I doveri del cittadino
La Costituzione richiede ai cittadini, e non solo a loro, l'adempimento di particolari doveri di solidarietà, allo scopo di realizzare concretamente il diritto di tutti a condurre un'esistenza libera e dignitosa, contribuendo così al progresso della società.
Questi doveri si trovano in varie parti della Carta costituzionale, alcuni rivolti esclusivamente ai cittadini e altri estesi genericamente a qualunque soggetto, a prescindere dalla cittadinanza.
I doveri pubblici sono, in sintesi, situazioni di soggezione imposte ai cittadini per tutelare un interesse della collettività. Il cittadino non deve infatti pensare esclusivamente a sé e ai suoi interessi, ma per il fatto che vive in una società deve limitare la sua sfera individuale e sottostare a una serie di prestazioni a favore della collettività. Senza l'adempimento di determinati doveri viene meno anche la sussistenza dello Stato stesso.
In alcuni casi i doveri sono abbinati espressamente a specifici diritti. Ne fanno parte il diritto-dovere di lavorare, previsto solo per i cittadini (articolo 4); il diritto-dovere di mantenere, istruire, educare i figli, esteso a tutti (articolo 30) e il diritto-dovere di istruzione di base, anch'esso esteso a tutti (articolo 30).
Proprio dall'articolo 2, in nome del principio di solidarietà sociale, discendono i doveri pubblici più importanti: la difesa della Patria (articolo 52); il pagamento dei tributi (articolo 53); la fedeltà alla Repubblica (articolo 54). Il primo e il terzo valgono solo per i cittadini, il secondo per tutti.
La difesa della Patria
L'articolo 52, al comma 1, considera la difesa della Patria un dovere sacro del cittadino, l'unico dovere che viene definito "sacro", cioè veramente fondamentale anche da un punto di vista morale, oltre che giuridico.
Il dovere di difendere la Patria riguarda tutti.
L'assolvimento di tale dovere non deve essere inteso, infatti, solo in termini di difesa militare: in tempo di pace l'intera comunità, di fronte a calamità naturali, deve sentire il dovere di concorrere a prestare soccorso, così come in occasione di un conflitto la difesa della Patria non è un dovere che riguarda esclusivamente gli uomini in armi.
In entrambi i casi tutto il popolo, senza nessuna esclusione, deve assolvere a questo dovere, perché è la condizione fondamentale per sentirsi e continuare a essere una comunità nazionale.
La prestazione del servizio militare.
L'articolo 52 al comma 2 prescrive l'obbligo del servizio militare, da assolvere da parte di tutti i cittadini maggiorenni di sesso maschile mediante il servizio obbligatorio di leva o il servizio civile sostitutivo.
Dal 1 o gennaio 2005 l'obbligo di leva è sospeso ed è stato istituito il servizio militare professionale volontario (d.lgs. 215/2001 e l. 226/2004). In seguito alla riforma del servizio militare è stato istituito anche il servizio civile nazionale (l. 61/2001), per chi vuole difendere la Patria senza imbracciare le armi, poi trasformato in servizio civile universale (d.lgs. 40/2017).
Ogni anno 100.000 giovani volontari (di cui 1000 all'estero), per una durata da otto a dodici mesi, anche senza cittadinanza italiana, ma titolari di diritto di soggiorno, possono richiedere di fare un'esperienza di «lavoro nel settore dell'assistenza, nella protezione civile, nella tutela del patrimonio ambientale, storico, artistico e culturale ecc.».
Lo spirito democratico delle Forze armate
All'ultimo comma l'articolo 52 dispone che l'organizzazione delle forze armate sia rispondente allo spirito democratico della Repubblica.
Al soldato devono perciò essere garantiti gli stessi diritti inviolabili che spettano a ogni altro cittadino e questo ha comportato anche l'abolizione della pena di morte nel Codice penale militare di guerra.
Il dovere di fedeltà alla Repubblica
Dall'articolo 54 discendono sia un dovere morale, la fedeltà alla Repubblica, sia un insieme di obblighi che, in maniera più o meno esplicita, sono presenti in tutto il
testo costituzionale.
Al comma 1, con l'ulteriore richiamo rivolto a tutti i cittadini di essere fedeli ai princìpi della Costituzione in generale e alla Repubblica e alle sue leggi in particolare, i Costituenti hanno inteso imporre il rispetto della forma repubblicana anche a chi, a suo tempo, non scelse la Repubblica come forma di governo, sottolineando nel
contempo l'importanza di essere consapevoli dei propri diritti e dei propri doveri, perché si può essere fedeli soltanto a qualcuno o a qualcosa che si conosce e di cui si
può apprezzare il valore.
Il dovere di fedeltà non ha limiti, in quanto ognuno di noi è tenuto a rispettare tutte le leggi dello Stato. In particolar modo però chi ricopre cariche pubbliche deve assolvere ai propri compiti con «disciplina e onore», perché essere al servizio della collettività significa agire nell'interesse di tutti. Per determinate cariche, come quelle del Capo dello Stato, del Presidente del Consiglio o dei ministri, la Costituzione prevede espressamente il giuramento.
Chi assume una carica pubblica lo fa con l'obiettivo di soddisfare degli interessi pubblici. Non è detto però che tutti coloro che ricoprono cariche pubbliche osservino i princìpi di dignità e onore contemplati dall'articolo 54. È purtroppo frequente che un dipendente pubblico, facendo un uso illecito della carica che ricopre, commetta il reato di abuso d'ufficio o, accettando un compenso non
dovuto per compiere un determinato atto attinente alle sue funzioni, incorra nella corruzione.
Proprio per combattere questi reati e favorire l'affermazione della moralità pubblica, è stata emanata la cosiddetta legge anticorruzione (l. 190/2012), che ha istituito l'Autorità nazionale anticorruzione e previsto un Codice di comportamento dei dipendenti pubblici (una norma vieta per esempio al dipendente di utilizzare le linee telematiche e telefoniche dell'ufficio per motivi personali).
Il pagamento dei tributi
Nell'art. 53 sono indicati i princìpi ai quali deve ispirarsi il sistema tributario. Al comma 1 viene enunciato il dovere di concorrere alle spese pubbliche, dovere che deve essere assolto da «tutti»: non solo i cittadini, ma anche gli stranieri che vivono e percepiscono un reddito nel nostro Paese sono tenuti a versare i tributi allo Stato.
Si tratta di un dovere di solidarietà economica e sociale di fondamentale importanza, perché concorrere alle spese pubbliche significa garantire allo Stato e agli enti territoriali le entrate necessarie per il loro funzionamento e per offrire servizi pubblici.
I Costituenti, al fine di perseguire l'equità fiscale, per stabilire l'entità dei tributi dovuti da ciascun contribuente indicano il criterio della capacità contributiva, in base al quale chi dispone di una certa ricchezza (reddito, patrimonio) è tenuto a partecipare alla spesa pubblica mediante il pagamento delle imposte.
Per la determinazione del carico fiscale, viene indicato il principio della progressività, che si concretizza in una percentuale (aliquota crescente) da applicare per determinare l'imposta a mano a mano che la ricchezza aumenta.
La progressività è ritenuta più adatta per distribuire più equamente il carico fiscale: un sistema tributario progressivo incide in misura maggiore sulle classi più ricche e consente di migliorare le condizioni di vita di quelle più povere mediante l'offerta di servizi pubblici e sussidi sociali adeguati.
Più si è ricchi, dunque, più tasse si pagano: è questo il dovere di solidarietà fiscale che consente a tutti di disporre dei beni e dei servizi indispensabili (casa, istruzione, sanità ecc.).
La riforma del sistema tributario
L'articolo 53 ha trovato attuazione, almeno per quanto riguarda il criterio di progressività, con la riforma del sistema tributario realizzata all'inizio degli anni Settanta del secolo scorso. In seguito alla riforma è stato ridotto il numero delle imposte e alla base del sistema tributario sono stati posti tre capisaldi: l'Irpef (Imposta sul reddito delle persone fisiche), l'Irpeg (Imposta sul reddito delle persone giuridiche) - attualmente Ires (Imposta sul reddito delle società) - e l'Iva (Imposta sul valore aggiunto). L'Irpef è ad aliquota progressiva.
L'evasione fiscale
Il nostro sistema tributario è stato oggetto di altri interventi di riforma con l'obiettivo, tra l'altro, di trovare le misure più adatte per combattere l'evasione fiscale.
Accertare la ricchezza effettiva dei contribuenti è però difficile e costoso; così le persone che occultano in tutto o in parte il proprio reddito e il proprio patrimonio, sottraendosi al dovere di pagare i tributi, sono ancora un nu- mero molto elevato. Nel nostro Paese, infatti, la tendenza a evadere il fisco è estremamente diffusa.
Così lo Stato non può realizzare un'equa distribuzione della ricchezza: il peso delle imposte non risulta ripartito imparzialmente e la pressione fiscale è elevata.
L'evasione fiscale è legata soprattutto alla difficoltà di percepire i benefici che la spesa pubblica procura a individuo e collettività.
Non assolvere al dovere di pagare i tributi è una colpa grave che può comportare una pena pecuniaria o sanzioni più pesanti quando l'evasione si configura come un vero e proprio reato; la riprovazione nei confronti dell'evasione, però, non è la stessa che la collettività prova verso il furto, anche se nella sostanza si uguagliano.
Perché maturi a livello generalizzato il senso civico necessario, i cittadini devono impegnarsi insieme allo Stato a combattere l'evasione; se l'entità dei tributi che ognuno deve versare allo Stato fosse valutata in base a ciò che ognuno di noi riceve, gli evasori sarebbero sicuramente di meno.