In un mondo caratterizzato da sfide globali in continuo mutamento, l'educazione alla cittadinanza nella scuola diventa fondamentale per promuovere il rispetto e la valorizzazione dell'altro, della diversità, della giustizia e dell'equità, dell'ambiente, in un'ottica di solidarietà e di responsabilità sociale.
Questi valori sono contenuti nell'Agenda 2030, il progetto promosso dai Paesi raccolti sotto l'egida delle Nazioni Unite per il raggiungimento di diciassette obiettivi legati a un nuovo modello di sviluppo sostenibile.
Questo piano chiede alle nuove generazioni di diventare protagoniste di azioni per il miglioramento del proprio futuro, attraverso un articolato percorso di cittadinanza globale.
A partire dagli anni Settanta del secolo scorso la progressiva presa di coscienza delle problematiche ambientali ha dato origine a un ampio dibattito sul futuro del pianeta, che ha coinvolto organizzazioni internazionali, movimenti di opinione, Governi e studiosi approdando al concetto di sviluppo sostenibile.
Il concetto, per la prima volta, venne introdotto dal rapporto Brundtland (conosciuto anche come Our Common Future), pubblicato nel 1987 dalla Commissione mondiale sull'ambiente e lo sviluppo (WCED) .
Il nome venne dato dalla coordinatrice Gro Harlem Brundtland, che in quell'anno era presidente del WCED e aveva commissionato il rapporto. La sua definizione era la seguente:
«lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri».
Lo sviluppo sostenibile mette insieme le esigenze di crescita economica con quelle di sviluppo umano e sociale, di qualità della vita e di salvaguardia del pianeta secondo un'ottica di benessere di lungo periodo, in modo da costruire una società più equa, sana e armoniosa per tutti.
L'Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile
Sulla base di queste considerazioni, il 25 settembre 2015, le Nazioni Unite hanno approvato l'Agenda globale per lo sviluppo sostenibile che comprende diciassette obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals - SDGs nell'acronimo inglese), articolati in 169 sotto obiettivi (target) da raggiungere entro il 2030.
Tutti i Paesi sono chiamati a contribuire allo sforzo di portare il mondo verso un modello più sostenibile, impegnandosi con una propria strategia che sia in grado di raggiungere gli obiettivi indicati sotto il monitoraggio dell'Onu.
L'attuazione dell'Agenda richiede un forte coinvolgimento di tutte le componenti della società: dalle imprese al settore pubblico, dalla società civile alle università e centri di ricerca agli operatori dell'informazione e della cultura.
Il monitoraggio degli obiettivi
Con l'adozione dell'Agenda per lo sviluppo sostenibile, i Paesi si sono volontariamente sottoposti al processo di monitoraggio effettuato direttamente dalle Nazioni Unite rispetto allo stato di attuazione degli obiettivi previsti.
L'11 marzo 2016, la Commissione Statistica dell'Onu ha realizzato un sistema di 240 indicatori statistici sulla base dei quali verrà monitorato il processo di avvicinamento agli "Obiettivi di sviluppo sostenibile" per ogni singolo Paese.
A luglio 2017 è stato pubblicato il "SDG Index and Dashboards Report 2017", uno studio globale che valuta lo stato di avanzamento di ciascun Paese rispetto agli L'Italia e i traguardi previsti.
Attualmente l'Italia ha raggiunto 12 dei 169 target previsti dall'Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Lo evidenzia l'ultimo rapporto Ocse Measuring Distance to the SDG Targets 2019.
I temi in cui l'Italia sta facendo bene il suo compito sono quello sanitario, l'accesso a fonti di energia pulita e la superficie occupata da alberi.
Viceversa siamo ancora molto lontani dal raggiungi mento dei target sull'eradicamento della povertà, sulla formazione continua degli insegnanti, sulla violenza contro le donne, sulla percentuale di persone che non studiano e non lavorano e sull'abbandono scolastico.
Non buona nemmeno la situazione dell'obiettivo 16 (istituzioni forti).
Altre criticità riguardano la percentuali di laureati e laureate, una delle più basse non solo d'Europa, ma dell'intera area Ocse, e al contempo l'alto tasso di abbandono scolastico. L'uscita precoce dal sistema di istruzione e formazione è aumentata negli ultimi due anni, attestandosi nel 2018 al 14,5% .
Selezionando poi i tre obiettivi dove l'Italia è ancora più indietro - gender equality, istruzione e abbattimento della povertà - emerge che il nostro Paese è molto distante dalla meta, specie per quanto riguarda l'uguaglianza di opportunità fra uomini e donne.
Gli indici di povertà estrema si sono ridotti di più della metà dal 1990. Nonostante si tratti di un risultato notevole, nelle zone in via di sviluppo una persona su cinque vive ancora con meno di 1,25 dollari al giorno e ci sono molti milioni di individui che ogni giorno guadagnano poco più di tale somma.
A ciò si aggiunge che molte persone sono a rischio di ricadere nella povertà.
La povertà va ben oltre la sola mancanza di guadagno e di risorse per assicurarsi da vivere in maniera sostenibile.
Tra le sue manifestazioni ci sono la fame e la malnutrizione (un bambino al di sotto dei cinque anni su sette non possiede un' altezza adeguata alla sua età), l'accesso limitato all'istruzione e agli altri servizi di base, la discriminazione e l'esclusione sociale, così come la mancanza di partecipazione nei processi decisionali.
La crescita economica deve essere inclusiva, per creare posti di lavoro sostenibili e promuovere l'uguaglianza.
Una battaglia difficile
Nel settembre 2018 la Banca mondiale ha pubblicato le stime relative alla povertà estrema nel 2015, definita come
vivere con meno di 1,90 dollari al giorno (1,67 euro), confrontato con i dati relativi al potere d'acquisto del 2011.
La buona notizia è che la povertà ha continuato a di-minuire: nel 2015 le persone in estrema povertà erano
736 milioni, pari a meno del 10% della popolazione mondiale, e la stima della Banca per il 2018 è di 705 milioni (circa l'8,6%).
L'altra faccia della medaglia, invece, è che la povertà sta diventando più difficile da combattere. Attualmente circa la metà dei Paesi del mondo ha tassi di povertà inferiori al 3%, ma il mondo nel suo complesso non è sulla buona strada per raggiungere l'obiettivo di eliminare le situazioni di estrema povertà entro il 2030.
Negli anni dal 1990 al 2015, il tasso di povertà estrema è sceso in media di un punto percentuale all'anno - da quasi il 36% del 1990 al 10% del 2017 - ma negli ultimi due anni la diminuzione è rallentata fino a dimezzarsi, considerato che in ventiquattro mesi c'è stata la riduzione dell'1% complessivo.
Due regioni (Asia orientale-Pacifico ed Europa-Asia centrale) hanno ridotto la povertà estrema al di sotto del 3%. La regione del Medio Oriente e del Nord Africa nel 2013 era al di sotto del 3%, ma i conflitti in Siria e Yemen hanno aumentato il tasso della povertà nel 2015.
Nel 2014, ogni giorno 42.000 persone hanno dovuto abbandonare le proprie case in cerca di protezione a causa
di guerre. Sempre più spesso, infatti, la povertà estrema si trova in luoghi caotici e mal governati.
Il vero problema della povertà mondiale, tuttavia, è rappresentato dall' Asia meridionale e, soprattutto, dall'Africa subsahariana.
In queste aree la stragrande maggioranza delle persone vive con meno di 1,25 dollari al giorno. In Africa, poi, la percentuale di povertà estrema è passata dal 42,5% al 41,1%, ma a causa dell'incremento demografico che si è avuto in quei Paesi in termini assoluti il numero totale di poveri è passato da 405 a 413 milioni di persone.
La povertà africana è particolarmente difficile da trattare a causa delle economie deboli di quei Paesi, degli alti tassi di natalità e del fatto che molti poveri africani non sono nemmeno vicini alla linea di 1,90 dollari al giorno.
Sulla base di queste cifre è stata costruita una proiezione molto significativa in cui si mostra che da oggi al 2030 la povertà estrema in tutto il resto del mondo tenderà a zero, ma la condizione di oltre 400 milioni di poveri dell'Africa subsahariana resterà immutata.
Si può pensare di affrontare il problema intensificando gli aiuti e c'è chi parla di un "Piano Marshall per l'Africa", ma molti ritengono che non si possa sfuggire alla crescita delle nascite e che finché la popolazione africana continuerà ad aumentare agli attuali ritmi, l'incremento della ricchezza dovrà ripartirsi tra un numero crescente di bocche da sfamare, annullando qualsiasi risultato positivo.
In italia cinque milioni di poveri
Secondo i dati ISTAT del 2017 in Italia ci sono oltre cinque milioni di persone che vivono in povertà assoluta (8,4%), cioè che non sono in grado di affrontare la spesa mensile sufficiente ad acquistare beni e servizi considerati essenziali per uno standard di vita minimamente accettabile.
Il fenomeno è peraltro aumentato negli ultimi anni: si è passati da un'incidenza della povertà assoluta per gli individui dal 7,9% del 2016 all'8,4% del 2017. Tra i poveri assoluti i minori sono circa il 12%.
In diminuzione è invece la popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale: 28,9% (circa 17.407.000 individui) contro il 30% toccato nell'anno precedente. L'indicatore di povertà o esclusione sociale considera diversi fattori e corrisponde alla quota di persone che presentano almeno una delle seguenti situazioni:
1. sono a rischio di povertà di reddito;
2. sono gravemente deprivate materialmente;
3. vivono in famiglie con un'intensità lavorativa molto bassa.
In Italia, la povertà di reddito riguarda il 20,3% della popolazione. Questo valore è sostanzialmente stabile rispetto al 20,6% del 2016. Si trova in grave deprivazione materiale il 10,1% della popolazione, quota più bassa di due punti nel confronto con l'anno precedente.
La quota di coloro che vivono in famiglie con un'intensità di lavoro molto bassa è invece dell'11,8%, in diminuzione dal 12,8% del 2016.
Le disparità regionali sono molto marcate, sia per l'indicatore composito sulla povertà o esclusione sociale, sia per le tre misure che lo compongono. Il Mezzogiorno presenta i valori più alti per tutti e quattro gli indicatori.
Il rischio di povertà o esclusione sociale riguarda il 44,4% degli individui residenti in quest'area del Paese contro il
18,8% del Nord.
Se si considerano gli occupati che vivono in condizione di povertà reddituale, l'Italia è quintultima tra le nazioni della UE con il 12,2% degli occupati a rischio di povertà nel 2017.
Oggi quasi 180 milioni di persone vivono al di fuori del loro Paese d'origine. Uomini, donne e bambini hanno seguito rotte nuove e hanno affrontato percorsi altamente differenziati che ritraggono scenari non sempre facili da comprendere. Attualmente nel mondo 1 persona su 113 è costretta alla fuga e le migrazioni forzate hanno raggiunto i massimi livelli di sempre.
Tra le cause delle attuali migrazioni spicca l'aumento della pressione demografica. Quando la popolazione cresce in aree con risorse insufficienti o scarsamente distribuite, come nei Paesi poveri del mondo, una parte dei residenti è spinta a spostarsi alla ricerca di migliori condizioni di vita e la meta è rappresentata dai Paesi economicamente più avanzati. Altre cause sono le guerre, le carestie, le persecuzioni religiose o politiche.
Classificare il fenomeno
Come afferma Saskia Sassen, esperta di economia e docente universitario negli Stati Uniti, i movimenti migratori non nascono solo dalla semplice esigenza di migliorare le proprie condizioni di vita, poiché intervengono complessi fattori economici, geopolitici, culturali o contingenti che spingono le persone ad abbandonare la propria residenza e a spostarsi. Per fare chiarezza intorno a questa realtà multisfaccettata è indispensabile conoscere che cosa indicano i termini utilizzati per individuare le categorie di persone e la varietà di situazioni in cui si trovano coinvolte.
Le parole "migranti", "profughi", "rifugiati", sono usate spesso come sinonimi, ma denotano realtà differenti:
• Migrante indica colui che passa da un'unità spaziale a un'altra attraverso il superamento di un confine amministrativo (comunale, provinciale, regionale, statale).
I migranti vengono definiti regolari se risiedono con un valido permesso di soggiorno rilasciato dall'autorità competente; irregolari se permangono nel Paese ospitante allo scadere di un periodo di soggiorno concesso.
Clandestini sono infine coloro che attraversano un confine politico (come entrare in uno Stato) senza autorizzazione, cioè
senza un permesso che ne consenta l'accesso.
• Profugo indica chi lascia il proprio Paese a causa di guerre, invasioni, rivolte o catastrofi naturali (se non oltrepassa il confine nazionale si tratta di un profugo interno). Quando qualcuno abbandona temporaneamente il proprio luogo di residenza a causa di calamità naturali o guerre si parla di sfollato.
• Rifugiato viene definito dalla Convenzione di Ginevra del 1951 chi «temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o opinioni politiche, si trova fuori del Paese di cui ha la cittadinanza e non può o non vuole, a causa di tale timore, avvalersi della protezione di tale Paese».
A costoro viene riconosciuto lo status di rifugiati in quanto potenziali vittime di persecuzioni; fino a quando non viene loro riconosciuto ufficialmente tale status, tali persone vengono definite richiedenti asilo.
La migrazione forzata
Un caso particolare di migrazione è quello della migrazione forzata. Si tratta di un esodo che deriva da una minaccia alla propria sopravvivenza, indipendentemente dal fatto che sia causata dall'uomo o da fenomeni naturali. Il migrante forzato oggi non è riconosciuto internazionalmente alla stregua di un rifugiato.
Il tema è però sempre più all'ordine del giorno, soprattutto a causa del cambiamento climatico. Lo studio più noto parla di 200 milioni di "migranti ambientali" entro il 2050, ma l'Organizzazione mondiale per le migrazioni (Oim) stima che questa cifra sia molto superiore, variando da 25 milioni a 1 miliardo di potenziali migranti di questo tipo.
La protezione sussidiaria
La protezione sussidiaria è una forma di protezione internazionale aggiuntiva per i rifugiati, prevista dal diritto dell'Unione europea e di conseguenza da quello italiano.
Il decreto legislativo 251/07 definisce il titolare di protezione sussidiaria come una persona «nei cui confronti sussistono fondati motivi di ritenere che, se ritornasse nel Paese di origine, correrebbe un rischio effettivo di subire un grave danno come definito dal presente decreto e il quale non può o, a causa di tale rischio, non vuole avvalersi della protezione di detto Paese».
Il danno grave definito dal decreto si configura nel caso in cui il richiedente abbia subìto una condanna a morte, sia stato vittima di tortura o altra forma di pena o trattamento inumano, abbia subìto la minaccia grave e individuale alla vita o alla persona derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato.
Aiutare chi fugge da guerre e catastrofi
L'Unhcr (United Nations High Commissioner for Refugees - Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) è la principale organizzazione del mondo che si occupa di salvare e proteggere le vite di rifugiati, sfollati e apolidi (persone prive di cittadinanza), assicurandone il benessere, fin da quando è stata istituita dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1950, all'indomani della seconda guerra mondiale.
Lavora in 123 Stati del mondo e si è occupata di più di 60 milioni di persone: per questo ha conseguito due premi Nobel per la pace nel 1954 e nel 1981.
L'Unhcr ha affrontato moltissime emergenze umanitarie dalla repressione della rivoluzione ungherese alla decolonizzazione in Africa, dagli spostamenti forzati in Asia e America latina alle crisi politiche di molti Stati africani
e all'arrivo di molti profughi in Europa.
Per sconfiggere la fame andrebbe riconsiderato il modo di coltivare, condividere e consumare il cibo. Se gestite bene, infatti l'agricoltura, la silvicoltura e la pesca possono offrire cibo nutriente per tutti e generare redditi adeguati, sostenendo uno sviluppo rurale centrato sulle persone e proteggendo l'ambiente allo stesso tempo.
Al giorno d'oggi, invece i nostri suoli, fiumi, oceani, foreste e la nostra biodiversità si stanno degradando rapidamente. Il cambiamento climatico sta esercitando pressioni crescenti sulle risorse dalle quali dipendiamo, aumentando i rischi associati a disastri ambientali come siccità e alluvioni.
Molte persone delle zone rurali non sono più in grado di sostenersi con i proventi ricavati dalle loro terre e sono quindi obbligate a trasferirsi in città alla ricerca di opportunità. È necessario un mutamento profondo nel sistema mondiale agricolo e alimentare, dunque, se vogliamo nutrire chi oggi soffre la fame e gli altri due miliardi di persone che abiteranno il nostro pianeta nel 2050. Il problema non è tanto la scarsità delle derrate alimentari, quanto la loro errata distribuzione.
Le cifre della fame
Per renderci conto della dimensione del fenomeno vediamo un po' di numeri. Oggi al mondo circa 795 milioni di persone - ovvero una persona su nove - sono denutrite.
La maggior parte delle persone che nel mondo soffre la fame vive nei Paesi in via di sviluppo, dove il 12,9% della popolazione è malnutrito.
L'Asia è il continente con il maggior numero di persone che soffrono la fame: due terzi della popolazione totale.
Negli ultimi anni la percentuale si è ridotta in Asia meridionale, ma è aumentata leggermente in Asia occidentale.
I maggiori problemi di denutrizione si rilevano in Asia meridionale, con quasi 281 milioni di persone affamate.
In Africa subsahariana, le proiezioni per il periodo 2014-2016 indicavano un tasso di denutrizione di quasi il 23%.
Gli esiti sono terribili.
La malnutrizione provoca quasi la metà (45%) delle morti nei bambini al di sotto dei cinque anni: 3,1 milioni di bambini all'anno e nel mondo, un bambino su quattro soffre di ritardo nella crescita e nei Paesi in via di sviluppo la proporzione può salire a uno su tre.
Inoltre 66 milioni di bambini che hanno l'età per frequentare la scuola primaria vanno a scuola affamati; di questi 23 milioni sono in Africa.
La sicurezza alimentare
L'agricoltura può rivelarsi fondamentale per combattere la fame. È infatti il settore che impiega il maggior numero di persone in tutto il mondo, fornendo mezzi di sostentamento per il 40% della popolazione mondiale, ed è la principale fonte di reddito e di lavoro per le famiglie rurali più povere.
Cinquecento milioni di piccole aziende agricole nel mondo, la maggior parte delle quali dipende da risorse piovane, forniscono l'80% del cibo che si consuma nella maggior parte del mondo sviluppato.
Investire nei piccoli agricoltori, sia donne sia uomini, è perciò la strada migliore per aumentare la sicurezza alimentare
e la nutrizione dei più poveri e per incrementare la produzione alimentare per i mercati locali e globali.
Dal 1900 il settore agricolo ha tuttavia perso il 75% della varietà delle colture. Di conseguenza solo un uso migliore della bio diversità agricola può contribuire a procurare un'alimentazione più nutriente, migliori mezzi di sostentamento per le comunità agricole e sistemi agricoli più resilienti e sostenibili.
Inoltre, se le donne attive in agricoltura avessero pari accesso alle risorse rispetto agli uomini, il numero delle persone che soffre la fame nel mondo potrebbe ridursi fino a 150 milioni.
Infine, va ricordato che 1,4 miliardi di persone non hanno accesso all'elettricità; la maggior parte di queste persone vive nelle aree rurali delle regioni in via di sviluppo.
La malnutrizione
Per malnutrizione si intende una condizione patologica che si instaura quando l'organismo non riceve i nutrienti necessari in proporzioni adeguate.
Può essere di due tipi: per difetto o per eccesso. La prima corrisponde a situazioni di iponutrizione o stati carenziali, dovute a una riduzione dell'apporto totale di energia e/o di uno o più nutrienti.
La malnutrizione viene definita primaria se è causata dalla mancata possibilità o volontà di accedere a una dieta bilanciata (per questioni di reddito, di errate abitudini alimentari o di tabù imposti dal credo religioso).
Le cosiddette malattie da carenza, particolarmente diffuse nei Paesi in via di sviluppo, si manifestano quando l'alimentazione risulta povera di nutrienti.
In questi casi si riscontra prevalentemente una malnutrizione proteìco-calorìca che si mostra come marasma (deperimento generale dell'organismo ed estrema magrezza causata da digiuno quasi completo) o kwashiorkor (addome gonfio, decolorazione rossiccia dei capelli, depigmentazione della pelle).
Per raggiungere lo sviluppo sostenibile è fondamentale garantire una vita sana e promuovere il benessere di tutti.
Sono stati fatti grandi progressi per quanto riguarda l'aumento dell'aspettativa di vita, l'accessibilità all'acqua pulita e all'igiene, la riduzione, grazie ai vaccini, di malattie giudicate incurabili fino a qualche anno fa come la tubercolosi e la poliomielite e la ricerca di farmaci per contrastare il virus dell'Hiv. Nonostante ciò, sono necessari molti altri sforzi per sradicare completamente e in tutte le aree del mondo, una vasta gamma di malattie e affrontare le numerose e diverse questioni relative alla salute.
L'educazlone alimentare: la dieta mediterranea
Nel corso degli ultimi decenni, numerosi Governi e istituti di ricerca hanno elaborato diversi modelli finalizzati all'educazione alimentare della popolazione.
La dieta mediterranea, che si ispira alle abitudini alimentari tradizionali dei Paesi del bacino del Mar Mediterraneo, è quella che al momento sembra dare le migliori garanzie.
Fino alla metà circa dello scorso secolo le popolazioni contadine di questi Paesi assumevano grandi quantità di frutta e verdura di stagione, cereali integrali, olio di oliva, legumi e pesce azzurro. Un moderato consumo di vino e una scarsa assunzione di carne completavano questo modello dietetico la cui validità è stata dimostrata dal medico americano Ancel Keys in seguito allo studio denominato Seven Countries Study.
Keys dimostrò, per la prima volta, che la crescente incidenza di malattie croniche e degenerative tipiche delle società industriali era in relazione con un'alimentazione basata su elevati consumi di grassi animali, latticini, carni rosse e alimenti ricchi di zuccheri semplici o eccessivamente salati.
La piramide alimentare moderna
Negli scorsi decenni si sono succeduti diversi modelli di piramide alimentare (rappresentazioni grafiche di facile interpretazione perché alla base riportano gli alimenti che possono essere consumati in maggiore quantità rispetto a quelli che si trovano nei livelli superiori) ispirati alla dieta mediterranea.
Questi modelli, sviluppati quasi esclusivamente da università degli Stati Uniti, non si adattavano facilmente a tutte le varianti locali presenti nei Paesi che si affacciano sul bacino del Mediterraneo.
Per tale ragione, nel 2009 la comunità scientifica europea ha elaborato una nuova piramide alimentare per la dieta mediterranea moderna, rivolta a tutta la popolazione adulta, dai 18 ai 65 anni. Questa piramide è formata da porzioni che, sommate, forniscono il numero totale dei pasti settimanali, 14 in tutto.
La base della piramide
Alla base della piramide compaiono le espressioni attività fisica, convivialità, stagionalità e prodotti locali che riguardano la pratica di uno stile di vita salutare, da accompagnare a una sana alimentazione. Infatti, uno stile di vita attivo e un'alimentazione sana prevedono la pratica regolare di un'attività fisica.
L'indicazione relativa alla convivialità suggerisce di vivere il cibo con piacere e come occasione di incontro. Viene chiarita inoltre l'importanza di scegliere alimenti di stagione, indubbiamente più sani e ricchi di sostanze nutritive, e tipici del luogo in cui si vive.
Un altro caposaldo alla base della piramide è il consiglio di bere acqua evitando di sostituirla con le bevande zuccherate, che possono essere posizionate in cima alla piramide insieme ai dolci.
Alimenti da consumare prioritariamente
Al primo livello della nuova piramide si trovano gli alimenti che devono far parte di tutti i pasti principali: cereali (preferibilmente integrali), frutta e verdura.
Associata a frutta e verdura compare l'indicazione "variare i colori": oltre al gusto e alle qualità nutrizionali, anche il colore ha un ruolo importante nella scelta dei cibi, perché non solo influenza la gradevolezza del pasto, ma indica la presenza di pigmenti naturali dei vegetali, benèfici per la nostra salute.
Proseguendo a leggere dal basso verso l'alto, si incontrano gli alimenti che vanno introdotti ogni giorno, ma non necessariamente in tutti i pasti, ovvero il latte e i latticini, l'olio d'oliva, la frutta a guscio (noci, nocciole, mandorle ecc.), i semi, le olive e le spezie per insaporire i cibi, utilissime anche per ridurre la quantità di sale utilizzato in cucina.
I disturbi alimentari
I disturbi del comportamento alimentare (DCA) o disturbi alimentari psicogeni (DAP) sono patologie caratterizzate da un'alterazione delle abitudini alimentari e da un'eccessiva preoccupazione per il peso e per le forme del corpo. Insorgono prevalentemente durante l'adolescenza e colpiscono soprattutto il sesso femminile.
I comportamenti tipici di un disturbo dell'alimentazione sono: la diminuzione del cibo assunto, il digiuno, le crisi bulimiche (ingerire una notevole quantità di cibo in un breve lasso di tempo), il vomito per diminuire di peso, l'uso di anoressizzanti, lassativi o diuretici allo scopo di controllare il peso, un'intensa attività fisica.
Alcune persone possono ricorrere a uno o più di questi comportamenti, ma ciò non vuol dire necessariamente che esse
soffrano di un disturbo dell'alimentazione. Ci sono infatti dei criteri diagnostici ben precisi che chiariscono che cosa
debba intendersi come patologico e cosa non lo è.
I principali disturbi dell'alimentazione sono l'anoressia nervosa (il rifiuto di nutrirsi per il desiderio patologico di essere magre), la bulimia nervosa (abbuffate di cibo seguite da vomito, digiuno e uso di lassativi) e il disturbo da alimentazione incontrollata o Binge Eating Disorder - BED (simile alla bulimia, ma senza i comportamenti compensatori).
Soffrire di un disturbo dell'alimentazione sconvolge la vita di una persona e ne limita le capacità relazionali, lavorative e sociali: tutto ruota attorno al cibo e alla paura di ingrassare.
Cose che prima sembravano banali ora diventano difficili e motivo di ansia, come andare in pizzeria o al ristorante con gli amici, partecipare a un compleanno o a un matrimonio.
Spesso i pensieri sul cibo assillano la persona anche quando non è a tavola, per esempio a scuola o sul lavoro: terminare un compito può diventare molto difficile perché nella testa sembra che ci sia posto solo per i pensieri su cosa si "deve" mangiare, sulla paura di ingrassare o di avere una crisi bulimica.
Una caratteristica quasi sempre presente in chi soffre di un disturbo alimentare è l'alterazione dell'immagine corporea che può arrivare a essere un vero e proprio disturbo.
La percezione che la persona ha del proprio aspetto, ovvero il modo in cui nella sua mente si è formata l'idea del suo corpo e delle sue forme, sembra influenzare la sua vita più della sua immagine reale.
Spesso chi soffre di anoressia non riesce a giudicare il proprio corpo in modo obiettivo; l'immagine che rimanda lo specchio è ai loro occhi quella di una persona con fianchi troppo larghi, con le cosce troppo grosse e con la pancia troppo "grande".
Solo una piccola percentuale di persone che soffrono di un disturbo dell'alimentazione chiede aiuto. Nell'anoressia nervosa questo può avvenire perché la persona all'inizio non sempre si rende conto di avere un problema, anzi inizialmente la perdita di peso può farla sentire meglio, più magra, più bella e più sicura di sé, rinforzando la sensazione di stare facendo la cosa giusta.
Le cose invece cominciano a preoccupare quando la perdita di peso è eccessiva o comunque emerge un cambiamento
importante della personalità. In genere sono i familiari che, per primi, si rendono conto che qualcosa non va.
In queste situazioni non è facile intervenire, soprattutto quando la persona non ha ancora nessuna consapevolezza del problema.
Anche chi soffre di bulimia nervosa spesso si rivolge a un terapeuta solo dopo molti anni da quando il disturbo è cominciato; come nell'anoressia, inizialmente non si ha una piena consapevolezza di avere una malattia, ma soprattutto un forte senso di vergogna e di colpa sembra "impedire" alla persona di chiedere aiuto o semplicemente di confidare a qualcuno di avere questo tipo di problemi.
Spesso il disturbo alimentare è associato ad altre patologie psichiatriche, in particolare alla depressione, ma anche ai disturbi d'ansia, all'abuso di alcol o di sostanze, al disturbo ossessivo-compulsivo e ai disturbi di personalità.
Possono essere presenti comportamenti autoaggressivi, come atti autolesionistici (per esempio graffiarsi o tagliarsi fino a procurarsi delle piccole ferite, bruciarsi parti del corpo) e tentativi di suicidio.