Louis Hector Berlioz nacque a Côte-Saint-André, vicino a Grenoble, l’11 dicembre del 1803: la casa natale è stata adibita a museo. Il padre, un colto medico, gl’impartì la prima educazione musicale insegnandogli a suonare il flauto e la chitarra, che sarebbe rimasto il suo strumento prediletto.
Di questi primi anni è la meravigliata scoperta delle opere di Virgilio, di cui Berlioz resterà fervido ammiratore per tutta la vita.
Nel 1821 partì alla volta di Parigi per studiare come medico, secondo la volontà paterna. Ma l’attrazione per la musica e gli entusiasmi per Gluck e Weber ebbero in breve la meglio: Berlioz decise di dedicare alla composizione la sua vita.
Eccolo quindi far eseguire la sua Messe solennelle nel 1825, il primo insuccesso parigino del musicista che disse di averne distrutto la partitura, ritrovata invece nel 1992. Nel 1826 tentò per la prima volta il prestigioso concorso del Conservatorio per il Prix de Rome, ma la sua cantata venne eliminata.
Dopo un’opposizione tenace da parte dei suoi genitori che mal si rassegnarono ad accettare la vocazione musicale del figlio, Berlioz si iscrisse al Conservatorio di Parigi dove studiò con Lesueur e Reicha.
Una tournée di artisti inglesi, nel 1827, gli regalò la scoperta di Shakespeare che tanta della sua musica avrebbe ispirato. Nella compagnia recitava, nel ruolo di Ofelia, l’attrice d’origine irlandese Harriet Smithson e Berlioz se ne innamorò follemente.
Proseguivano intanto i tentativi di vincere il Prix de Rome, cinque in tutto fra cui uno, La mort de Cléopâtre, che scandalizzò la giuria di accademici per la sua audacia: alla fine, nel 1830, Berlioz vinse con la cantata Sardanapale.
L’evento chiave di quest’anno fortunato nella vita del compositore fu però l’esecuzione della Sinfonia fantastica: una bomba, che lo catapultò d’acchito in primo piano nel panorama musicale. La borsa di studio del Prix de Rome lo portò in Italia fino al 1832. Rientrato a Parigi nel 1832, Berlioz dette vita alla nuova esecuzione della Sinfonia fantastica col suo pendant Lélio, composto a Roma.
Fu in quest’anno che ritrovò la sua amata Harriet Smithson che sposò nell’ottobre del 1833: l’unione sarebbe stata più che tumultuosa.
Nel 1834 era pronta la sinfonia Harold en Italie, commissionata a Berlioz da Paganini. Nel 1835, per sopperire alle difficoltà economiche, il musicista iniziò a collaborare col Journal des débats come critico musicale.
Nel 1837 arrivò la commissione ufficiale per il Requiem (la Grande Messe des morts): il lavoro fu ben accolto, ma l’anno dopo il Benvenuto Cellini fu un fiasco totale.
Grazie a un dono in danaro di Paganini, Berlioz poté comporre Roméo et Juliette che scatenò l’entusiasmo di Richard Wagner. Nel 1841, anche per sfuggire un matrimonio insopportabile, Berlioz partì per una tournée europea come interprete, accompagnato dall’amante Marie Recio.
Fu una serie di trionfi: in Belgio e in Germania fra il 1842 e il 1843, poi a Praga e Budapest nel 1846 e in Russia l’anno dopo.
A questi successi s’intercalarono le trionfali riprese tedesche delle opere cadute in Francia. Venne alla luce così la grande contraddizione della fortuna di Berlioz: Parigi gli riservava glaciale indifferenza, quando non vivo disprezzo, mentre l’Europa lo celebrava come un pilastro del tempio musicale.
Lo scacco parigino della Damnation de Faust lo ferì profondamente: gli applausi per l’Enfance du Christ e il Te Deum fra il 1854 e il 1855, e la nomina a vice bibliotecario del Conservatorio nel 1856, non bastarono a pareggiare il conto con Parigi dove Berlioz non riuscì ad allestire Les Troyens.
La prima di Béatrice et Bénédict si tenne a Baden-Baden, nella Germania che l’acclamò. Nel 1855 a Weimar Liszt organizzò il "Festival Berlioz". Intanto, nel 1854, dopo la morte della Smithson, Berlioz si risposò con la Recio, che lo lasciò ancora vedovo nel 1862.
Tre anni dopo morì a L’Havana, di febbre gialla, il figlio Louis. Malato e depresso, Berlioz si spense nel 1869, dopo un ultimo viaggio in Russia.
Nato a Raiding - piccola località nei pressi della città di Sopron, oggi in Ungheria, vicino al confine austriaco - il 22 ottobre 1811, Franz Liszt venne avviato alla musica dal padre, funzionario del principe Esterházy e violinista per diletto nell’orchestra di Haydn.
Il nome dei Liszt era in realtà tedesco, come quello della maggior parte degli abitanti della popolosa regione agricola a sud-est di Vienna, nella quale la famiglia abitava: nell'atto di nascita del compositore esso è, infatti, registrato come List, secondo la grafia tedesca.
Ora, in ungherese la s da sola viene pronunciata sc, per cui la parola List suonava come Lisct: fu il nonno di Franz, già al servizio degli Esterházy, a chiedere che esso venisse mutato in Liszt, la cui pronuncia in ungherese suona appunto List, come in tedesco.
All’età di nove anni il piccolo Franz già si esibiva in pubblico come pianista, dando prova di un talento straordinario: nel 1820 la famiglia Liszt si trasferì a Vienna - una scelta quasi obbligata all'epoca per chi voleva intraprendere la carriera musicale - dove il giovane perfezionò la tecnica pianistica sotto l'appassionata guida di Carl Czerny (astro emergente della didattica) e studiò composizione con il famosissimo Antonio Salieri, coltivando nel contempo anche interessi letterari e filosofici.
Nel 1824 si stabilì a Parigi e per alcuni anni venne invitato a suonare in molti paesi europei, imponendosi come virtuoso della tastiera, in possesso di un carisma in grado di "avvolgere la sala di un’atmosfera di magnetismo, di elettricità, di epilessia istrionica".
A Parigi fu accolto nei salotti più importanti, conobbe Hugo e Berlioz, Lamartine e Paganini, Rossini, George Sand e Chopin, mentre proseguì la sua attività concertistica, che lo portò ad esibirsi in quasi tutto il continente, stringendo amicizia con artisti e nobili e intrecciando legami amorosi molto chiacchierati.
I suoi concerti furono accolti ovunque con grande entusiasmo, anche perché egli sostenne tutto il programma da solo senza orchestra, creando con le sue straordinarie esibizioni pianistiche la formula del moderno récital.
Nel 1848 Liszt abbandonò il concertismo per il posto di maestro di cappella presso la corte di Weimar, dove incontrò la principessa Caroline Sayn-Wittgenstein (sposata con un principe russo), sotto la cui guida intelligente e devota si dedicò per alcuni anni alla composizione; nacquero così i due concerti per pianoforte, lirici e appassionati, mentre la sua cultura eclettica lo portò a creare un nuovo genere musicale, il poema sinfonico, ispirato dalla lettura di opere poetiche e letterarie.
In quel periodo la città della Turingia stava diventando uno dei centri musicali più vivaci del continente, nel quale Liszt si fece ambasciatore della nuova musica tedesca e in particolare delle opere di Wagner, con cui strinse un profondo rapporto di amicizia.
La permanenza di Liszt a Weimar si protrasse però soltanto fino al 1859: la rottura con la corte per la quale lavorava fece da preludio infatti a una radicale svolta nella sua vita, segnata da una profonda crisi mistica. Nel 1861 Liszt si stabilì a Roma, dove nel 1865 ricevette gli ordini minori e ottenne il titolo di abate.
Negli anni del suo soggiorno italiano maturò in lui l'interesse per il canto gregoriano e per l’antica polifonia vocale, che lo portò a comporre musica corale affascinante e inconsueta, come il grandioso oratorio Christus. L'ascetica solitudine romana non durò però a lungo: il richiamo del bel mondo lo indusse a riallacciare i contatti con Weimar e a riprendere l’attività concertistica internazionale.
Si recò spesso anche a Budapest, dove nel 1875 fu nominato presidente dell’Accademia di musica.
Le composizioni pianistiche degli ultimi anni, solitarie meditazioni come La gondola funebre, sono caratterizzate da un’ascetica sobrietà e da presagi di geniale modernità.
È questa la fase estrema della sua musica: nel 1886 a Bayreuth, dove si era recato per assistere al Parsifal, una polmonite piegò il 31 luglio il suo irrequieto spirito.
Liszt, un virtuoso dai ricordi tzigani
Negli anni Quaranta, Liszt fu forse il concertista più ammirato, e meglio pagato, del suo tempo.
Per lui, il contatto con il pubblico dei grandi teatri fu determinante. La posizione e il successo raggiunti, oltre alla sua stessa ispirazione musicale, lo misero in grado di sperimentare orchestre sempre più grandi e dagli effetti sempre più complessi.
Contribuì così all’ampliamento delle dimensioni dell’orchestra, caratteristico dell’Ottocento. Egli era però anche un musicista dal solido e prolifico mestiere.
La ricerca virtuosistica strumentale lo aveva messo in evidenza e ad essa tornò quando, dopo il 1847, si dedicò alla composizione.
Alle origini della forma del poema sinfonico (Mazeppa, Tasso), fu autore di opere per piano (Studi trascendentali, Rapsodie ungheresi), per piano e orchestra (Danza macabra), nonché di preludi, sinfonie, messe, salmi, oratori ecc.
Rivelò un’estrema consapevolezza della musica propria e di quella romantica in generale, scrivendo saggi su Chopin e sulla musica tzigana.
Se il suo romanticismo virtuosistico attrasse quindi folle di spettatori del suo tempo, il suo sperimentalismo, così come lo ritroviamo nella nota Totentanz (1849), interessò anche le successive generazioni di musicisti d’avanguardia.
Personalità complessa, dopo una crisi, nel 1865 prese gli ordini e divenne abate.
Les Préludes, poema sinfonico n° 3
Abbandonata la carriera concertistica alla fine del 1847, l'anno successivo Liszt si stabilì a Weimar come direttore della cappella di corte, dedicandosi alla composizione, alla direzione d'orchestra e all'insegnamento, incoraggiato in queste attività dalla sua nuova compagna, la principessa Carolyne Sayn-Wittgenstein. Risalgono a questo periodo i dodici poemi sinfonici scritti durante i dieci anni del suo soggiorno in Turingia, tra i quali spiccano opere importanti come I preludi (1848-50) - inizialmente nati come introduzione a un gruppo di odi corali e successivamente rielaborati come poemi autonomi con un titolo ispirato alle Méditations poétiques di Lamartine - Tasso, lamento e trionfo (1849), dall'omonimo dramma di Goethe, Prometeo (1850), da Herder, Mazeppa (1851), da Victor Hugo, Héroïde funèbre (1854), da un'idea di Liszt stesso, e Hamlet (1858), da Shakespeare.
Come dimostrano i titoli, i motivi ispiratori di questi poemi sinfonici sono, nella maggior parte, tratti da fonti letterarie, la cui citazione consentiva all'autore di arricchire la musica appunto con un "programma" destinato a liberarla dalle strutture accademiche e tradizionali, giustificandone l'astratta virtualità proprio grazie alla correlazione con un assunto poetico.
Il programma consiste, infatti, secondo la definizione che Liszt stesso fornì, nell'aggiungere alla musica una "premessa in una lingua comprensibile, con la quale il compositore si prefigge lo scopo di impedire arbitrarie interpretazioni poetiche", suggerendo già l'idea corretta, della quale la musica è l'incarnazione.
Il nuovo genere ideato da Liszt, se da una parte si riallaccia alla tradizione sinfonica, dall'altra la rinnova proprio grazie all'assunzione di un'idea poetica fondamentale, che costituisce la stessa ragion d'essere dei poemi sinfonici, cui fecero da modello le grandi ouverture a soggetto di Beethoven (Coriolano e Egmont).
A differenza di molti suoi colleghi, Mendelssohn, venuto alla luce ad Amburgo il 3 febbraio 1809, ebbe la fortuna di nascere in una famiglia ricca e di cultura elevatissima.
L’origine ebraica impedì al giovane Felix di frequentare le scuole ordinarie a Berlino, così ricevette la prima educazione in casa.
Per la parte musicale i punti di riferimento furono la madre, Leah Salomon (che aveva studiato pianoforte e clavicembalo con Johann Friedrich Kirnberger, allievo di Bach), e Ludwig Berger, allievo di Clementi e figura di primo piano nel panorama musicale berlinese.
Nel breve soggiorno parigino il suo talento fu arricchito dall’insegnamento pianistico di Marie Bigot (la prima interprete dell’Appassionata di Beethoven) e tornato a Berlino ampliò le sue conoscenze musicali studiando viola e violino con Eduard Kietz, successivamente suo collaboratore.
L’influenza di maggior peso sul giovane musicista la ebbe però Carl Friedrich, Zelter, animatore inesausto della vita musicale berlinese, profondo conoscitore della musica seicentesca (allora fuori moda) e, fra le moltissime cariche, direttore dell’Accademia del canto.
Tramite Zelter Mendelssohn sviluppò il suo interesse per la musica di Bach e durante un soggiorno a Weimar (1821) conobbe Goethe, grande estimatore del maestro: sembra che il giovane musicista in quell’occasione abbia suonato fughe di Bach e abbia potuto studiare partiture autografe di Mozart e Beethoven.
A differenza di Zelter, Felix fu conquistato dalla nuova temperie musicale del tempo rappresentata dalla triade Beethoven - Schubert - Weber e seppe trarne profitto.
Per volere del padre si sottopose all’esame di due autorità musicali come il pianista Ignaz Moscheles (a Berlino, 1824) e Luigi Cherubini (a Parigi, 1825) ottenendo da entrambi un sincero incoraggiamento a proseguire professionalmente la carriera di musicista.
Ormai Mendelssohn cessa di essere considerato un ricco dilettante e comincia ad assumere una fisionomia rilevante nel panorama musicale contemporaneo. Felix Mendelssohn-Bartholdy veniva da una famiglia che aveva tutte le carte in regola per fornire ad un giovane volenteroso gli stimoli culturali più vari e le esperienze spirituali più alte.
Suo nonno, Moses, grande amico di Lessing, era stato un filosofo apprezzato per le sue idee di tolleranza e di apertura dell’ebraismo alle altre religioni.
Le zie paterne Dorothea e Henriette perpetuavano la tradizione culturale di famiglia: la prima era una buona scrittrice e la moglie di Friedrich Schlegel; la seconda, amica intima di Mme de Staèl, animava a Parigi un salotto culturale fra i più rinomati.
Felix, a lungo in bilico fra dilettantismo e professionismo nella sua produzione musicale, a differenza di molti suoi colleghi non si dedicò interamente alla preparazione musicale ma coltivò numerosi interessi letterari e filosofici. Particolarmente importante dovette essere da questo punto di vista l’incontro con Hegel e la frequentazione delle sue lezioni di estetica.
In una lettera a Goethe, Zelter sottolinea ironicamente come il giovane Felix segua come "un uccello in libertà" il verbo del filosofo. Sulle idee di Hegel sulla musica siamo informati, meno su quanto Mendelssohn le condividesse.
Certo è che determinate teorie hegeliane trovano riscontro nella pratica musicale di Felix, a partire dalla tendenza a frenare l’esplosione dei sentimenti, per continuare con l’attenzione nelle composizioni vocali a non rendere la musica succube della parola, al disprezzo per la musica italiana.
Altro punto cardine nell’ispirazione mendelssohniana sarà Shakespeare, riscoperto nella temperie romantica tedesca grazie alle traduzioni di Schlegel e Tiecke e mandato a memoria da generazioni di pargoli della alta borghesia teutone.
Il vigore primitivo e la profondità dell’ispirazione shakespeareana sono stati spesso richiamati nei commenti alle parti più appassionate e veementi della produzione di Mendelssohn, che del resto compose come musica di scena del Sogno di una notte di mezza estate uno dei suoi capolavori.
Dopo la deludente esperienza a Düsseldorf, fra orchestrali ubriachi, incomprensioni musicali e disagio confessionale (in Renania la maggioranza era cattolica e lui un ebreo convertito al protestantesimo), Mendelssohn assunse nel 1835 la carica di direttore presso il Gewandhaus di Lipsia. E proprio a Lipsia si va definendo la fisionomia di Felix come direttore d’orchestra atipico e coraggioso per i tempi.
Lettere e testimonianze contemporanee lo descrivono estremamente severo con i suoi orchestrali dal punto di vista professionale, ma seppe intrecciare rapporti umani fondati su stima e rispetto reciproci con gli orchestrali, cui spesso prestò soccorso finanziario in caso di difficoltà.
La funzione del direttore al tempo di Mendelssohn non era tanto quella di interprete, ma piuttosto quella di organizzatore e "addestratore" dell’orchestra.
Su questo versante egli fu particolarmente attivo tanto da accollarsi compiti non suoi come battere il tempo (solitamente mansione del Konzertmeister).
Inoltre, per quanto la scelta del repertorio non fosse usualmente del tutto dipendente dal direttore, Mendelssohn riuscì a imporre cambiamenti consistenti nei programmi lipsiensi: Mozart e Beethoven divennero i musicisti più presenti, e fra i contemporanei Berlioz, Rossini, Spohr, Moscheles, Liszt, Cherubini e Schumann. Nuova musica, nuove esigenze orchestrali: Mendelssohn provvide ad ampliare l’organico dei musicisti (soprattutto nella sezione degli archi) in modo da poter seguire gli sviluppi della moderna musica strumentale e poter dare esecuzioni pregevoli dell’ultimo Beethoven.
A Lipsia, dopo una stagione feconda e serena, la morte lo colse precocemente, il 4 novembre 1847.