni impiegati nelle forme di sfruttamento classificate come "peggiori" (lavori particolarmente rischiosi e malsani).
Questi bambini sono costretti a lavorare in situazioni che mettono a rischio la loro salute e li condannano a una vita senza svago né istruzione.
Il fenomeno del lavoro minorile è concentrato soprattutto nelle aree più povere del pianeta, anche se non mancano casi di bambini lavoratori anche nelle zone del Nord del mondo.
Con il lavoro dei minori si crea un circolo vizioso della povertà, in quanto in situazioni economiche difficili, i bambini sono obbligati ad abbandonare la scuola e ad andare
a lavorare per aiutare i genitori a mantenere la famiglia.
Proprio perché abbandonano la scuola, una volta cresciuti sarà difficile per loro trovare un lavoro qualificato e ben remunerato, che permetta un miglioramento delle loro condizioni di vita, e restano in condizioni di assoluta povertà.
Un recente rapporto pubblicato da Amnesty International e da Afrewatch ha fatto luce sullo sfruttamento dei bambini in un lavoro pericoloso come le miniere di cobalto, un prezioso minerale impiegato per la produzione di batterie ricaricabili utilizzate per i nostri cellulari, tablet, computer e altri dispositivi elettronici.
Solo nella Repubblica Democratica del Congo vi sono almeno 40.000 bambini sfruttati nelle miniere e che lavorano fino a 12 ore al giorno, scavando a mani nude, anche a cielo aperto, indipendentemente dalle condizioni atmosferiche.
Questi "neoschiavi" sono costretti a trasportare sacchi anche di 20-40 kg, spesso più pesanti di loro stessi, con il rischio di subire deformazioni ossee e articolari e lesioni della colonna vertebrale, in cambio di una paga che al massimo arriva a 1-2 euro al giorno.
In Italia sin dal 1997 è stata istituita una Commissione parlamentare per l'infanzia e l'adolescenza, composta da 20 senatori e da 20 deputati nominati dai Presidenti delle due Camere.
La Commissione ha compiti di indirizzo e controllo sulla concreta attuazione degli accordi internazionali e della legislazione relativi ai diritti e allo sviluppo dei soggetti in età evolutiva.
Esiste inoltre un Osservatorio nazionale per l'infanzia e l'adolescenza, il cui compito è quello di predisporre documenti ufficiali relativi a queste fasce d'età.
Imprese, innovazione e infrastrutture
Il patrimonio infrastrutturale di un Paese è quel complesso di beni destinati a garantire una ricca gamma di servizi, funzionali sia al benessere delle persone (scuole, ospedali, reti idriche), sia alle esigenze di un sistema economico (strade, ferrovie, porti).
È facile giustificare tali utilità: se infatti una persona senza strade non è in grado di muoversi (e quindi di curarsi e di studiare), un'industria non può distribuire ciò che produce.
Una qualunque fabbrica, cioè, diventa inutile se non dispone dei collegamenti infrastrutturali per far giungere le merci prodotte nella disponibilità dei clienti finali.
Al contrario, con tale dotazione può vendere e produrre beni e quindi assumere nuove persone, alle quali garantire un reddito e un tenore di vita migliore.
Ecco perché un Paese arretrato privo di infrastrutture è destinato a rimanere tale. Ecco perché nella storia dell'Europa e in quella degli Stati Uniti la realizzazione di infrastrutture ha spesso costituito il preludio allo sviluppo economico.
Il gap infrastrutturale
Il potenziamento infrastrutturale, stando ai dati delle Nazioni Unite, potrebbe migliorare la qualità della vita di una massa enorme di persone. La realizzazione di reti fognarie, per esempio, consentirebbe a circa 2,5 milioni di persone di avere accesso per la prima volta ai servizi sanitari, così come la costruzione di pozzi e di dighe permetterebbe a circa 800 milioni di persone, residenti per lo più in Africa subsahariana e Asia meridionale, di accedere all' acqua.
La posa di cavi e di reti digitali, invece, darebbe l'opportunità di fornire servizi di telefonia a quasi un miliardo e mezzo di persone che attualmente ne sono sprovviste.
Un grande aiuto per lo sviluppo, poi, potrebbe provenire dalla diffusione della tecnologia, in grado di migliorare la produttività agricola di molti Paesi, ma anche i livelli sanitari e di istruzione.
A questo scopo, però, servono capitali da investire in ricerca e sviluppo, attività necessarie per ottenere conquiste tecnologiche. Anche da questo punto di vista esistono forti disparità.
La spesa globale in ricerca e sviluppo in proporzione al Pil era nel 2013 dell'1,7%, ma questa percentuale nasconde forti disparità. In alcuni Paesi del Nord Europa, come Svezia e Danimarca, la spesa in ricerca e sviluppo supera ampiamente il 3%, mentre molti tra i Paesi più arretrati faticano ad arrivare allo 0,3%.
Nel mondo sono ancora oltre 1 miliardo le persone che non hanno competenze digitali e meno della metà della popolazione globale utilizza internet.
Nel continente americano due terzi della popolazione è connessa, mentre lo è soltanto il 25% nell'Africa sub-
sahariana e il 42 in Asia, nel Pacifico e nei Paesi arabi.
La principale difficoltà è rappresentata, anche in questo caso, dalla carenza di infrastrutture. Nel continente africano, il Paese in cui internet risulta più caro è lo Zimbabwe, dove per un piano mobile con meno di 40 minuti di rete al giorno si arriva a pagare un terzo dello stipendio medio.
Anche il servizio di banda larga costa poco più di 5 dollari in Paesi come l'Iran e arriva a costare quasi 1000 dollari in Burkina Faso.
In Italia le tariffe si attestano a un costo mensile di circa 20-30 euro.
In altri Stati il risultato è stato infine vanificato da una tassazione molto elevata sull'uso di alcuni servizi di rete come, per esempio, istant messaging e social media, considerati alla stregua di "beni di lusso".
L'industria manifatturiera
L'industria manifatturiera è la principale fonte di lavoro al mondo, visto che impiega circa 470 milioni persone, il 16 della forza lavoro attiva. Un ruolo decisivo in tal senso lo giocano le piccole e medie imprese del settore, soprattutto perché esprimono il preambolo di una successiva industrializzazione.
In più l'industria manifatturiera produce un effetto volano, dimostrato dal fatto che ogni posto di lavoro che crea, ne genera altri 2,2 in altri settori.
Ecco perché non stupisce che se nei Paesi industrializzati il numero degli impiegati nel manifatturiero è calato costantemente, nei Paesi in via di sviluppo il loro numero è costantemente cresciuto.
Altri settori giudicati maggiormente in grado di assorbire manodopera nei Paesi più arretrati sono quello delle energie rinnovabili, l'industria alimentare, quella tessile e dell'abbigliamento e quella dei metalli lavorati.
Delocalizzazione e outsourcing
La delocalizzazione è lo spostamento degli impianti produttivi di un'azienda in un'altra regione dello stesso Stato o in uno o più Paesi esteri dove i costi di produzione sono minori (tassazione, mano d'opera ecc.). L'azienda è proprietaria degli impianti o comunque ne ha il pieno controllo.
Nel caso dell'outsourcing, o esternalizzazione, un'azienda affida un segmento del processo produttivo o un servizio particolare a un'altra azienda, indipendente dalla prima e specializzata in una determinata mansione.
Anche in questo caso la ditta che svolge il servizio può trovarsi all'interno della stessa città, dello stesso Stato oppure in un altro Paese. La gestione del personale, i servizi informatici, l'amministrazione, il marketing e la pubblicità sono esempi di mansioni spesso affidate a terzi.
Alcune società italiane, per esempio, ricorrono a cali center in Albania o in altri Paesi dell'Est europeo per quan-to riguarda l'assistenza clienti, la proposta di offerte e la ricerca di mercato (lo stesso avviene con quelli indiani per i Paesi anglosassoni), mentre molte aziende informatiche americane ed europee hanno trasferito nel distretto tecnologico di Bangalore, in India, la progettazione e la realizzazione di software e la gestione di altri servizi informatici.
Consumo e una produzione "sostenibili"
Il consumo e la produzione sostenibili puntano a "fare di più e meglio con meno", aumentando i benefici in termini di benessere tratti dalle attività economiche attraverso la riduzione dell'impiego di risorse, del degrado e dell'inquinamento nell'intero ciclo produttivo. In questo modo si migliora la qualità della vita.
Per esempio, se la popolazione mondiale utilizzasse lampadine a risparmio energetico, si risparmierebbero 120 miliardi di dollari ogni anno.
È un processo necessario: se, come si prevede, la stessa popolazione mondiale raggiungesse i 9,6 miliardi entro
il 2050, servirebbero tre pianeti per soddisfare la domanda di risorse naturali necessarie a sostenere gli stili di vita attuali.
Oggi l'uomo sta inquinando l'acqua in maniera più rapida rispetto alla capacità naturale di rigenerazione e purificazione delle fonti di fiumi e laghi.
La degradazione dei suoli, l'inaridimento dei terreni, l'utilizzo non sostenibile dell'acqua, l'eccessivo sfruttamento della pesca e il degrado dell'ambiente marino riducono la capacità delle risorse naturali di provvedere alla produzione alimentare.
Il consumo energetico delle abitazioni è il secondo dopo quello dei trasporti per crescita dell'impiego di energia.
Nel 2013, un quinto del consumo complessivo dell'energia mondiale derivava da fonti rinnovabili.
Un miliardo e 300 milioni di tonnellate di cibo vanno sprecate ogni anno, mentre quasi 1 miliardo di persone soffre di denutrizione e l'altro miliardo soffre la fame.
Il consumo eccessivo di cibo produce effetti dannosi per la nostra salute e per l'ambiente.
Due miliardi di persone nel mondo sono in sovrappeso o addirittura obese.
Le imprese socialmente responsabili
Un'impresa quindi può dirsi socialmente responsabile se decide, in maniera del tutto autonoma e volontaria, di assumere impegni specifici per la risoluzione di questioni di varia natura - etica, sociale, ambientale, sanitaria ecc. - oppure per la fornitura di servizi di utilità sociale, in modo economico, efficiente e strategico.
Particolarmente rilevante è la dimensione autonoma, cioè non giuridicamente obbligatoria, della scelta socialmente responsabile.
L'impresa può dirsi socialmente responsabile solo se ha adottato in modo volontaristico provvedimenti a favore
del contesto o dei soggetti che intende beneficiare.
Se le scelte fossero obbligatorie per legge, non si potrebbe a rigore parlare di responsabilità sociale, in quanto verrebbe a mancare l'elemento determinante della piena presa di coscienza dei propri doveri civici ed etici.
Tipico è il caso di una società industriale che dovesse decidere, dopo una lunga e faticosa maratona di trattative con le parti sociali (sindacati, rappresentanze territoriali, autorità politiche, associazioni ecc.) di attuare un determinato programma a favore di particolari soggetti sfavoriti dalle sue attività.
Per quel che concerne i soggetti a favore dei quali viene organizzato l'intervento sociale (beneficiari), si può distinguere tra l'intero contesto sociale e i singoli soggetti privati, individuali o collettivi.
Nel primo caso, l'intervento può essere in forma di cura del verde pubblico o del restauro di un'opera d'arte, la donazione di attrezzature a un istituto scolastico o di fondi alla biblioteca comunale, e via di seguito.
Nel secondo caso, invece, si potrà intervenire a favore di specifici soggetti, sia direttamente legati all'azienda (consumatori, fornitori, dipendenti, collaboratori, associazioni di categoria, ricercatori ecc.), sia lontani dagli interessi economici aziendali, ma in qualche modo degni di un intervento positivo (disabili, famiglie indigenti, associazioni non profit, studenti meritevoli ecc.).
Perché si possa parlare di impresa socialmente responsabile, è necessario che le azioni intraprese siano economicamente e finanziariamente sostenibili.
Infine, l'obiettivo cui deve rivolgersi l'azienda che voglia agire in modo socialmente responsabile, non può che essere il miglioramento dei propri parametri di efficienza complessiva, economica, finanziaria e strategica.
Economia verde e circolare
Economia verde ed economia circolare sono due modelli economici da realizzare se si intende conseguire uno sviluppo umano effettivamente sostenibile.
l'economia verde, anche chiamata Green Economy, in base alla definizione dell'Unep (Programma ambientale delle Nazioni Unite) è un sistema di attività economiche basate su produzione, distribuzione, consumo di beni e servizi che, nel
lungo periodo, contribuiscono al benessere umano evitando di esporre le generazioni future a rischi ambientali e scarsità
di risorse.
L'economia verde mira a tutelare e a investire in risorse naturali, a sviluppare attività e lavori "green", a definire standard e marchi per i prodotti "green", considerando la biodiversità come il patrimonio fondamentale del nostro pianeta.
L'economia circolare è un modello economico che si rigenera da solo, perché le sue attività a partire dall'estrazione e dalla produzione, sono svolte in maniera tale che i rifiuti di qualcuno diventino risorse per qualcun altro, riducendo notevolmente l'impatto negativo sull'ambiente.
Essa contrasta con il modello tradizionale, definito lineare, in cui terminato il consumo di un bene si conclude anche il suo ciclo di vita, poiché esso diventa rifiuto da smaltire, per cui il sistema economico replica continuamente lo stesso schema: estrazione, produzione, consumo, smaltimento.
Purtroppo di economia circolare e verde si occupa anche l'ecomafia (smaltimento e riciclo dei rifiuti, filiere agroalimentari e racket degli animali), con reati (ordinanze di custodia per crimini contro l'ambiente +139,5 rispetto al 2016) e fatturato (14,1 miliardi ossia +9,4 nel 2017) costantemente in aumento.
La situazione in Italia
In Italia si stanno affermando modelli di produzione e consumo più responsabili, ma occorre favorire condizioni di sostenibilità economica per le aziende che riducono l'impatto ambientale e sensibilizzare i cittadini sulla riduzione degli sprechi.
Il nostro Paese si è inoltre impegnato a realizzare, entro il 2020, la gestione ecocompatibile di sostanze chimiche e rifiuti in tutto il loro ciclo di vita e a ridurre significativamente il loro rilascio in aria, in acqua e nel suolo, al fine di minimizzare gli effetti negativi sulla salute umana e sull' ambiente.
Nella società e nell'imprenditoria italiana sta comunque crescendo della consapevolezza che solo un'innovazione che guardi simultaneamente alla dimensione tecnologica, all'aumento della produttività e alla riduzione del consumo di risorse naturali è in grado di rimettere in moto uno sviluppo economico di dimensioni adeguate.
Il mondo produttivo, infatti, sta finalmente comprendendo l'importanza del passaggio all'economia circolare, che riduce i costi di produzione, assicura la sostenibilità dei processi produttivi e favorisce lo sviluppo di nuovi prodotti.
Nel nostro Paese alcuni passi importanti su produzione e consumi sostenibili sono stati già fatti.
Il 12 luglio 2017 il Ministero dell'ambiente ha aperto una consultazione pubblica sul documento di inquadramento e posizionamento strategico "Verso un modello di economia circolare per l'Italia", che esamina dodici tematiche, dall'identificazione dei settori merceologici e delle categorie dei prodotti da cui iniziare l'applicazione del modello di economia circolare, all'identificazione delle opportunità per il settore pubblico e per quello privato; dall'analisi delle attuali barriere, sia normative sia fiscali, alla richiesta di indicazioni concrete circa possibili future iniziative legislative, programmi di sostegno e campagne di sensibilizzazione.
La legge 19 agosto 2016, n. 166 (legge Gadda), ha regolamentato la donazione e la distribuzione di prodotti
alimentari e farmaceutici a fini di solidarietà sociale, che apre la strada al riutilizzo di tali beni.
La legge prevede semplificazioni burocratiche, sgravi fiscali e bonus a favore di chi dona cibo (privati cittadini, attività commerciali, enti pubblici) per fini di solidarietà.
Uno degli effetti della legge è stato il sensibile aumento di donazioni alle associazioni di volontariato di prodotti come farmaci, prodotti a lunga conservazione, cibi cotti, freschi e prodotti ortofrutticoli.
Con la pubblicazione del Codice degli appalti (d.lgs. 18 aprile 2016, n. SO) sono diventati obbligatori gli acquisti verdi da parte della Pubblica amministrazione.
Per favorire la piena attuazione del modello di economia circolare e consentire a un numero crescente di imprese di coglierne i molteplici vantaggi, sono però necessari alcuni sforzi in più.
In particolare, occorrerebbe:
• incentivare adeguatamente l'uso efficiente delle risorse esistenti, la domanda e l'offerta di materie prime secondarie, ovvero quelle già utilizzate in cicli produttivi precedenti, recuperate e rigenerate per essere reimmesse in un nuovo ciclo di produzione;
• favorire condizioni di sostenibilità economica per le aziende che decidano di ripensare i prodotti, riducendo l'impatto ambientale sin dalla fase del design per gestirne il ciclo di vita;
• condurre campagne mediatiche e di formazione destinate a tutti i cittadini e consumatori, per favorire pratiche di consumo responsabile (che privilegino le imprese che si impegnano in un reale percorso di sostenibilità, non solo ambientale ma anche sociale), con l'obiettivo dell'eliminazione sistematica degli sprechi e della diffusione della cultura del riuso, anche in funzione della solidarietà sociale.
Ridurre gli sprechi alimentari
Secondo l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura (Fao) un terzo di tutti i prodotti alimentari a livello mondiale (1,3 miliardi di tonnellate) vengono perduti o sprecati ogni anno lungo l'intera catena di approvvigionamento, per un valore di 2600 miliardi di dollari, un quantitativo di cibo che basterebbe per risolvere abbondantemente l'intero problema della fame nel mondo.
Proprio per monito rare lo spreco alimentare, in Italia è stato avviato il progetto "Reduce", promosso dal Ministero dell'agricoltura e dall'Università di Bologna, attraverso il quale sono state realizzate alcune indagini per controllare lo spreco di cibo alimentare all'interno delle famiglie, nei negozi della grande distribuzione e nelle mense scolastiche.
Per quanto concerne il consumo familiare, da marzo a dicembre 2017, 430 famiglie italiane si sono sottoposte a un'attività di ricerca che prevedeva di annotare giornalmente in modo dettagliato, in un diario quotidiano, la quantità di cibo che veniva buttato, attraverso la compilazione di un apposito Diario degli sprechi.
Dai risultati dell'indagine è emerso che ogni giorno in pattumiera finiscono 100 g di cibo a testa, tra ciò che resta nel piatto, in frigo o dispensa; una quota che moltiplicata per 365 giorni l'anno porta a 36,92 kg di alimenti, per un costo di 250 euro all'anno a persona e un costo complessivo di 8,5 miliardi di euro (lo 0,6% del Pil). In cima alla classifica dei cibi gettati si trova la verdura, in media per quasi 20 g, pari al 25,6% dello spreco totale giornaliero (in un anno significa sprecare 7,1 kg di verdure). Subito dopo vengono latte e latticini con 13,16 g al giorno, pari al 17,6% dello spreco totale quotidiano, per 4,8 kg all'anno. A seguire la frutta (12,24 g) e i prodotti da forno (8,8 g).
Le cause? Principalmente perché il prodotto ha raggiunto/superato la data di scadenza o è andato a male (46
dei casi) e l'aver gettato il cibo non gradito (26).
Anche nella grande distribuzione è stato rilevato uno spreco di cibo che pesa per 9,5 kg/anno per metro quadro di superficie di vendita negli ipermercati e 18,8 kg/ anno per mq nei supermercati.
Tradotto: per ogni cittadino italiano significa uno spreco di 2,89 kg/anno pro capite e nel complesso di oltre 170.000 tonnellate in un anno.
Parliamo di cibo che potrebbe invece essere recuperato per almeno il 35 del totale.
Anche l'indagine nelle mense scolastiche ha evidenziato che quasi un terzo del pasto offerto ai bambini viene gettato. Lo spreco è ripartito fra avanzi dei piatti (16,7%), cibo intatto lasciato nella mensa (5,4%) e cibo intatto portato in classe (pane e frutta, 4%). L'alimento meno gradito dagli scolari è la frutta, spesso lasciata nei piatti e poi buttata.
La sharing economy
Basata sul principio della condivisione e della sostenibilità, la sharing economy si sta diffondendo grazie all'in-novazione e alla diffusione delle informazioni attraverso i social media nel nostro Paese, che anzi si segnala tra i primi posti per il suo utilizzo.
Chiamata anche economia collaborativa o consumo collaborativo, la sharing economy è un nuovo modello economico che ha come obiettivo quello di razionalizzare le risorse, scambiando e condividendo beni, servizi e conoscenze invece di acquistarli.
Non si tratta solo di proporre nuove forme di progettazione e di organizzazione di servizi o nuove modalità per produrre beni disponibili a livello globale: dal punto di vista del consumatore è un modo diverso di fruire di un prodotto senza prevederne l'acquisto, favorendo la coesione sociale, la condivisione, l'incontro con l'altro.
È un modello che suscita però discussioni e dibattiti: gli studiosi di economia e finanza stanno infatti considerando se possa essere uno strumento valido per superare la crisi economica che ha colpito molti Paesi e possa creare occupazione portando benefici anche sociali.
Come e che cosa si condivide
La "condivisione" farebbe molta più fatica a diffondersi senza internet. In rete infatti vi sono centinaia di piattaforme collaborative multimediali: le più comuni sono quelle riservate allo scambio e alla condivisione, ma esistono anche siti di autoproduzione e crowdsourcing ("sviluppo collettivo") dove si realizzano e si sviluppano progetti da parte di esterni, spesso volontari o appassionati, ma anche liberi professionisti che offrono i propri servizi a un mercato globale.
Ecco alcuni esempi di attività tipiche della sharing economy.
• Bike e car sharing: organizzazione di flotte di biciclette o di automobili, delle quali è possibile usufruire pagando una quota associativa e una tariffa oraria.
• Car pooling: condivisione di automobili private tra un gruppo di persone per ridurre i costi del trasporto.
•Taxi peer to peer: noleggio di auto con conducente.
•Coworking: condivisione dell'ambiente lavorativo, mantenendo la propria professione, ma dividendo i costi dell'affitto e dei consumi.
• Toy library: luoghi in cui prendere in prestito giocattoli per bambini.
• Home sharing: stanze o case intere a disposizione di turisti per il pernottamento; in alcuni casi si ospitano persone di nazionalità diversa con l'obiettivo di uno scambio di competenze per cui chi ospita offre accoglienza, chi è ospitato parla nella propria lingua (per esempio in inglese) offrendo "lezioni" di conversazione.
• Social eating: condivisione di pranzi e cene. Cucine, salotti e balconi della propria casa diventano "ristoranti" in cui si mangia insieme.
• Banca del tempo: tempo messo a disposizione da parte di singoli cittadini che offrono una propria competenza in cambio di un servizio offerto da un'altra persona per un tempo corrispondente.
In Italia nel 2015 il giro d'affari della sharing economy è stato di 3,5 miliardi di euro e si stima che sarà in costante crescita negli anni futuri.
Il nostro Paese registra circa 250 piattaforme web dedicate a questo tipo di economia; il 70% della popolazione ne è a conoscenza e il 25% ha utilizzato almeno una volta un sevizio di sharing.
Tra i servizi più utilizzati ci sono quelli legati alla mobilità (bike e car sharing), alla condivisione dell'alloggio, allo scambio e al baratto.
Città e sostenibilità
Le città sono i luoghi ideali per lo sviluppo del commercio, per la diffusione della cultura e della scienza, per l'incremento della produttività e dello sviluppo sociale, per la nascita di nuove idee e per molto altro.
In molti casi permettono alle persone di migliorare la loro condizione sociale ed economica, tuttavia persistono molte sfide per mantenere i centri urbani come luoghi di lavoro e prosperità e che allo stesso tempo non danneggino il territorio e le risorse.
Le sfide poste dall'ambiente urbano includono il traffico, la mancanza di fondi per fornire i servizi di base, la scarsità di alloggi adeguati, il degrado delle infrastrutture.
Le sfide che le città affrontano possono essere vinte in modo da permettere loro di continuare a prosperare e crescere, migliorando l'utilizzo delle risorse e riducendo l'inquinamento e la povertà.
Il futuro che vogliamo include città che offrano opportunità per tutti, con accesso ai servizi di base, all'energia, all'alloggio, ai trasporti e molto altro.
Oggi metà dell'umanità, circa 3,5 miliardi di persone, vive in città.
Entro il 2030, quasi il 60 della popolazione mondiale abiterà in aree urbane. Il 95 dell'espansione urbana nei prossimi decenni avverrà nei Paesi in via di sviluppo.
Purtroppo attualmente 828 milioni di persone vivono in baraccopoli e il numero è in continuo aumento.
Le città occupano solamente il 3% della superficie terrestre, ma sono responsabili del 60-80% del
consumo energetico e del 75% delle emissioni di carbonio.
La rapida urbanizzazione esercita pressione sulle forniture di acqua dolce, sulle fognature, sull'ambiente e sulla salute pubblica.
L'alta densità delle città può portare efficienza e sviluppo tecnologico, riducendo il consumo di risorse e di energia.
La città sostenibile: un'utopia?
Quali caratteristiche dovrà avere la città per essere sostenibile?
Innanzitutto dovrà concentrare i suoi insediamenti per lasciare spazio alle zone verdi (parchi e giardini) e alle attività agricole nelle aree circostanti.
Dovrà ridurre la quantità di spazio occupato dalle infrastrutture, distribuendole meglio sul territorio in modo che siano accessibili a tutti in modo equo.
Ogni quartiere dovrà offrire opportunità lavorative e servizi di qualità e creare rapporti di buon vicinato per favorire l'integrazione tra le persone.
Gli edifici potranno essere costruiti con materiali naturali e in equilibrio con l'ambiente circostante e con coloro che ospitano (bioarchitettura).
Tutte queste innovazioni hanno come obiettivi anche rendere più "umana" la città, rallentare i tempi e la tendenza alla velocità, alla fretta, che oggi caratterizzano il modo di vivere in molte città del mondo.
Le smart cities (dall'inglese: "città intelligenti"), anche definite digital o wired o cyber cities (città digitali) potenziano l'uso dell'lct (Innovazione, comunicazione e tecnologia) per migliorare la qualità della vita degli abitanti e preservare le risorse naturali per le generazioni future.
La tecnologia viene cioè utilizzata per ridurre costi, tempi, consumi, sprechi, inquinamento ecc., migliorando soprattutto i servizi (utilizzabili, per esempio, tramite totem multimediali o smartphone) e la fruizione di strutture e infrastrutture pubbliche.
Una smart city è caratterizzata da:
un'efficace e capillare cablatura che permette una maggiore interazione e integrazione tra cittadini, imprese e Pubblica amministrazione;
una rete di sensori intelligenti che consentano di segnalare e risolvere problematiche varie;
realizzazioni architettoniche ecocompatibili, cioè costruite con materiali naturali, riciclabili, a ridotto impatto ambientale e bassi consumi energetici;
soluzioni di mobilità sostenibile (bikesharing, carsharing, carpooling, veicoli elettrici); utilizzo di energie alternative (solare, eolica, elettrica).
La qualità della vita
Per qualità della vita si intende una pluralità di indicatori economici, sociali, culturali, ambientali ecc. che influiscono sulla vita delle persone, come il reddito pro capite, la soglia di povertà, la disuguaglianza nella distribuzione del reddito, il livello dei risparmi, il tasso di occupazione e quello di disoccupazione ecc., ma anche la condizione sociale e personale degli individui e il loro ambiente.
In Italia, da diversi anni, vengono realizzate e pubblicate alcune classifiche che confrontano la qualità della vita nelle città, Province o Regioni. Le più note sono predisposte da Istat, Legambiente e Il Sole 24 Ore.
La classifica stilata dall'Istat contiene analisi comparative a livello nazionale e internazionale, confrontando moltissimi dati delle Regioni italiane e degli Stati membri della UE, tra cui la speranza di vita libera da disabilità, il verde pubblico, la pratica sportiva, la povertà relativa, le disuguaglianze nella distribuzione del reddito, la distribuzione delle autovetture per mille abitanti e l'ammontare dei depositi bancari per abitante.
Quella di Legambiente è invece incentrata soprattutto sulla qualità ambientale e sull'ecosistema urbano, basandosi su un ampio numero di indicatori per accertare, per ciascun Comune, il carico e la pressione generata sull'ambiente dalle attività umane (con la presenza di industrie a rischio nel Comune), la qualità dell'ambiente fisico (con la percentuale di territorio non urbanizzato), il livello delle politiche ambientali messe in campo, la consistenza dei sistemi di monitoraggio.
Infine, quella redatta da Il Sole 24 Ore considera un numero molto ampio di parametri di confronto tra i dati relativi alle Province italiane, con riguardo a sei temi: il tenore di vita; gli affari e il lavoro; i servizi e l'ambiente; la criminalità; la demografia; il tempo libero.