Aristotele fu il primo a ravvisare la nascita della filosofia nei maestri di Mileto: Talete, Anassimandro e Anassimene (Anassìmene). Il modo nel quale egli ricostruì i pensieri e le tesi dei tre milesii ha influenzato e condizionato tutta la tradizione successiva, anche perché dei maestri presocratici è in gran parte perduto ciò che essi affidarono alla scrittura.
In realtà le scuole di pensiero che apparvero nel corso del VI secolo a.c. furono più scuole di sapienza che non vere e proprie scuole filosofiche, nel senso che questa espressione ha assunto in seguito con Platone e con lo stesso Aristotele, che di Platone fu discepolo.
Quali rapporti queste scuole, nate nelle colonie greche dell'Asia Minore e nella Magna Grecia (cioè nell'Italia meridionale) prima di approdare in Grecia, ebbero tra loro, ci è quasi del tutto ignoto. Soprattutto all'inizio le loro dottrine si svolsero in gran parte indipendentemente. Di ciò è per esempio segno eloquente la difficoltà di qualificare queste scuole con un nome comune che sia loro conforme. Quando gli storici cercarono di ricostruire il periodo di gestazione della filosofia, non trovarono infatti espressioni idonee a indicarlo unitariamente in base ai contenuti dei pensieri e dei problemi allora dibattuti. Si è ricorsi pertanto all'espressione generica e meramente cronologica di "scuole presocratiche" o "preplatoniche": svoltesi cioè prima di Socrate (il maestro di Platone) e di Platone, dei quali diremo più avanti.
I moderni storici della filosofia hanno spesso discusso, e ancora discutono, su quale valore attribuire alla testimonianza di Aristotele circa l'origine della filosofia; è fondato infatti il sospetto che la sua interpretazione del passato non sia storicamente attendibile o non lo sia del tutto.
È un fatto che, riferendo le dottrine dei presocratici, Aristotele mirava anche ad avvalorare la sua personale filosofia, sicché le leggeva alla luce dei suoi problemi e delle sue dottrine. Per esempio mostrava come i presocratici avrebbero posto, in maniera per lo più ancora ingenua e imperfetta, quelle stesse domande che proprio nella filosofia di Aristotele troverebbero una matura risposta. Ad esempio la domanda su quale fosse il principio e la causa di tutte le cose: dell'universo, degli elementi, dell' anima; oppure il principio del movimento, della generazione e della corruzione ecc.
In tal modo Aristotele sovrapponeva, sia pure involontariamente, le proprie esigenze e la propria mentalità a quelle che furono le reali esigenze e il reale modo di pensare dei presocratici, che erano vissuti due secoli prima di lui in una situazione sociale e psicologica assai diversa dalla sua.
Nonostante questi motivati sospetti, resta il fatto che da Aristotele non possiamo prescindere, perché, come si è accennato, la quasi totalità degli scritti dei presocratici è andata perduta. Noi non possiamo quindi confrontare il contenuto delle loro opere, o più semplicemente dei loro testi, con l'interpretazione che ne ha dato Aristotele.
Al più possiamo confrontare l'interpretazione aristotelica con altre interpretazioni antiche; molto spesso però queste altre interpretazioni dipendono in realtà a loro volta dagli scritti di Aristotele e dei suoi scolari, come Teofrasto e altri.
La ricostruzione del pensiero presocratico è il più rilevante e antico problema della storiografia filosofica: un rebus che, nella maggior parte dei casi, non può trovare una soluzione univoca, ma solo mettere capo a ipotesi più o meno attendibili.
Momento essenziale di tale ricerca problematica fu, e ancora è, quello di vagliare le numerose testimonianze degli antichi dossografi. L'espressione significa: «coloro che tramandarono per iscritto le opinioni» (in greco "opinione" si dice doxa), per esempio le opinioni dei filosofi. Da questo vaglio si cerca di ricavare ciò che letteralmente e propriamente dissero i vari maestri presocratici.
Attraverso un magistrale lavoro filologico e storico, svoltosi soprattutto a partire dal XIX secolo, si è così pervenuti a raccogliere e a ricostruire un insieme, un corpus di frammenti, talora ampi e talora brevi o brevissimi che, con buona approssimazione, si possono considerare parti effettive (frasi, pagine, sezioni) delle opere presocratiche perdute. I "frammenti" dei presocratici non sono dunque altro che quelle citazioni tratte dai loro scritti che si trovano riportate, più o meno letteralmente, nelle opere di altri filosofi, dei dossografi, degli storici, in generale degli scrittori antichi: opere che in tutto o in parte ci sono pervenute. L'opera di Aristotele ne è appunto un esempio.
L'interpretazione del pensiero presocratico è perciò un problema ancora apertissimo quanto affascinante, sia per l'intrinseca grandezza dei sapienti presocratici, sia perché la loro opera di pensiero costituì in ogni caso l'inizio della cultura filosofica e scientifica dell'Occidente.
Nella cultura greca precedente alla nascita della filosofia e della scienza, l'esigenza di spiegare la realtà era soddisfatta dal mito. Nel mito, i greci come molti altri popoli, conservavano il patrimonio culturale necessario a dare risposta alle domande fondamentali della vita e a guidare i comportamenti pratici. Stando alle attestazioni più antiche per noi documentabili, ricavate dall'epica omerica e dalla poesia esiodea, il termine greco mythos significa "parola", "discorso", ma anche "notizia", "progetto". In età classica, così Platone stabilisce l'oggetto del mito: «quanto si narra sugli dèi, sugli esseri divini, sugli eroi e sulle discese nel mondo dell'aldilà», La sua area semantica coincide con quella del "dire" e rinvia alla tradizione poetica orale, precedente la civiltà letteraria scritta. Originariamente, e ancora per i primi filosofi, il termine non è dunque contrapposto a logos ("parola", "discorso ordinato"), come dimostrano formazioni linguistiche del tipo di mythologia. Solo con lo sviluppo più maturo della filosofia greca, a partire dal V secolo e più ancora nel IV, quando logos verrà a significare "discorso logico e razionale", i due termini diventeranno contrapposti. Relegato nell'ambito di pre-razionale o persino dell'irrazionale, il mito sarà visto come opposto all'indagine positiva e razionale della realtà, condotta dalla scienza e dalla filosofia, e sarà quindi svalutato come funzione prevalentemente fantastica e favolistica.
Il mito è dunque originariamente un tentativo di conoscere e di spiegare il mondo. La sua struttura è la narrazione; il suo obiettivo è la comprensione delle radici nascoste del reale. Può trattare temi estremamente vari: in primo piano stanno la nascita e le vicende degli dèi, la creazione del mondo e dell'uomo, l'origine degli elementi della natura e della società (per esempio l'agricoltura) o determinati divieti (per esempio l'incesto). La narrazione mitica descrive abitualmente la molteplicità dei fenomeni, ordinandola secondo criteri genealogici, ponendo coppie di contrari, visti non tanto in maniera antitetica, ma come uniti e complementari. Le azioni, i fatti e i valori che il mito racconta sono spesso desunti dall'esperienza quotidiana e dal senso comune e tutti li possono capire. Il racconto ha tuttavia la forma di una rivelazione, di una visione. La "parola" del mito ha, un significato magico-religioso ed esprime la verità (aletheia). E parola assertoria: nessuno la contesta, nessuno la dimostra. Colui che la pronuncia è il poeta, che è "maestro di verità" in quanto parla in nome delle Muse, che sono divinità che posseggono la Memoria e sanno "ciò che è, ciò che sarà e che fu". Da loro il poeta riceve il dono della veggenza. La "parola" del mito esprime giustizia, poiché descrive e spiega l'''ordine'' cosmico; esige fiducia: chi l'ascolta ha fiducia nella sua efficacia, vi aderisce intimamente e dà il suo assenso alla verità che apprende; è persuasiva perché affascina, persuade, non ha bisogno di dimostrare ciò che dice. La verità espressa è dunque esterna all'uomo: essa dispiega una legge che lo sovrasta e che egli accetterà necessariamente come fato,destino.
Il mito greco è stato studiato e interpretato, nella storia della cultura, in modi diversi e a volte opposti. Il problema del suo significato emerse già in età classica, quando era ormai evidente il divario che si era creato tra la religione e il mondo mitico delle origini della civiltà greca e le nuove esigenze tecniche, scientifiche e politiche della polis. Pur ritenendo che esso esprimesse contenuti morali ormai superati, i greci non cessarono mai di riferirsi al mito, come a quel tesoro comune a cui doveva alimentarsi la loro cultura per rimanere viva, riconoscendo a esso un valore di insegnamento (ancorché oscuro e segreto) e una funzione di verità (sia pure non formulata direttamente, ma tradotta allegoricamente nella forma del racconto). A partire dal V secolo, con Ferecide e Acusilao di Argo, fino al neoplatonismo di Evemero (IV-III sec. a.C.), dominò un'interpretazione del mito, che vedeva in esso la deformazione poetica e fantastica di fatti storici, la quale, seppure in forma simbolica, celava tuttavia utili verità e insegnamenti morali. Furono Platone e Aristotele ad avviare una interpretazione di tipo razionalistico, secondo cui mythos, in quanto discorso che non richiede dimostrazione, è contrapposto a logos, nel senso di argomentazione razionale. Il mito è una sorta di prodotto imperfetto dell'attività intellettuale, antitetico alla verità o al massimo solo approssimato a essa. Di fronte alla "verità" raggiunta dalla ragione (logos), al mito si attribuisce il carattere della "verosimiglianza". Platone lo contrappone alla verità e al racconto vero e ne fissa il dominio al di là dell'ambito del pensiero razionale, nel regno delle supposizioni verosimili. Per Aristotele, a volte è opposto alla verità, a volte ne è una forma imperfetta, utile nel campo morale e religioso.
Nella filosofia moderna e contemporanea, a una consolidata tradizione che, con accentuazioni diverse, riprende l'interpretazione platonico-aristotelica, fa riscontro una nuova e diversa tesi interpretativa - che ha nel settecentesco Giambattista Vico il suo iniziatore -, secondo cui il mito rappresenta una forma autonoma di pensiero, che esprime l'originaria concezione del mondo propria di ogni civiltà primitiva. Esso non ha, in questo senso, una validità secondaria rispetto alla conoscenza razionale. La verità del mito è quindi autentica, sebbene di forma diversa da quella del logos, e valutata in base alle fasi dell'evoluzione delle società umane di cui esso è documento storico. Questa concezione del mito fu ripresa e ampliata dal romanticismo e dall'idealismo filosofico di Schelling.
Più recentemente, il mito inteso come forma autonoma di espressione ha trovato grande accoglienza nella filosofia e nella sociologia contemporanea (per esempio in Ernst Cassirer e nello psicoanalista Cari Gustav Jung), che hanno visto il tratto distintivo del mito nel suo carattere simbolico e rappresentativo.
Il problema dei rapporti storici tra pensiero mitico e pensiero filosofico ha lungamente impegnato gli studiosi. Possiamo schematicamente distinguere tre principali tesi sulla questione:
1) Secondo una posizione che potremmo definire "discontinuista", la nascita della filosofia segna l'inizio del pensiero razionale e scientifico: con la scuola di Mileto, per la prima volta, il logos si libera dal mito, attraverso un radicale mutamento mentale e di atteggiamento intellettuale. Si tratta di una sorta di "scoperta dello spirito" per cui è appropriato parlare, a proposito della nascita della filosofia, di "miracolo greco". L'avvento della ragione introduce così nella storia una radicale discontinuità.
2) Una seconda tesi - sostenuta tra gli altri dal Cornford - riconosce, al contrario, i profondi legami che uniscono il pensiero mitico e gli inizi della conoscenza razionale. La filosofia ionica, secondo questa tesi, è ancora molto lontana da ciò che noi oggi chiamiamo scienza, non fondandosi sull'esperimento. Essa è piuttosto una trasposizione, su un piano astratto e laicizzato, dei sistemi di rappresentazione prodotti in precedenza dal mito e dalla religione. In particolare, le cosmologie dei primi filosofi riprendono i miti cosmogonici, di cui esplicitano la domanda fondamentale: "come un cosmo ordinato ha potuto emergere dal caos". Tra mito e logos esistono dunque profonde analogie: agli elementi ionici corrispondono le antiche divinità mitologiche, spogliate del loro aspetto personalizzato, ma intese ancora come potenze attive e animate; al cosmo ionico, organizzato secondo una continua tensione tra potenze opposte, corrisponde il mondo omerico e esiodeo, ordinato secondo una divisione dei poteri fra gli dèi. Le nozioni fondamentali su cui poggiano le cosmologie ioniche (separazione dei contrari dall'unità originaria, lotta degli elementi opposti, eterno movimento ciclico) rivelano in questo modo la loro origine nel pensiero mitico.
3) Secondo una terza e intermedia tesi, oggi prevalente, sarebbe tuttavia errato ritenere che i primi filosofi si limitino a ripetere in un linguaggio diverso ciò che già diceva il mito. Si tratta dunque di individuare nella filosofia dei presocratici sia gli elementi veramente nuovi, sia quelli di filiazione dal mito. Schematicamente, nelle dottrine dei primi filosofi - almeno fino a Parmenide e Eradito - permangono numerosi elementi della tradizione mitica a essi precedente; successivamente, i riferimenti a quest'ultima vengono progressivamente meno e il logos filosofico acquista una struttura autonoma così definibile:
1) nella filosofia il mito è razionalizzato, ha preso la forma di un problema esplicitamente formulato. Come ha scritto Jean Paul Vernant, «il mito era un racconto, non la soluzione di un problema. Il problema si trovava risolto senz'essere stato posto».
2) L'ordine naturale e gli eventi cessano di essere collegati con funzioni di tipo religioso o magico e diventano intelligibili. Sono quelle "questioni" su cui è aperta la discussione.
3) La cosmologia modifica il suo linguaggio: da racconto storico diventa sistema che espone la struttura profonda della natura. Il mondo si svuota del divino, che si disloca fuori della natura. La nascita della filosofia produce dunque due grandi trasformazioni mentali: 1. nasce un pensiero positivo, che nega l'assimilazione mitica tra fenomeni fisici e agenti divini; 2. nasce un pensiero astratto e razionale che porta un'esigenza di intelligibilità nuova. L'elaborazione di un linguaggio filosofico va dunque oltre il mito tanto per il livello di astrazione dei concetti usati, quanto per l'esigenza di maggiore rigore nel ragionamento. Il logos filosofico non è più solo parola, ma prende il valore di razionalità dimostrativa. Si oppone quindi al mito per la forma (per la differenza fra la dimostrazione argomentata e la trama narrativa del racconto mitico) e per il contenuto (per il divario tra le entità astratte del filosofo e le potenze divine di cui il mito racconta le avventure). Nel IV secolo, quando Platone e Aristotele vogliono squalificare le tesi dei loro predecessori, rimproverano loro di avere usato il mito, una sorta di favola che seduce gli spiriti puerili, ma non aiuta a comprendere ciò che è vero. Tra mito e logos c'è ormai una distanza incolmabile.
La prima scuola presocratica in ordine di tempo fiorì a Mileto, colonia greca dell' Asia Minore, all'inizio del VI secolo a.c. Caratteristica di questa scuola fu la ricerca di un principio primo (arche, in grado di spiegare la natura (physis) e la vita.
L'originalità della ricerca consisteva nell'abbandono della tradizione mitico-religiosa, alla quale si sostituiva la riflessione razionale e l'osservazione dei fenomeni della natura. Proprio per questo Aristotele definì i sapienti di Mileto "primi fisici".
Il primo maestro della scuola fu Talete, nato a Mileto intorno al 624 a.c. Sulla sua figura la tradizione ha conservato varie notizie leggendarie. Gli si attribuisce l'esatta predizione di un’eclissi totale di sole: probabilmente quella del 28 maggio 585 che interruppe una battaglia tra Medi e Lidi, terrorizzati dal fenomeno. Inoltre Talete sarebbe l'inventore di un metodo per calcolare la distanza delle navi dal porto a partire dall’angolo di una torre perpendicolare di altezza nota. Si tratterebbe dunque di un’anticipazione di quello che sarà il teorema di Pitagora. Si narra anche che egli sapesse calcolare l'altezza delle piramidi egiziane misurandone l’ombra.
Prevedendo una stagione favorevole alla raccolta delle olive, Talete, si racconta, fece incetta di frantoi, che poi rivendette con molto profitto. A queste leggende, che delineano una sapienza di uso pratico, se ne oppone un'altra di segno contrario. Essa narra che Talete venne deriso da una donnetta (una servetta tracia) perché, mentre camminava assorto come al solito nelle sue meditazioni e osservazioni del cielo, era caduto in una buca del terreno. Evidente è qui l'intenzione di disegnare la figura del sapiente sempre distratto, ignaro delle accortezze del senso comune, figura che è rimasta proverbiale nei secoli.
Queste notizie indicano in Talete da un lato conoscenze riferite alla sapienza delle grandi civiltà dell'Egitto e delle Mesopotamia, che andavano famose sia per le loro osservazioni dei fenomeni celesti sia per i primi rudimenti della geometria; da un altro lato la capacità di applicare tali conoscenze ai fini di una sapienza pratica, decisamente orientata in senso tecnico. Ciò del resto corrispondeva alle esigenze di una città fiorente di traffici e di commerci marittimi come Mileto.
Si deve presumere che in tale contesto di osservazioni rivolte ai fenomeni naturali si inserisse anche la ricerca del principio primo o arché. Secondo la tradizione Talete sostenne che principio di tutte le cose è l'acqua, ovvero l'elemento umido.
Aristotele spiega in tal modo questa scelta: forse Talete derivò tale convinzione dall'osservare che tutte le cose sono nutrite dall'umidità, che perfino il calore si genera da essa e che i semi di tutte le cose hanno una natura umida.
In realtà sappiamo troppo poco di ciò che Talete intendeva per «principio» e per "elemento umido" per valutare realisticamente la portata della sua dottrina. E notevole però che essa mostri palesemente di essere una traduzione in termini fisico-osservativi dell'antico mito di Oceano, padre di tutte le cose.
Probabilmente l'originalità di Talete e la sua influenza stanno proprio in questa traduzione "razionale" delle credenze mitico-religiose. Egli inaugura un modo nuovo di guardare la natura, modo che non ha l'eguale nella tradizione arcaica greca, né in altri popoli.
È un fatto che la personalità di Talete dovette impressionare enormemente i greci, che lo annoverarono tra i "Sette sapienti". La sua figura incarnò una svolta destinata a fare storia ed è per questo che la tradizione vide in lui il "primo filosofo" e poi il padre spirituale di tutta la nostra cultura razionale e scientifica.
Con Anassimandro, che la tradizione indica come amico e discepolo di Talete, le nostre notizie si arricchiscono di molto. Nato a Mileto intorno al 610 e morto nel 546 o 547, scrisse un’opera in prosa intitolata Sulla natura (Perì physeos). Ce ne restano pochi frammenti, ma forse Aristotele poté ancora leggerla.
Anche Anassimandro affronta il problema dell'arché o principio da cui derivano tutte le cose; c'è anzi chi attribuisce a lui, e non a Talete, la paternità di questo fondamentale problema. In ogni caso la risposta di Anassimandro differisce da quella riferita al suo maestro. Principio delle cose non è l'acqua ma, dice Anassimandro, l'àpeiron, cioè l'indefinito o l'indeterminato.
Anche in questo caso è possibile avvertire l'eco di un antico mito, quello del Caos, generatore di ogni cosa; il che confermerebbe che nella scuola di Mileto si è attuata la traduzione del pensare mitico nel pensare razionale, logico e osservativo.
Il più famoso frammento di Anassimandro dice che tutte le cose hanno il loro principio e la loro fine nell'indefinito; «da dove infatti gli esseri hanno l'origine, ivi hanno anche la distruzione secondo necessità, poiché essi pagano l'un l'altro la pena dell'ingiustizia, secondo l'ordine del tempo». Questa frase, potente e oscura a un tempo, suggerisce la presenza di una riflessione alta e complessa; essa ha il merito di porre alcune delle più costanti e profonde questioni sulle quali la filosofia era destinata a misurarsi nei secoli. Per esempio Anassimandro sembra chiedersi quale sia l'origine del "divenire", cioè della continua mutazione cui vanno soggette tutte le cose, uomo compreso.
La tradizione gli attribuisce infatti un'originale concezione dell'evoluzione di tutte le specie viventi, dai pesci all'uomo: un'idea che colpisce per la sua "modernità". Così pure si attribuisce ad Anassimandro la convinzione dell'esistenza di altri mondi e universi oltre al nostro rivelatoci dall'osservazione del cielo.
Altrettanto audace è la teoria attribuita ad Anassimandro secondo la quale la Terra sta ferma non perché poggi su qualcosa (per esempio sull' acqua o sull'Oceano, come sembra pensare Talete), ma perché, essendo posta al centro del suo universo, «non è sollecitata a muoversi in alcuna direzione». Essa sta dunque in equilibrio per effetto di un gioco di forze contrapposte.
Cosa propriamente intendesse Anassimandro nello stabilire come principio l'indeterminato non è facile dire. Si può supporre, dall'insieme delle testimonianze su di lui, che egli avesse ragionato in questo modo. Nessuno degli elementi, la terra, l'acqua, il fuoco o l'aria (che forse a quel tempo non era neppure considerata un vero e proprio elemento, come vedremo tra breve) può essere pensato come principio. Infatti questi elementi hanno caratteri opposti e perciò non possono derivare l'uno dall'altro. Per esempio il caldo dal freddo o il secco dall'umido. È più appropriato supporre una condizione originaria nella quale tutti gli elementi e le loro qualità stanno uniti e confusi in un insieme o miscuglio (migma) ancora indifferenziato, non-determinato (come la parola à-peiron, da a - alfa privativo con il significato di negazione - e péras, che significa "determinato", "finito", "compiuto").
Ma in seguito a un movimento rotatorio, sostiene Anassimandro, questo miscuglio indifferenziato prende a separarsi e lascia uscire da sé la prima coppia di contrari, cioè il caldo e il freddo. Dal caldo si genera allora una sfera infuocata che circonda, in successione, l'aria, l'acqua e la terra, disponendo quest'ultima al centro dell'universo. È poi da tale sfera infuocata che, per il movimento rotatorio, si separano frammenti discoidali che costituiscono gli astri.
È stato notato che questa audace teoria circa l'origine dell'universo sembra intuitivamente anticipare, in modo stupefacente e quasi incredibile, la moderna teoria cosmologica elaborata nel Settecento dal filosofo tedesco Kant e dal fisico francese Laplace (pronuncia: Laplàs). La studieremo a suo tempo.
A queste considerazioni che noi definiremmo "fisiche", il frammento di Anassimandro sopra citato aggiunge considerazioni che alludono a motivazioni "morali", in un'unità potente di visione che era ancora ignara delle nostre moderne distinzioni.
Tutte le cose, dice Anassimandro, provengono dal divino ed eterno àpeiron ed entrano così nel tempo e in un' esistenza differenziata e diveniente. Qui esse si oppongono e si impongono le une sulle altre, secondo la natura dei contrari che le caratterizza. Per esempio il caldo si oppone al freddo e viceversa. Ne deriva una guerra universale, segnata da tracotanza e violenza. Ogni cosa, cioè, per affermarsi nella sua esistenza e imporre la sua qualità, deve sopraffarne un'altra di contraria natura, commettendo nei suoi confronti ingiustizia.
Di questa ingiustizia, però, le cose «pagano il fio», cioè la pena, ritornando nell' àpeiron. In altre parole, ogni cosa - secondo la legge e l'ordine del tempo - corre incontro alla distruzione e alla morte, lasciando il posto ad altre cose e alle loro qualità, che subiranno poi la medesima sorte. Il caldo "uccide" provvisoriamente il freddo ricacciandolo nell'àpeiron; ma poi anche il caldo finirà distrutto nell' àpeiron e il freddo rinascerà a una nuova provvisoria esistenza.
Il divenire dell'universo appare così retto da un ordine inflessibile (cosmo), da una "legge" cosmica che si oppone alla pura violenza del divenire (caos), ristabilendo ogni volta la giustizia e l'armonia del tutto.
Il terzo maestro della scuola, Anassimene, visse tra il 586 e il 525. Di lui ci restano un frammento da un' opera che si suppone intitolata, secondo l'uso dei presocratici, Sulla natura; ci rimangono inoltre varie testimonianze.
Impegnato a sua volta nella ricerca dell'arché, Anassimene indicò il principio nell'aria, o nel soffio vitale (pnéuma). Come si deduce da quel che di lui ci è stato riferito, in tal modo Anassimene non intendeva ritornare ai semplici elementi (come l'acqua di Talete), ma piuttosto perfezionare la dottrina di Anassimandro.
Questa, come abbiamo visto, postulava un movimento rotatorio dell'arché dal quale deriverebbero i contrari e il loro divenire nel tempo. Ma l'aria, la cui natura è invisibile, impalpabile, inodore è appunto indeterminata (e in questo senso non è un vero e proprio elemento); e tuttavia è anche qualcosa di determinato, in quanto è esistente e differenziata dagli altri elementi. Per di più l'aria possiede per se stessa un movimento di dilatazione e di contrazione, cui corrispondono i primi due contrari di Anassimandro: il caldo (quando si dilata) e il freddo (quando si contrae).
Da questa serie di considerazioni è allora possibile concludere che l'àpeiron non è altro che aria o soffio vitale. È da essa che sgorgano i contrari e, in particolare, dal caldo il fuoco, dal freddo l'acqua, la terra e il vento, e da loro infine il divenire di tutte le cose.
Nell'uomo l'aria, o pnéuma, è il principio stesso dell'anima. Questa medesima funzione l'aria svolge nell'intero universo, che è così da considerarsi come un immenso animale vivente: tesi che, come vedremo, verrà in seguito ripresa da Platone e da altri.