«Non indugi il giovane a filosofare, né il vecchio se ne stanchi. Nessuno mai è troppo giovane o troppo vecchio per la salute dell'anima. Chi dice che l'età per filosofare non è ancora giunta o è già trascorsa, è come se dicesse che non è ancora giunta o è già trascorsa l'età per la felicità. Devono filosofare sia il giovane sia il vecchio; questo perché, invecchiando, possa godere di una giovinezza di beni, per il grato ricordo del passato; quello perché possa insieme esser giovane e vecchio per la mancanza di timore per il futuro. Bisogna, Dunque, esercitarsi in ciò che può produrre la felicità: se abbiamo questa possediamo tutto, se non la abbiamo, cerchiamo di far di tutto per possederla»
Con questa appassionata esortazione alla filosofia inizia la celebre Lettera a Meneceo di Epicuro, il primo pensatore dell'età ellenistica e, come vedremo, uno dei filosofi più detestati dell'antichità.
Nato a Samo nel 341 a. C. da genitori Ateniesi, Epicuro si accostò dapprima alle dottrine platonica e democritea, dedicandosi poi all'insegnamento a Mitilene e in seguito a Lampsaco. Nel 306, trasferitosi ad Atene, vi fondò la sua scuola, che prese nome Giardino (kepos: perciò gli epicurei erano chiamati anche gli ''Amici del Giardino"), in cui la sua figura fu dai discepoli quasi venerata, in contrasto con le feroci accuse che i suoi avversari - in primis gli Stoici - gli lanciavano di essere materialista, ateo, incolto e dedito alla corruzione e alla smodata ricerca dei piaceri, accuse che non si attenuarono neppure dopo la sua morte, avvenuta, dopo una lunga e dolorosa malattia, comunque sempre sopportata con grande dignità, nel 270.
Scrittore molto fecondo, di lui ci sono rimaste tre Lettere (a Erodoto, a Pitocle e a Meneceo), oltre a una raccolta di massime e di precetti, le Massime capitali, e ad alcuni frammenti di un'opera intitolata Sulla natura. Come le altre filosofie ellenistiche, l'epicureismo mira essenzialmente al fine pratico della felicità, che intende garantire attraverso una gnoseologia e una fisica che, profondamente influenzate dall'atomismo democriteo, sono tese a dissolvere le ansie e le angosce che agitano l'animo umano: «Se non ci turbasse la paura delle cose celesti e della morte, nel timore che esse abbiano qualche importanza per noi, e l'ignoranza dei limiti dei dolori e dei desideri, non avremmo bisogno della scienza della natura» (Massime capitali 11).
Liberiamoci, dunque, dai timori e dalle menzogne, cominciando dagli errori e dalle falsità del conoscere.
La dottrina della conoscenza epicurea, o canonica (da kanon, che significa norma, regola, criterio di verità), insegna che la sensazione, prodotta dall'impressione lasciata sulla nostra anima dagli effluvi di atomi provenienti dagli oggetti esterni (v. Democrito), è sempre vera, in quanto attesta qualcosa di reale; certe apparenze "errate" (come il bastone che, immerso nell'acqua, appare spezzato) possono essere corrette con un'altra sensazione.
Sulla sensazione si fonda anche il ragionamento, che ci permette di prevedere ciò che accadrà sulla scorta di quanto si è già sperimentato. Esso è per Epicuro una prolessi o anticipazione, che consente di giudicare in anticipo una certa realtà, come riconoscere da lontano un cavallo, un bue o un uomo, appunto in base a sensazioni ripetute e memorizzate. Epicuro la considera "insita in noi" come capacità, ma essa è frutto della sensazione e perciò non ha nulla di innato che la possa confondere con la dottrina platonica.
In conclusione, la conoscenza e la verità dipendono dall'esperienza sensibile; falsa può essere eventualmente l'opinione, quando è formata senza adeguata base empirica; e comunque anch'essa trova conferma o smentita solo nell'esperienza sensibile.
Un ulteriore criterio di verità, valido però solo per i giudizi pratici, è offerto dal piacere e dal dolore, passioni in base alle quali decidiamo ciò che dobbiamo scegliere o rifiutare.
La canonica, in definitiva, ci induce a rifuggire dai ragionamenti inutili e ingannevoli che non sono empiricamente fondati, e a prestare fede soltanto a ciò che i nostri sensi testimoniano con immediatezza ed evidenza. Mettiamo al bando, perciò, ogni tendenza a farci coinvolgere in discussioni e argomentazioni il più delle volte capziose e fuorvianti, il cui unico risultato è quello di turbarci e di privarci della nostra serenità.
La fisica di Epicuro, come abbiamo già detto, segue fedelmente la dottrina di Democrito, apportandovi, però, le modifiche necessarie a piegarla all'obiettivo preminentemente etico che lo contraddistingue. Anche Epicuro, dunque, escludendo ogni elemento di trascendenza e di finalismo, parla di atomi, ma aggiunge, alla loro forma, grandezza e direzione, il peso, che serve a spiegare il loro moto verticale nel vuoto.
La realtà si genera, perciò, dall'aggregazione degli atomi, i quali, potendo mutare improvvisamente la loro traiettoria grazie a una deviazione spontanea (che il poeta latino Lucrezio chiamerà clinamen), non solo causano il sorgere e il venir meno delle cose, ma legittimano anche la speranza che ciò che si teme possa non verificarsi. Infatti, data l'imprevedibilità di queste deviazioni, le ferree leggi del meccanicismo vengono attenuate e uno spiraglio di fiduciosa attesa rimane aperto all'uomo.
Sia la canonica che la fisica, come abbiamo sottolineato, sono subordinate alla morale, di cui rimane una suggestiva esposizione soprattutto nella celebre, già citata, Lettera a Meneceo. Se il fine ultimo della condotta etica è la felicità intesa come aponia (assenza di dolore corporeo) e atarassia (tranquillità dell'animo), dobbiamo allora seguire quello che si è soliti definire il quadrifarmaco epicureo, ossia un insieme di quattro precetti che, liberandoci dai nostri infondati e perciò gratuiti timori, ci consentono di vivere serenamente la nostra esistenza quotidiana.
Innanzitutto, non sono da temere gli dei. Essi, secondo Epicuro, esistono, perché ne abbiamo l'immagine, e sono costituiti da aggregazioni eterne di atomi, ma vivono in spazi definiti intermundia, dove godono di una beatitudine imperturbabile, del tutto indifferenti alle sorti dei miseri mortali. Perché, dunque, temerne il giudizio? D'altra parte, l'esistenza del male, se gli dei si occupassero degli uomini, comporterebbe che essi non siano buoni o potenti, o entrambe le cose.
Con gli uomini, gli dei non hanno altro rapporto se non di poter costituire per essi dei modelli di vita perfetta, caratterizzata appunto dall'atarassia.
Scrive Epicuro: «Empio non è colui che rinnega gli dei del volgo, ma colui che applica le opinioni del volgo agli dei [...] Non avendo intimità con le proprie virtù, essi [e qui non è chiaro se si riferisca agli dei o agli uomini saggi] accolgono quelli che sono loro simili, considerando straniero chi non è tale» (Lettera a Meneceo).
In secondo luogo, la paura agghiacciante della morte, che paralizza chi si pone il problema dell'aldilà, è assolutamente infondata: infatti, essendo l'anima nient'altro che un aggregato di atomi, alla pari del corpo, alla disgregazione di quest'ultimo anch'essa viene meno e perciò non gli sopravvive. Cade, dunque, ogni timore sulla vita futura considerando che «quando ci siamo noi non c'è la morte, quando c'è la morte noi non siamo più».
Il saggio epicureo, insomma, non si fa toccare dal terrore della morte perché essa, in realtà, non è un male in quanto non ne avremo coscienza.
Chi, poi, si dispera perché crede di non poter essere felice (è questo il terzo punto del quadrifarmaco), sappia che non tutti i desideri devono essere appagati. Vanno sicuramente soddisfatti i bisogni naturali e necessari (come il sonno, la sete, la fame, che chiunque facilmente può saziare), ma già i piaceri naturali ma non necessari (come i cibi raffinati) devono esserlo con moderazione.
Per nulla, invece, quelli non naturali e non necessari, come la ricchezza e il successo, la cui affannosa ricerca fa soffrire e turba l'anima. Il vero piacere, secondo Epicuro, non è quindi quello “in movimento” del godere, ma quello "in quiete" della mancanza di bisogni. Per questo è importante sapersi accontentare.
Meno che mai sono da coltivare gli interessi per la politica, che Epicuro considera la maggior fonte di amarezze e delusioni, facendosi così interprete dello stato d'animo di abbattimento e di prostrazione allora diffuso tra i Greci. Il suo motto è «Vivi nascosto»; egli non esclude, tuttavia, ogni forma di rapporto sociale, anzi esalta l'amicizia come il mezzo migliore per possedere la felicità. Alcuni hanno visto nella comunità epicurea la più concreta alternativa sia alla polis ormai in declino, sia agli stati ellenistici, non più a "misura d'uomo".
L'ultimo "farmaco" riguarda il dolore che se è acuto, si prolunga per poco, mentre se è durevole, è facilmente sopportabile perché meno intenso, e può essere alleviato dal ricordo dei piaceri passati. Secondo questo principio Epicuro, di fatto, sopportò la malattia che lo condusse alla morte.
L'epicureisrno, in conclusione, ha voluto offrire, alla richiesta di una parola che sapesse consolare l'animo turbato, una concezione rispondente ai bisogni spontanei dell'uomo, che per natura tende alla realizzazione di sé (questo, per Epicuro è essenzialmente la tendenza al piacere); per eliminarne i timori egli ha utilizzato l'atomismo di Democrito, ma ne ha attenuato il rigido meccanicismo per dar spazio alla speranza. Il suo stesso edonismo si segnala per equilibrio e moderazione, fondato com'è su un attento calcolo dei piaceri e dei dolori; tutt'altra cosa, dunque, dalla bramosia di piaceri sfrenati di cui tanto spesso lo si è accusato.
Ciononostante il suo messaggio, fortemente individualista e dai toni talora pessimistici, è stato sovente contestato o apertamente rifiutato, come dal contemporaneo stoicismo per quello che si potrebbe chiamare il lassismo della sua morale (o la modestia delle sue aspirazioni) e da pressoché tutta la cultura cristiana, contraria quest'ultima a un mondo privo della provvidenza divina e della credenza nell'immortalità dell'anima.
La scuola stoica, fondata ad Atene nel 300 a.C, da ZENONE di Cizio (nato intorno al 330 e morto suicida nel 223/222), deve il suo nome al "portico" (stoà) dipinto da Polignoto, dove originariamente sorse. Essa, diversamente dalla epicurea, rimasta sempre ferma all'insegnamento di Epicuro, conobbe diverse fasi di sviluppo, ed è distinta in ''Antica Stoà" (III-II a.C: Zenone, Cleante di Asso, Crisippo di Soli, e Antipatro di Tarso), "Media Stoà" (II-I a.C: Panezio di Rodi e Posidonio di Apamea) e "Nuova Stoà" (quella latina di Seneca, Epitteto, Marco Aurelio del I-III d.C).
Molto più dell'epicureismo, lo stoicismo ha esercitato una notevole influenza sul pensiero posteriore, e non solo antico, soprattutto per l'unitaria struttura del suo sistema filosofico e per il fascino che promana dalla figura del saggio stoico, anche se pressoché inimitabile nel suo rigore morale (peraltro addolcito negli sviluppi della scuola), inflessibile fino alla disumanità (diceva ad esempio Zenone: "Non c'è indulgenza che muova il saggio, né perdono per alcun delitto; perché solo l'insipiente e lo sciocco possono provare misericordia", fr. 214).
Come per l'epicureismo, anche per lo stoicismo - ma forse anche in modo più accentuato - la filosofia si articola in tre parti organicamente legate tra loro, ossia la logica, la fisica e l'etica, che Zenone paragona rispettivamente al muro, agli alberi e ai frutti di uno stesso giardino, che rappresenta appunto l'unità del sistema.
La logica comprende innanzitutto una dottrina della conoscenza, per molti versi simile a quella epicurea: base del conoscere è la sensazione, cioè l'impressione lasciata sull'anima - concepita come una tabula rasa, cioè sprovvista di qualsiasi contenuto originario - dagli oggetti esterni e definita "rappresentazione". Non tutte le rappresentazioni, però, sono vere, ma solo quelle catalettiche ("comprensive"), a cui il soggetto accorda il suo assenso per l'evidenza con cui gli si impongono.
Il frammento 59 di Zenone recita: «La rappresentazione catalettica è quella che proviene da ciò che ha reale esistenza, e che è risultato dell'impronta e dell'impressione di ciò che è veramente; e d'altra parte non avrebbe i caratteri che ha se provenisse da qualcosa che non c'è».
Vi è, poi, la prolessi, ossia la formazione - a partire dai dati dell' esperienza - di concetti universali ai quali, tuttavia, lo stoicismo nega realtà propria poiché afferma perentoriamente l'esistenza di solo ciò che è individuale e materiale, in quanto solo esso può essere causa di qualcosa (posizione nettamente antiplatonica).
Zenone riassumeva le forme della conoscenza in questo modo: «mostrava la palma della mano con le dita aperte, diceva: "Ecco la rappresentazione!". Poi, con le dita un po' piegate diceva: "Ecco l'assenso", Infine, col pugno completamente chiuso, affermava che quella era la comprensione. Ed è prendendo lo spunto da questo esempio che diede il nome di "catalessi" a questa realtà fino ad allora inesistente. In seguito avvicinava la mano sinistra, e stringendo nel dovuto modo e con forza il pugno, affermava che questa era la scienza, su cui nessuno, tranne il saggio, ha potere» (fr. 66).
Il sistema stoico prevede anche una logica vera e propria, che privilegia - a differenza di Aristotele - soprattutto l'analisi delle proposizioni studiate come unità di significato (e non in quanto costituite da un soggetto e da un predicato) e le loro possibili combinazioni.
In particolare, l'interesse degli stoici è rivolto alle "proposizioni ipotetiche" (del tipo: "se ... allora") e ai sillogismi probabili, di cui hanno esaminato vari schemi di inferenza (ad esempio: "Se è giorno, allora c'è il sole/ ma è giorno/ quindi c'è il sole"; oppure: "Non è possibile che sia giorno e nel contempo notte/ ma è giorno/ quindi non è notte").
Di notevole importanza, infine, sono gli studi dialettici relativi alla natura del linguaggio. A questo proposito scrive Crisippo:
«Ci sono tre realtà collegate fra loro: il significato, il significante e ciò che si trova ad esistere [ossia ciò di cui si parla]. Il significante è senz'altro la voce articolata, per esempio l'espressione "Dione". Significato è quella realtà che l'espressione pronunciata manifesta e che noi apprendiamo con la nostra comprensione di ciò che è esistente [...] Ciò che si trova ad essere è poi l'oggetto esterno: ad esempio, Dione in persona. Di queste realtà due sono corpi come la voce e quello che si trova ad essere, e uno invece è incorporeo come il significato, l'esprimibile, il quale è vero o falso»(fr. 166).
Se presenta alcuni punti di convergenza nella gnoseologia (la sensazione e la dottrina della professi), nella concezione del mondo lo stoicismo diverge decisamente dall'epicureismo: contro il meccanicismo atomistico e il rifiuto del finalismo, esso si fa assertore di un determinismo causalistico e teleologico (da telos che significa fine, scopo, obiettivo) fondato sul presupposto che tutto ciò che accade non solo è dovuto a cause precise e ben determinate, ma è ordinato e finalizzato al bene e dunque sicuramente positivo, perché il cosmo, nella sua totalità, è perfetto.
I principi che, intimamente congiunti, costituiscono il mondo sono la materia, ossia il principio passivo, e il fuoco-logos (eco eraclitea), da cui la materia riceve le forme e che costituisce il principio attivo e razionale che gli stoici chiamano anche "Zeus" e Pneuma.
l Logos, in quanto ragione ordinatrice immanente, differenzia la materia infondendole le ragioni seminali, ovvero i semi da cui si generano le cose e che garantiscono ai vari enti la loro comparsa e la regolarità delle fasi di vita (cfr. fr. 580 di Crisippo).
Non esistono, pertanto, degli atomi che per improvvisa deviazione originano le cose in modo casuale, ma un sistema di esseri ordinati e armonizzati da una ragione divina che, senza possedere i caratteri di un dio personale e trascendente, anima dall'interno (immanentismo e panteismo) l'universo, in cui ogni fenomeno si trova inserito in vista del perfetto funzionamento del tutto.
Questo cosmo periodicamente si distrugge in una “conflagrazione cosmica”, e poi si rigenera presentando sempre gli stessi caratteri e i medesimi avvenimenti (dottrina dell' eterno ritorno dell'uguale): «Zenone, Cleante e Crisippo sono convinti che la sostanza si trasformi nel fuoco spermatico: dal fuoco infatti torna a formarsi lo stesso ordine del cosmo, quale era prima» (Crisippo, fr. 596). D'altra parte, essendo il Tutto di per sé perfetto, ogni mutamento gli costerebbe la perfezione iniziale
In questa realtà, perciò, non c'è posto per il male, e se mali vengono valutati alcuni eventi, ciò è dovuto solo all'ignoranza, ossia a un errato uso che l'uomo fa della sua ragione, anch'essa "scintilla" del Logos divino. Noi dobbiamo riconoscere che "tutto è bene" in quanto manifestazione di un essenziale principio razionale, ma quando le passioni ci spingono a dare l'assenso anche a rappresentazioni false, allora corriamo il rischio di valutare scorrettamente le cose, tradendo la nostra natura razionale.
L'errore consiste, insomma, nel giudicare un singolo avvenimento come isolato e fine a se stesso, anziché rapportarlo al tutto della realtà, dal cui punto di vista anche ciò che ci "appare" male trova una sua giustificazione e si rivela pertanto un bene. E quando la passione (intesa come "malattia dell'anima") si impossessa di noi e si impone al Logos, che diventiamo facile preda dell'errore morale, l'unica forma di male che gli stoici ammettono, anche se, dato il loro fondamentale ottimismo, non lo sanno poi adeguatamente giustificare.
Per Zenone, infatti, la passione è «un impulso esagerato che sfugge al controllo della ragione deputata alla scelta, oppure un moto psichico contro natura» (fr. 205).
Le passioni, pertanto, non vanno soltanto limitate e regolate, ma addirittura sradicate, secondo la dottrina dell' apatia (mancanza di passioni), che rappresenta il fine dell' etica stoica, ma presenta anche notevoli difficoltà, tra cui quella relativa alla libertà umana.
Infatti, se tutto avviene necessariamente - dato che tutto è ordinato dal Logos, che provvede in vista del meglio - non si vede quale spazio si possa attribuire alla scelta dell'uomo, a meno che per libertà non si intenda (come fanno appunto gli stoici) la serena accettazione dell'armonia cosmica e il gioioso adeguamento ad essa, un amor fati che distingue il saggio dal volgo e lo induce a condividere, senza alcuna resistenza, il corso degli avvenimenti che si realizzano secondo natura e perciò secondo ragione: «Solo il saggio è libero; gli stolti sono servi» (Crisippo, fr. 355).
Il saggio non si oppone all'accadere delle cose, ma lo asseconda ritenendo moralmente buono e fonte di felicità ciò che è razionale e condannando invece ciò che non lo è il resto è indifferente.
A questo proposito, così recita il frammento 190: «Per Zenone queste sono le cose che hanno un essere sostanziale: quelle che sono beni, quelle che sono mali e quelle indifferenti. Ecco i beni: la saggezza, la temperanza, la giustizia, il coraggio; insomma tutto ciò che è virtù o che ha a che fare con essa. Ecco invece i mali: la dissennatezza, l'intemperanza, l'ingiustizia, la viltà, e tutto ciò che è male o che ha a che fare con il male. Questi infine sono gli indifferenti: la vita o la morte, la fama o l’oscurità, la fatica o il piacere, la ricchezza o l'indigenza, la malattia o la salute e le realtà a queste analoghe» (si vedano anche gli illuminanti frammenti 117-123 di Crisippo).
La virtù, dunque, consiste in questo rigido intellettualismo etico che, fondato sull'estirpamento delle passioni, origina la atarassia, quella imperturbabilità che, pur con connotati diversi, abbiamo visto caratterizzare anche la morale epicurea.
Tipicamente stoici, invece, sono il sostegno dell'impegno politico («Dicono che il giusto sia tale per natura e non per convenzione.
Per questo motivo il saggio si dà alla politica, in particolare in quegli Stati che dimostrano di voler progredire verso forme di governo perfette; ma al saggio si addice anche fissare le leggi, insegnare agli altri uomini, mettere per iscritto quello che può tornare utile al lettore» - frammento 611 di Crisippo) e la proposta della fratellanza e della solidarietà, fondata sulla comune razionalità degli uomini, che motiva, tra l'altro, il rifiuto della schiavitù.
Qualora, però, le condizioni della realtà esterna impedissero al saggio di condurre "secondo ragione" la propria esistenza, lo stoicismo vede nel suicidio il mezzo estremo per salvaguardare la propria dignità morale (e, infatti, si tolsero la vita sia Zenone sia Cleante)
Avversario tanto dell'epicureismo quanto dello stoicismo fu lo scetticismo, una corrente filosofica che per i suoi stessi presupposti non poté mai trasformarsi in una scuola vera e propria. Infatti, il termine deriva da skepsis, che significa ricerca della verità - ma questa per gli scettici non è alla portata degli uomini, perché troppi motivi ne fanno dubitare.
Si è soliti individuare tre periodi nella storia del movimento: lo scetticismo antico o "pirronismo" (IV-IlI a.C: Pirrone di Elide e Timone di Fliunte), la "Media Accademia" (IIl-Il a.C: come abbiamo visto, esso prese piede nella Accademia platonica con Arcesilao e Carneade) e il "neoscetticismo" (I a.C- II d.C: Agrippa, Enesidemo e Sesto Empirico, le opere del quale rappresentano la fonte più rilevante degli argomenti scettici contro ogni forma di dogmatismo).
Anche per lo scetticismo vale il principio dell'atarassia, della serenità dell'animo, concepita come il fine dell'indagine filosofica; ciò che lo distingue è l'atteggiamento assunto nei confronti di qualunque dottrina che proclami di possedere la verità. Platonici, Aristotelici, Cinici, Cirenaici, Megarici, Stoici ed Epicurei, ciascuno dal suo punto di vista, vogliono imporsi sugli altri, e ne contestano tesi e argomentazioni, per essere, poi, puntualmente smentiti dagli avversari. Ebbene, secondo gli scettici nessuna di queste filosofie - anzi, nessuna in genere - è in grado di fornire un sapere unico e universalmente condiviso, e la conferma è data dal loro perenne disaccordo.
Non resta, allora, che ammettere che di nulla si può essere certi (né di quanto attesta la sensazione, che della realtà offre solo impressioni individuali e relative, né di quanto conclude la ragione, le cui dimostrazioni si basano sempre su principi che dovrebbero essere a loro volta dimostrati, senza giungere mai a qualcosa di assolutamente definitivo), e, volendo l'atarassia, "sospendere ogni giudizio" (epoche), ossia astenersi dal considerare più o meno vere la varie affermazioni, più o meno credibili le cose che ci circondano.
Ad Agrippa, Enesidemo e Sesto Empirico si deve, a questo proposito, l'elaborazione classica dei tropi scettici, ossia delle vie o motivi di dubbio usati contro i dogmatici con il fine di pervenire, per l'appunto, all'epoché.
Tra tali modi, di particolare interesse è il diallele (letteralmente "ragionamento reciproco"), che consiste in un "circolo vizioso" per cui si assume per dimostrato proprio ciò che si dovrebbe dimostrare. Scrive Sesto Empirico:
«Il tropo del diallele viene a risultare quando la cosa che dovrebbe essere capace di confermare l'oggetto di un'indagine, ha essa stessa bisogno della prova derivante dall'oggetto dell'indagine; in questo caso noi [scettici], non potendo assumere nessuna delle due cose per stabilire l'altra, sospendiamo il giudizio su entrambe [epoche]» (Schizzi pirroniani, I, 169).
È evidente che il testo ha di mira essenzialmente le deduzioni sillogistiche, in cui la conclusione è già scontata. Infatti, dicendo "Ogni uomo è mortale, Socrate è un uomo, allora Socrate è mortale", non si potrebbe sostenere la premessa "ogni uomo è mortale" se già non si ritenesse dimostrata la conclusione, ossia che Socrate, come uomo, è mortale.
Colui che sospende il suo giudizio su quanto ritiene opinabile, non desidera nulla con passione, né ha timore di nulla (apatia) e perciò garantisce a sé un animo tranquillo, imperturbato, riservandosi, nell'ambito del comportamento pratico, di adeguarsi alle consuetudini e alle leggi vigenti e di conformarsi ai costumi della maggioranza. Unici criteri accettabili di scelta sono, a questo punto, il buon senso, la ragionevolezza (la eulogia di cui parla Arcesilao) o la "rappresentazione persuasiva" di Carneade.
Di primo acchito, l'atteggiamento scettico potrebbe sembrare solo distruttivo e negativo; in realtà, ha svolto una funzione importante: quella, cioè, di criticare le posizioni troppo facili e dogmatiche e di scuotere dal torpore rassicurante della presunzione di cullarsi nella verità, ogniqualvolta l'uomo abbia creduto di averla conquistata una volta per sempre.